100 lezioni di scrittura creativa / 40 (dove si torna sul problema di prender per vere le storie inventate)

8 commenti

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Le ripubblico qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

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Buongiorno. Ultimamente faccio molta fatica a leggere. Io ho sempre letto molto, fin da bambino; ho sempre letto di tutto, fin da bambino. Uno dei miei libri preferiti di quando avevo sette od otto anni (cioè del 1967/68), era un libro sui pesci: Il mondo vivente nei mari italiani, di Enrico Tortonese, Paravia. Tortonese è stato un grande biologo (ricercatore, direttore del Museo di Scienze Naturali di Genova, direttore di importanti collane di libri scientifici). Il mondo vivente era una specie di “romanzo didattico”, secondo un modello molto in voga, specie nei libri scolastici, tra fine dell’Ottocento e primi del Novecento. Un gruppo di ragazzini in vacanza al mare incontra un giovane naturalista, che diventa la loro guida all’esplorazione del mare. La vita del mare mi attirava, naturalmente, anche perché vivevo in un paese sul mare (Sottomarina di Chioggia), e mio padre si occupava professionalmente di vita del mare (biologo anche lui).

Un altro libro che da ragazzino ho letto e riletto decine di volte, era un libro sulle pietre. Non mi ricordo l’autore, il titolo, l’editore. Qualche anno fa, volendolo regalare ai miei nipoti, l’ho cercato e non l’ho più trovato. C’era, ad esempio, un bellissimo capitolo sull’ossidiana. Tutto quello che so sull’ossidiana, l’ho imparato lì. C’erano poi Dall’aquilone all’astronave, del quale pure non ricordo l’autore (ma ricordo benissimo che nell’agosto del 1972 lo dimenticammo a San Daniele nel Friuli, a casa di mia nonna paterna che ci aveva ospitati per due settimane; ricordo il dispiacere, e la rabbia, l’anno dopo, quando ritornammo lì e non riuscimmo più a trovarlo).

Mi piaceva leggere libri che mi insegnavano delle cose. Anche adesso mi piace leggere libri che mi insegnano delle cose. Mi piaceva leggere libri che mi raccontavano delle cose vere. C’erano anche i libri che raccontavano storie inventate, ma quelli mi interessavano di meno. Preferivo Le avventure di Robinson Crusoe nell’isola deserta a I viaggi di Gulliver: era troppo evidente che Gulliver, quei favolosi viaggi, se li era inventati di sana pianta. Invece Robinson, quello era uno che si era trovato veramente nei guai, e se l’era cavata ottimamente.

A un certo punto capii che c’erano libri che raccontavano storie in tutto e per tutto, o per molta parte, inventate; e che tuttavia sembravano raccontare storie vere. Robinson Crusoe era uno di questi. Ma anche La luce che si spense di Kipling o Michele Strogoff di Verne. La cosa mi creò dei problemi. «Se uno racconta una storia che non è vera», dicevo a mia mamma, «dovrebbe avvisare prima. Non va bene, che uno se ne debba accorgere a metà libro, perché succede qualcosa di impossibile». Mia mamma diceva: «Ma Giulio, le storie dei romanzi sono tutte inventate». «Ma perché?», dicevo io. «Ma perché sì», diceva lei, disorientata dal mio infantile furore epistemologico, «i romanzi sono così. Sembrano veri, ma sono inventati».

In somma, persi la mia ingenuità. Cominciai a guardare i romanzi con sospetto. Comunque li leggevo, perché leggevo qualunque cosa. Finché non incappai in una sequenza tremenda: I ragazzi della via Pal, Senza famiglia e Incompreso. Quando riconsegnai Incompreso a mia mamma, perché lo restituisse alla Zia Prestatrice Di Libri (c’era questa zia, maestra elementare in pensione, che possedeva tutti i romanzi per ragazzi, nessuno escluso: quindicinalmente mia mamma passava da lei, restituiva i quattro o cinque libri che avevamo letti nella quindicina – eravamo in tre – e ne prelevava altrettanti), le dissi solennemente: «Io, questo libro, non lo farò mai leggere a mio figlio». Ero così devastato che mia mamma si preoccupò, e per un certo tempo mi dirottò su letture meno pericolose: La grande avventura di un piccolo baco da seta, I grandi animali delle savane, I grandi inventori dell’Ottocento (tutte cose grandi, per noi piccoli!), e così via.

Ultimamente, dicevo, faccio molta fatica a leggere. Incontro continuamente libri che raccontano storie inventate in maniera perfettamente credibile. Non serve neanche che vada a cercarli in libreria: me li spediscono a casa, una dozzina per settimana. Essere uno scrittore ha anche di questi privilegi. E io, sinceramente, non ne posso più. Non mi disturba leggere storie inventate. Ho appena finito di rileggere, per puro e purissimo diletto, l’Orlando furioso. Ma le storie inventate raccontate in maniera perfettamente verosimile, quelle ormai mi danno sui nervi.

«C’è scritto sopra: Romanzo», ha dichiarato salomonicamente un amico, grande lettore e fumatore di pipa, con il quale, giorni fa, discutevo animatamente di queste cose.

«Sì, vabbè», ho detto io. «Ma tu non consideri l’altra faccia della questione».

«Quale faccia?», ha detto l’amico mordicchiando la pipa.

