Scrittura creativa

100 lezioni di scrittura creativa / 16 (dove ci si imbatte in quel gran bugiardo di Zeno Cosini)

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Il Castello dei Destini Incrociati. Fotografia di Cristiana Ottanelli
Il Castello dei Destini Incrociati. Fotografia di Cristiana Ottanelli

Buongiorno. Descrivevo, settimana scorsa [cioè ieri…], un libro che ho comperato una libreria a metà prezzo: Composizione n. 1, di Marc Saporta (pubblicato da Lerici nel 1961). Un libro composto non di pagine rilegate ma di fogli sciolti, ciascuno recante una scena o un breve episodio; con in copertina l’avviso: «Si invita il lettore a mescolare queste pagine come un mazzo di carte. L’ordine delle pagine è casuale: mescolandole, a ciascuno il “suo” romanzo». E dicevo, settimana scorsa: di questa libertà, della libertà di mescolare le pagine, non so che cosa farmene; io voglio una storia con un inizio e una fine…

Vediamo.

In quarta di copertina di quel libro c’è scritto: «Una vita si compone di parecchi elementi. Ma infinito è il numero delle possibili combinazioni». È vero? Ma sì, è vero, si potrebbe dire; benché le combinazioni (delle pagine) siano non infinite ma moltissime (e parecchie di queste siano assai simili tra loro: se solo una pagina cambia di posto, ho davvero un “altro” romanzo?). E invece, dirò, non è per niente vero.

La mia vita (quarantadue anni, dieci mesi e diciannove giorni, oggi che leggete questo pezzo) [oggi sono cinquantacinque anni, due mesi e ventitré giorni] consiste in un’unica combinazione. Non posso tornare indietro e cambiare. Certo: posso, nel raccontare (a me stesso, a voi, a chiunque) la mia storia, introdurre spostamenti, cancellazioni, invenzioni; posso, in somma, mentire. Ma se leggo un romanzo, posso pensare che il narratore mi stia mentendo? No.

Prima edizione
Prima edizione
Posso pensare che Zeno Cosini, protagonista della Coscienza di Zeno di Italo Svevo nonché autore del “memoriale” che costituisce il 99% del romanzo (ne resta fuori solo la brevissima introduzione firmata dallo psicoanalista di Zeno), menta a tutto spiano. E so benissimo che Italo Svevo ha scritto un romanzo, cioè “una storia inventata” (per quanto possa aver fatto man bassa, per comporla, delle sue esperienze di vita): e un’invenzione, della quale siamo tutti consapevoli che è un’invenzione, non è una menzogna.

Ma il narratore, che non è né Italo Svevo né Zeno Cosini, bensì una sorta di fantasma che io, durante la lettura, percepisco (in buona misura inconsapevolmente) come colui che mi racconta la storia e me la garantisce – no, lui non può mentire. Lui mi garantisce che ogni parola che leggo è esattamente come Zeno l’ha scritta. Mi garantisce che, fintantoché proseguirò nella lettura, continuerò a percepire Zeno come una persona dotata di esistenza autonoma.

Io, come lettore, sono disposto ad accettare qualunque storia, anche la più improbabile. Accetto che il protagonista nasca povero, diventi ricco per caso, ritorni povero, scopra di essere figlio d’un re, incontri improvvisamente un fratello gemello del quale nulla si sapeva; accetto che i cattivi si rivelino buoni, che i buoni si rivelino cattivi, che tutti abbiano doppie e triple identità, che il castello in riva al lago sia in verità una baracca, che l’oceano sia in realtà una pozzanghera, che una lucerna contenga un essere soprannaturale: tutto, tutto.

Io, come lettore, sono disposto ad accettare una storia raccontata in qualunque modo. Si può partire dal principio, dalla fine, dal mezzo, da tre punti diversi, da nessun punto; la narrazione può andare avanti nel tempo, indietro nel tempo, a salti; posso avere due o tre tempi contemporaneamente; posso avere omissioni, ripetizioni, menzogne dei personaggi; posso avere un testo apocrifo, o composto da una collezione di apocrifi, scritto da un cane o da un cavallo, delirante, scritto in una lingua inventata.

Ma, in qualunque modo sia raccontata la storia, mi è necessario che la narrazione abbia un principio e una fine. Una pagina 1 e una pagina 242 con stampato in mezzo: «Fine». Anche se, magari, in quella pagina 242, è raccontato il primo avvenimento della storia, il germe della storia stessa… L’importante è che, quando giungerò a pagina 242, il narratore mi dica: ecco, la storia è andata proprio così; e io possa rispondere: sì, davvero, è andata proprio così.

Perché la mia esperienza di vita, non è quella di un numero infinito delle combinazioni: è quella piuttosto, di un numero ben finito di fatti. Ci saranno state, magari infinite, le possibilità; ma la mia vita quale sarebbe potuta essere se le cose fossero andate diversamente, a chi interessa? A me no. Se uno mi dicesse: «Guarda, ora ti racconto come non sono andate le cose», gli direi che ho altro da fare. Anche un romanzo come L’uomo nell’alto castello (altrimenti noto come La svastica sul sole) di Philip K. Dick, che ci racconta un mondo nel quale l’Asse ha vinta la seconda guerra mondiale, non è una storia che ci racconta come non sono andate le cose: ci racconta, casomai, che le cose sono effettivamente andate diversamente da come credevamo. Pretende in somma che, mentre leggiamo, crediamo a quella storia come se fosse la storia vera.

Il romanzo di Marc Saporta, dunque, con la sua stessa forma fisica, prima ancora che cominciamo a leggerlo, ci mette in forte imbarazzo.

* * *

Pier Vittorio Tondelli diceva che lui, mentre scriveva, desiderava «schiavizzare il lettore». Io preferisco dire: voglio esercitare un dominio sul lettore. Voglio che la sua mente assuma la forma della mia immaginazione. Certo: ogni lettore (lo dicevo la settimana scorsa [cioè ieri]) reagisce diversamente a una narrazione. Ogni lettore è diverso da un altro lettore, e quindi la mia narrazione, a contatto con ciascun diverso lettore, produce diversi effetti. Ma questo non mi interessa. Non dico che sia un inconveniente: dico che non mi interessa. Se pensassi che è il lettore che fa il libro, dovrei fare un libro tutto di pagine bianche: così il lettore sarà libero di farci quello che vuole. Ma questo è un boomerang: niente è meno suggestivo di una pagina bianca.

Mi rendo conto che c’è un paradosso. Racconto una storia sapendo che il lettore ne farà quel che vorrà, e tuttavia cerco di stabilire un dominio sul lettore.

È come quando sono innamorato. Voglio che la persona amata sia liberamente sé stessa, e voglio che sia mia. Ne riparleremo.

Scrittura creativa
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