Scrittura creativa, Corsi di scrittura creativa a Milano

100 lezioni di scrittura creativa / 42 (dove si confrontano Emile Zola e Alessandro Manzoni)

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Le ripubblico qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno. Ho letto L’Assommoir di Émile Zola (L’Ammazzatoio, si potrebbe trdurre, più o meno; ma, essendo il nome d’una bettola, in italiano di solito viene lasciato come in francese) durante l’ultimo anno del liceo. Faceva parte di una scelta di letture romanzesche extraitaliane che ci aveva proposta l’insegnante di italiano: una ventina di libri, dei quali si doveva leggerne due. Io, per praticità, e visto che avevo il tempo, li lessi tutti. Ma L’Assommoir mi impressionò più di tutti. Quando ne parlammo in aula feci un intervento di venti minuti al termine del quale l’insegnante disse: «Sì, va bene, però secondo me non hai capito niente». In quei venti minuti avevo parlato di una cosa sola: del fatto che c’è un capitolo di quaranta pagine, nell’Assommoir, dove si parla solo di ciò che c’è sulla tavola al pranzo di matrimonio. Quaranta pagine in cui i personaggi mangiano e basta, e tutto quello che mangiano ci viene detto e mostrato.

Era vero che non avevo capito niente. Mi sarei dovuto accorgere, leggendo L’Assommoir, dell’ideologia di Zola. Mi sarei dovuto accorgere (era anche spiegato nell’introduzione, eh!) della “macrostoria” dentro la quale Zola collocava la “microstoria” dell’Assommoir. L’Assommoir fa parte di un ciclo di romanzi nei quali viene raccontata la storia di una grande famiglia francese. La faccenda è accuratamente progettata da Zola in modo che dentro questa famiglia si ritrovi, per così dire, tutta la Francia: quella metropolitana e quella campagnola, quella proletaria e quella borghese, quella femminile e quella maschile, e così via. Questa famiglia è la Francia. Ogni romanzo è uno snodo di albero genealogico.

Che cosa tiene insieme tutti questi romanzi? Il determinismo genetico. Un’idea parascientifica (molto para e poco scientifica; ma bisogna ricordarsi che, nell’Ottocento, il pensiero cosiddetto positivistico o scientistico fu portatore di bufale oggi incredibili) che credeva di appoggiarsi alla teoria darwiniana dell’evoluzione della specie mediante la selezione naturale e la sopravvivenza del più adatto. La grande opera di Zola, composta di non so quanti romanzi, è una sorta di storia evolutiva di una famiglia francese esemplare. Dove c’è chi sa adeguarsi alle trasformazioni dell’ambiente, e chi invece non sa adeguarsi: e muore senza riprodursi.

Questa logica è applicata non solo ai personaggi, ma anche alle formazioni sociali. Nel Paradiso delle signore (Au Bonheur des dames), ad esempio, viene descritta proprio in termini di darwinismo sociale la competizione tra i grandi magazzini e le vecchie botteghe. Tra il personale del grande magazzino, che si chiama appunto Il Paradiso delle signore, la competizione è fortissima: e ci sono alcuni personaggi che hanno la funzione di selezionare, promuovere, licenziare: sono la Natura Sociale fatta personaggio.

Se io permetto che la mia immaginazione si lasci prendere dall’opera di Émile Zola, non c’è scampo: la mia immaginazione si lascerà prendere da questa ideologia. Io ero affascinato, quella volta in ultima classe di liceo, dalle descrizioni che trovavo nell’Assommoir, che erano la cosa più materialistica che mai avessi incontrata; ma non mi ero accorto che quelle descrizioni così potenti erano collocate dentro un mondo, accuratamente inventato da Émile Zola, in cui tutto funzionava secondo le regole del suo concetto di darwinismo sociale. Così che quel concetto era passato in me senza che me ne accorgessi.

Ciò che mi sembrava supermaterialistico, era ciò che serviva a far passare in me, a rendere credibile per me, una rappresentazione superidealistica del mondo (come si dice comunemente) o un mondo superidealizzato (come preferirei dire io). Idealizzato, sì. Perché un mondo nel quale c’è un principio unico che regge tutto, e questo principio si lascia perfettamente conoscere, non saprei chiamarlo se non: un mondo idealizzato.

* * *

La settimana scorsa parlavo, dicendo più o meno le stesse cose (portate pazienza) dei Promessi sposi. La differenza che m’interessa, ora come ora, tra i Promessi sposi e l’Assommoir, è questa: che nell’Assommoir la posizione di Colui Che Crea E Dà Senso Al Mondo è occupata da una Legge di Natura: che, peraltro, viene data come perfettamente conosciuta. Quindi l’Assommoir non ci parla di nulla che sia fuori dal territorio del senso; non ci parla di un là fuori. Ci offre con la destra un mondo inventato e con la sinistra, senza che neanche serva chiederla, una completa e compatta spiegazione del senso di questo mondo. I Promessi sposi, invece, nella posizione di Colui Che Crea e Dà Senso Al Mondo mettono Dio (o, piuttosto, la sua Presenza nel mondo e nella storia, ossia la Provvidenza). Solo che di Dio non si ha la stessa conoscenza che si può avere di una Legge di Natura. Tutt’altro. Dio non è nel mondo, è fuori dal mondo, e fa quello che vuole. Bisogna sempre ricordarsi di Giobbe. Dopo che il Diavolo, avendo avuta mano libera dal Signore, ha tolto tutto a Giobbe e gli ha fatti morire i figli e le mogli e i servi, Giobbe interroga il Signore: «Perché l’hai fatto, a me che sono un uomo giusto?»; e il Signore risponde: «Perché io sono il Signore, e faccio quello che voglio. Dov’eri tu, quando io creavo il cielo e la terra?». E Giobbe dice: «Mi scusi».

Allora, quella cosa banale che si dice dei romanzi, che «creano un mondo», penso che si possa ridirla con un po’ di ricchezza in più: i romanzi inventano un mondo e, pur senza uscire da questo mondo, alludono, da dentro quel mondo, a qualcosa che c’è là fuori; e in questo dirigere i nostri occhi verso il là fuori c’è, forse, quella che si chiama «la verità della letteratura».

Émile Zola non lo sapeva, che i suoi libri mi sarebbero serviti a imparare a guardare le cose. Io non ho più guardato il cibo come lo guardavo prima, dopo aver letto l’Assommoir. Credeva, Émile Zola che il là fuori che i suoi romanzi additavano fosse la Legge di Natura. Macché.

Ma sapere tutto questo, a noi che vogliamo raccontare storie, a che cosa serve? Ne parliamo tra una settimana.

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