«Ad esempio», ho detto io, «che a forza di leggere storie vere che sembrano verosimili e storie inventate che sembrano altrettanto inverosimili, si comincia a fare confusione».

«Siamo tutti adulti», ha dichiarato l’amico esalando una grande quantità di fumo.

«I bambini no», ho detto.

«Ecco», ha detto l’amico allargando le braccia, «tra cinque minuti comincerai a parlare male della televisione».

«No», ho detto io. «Ma a te non viene in mente di domandarti come mai i nostri narratori si dedichino quasi tutti a scrivere storie inventate che sembrano vere?».

«Gli scrittori l’hanno sempre fatto», ha detto l’amico scrutando il fornelletto della pipa.

«Non è vero», ho detto. «Gli inventori del romanzo, Cervantes, Rabelais, Ariosto, quelli lì, fino a Sterne, hanno scritto romanzi che sono storie inventate che non fanno nessuno sforzo per non sembrare inventate. Il romanzo verosimile è un’invenzione Ottocentesca».

«E allora?», ha bofonchiato l’amico, distratto dalle operazioni di riaccensione della pipa.

«E allora, accidenti!», ho strillato, «perché quando parlo di queste cose non c’è mai nessuno che mi dia retta seriamente?».

«Perché sono cose pericolose», ha detto l’amico, brandendomi contro, accusatorio, la pipa fumante.

Ne riparleremo.

8 comments on “100 lezioni di scrittura creativa / 40 (dove si torna sul problema di prender per vere le storie inventate)”

  1. Sono molto, molto incuriosita… mi sa che mi scarico l’insieme delle lezioni per cercarmi subito il seguito di questo ragionamento.

  2. Non credo di aver capito. Aspetterò la prossima lezione. Sperando non faccia la fine di Oceano mare… Gli scrittori fanno sempre così (quelli bravi): torturano i loro lettori. XD

  3. (poi, si potrebbe aprire tutta una vastissima parentesi sull’epica antica. Iliade e Odissea sono “verosimili”? i Greci, a quanto pare, le ritenevano vere, almeno fino a una certa epoca.
    ma la chiudo subito, ‘sta parentesi)

  4. Io non so se quest’articolo porta a una delle lezioni di Mozzi sulla scrittura, però la questione in oggetto mi sta a cuore e mi tortura. Mio fratello tempo fa disse che stava perdendo interesse per i romanzi, che lui di romanzi ne ha letti un bel po’ e che adesso si stava appassionando alla saggistica e alla filosofia e alle letture scientifiche. E io che provo a cimentarmi con la narrativa da un bel po’, avverto un certo odio sottile per la finzione narrativa. Ho sempre scritto poesie, poche d’amore e molte di denuncia sociale, qualcuno l’ho pubblicata e qualcuna no, ho sempre preferito un urlo vero gridato in faccia all’interlocutore, piuttosto che una storia con personaggi che o fanno cose noiose e comuni a tutti gli esseri umani, o compiono gesti assurdi e criminali da serial killer. E io invece quando ho letto “La metamorfosi” di Kafka, ho pensato che se proprio uno deve scrivere un romanzo, deve farlo a quel modo. Perché poi qualcosa la impari da quella storia, qualcosa che inizialmente non capisci neppure cosa sia, però credo che la letteratura in qualche modo debba operare un cambiamento nel lettore, meglio se in positivo. E allora perché ho cominciato a scrivere un romanzo? Perché mi dicevano che in Italia la poesia è morta, e che se volevo ottenere un minimo di attenzione, dovevo prima riuscire a pubblicare un romanzo. Così mi sono seduta, e ho scritto uno strano diario, e non so se valga qualcosa o se operi “cambiamenti spirituali”. Però spesso mi domando: “Ma è tutto qui?” Per comunicare qualcosa, devo per forza scrivere nel genere di “romanzo”?
    E quindi niente, continuo a riflettere e poi vi faccio sapere.
    Buona giornata a tutti.

  5. Sergio: la questione che sollevi è importante. Per i lettori/ascoltatori originari dell’Iliade, quella era la storia nazionale: come per noi leggere “Un anno sull’altipiano” o “Se questo è un uomo”. Ma lo stesso si può dire per i lettori/ascoltatori originari di “Genesi”, “Esodo” o “Giosuè”.

    Per noi oggi invece i poemi omerici sono finzione e basta (checché ne pensasse Schliemann); lo statuto dei libri biblici è più problematico per le note ragioni, ma comunque siamo lì.

    Quindi: lo statuto finzionale di una narrazione può cambiare nel tempo. I lettori/ascoltatori originari di Chanson de Roland non erano come i lettori/ascoltatori originari di Orlando furioso (che invece erano molto simili a noi, anche se magari credevano nella possibilità di produrre filtri d’amore ecc.).

    Ma, in tempi più recenti: che dire di J. T. Leroy? I cui racconti, dichiaratamente autobiografici, ebbero enorme successo fino al momento in cui si scoprì che J. T. Leroy era un’invenzione di Laura Albert: e da allora non se li fila più nessuno. Prima erano percepiti come “storie vere”, ma nessuno (esagero per forzare l’esempio) è stato poi capace di leggerli come “storie inventate”.

    Poi, vabbè: la verosimiglianza era una mania dell’Ottocento che è durata abbastanza anche nel Novecento. Oggi resta nella letteratura popolare.

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