Scrittura creativa

100 lezioni di scrittura creativa / 15 (dove si parla di un romanzo smontabile e rimontabile a piacere)

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno. Scrivevo la settimana scorsa [cioè ieri…], tra le altre cose (ho scritte troppe cose, la settimana scorsa; dovrò fare un po’ di riprese, per spiegarmi a puntino); scrivevo dunque: il narratore compone la sua narrazione come un oggetto, una struttura; lavora ora all’inizio, ora alla fine, ora al mezzo; torna indietro, cambia, rifà, eccetera; ma poi il lettore parte dal principio e arriva (se va tutto bene) fino alla fine; per il lettore, nel momento in cui legge, una narrazione non è un oggetto, una cosa che si possa guardare dall’alto o dal basso o da destra o da sinistra: per il lettore la narrazione è un filo, un percorso, una sequenza, una cosa in somma che ha una sola direzione e un solo verso.

Poi, magari, a lettura compiuta, anche il lettore riesce a guardare la narrazione come un oggetto. Ma questa è un’altra faccenda.

51rs-QormKLBene. Ho qui sul tavolo, accanto alla mia mano sinistra, un libro ancora avvolto nel cellophane. L’ho comperato ieri alla libreria Remainder’s di Milano, in galleria Vittorio Emanuele. L’ho pagato 2 euro e 7 centesimi. L’editore è Lerici. L’autore è un francese, Marc Saporta. Il titolo è: Composizione n. 1. E c’è scritto sotto: «romanzo». L’esterno del libro è pieno di istruzioni. C’è una fascetta (bianca, con la scritta in rosso mattone) che dice: «TANTI ROMANZI PER QUANTI SONO I LETTORI. L’ordine delle pagine è casuale: mescolandole, a ciascuno il “suo” romanzo». Sulla copertina, in alto a sinistra, è scritto: «Si invita il lettore a mescolare queste pagine come un mazzo di carte. Se gli fa piacere, può anche alzarle con la sinistra, come si fa dalla cartomante. In ogni caso l’ordine in cui appariranno allora i diversi fogli determinerà il destino di X». Suppongo quindi che X sia il nome del protagonista. Sempre sulla copertina, in alto a destra, è riportata una frase tratta dal quotidiano Il Giorno:

La libertà del lettore di leggere il suo romanzo disponendo come crede l’ordine delle pagine è totale ed effettiva. Questa è un’opera che merita tutta la nostra attenzione, è uno dei più compiuti e veri romanzi che la letteratura francese ci abbia saputo proporre.

La quarta di copertina dice (stralcio, sennò mi mangio tutto lo spazio):

In una vita il tempo e l’ordine degli eventi contano assai più della natura, degli eventi stessi. […] Ma non è indifferente sapere se [l’uomo] ha incontrato l’amante, Dagmar, prima o dopo il matrimonio; se ha abusato della piccola Helga da adolescente o da uomo maturo; se il furto di cui si è reso colpevole è stato commesso in nome della Resistenza o in tempi meno torbidi […] Dall’ordine in cui si susseguiranno i singoli episodi dipende anche che la storia finisca bene o male. Una vita si compone di parecchi elementi. Ma infinito è il numero delle possibili combinazioni.

Strappo il cellophane. Il libro è costituito da un certo numero di pagine non numerate, scritte da una parte sola, non rilegate (è spesso due centimetri). Un pacchetto di schede, in somma. La copertina è una sorta di contenitore. È stato pubblicato in Francia nel 1961, in Italia nel 1962. Maneggio il tutto con estrema cura. Soprattutto, non voglio mescolare le pagine/schede. Perché, io, questo romanzo, lo voglio leggere dal principio alla fine. Perché, io, non ho nessuna voglia di quel tipo di libertà.



La verità è che ne ho comperate due copie. Una l’ho liberata dal cellophane, l’altra no. Numererò le pagine della copia che leggerò, man mano che progredirò nella lettura. Quando avrò finito, aprirò anche l’altra copia: voglio sapere – ma tratterrò la mia curiosità fino a quel punto – se in due copie diverse del libro l’ordine delle pagine/schede è lo stesso. Presumo che sì; ho un’idea di quanto costa fare i libri; e produrre due o tre mila libri ciascuno con un diverso ordine delle pagine/schede, è un costo da far venire i capelli bianchi.

