Dieci cose che è utile tenere presenti se si vuole scrivere un buon dialogo

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di giuliomozzi

1. In linea di massima, una buona scena è una scena nella quale accade qualcosa (all’inverso: una scena nella quale non accade niente, non è – in linea di massima – una buona scena). Ciò che accade è un fatto: un fatto che sta in una concatenazione di effetti e di cause con gli altri fatti che compongono la narrazione. Nel momento in cui scriviamo un dialogo, ricordiàmoci che stiamo scrivendo un “fatto”.

2. Che tipi di fatti avvengono, nei dialoghi? Principalmente, avviene questo: che la relazione tra i personaggi (che partecipano al dialogo) viene modificata. Faccio, per spiegarmi, degli esempi immaginari:

“Ah, dimenticavo”, disse la madre alla figlia. “E’ un pezzo che volevo dirtelo. Tu non sei figlia di tuo padre. Ebbi un’avventura alle Terme di Chianciano, tanti anni fa”.

“Passami il vino”, disse Bepi.
“No”, rispose Toni, “hai già bevuto troppo”.

“Ti amo, Rosita”, disse Juan.
“Io no”, disse Rosita sorridendo.

“Avrò quella monetina”, disse Amelia, “qualunque cosa tu faccia per proteggerla”.
“Vedi tu”, disse zio Paperone. “Comunque guarda che quella nella teca è una copia”.

Eccetera. Naturalmente noi sappiamo che la monetina nella teca è quella vera, e che zio Paperone dice quel che dice solo per ingannare Amelia (che è una strega, sì, ma non è particolarmente sveglia). Che qualcosa si modifichi nei rapporti tra i personaggi è evidente – mi pare – negli esempi primo e terzo; forse un po’ meno nel secondo. Cosa avviene tra Toni e Bepi? Avviene che Toni si prende una responsabilità nei confronti di Bepi.
Se volete un esempio più strutturato, andate a leggervi la prima metà del capitolo xxxiii dei Promessi sposi. Dove Rodrigo si scopre malato di peste, e nel corso del dialogo tra lui e il Griso cambia tutto (saltate pure il racconto del sogno di Rodrigo, che è una concessione al gusto del tempo – ed è brutto).

3. Che qualcosa si modifichi nel rapporto tra due personaggi, non è solo un fatto: è uno dei più importanti fatti che possono avvenire in una narrazione, ed è spesso al centro della narrazione. Se ci pensate: che cosa avviene in una narrazione? Avviene che ci sono dei personaggi, e le relazioni tra loro si modificano. Renzo e Lucia erano lui celibe e lei nubile, e poi diventano sposati (tra loro). Mattia Pascal era vivo e aveva un’identità, ora è… che cosa è Mattia Pascal? Qualcosa di indefinito. La storia di Robinson Crusoe, questo noiosissimo bricolagista, diventa interessante quando ci accorgiamo che quell’isola è bazzicata anche da qualcun altro. E così via.

4. Passando dall’immaginazione della situazione alla scrittura, il primo criterio da seguire è: che ciascuna battuta di un dialogo deve far passare un’informazione, implicita o esplicita. Le battute che non portano informazioni – che cioè, alla lettera, non significano nulla – sono semplicemente inutili. Non servono nemmeno a far passare il tempo. Poiché le informazioni che passano non esplicitamente sono spesso le più interessanti, faccio qualche esempio:

“Gino, com’è andata a scuola?”.
“Mamma, mi fai la pasta col sugo?”.

E’ evidente che Gino omette di rispondere: e questa omissione è un’informazione, non esplicita.

“Gino, com’è andata a scuola?”.
“Mi ha interrogato in matematica”.

E’ evidente che Gino omette di dire com’è andata l’interrogazione: e questa omissione è un’informazione, un pochino più esplicita che nel caso precedente.

“Gino, com’è andata a scuola?”.
“Il prof di matematica è una carogna”.

E’ evidente che Gino tenta un’ellissi: di arrivare, cioè, a una conclusione saltando vari passaggi (il prof di matematica l’ha interrogato; l’interrogazione è andata male; ma non è colpa di Gino; la colpa è del prof, che è una carogna).
Eccetera. Una risposta non a tono, o non del tutto a tono, è spesso il segnale del passaggio di un’informazione non esplicita.

5. Ma: per chi sono le informazioni date nei dialoghi? Risposta: per i personaggi. Non per chi legge. Scrivere dialoghi per passare informazioni a chi legge è, in linea di massima, cattiva pratica. Meglio, piuttosto, se non si riesce a far intuire la situazione al lettore, mettere le informazioni nella narrazione.

