100 lezioni di scrittura creativa / 13 (dove si parla della fretta, e di un capolavoro)

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno. Lunedì scorso [ma tanti anni fa, in effetti…], in un laboratorio di scrittura che si tiene nella mia città (Padova) ho parlato delle Strategie oblique di Brian Eno e Peter Schmidt (delle quali ho parlato nelle ultime due puntate di questa rubrica). Come sempre succede, il gruppo (una ventina di persone, tutte tra i venticinque e i trenta) ha reagito con uno scetticismo a dir poco pesante. «Ma in somma, queste cose New Age! Queste specie di magie!». Ma no, ho detto. Niente cose New Age. Niente specie di magie. Le Strategie oblique sono un modo come un altro – è importante: un modo come un altro; più divertente di altri; efficace tanto quanto altri – per raggiungere un paio di scopi: sbloccare la propria concentrazione (soprattutto quando si è in una situazione di “incaponimento”), considerare altre possibilità.

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Questa, del considerare altre possibilità, è una mia fissa. Quando mi viene in mente una storia, la prima cosa che penso è: potrebbe andare diversamente; potrei raccontarla diversamente. La direzione della storia che scelgo, esclude tutte le altre possibili direzioni. La forma che scelgo per raccontarla, esclude tutte le altre forme. Se scrivo: «Guidava una Peugeot bianca», escludo tutti gli altri mezzi di trasporto (asino, carrozzella, motocicletta, piedi, elicottero…), escludo tutte le altre marche d’automobili, escludo tutti gli altri colori (però mi lascio aperta la scelta tra i vari modelli di Peugeot).

Se impariamo a sentire ogni scelta non solo come un’opportunità, ma anche come un’esclusione, questo ci sarà utile. Ovviamente diventeremo più indecisi. Ovviamente avremo più incertezze. Ovviamente avremo più ripensamenti. Ovviamente avremo più riscritture.

E questo, in un’attività che tutto sommato può concedersi più o meno tutto il tempo che vuole, non è un problema. O lo è?

* * *

Eppure, nei vari corsi e laboratori di scrittura in cui insegno, vedo che c’è molta fretta. Fretta di finir di scrivere ciò che si sta scrivendo, fretta di avere tra le mani qualcosa di compiuto e definitivo, fretta di abbandonare un testo per passare a un altro. Essendoci fretta, c’è anche ansia: l’ansia di non essere capaci, l’ansia di non sapersi inventare altro, l’ansia di non saper finire, l’ansia di non arrivare a un risultato… (e dico questo, mica di quelli che vogliono “diventare uno scrittore”, che sono una categoria a parte; dico di quelli che, a sentir loro, “amano la scrittura”, “si divertono con la scrittura”, “si sono iscritti al corso per curiosità, per fare una cosa piacevole”.

Io da circa tre anni non scrivo una storia nuova. Ho scritte delle cose su commissione: delle descrizioni di luoghi, un raccontino su un tema dato; ma questa è proprio la parte “da professionista” del mio lavoro; i risultati magari sono buoni, mi soddisfano, ma non sono “una storia nuova”. Bene: questo non mi preoccupa.

Dal 1998 giace dentro il mio pc un mezzo tronco di romanzo. Ha un titolo imbarazzante (Introduzione ai comportamenti vili) e un contenuto che mi spaventa. Non sono capace, per ora, di rimettermici sopra. Ogni tanto lo guardo, e dico: mah!… Un editore l’ha letto e ha detto: «È una cosa terribile! Non oserei mai pubblicarla!», intendendo non che si tratti di una cosa mal fatta e mal scritta, ma di una cosa spaventosa per il suo contenuto. Un altro editore ha detto: «Bello! Bellissimo! Quand’è che lo finisci?», e continua a chiedermi quand’è che lo finisco più o meno ogni sei mesi, dal 1998.

Io, non so se lo finisco.

Il 16 maggio 2003 avrò la gioia di pubblicare, presso l’editore per il quale lavoro, un grosso romanzo scritto da uno dei miei più cari amici. (Sia chiaro: ci siamo conosciuti, nel 1995, per la scrittura; non è che pubblico solo i miei amici; è che sulla base della scrittura possono nascere, o non nascere, grandi amicizie: in questo caso è nata). Io sono convinto che sia un capolavoro. Il libro è stato scritto in tre anni, e fa 560 pagine. In questi tre anni ho visto il mio amico “entrare” progressivamente sempre di più dentro il libro. Da settembre dell’anno scorso fino all’altro ieri, credo che sostanzialmente nella sua vita non ci sia stato altro che il libro da fare. Certo: ha lavorato (campa con due lavori part-time). Certo: ha letto (ma sempre in funzione del libro). Certo: ha avuta un po’ di vita sociale: se è vita sociale trovarsi e non parlare che del libro.

UmbertoCasadei_IlSuicidioDiAngelaBLa dedizione è diventata, pian piano, e senza che il mio amico se ne avvedesse, davvero totale. Negli ultimi mesi, poi, la situazione si era fatta quasi disperata. Il mio amico, semplicemente, non riusciva a finire. Il romanzo ha una struttura molto complessa, e ogni giorno si scoprivano piccole cose che non tornavano, aggiustamenti necessari, riferimenti incrociati da far incrociare. Una notte, mi ricordo, eravamo già alla rilettura delle bozze, scoprimmo che la mancanza di una virgola in una delle prime pagine aveva completamente modificata l’interiorità, verso pagina quattrocento, di un personaggio non proprio secondario (fu necessario, per far tornare i conti, aggiungere una nota in calce qua, togliere un passaggio là, inserire piccole varianti un po’ dappertutto).

Non c’è stata fretta. Né da parte mia, che ero nel ruolo dell’editore; né da parte del mio amico, che in fin dei conti si è preso tutto il tempo del quale aveva bisogno. Certo: non siamo stati degli sconsiderati. Sapevamo che c’erano delle scadenze. Ma sapevamo, ad esempio, che potevamo cambiarle (e le abbiamo cambiate, infatti).

Ecco, secondo me: essere disponibili a considerare altre possibilità; aver voglia di collaudare altre forme oltre alla prima che ci è venuta in mente; non avere fretta di finire, di consegnare, di avere un risultato; tutto questo è indispensabile per rendersi conto che un’opera letteraria, per modesta e poco ambiziosa che sia, è comunque un oggetto complesso. Dove complesso significa, appunto, che la sparizione di una virgola a pagina sette cambia la psiche di un personaggio a pagina quattrocento. E di come, nel dettaglio, questo possa avvenire, parliamo la settimana prossima. A risentirci.

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