100 lezioni di scrittura creativa / 43 (dove si parla dei dintorni della verità)

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Le ripubblico qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno. Finivo il mio pezzo, la settimana scorsa [cioè ieri…], scrivendo: «Quella cosa banale che si dice dei romanzi, che creano un mondo, penso che si possa ridirla con un po’ di ricchezza in più: i romanzi inventano un mondo e, pur senza uscire da questo mondo, alludono, da dentro quel mondo, a qualcosa che c’è là fuori; e in questo dirigere i nostri occhi verso il là fuori c’è, forse, quella che si chiama la verità della letteratura». E buttavo là la domanda: «Ma sapere tutto questo, a noi che vogliamo raccontare storie, a che cosa serve?».

Qualche mese fa ho tentato di scrivere un racconto in forma di lettera (mi piace molto la forma della lettera) di una figlia al padre. La figlia scrive al padre, rispondendo a una lettera che il padre le ha inviato e che lei non ha voluto leggere: non ha nemmeno aperta la busta. Il lettore non conosce, ovviamente, il contenuto della busta. Il funzionamento del racconto è chiaro: c’è una voce che parla (la figlia), rispondendo a un discorso (la lettera del padre) del quale noi non sapremo mai niente (la figlia sta scrivendo al padre, mica a noi). Al centro di tutto ci sarà sempre questa busta non aperta: non un “non detto”, ma un “non letto”.

Non sono riuscito a finire il racconto. Ho scritte una dozzina di pagine senza riuscire a intravedere una conclusione. Tuttavia il testo, anche così com’è, mi intriga. Allora, qualche settimana fa, ho deciso di pubblicare la lettera, incompleta com’è, nel mio diario pubblico in rete (che non è più online: ma il racconto potete prelevarlo qui).

Dopo aver letto, un amico mi ha scritto:

Quello che mi ha insegnato il tuo racconto […] è che la prosa non può rappresentare le emozioni o le esperienze a nudo. Mi è parso chiaro che la letteratura si deve inoltrare in tutto quel territorio che sta nei dintorni della verità (nostra, che vogliamo rappresentare), ma non deve mai volgere lo sguardo verso il centro, verso la verità stessa. Se ne deve solamente percepire la presenza. La verità, intesa anche come insieme dei nostri sentimenti, non è inesprimibile, ma irrappresentabile agli altri. Ecco che la narrazione compie un’opera di finzione stando alla larga dall’immagine che noi abbiamo della verità, della nostra emotività, mette in campo tutt’al più la nostra cosmogonia, il nostro universo simbolico, che poi è a stretto contatto con la nostra storia più intima.

Tutto questo ho pensato a causa di quella lettera non aperta del tuo racconto, a quel insistente modo di esporla, di tenerla nella storia, di erigerla a protagonista. È lì che ho capito che avevi intrapreso un sentiero diverso dalla strada principale che portava alla verità, che altrimenti sarebbe stata scritta come una mera notizia di cronaca. La lettera era il tuo girare intorno alla verità, un rappresentarla per immagini diverse, un girare per corridoi senza mai varcare nessuna soglia. Ecco, forse la letteratura è tutto questo vagare su percorsi che non portano in nessun luogo, ma che sono attigui alla verità che sentiamo il bisogno di raccontare.

L’amico si chiama Alberto Bogo, e sono felice che mi abbia permesso di usare le sue parole. La frase: «Girare per corridoi senza mai varcare nessuna soglia» mi fa venire in mente un film di Luis Bunuel, L’angelo sterminatore. In quel film (che ho visto credo vent’anni fa, e che quindi potrei ricordare tutto diverso da come è) succede questo: c’è una festa o un party, nel salone di una villa; al momento di andarsene, nessuno riesce ad andarsene; tutti arrivano fino alla porta d’ingresso (che è aperta), si guardano attorno, e decidono di non uscire. Arriva la notte, poi il giorno successivo, eccetera; la gente dorme nel salone, litiga, s’innamora, tratta affari, discute di politica o di teologia, gioca a scacchi, fa di tutto. Non so quanto tempo le soglie del salone restino inviolabili (tra l’altro, nessuno può neanche entrare); dopo un po’ di giorni, comunque, un personaggio si avvicina alla porta d’ingresso, che è sempre aperta, la guarda, e grida: «Guardate! È aperta!». Tutti escono, e il film finisce: l’ultima immagine è un gregge di pecore, e si sentono le campane.

Facile lettura allegorica: il salone è la vita; i personaggi però pensano che la vera vita sia quella fuori; quando bene riescono a uscire dalla vita, entrano davvero nella vera vita: cioè muoiono, come agnelli portati al sacrificio.

Il narratore, allora, secondo me, è colui che sta dentro nella sala, come tutti gli altri, che come tutti gli altri crede di essere prigioniero nella sala, e che la vera vita sia fuori, e che un giorno, diversamente da tutti gli altri, accostandosi alla porta o a una finestra, e guardando fuori, si accorge che fuori c’è davvero la vera vita, ossia che uscendo dalla sala si muore.

Il narratore non è colui che ci spiega che là fuori c’è qualcosa di diverso da quello che abbiamo sempre immaginato. Il narratore è colui che ci spiega che là fuori c’è proprio quello che abbiamo sempre immaginato: però cambiato di segno. La vera vita è davvero la vera vita, ossia la vita oltre la vita, quindi implica la morte.

Il narratore è colui che coglie il non-letto. Ciò che tutti hanno avuto sott’occhio.

* * *

Questi ragionamenti, a chi voglia raccontare storie, servono molto.

Servono a capire che l’immaginazione realistica è l’immaginazione più visionaria che si possa concepire. Tutti sono capaci di immaginare quello che non c’è (allora: un fungo alto due metri, un nano vestito di rosso, un’aragosta con i jeans, un ombrello e una macchina da cucire distesi sopra un tavolo anatomico; ecco fatto, ecco immaginato); la cosa difficile è immaginare quello che c’è.

La figlia del mio racconto sa benissimo (adesso lo so anch’io, perché me l’ha spiegato Alberto…) che non le servirà a nulla, leggere la lettera del padre. Immaginarla, invece, immaginare questa cosa che c’è, ecco cos’è importante.

Perché il mondo non va mica imitato. Va inventato. Ma ne riparleremo.

Scrittura creativa, Corsi di scrittura creativa a Milano
Clicca sul naso del comignolo per leggere il bando della Bottega di narrazione 2015-2016

1 comments on “100 lezioni di scrittura creativa / 43 (dove si parla dei dintorni della verità)”

  1. L’ha ribloggato su il pane e le rosee ha commentato:
    Molto bello. La verità come la Gorgone, la verità, – che poi, secondo la mia interpretazione, è la vita -, come un qualcosa che si può conoscere solo indirettamente. E quindi scrivere solo accennandola. Molto bello.

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