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Il bando 2015-2016
Tra chi frequenta corsi o laboratori di scrittura, nonché tra i cosiddetti “aspiranti scrittori” che mi mandano i loro dattiloscritti, è diffuso un pregiudizio: che la narrazione sia un semplice supporto, o addirittura un’occasione, per la libera attività fantasticante del lettore. «Io scrivo, ma poi il lettore deve essere libero di immaginare quello che vuole»: così mi viene detto, più o meno. E se faccio notare che una scena è incompleta, che di un personaggio non si sa neanche se è maschio o femmina, che non si capisce se l’azione avviene a New York o a Berlino o a Giarre, eccetera; mi viene detto: «Voglio che il lettore sia libero di immaginarsi la scena come vuole, il personaggio come vuole, la città come vuole».

Ora; non so voi; ma io, quando leggo un libro, quando sono un semplice lettore, non voglio questo. Ho letto fin da bambino, ho cominciato con i romanzi di Salgàri e della baronessa Orczy, il libro d’avventure è per me il prototipo di ogni libro. Certo: oggi sono un lettore più raffinato, mentre leggo vedo i meccanismi della narrazione, distinguo nel giudizio tra narrazione e scrittura, eccetera; ma per ridiventare il lettore che ero quando avevo sei anni, mi bastano tre secondi. Se ho davanti a me due ore di treno e non ho con me niente da leggere, senza esitazione compero un Urania, un manga, un Superpoket, un Mito (mai un giallo): e in treno leggo beatamente, come legge beatamente il più ingenuo dei lettori; salvo poi, arrivato a destinazione, buttare via il libro: perché mi basta uscire dalla lettura quel tanto che serve per smontare dal treno, per rendermi conto che ciò che stavo leggendo era una schifezza. Ma fin che lo leggevo, accidenti!, sono stato al gioco.

Questo per dire che io sono, come molti, come – spero – tutti, un lettore ingenuo. E, come tutti, voglio che mi si racconti una storia: che cominci dal principio e finisca con la fine, che mi avvinca e mi rapisca, che riempia la mia immaginazione e non mi lasci più un solo pensiero mio.

Tuttavia, il pregiudizio di cui sopra contiene, come tutti i pregiudizi, qualcosa di vero. E un libro come quello di Marc Saporta ha un suo senso. Ne parliamo tra una settimana [cioè domani…].

5 comments on “100 lezioni di scrittura creativa / 15 (dove si parla di un romanzo smontabile e rimontabile a piacere)”

  1. Quando leggo a me piace scoprire la storia che c’è dentro il libro, sono curiosa. Non ho nessuna voglia di decidere niente. Invece, quando scrivo, voglio essere io a decidere tutto. E non è solo che mi piace essere la creatrice del mio libro è anche che, quando scrivo – se scrivo – ho voglia o bisogno di raccontare qualcosa.

  2. Siamo d’accordo che leggendo un libro ci mettiamo nella condizione di immergerci in una storia a sé stante, qualcosa che si deve svelare a noi, e non viceversa.
    Tuttavia difficilmente quando leggo riesco ad annullarmi così, o la lettura a prendermi a tal punto.
    Sento sempre una certa resistenza nel credere o immaginare tutto ciò che mi dice l’autore. Faccio uno sforzo positivo a entrare nel suo mondo, mi costringo a farlo, ma spesso finisco per immaginare buona parte dello scritto a modo mio.
    Come dire, sì voglio farmi guidare dall’autore, sto al suo gioco perché è questo che cerco in un libro, ma come mi incammino, mi rendo conto di marciare insieme a lui, non dietro di lui.
    D’altro canto, la libertà totale e sfrenata in un racconto, mi spaventa un po’.

  3. Eh, Claudio: io sono un lettore più infantile. Entro nella narrazione, e ciao. Ci rivediamo quando finisco.

    A meno che la narrazione sia cattiva. In quel caso dico ciao a lei, e pure alla svelta.

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