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato Gianroberto, il cognato di tua zia”.

Possiamo facilmente immaginare che la mamma sappia perfettamente chi è Gianroberto. Le parole “il cognato di tua zia” sono quindi per il lettore e non per il personaggio. Potremmo allora scrivere:

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato Gianroberto”.
Gianroberto era il cognato della zia della mamma di Ginetto.

Non è il massimo della leggerezza, ma è sempre meglio di:

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato Gianroberto”.
“Chi? Il cognato di mia zia?”.
“Proprio lui”.

O di:

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato il cognato di tua zia”.
“Chi, Gianroberto?”
“Proprio lui”.

Diverso è il caso di:

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato Sergio”.
“Tuo cugino?”.
“No, il tuo amante”.

Qui avviene un fatto: Ginetto rivela alla mamma di essere a conoscenza di qualcosa (che forse la mamma preferiva tener nascosto, o almeno non esplicito). Potremmo anche immaginare, però, una situazione nella quale tra Ginetto e la madre le cose sono già da prima esplicite. Per esempio se il dialogo continuasse così:

“Eh? Mi aveva detto che oggi doveva andare a Modena”.
“Ah, ecco perché non mi ha neanche salutato. Era con una tipa bionda”.

Informazioni che passano tra i personaggi: e il lettore origlia, guarda, immagina, intuisce. Divertiamoci a continuare:

“Eh? Mi aveva detto che oggi doveva andare a Modena”.
“Era con una tipa bionda, stavano al reparto lingerie“.
“E tu cosa ci facevi al reparto lingerie?”.
“Mamma, ormai ho sedici anni! Ho una mia vita!”.

Eccetera.

6. Un criterio facile da dire, ma meno facile da assimilare, è questo: se una battuta sembra implicare una risposta quasi necessaria o altamente probabile, si può eliminare la battuta (o, meno spesso, la risposta), o sostituirla con un gesto muto.

“Ginetto, com’è andata a scuola?”.
Ginetto s’infilò nel bagno.

La non-risposta vale come una risposta (evasiva, e con qualche implicazione: come abbiamo già visto).
Altro esempio:

“Ginetto, hai comperato il kebab?”.
“Quale kebab?”.

Oppure:

“Ginetto, hai comperato il kebab?”.
“No. Problemi?”.

Oppure:

“Ginetto, hai comperato il kebab?”.
“Cosa si mangia oggi, mamma?”.

Oppure:

“Ginetto, hai comperato il kebab?”.
Ginetto aprì il frigo e ne scrutò l’interno.

A me pare evidente che l’ultima soluzione è più efficace (il dialogo è in sé miserello: ma portate pazienza, son solo esempi).

7. Può essere utile immaginare un dialogo come una trattativa. Nella quale ciascun personaggio ha qualcosa che vuole tenere per sé, e qualcosa che vuole condividere per un suo certo scopo. Nell’esempio della lingerie, per dire, si può tranquillamente attribuire a Ginetto una qualche strategia nei confronti della madre. Che le sia rivelando qualcosa che lei pensava lui ignorasse; che stia affrontando con nonchalance un argomento ormai pacifico tra loro; che faccia il finto tonto o il provocatore esplicito: sempre è evidente che Ginetto si comporta come uno che vuole qualcosa in cambio (del suo silenzio, della sua complicità, del suo contributo al lavoro di intelligence sul conto dell’amante, ecc.). Se alla fine del dialogo non ci fossero un’offerta, una controfferta, una mediazione eccetera, il dialogo perderebbe senso.

8. Non solo i contenuti propriamente detti, ma anche il tono della voce, la scelta del lessico, il modo di rivolgersi all’altro, eccetera, fanno passare informazioni. Però, attenzione: tutto, in linea di massima, deve stare dentro al dialogo. Esempio negativo:

“Non ci voglio andare!”, affermò Gino.
“Ma perché?”, domandò Gina.
“Sono fatti miei”, disse contegnosamente Gino.
“Non pensi che potresti condividerli?”, disse Gina impermalita. “In fondo”, aggiunse stizzita, “siamo marito e moglie”.
“No e poi no!”, esclamò Gino.
“Hai forse qualcosa da nascondere?”, insinuò Gina.
“Figùrati se riesco a nascondere qualcosa a te”, concluse Gino con fare noncurante; e se ne andò.

Allora: a me pare evidente che tutte quelle parole che cercano di dare il tono della discussione (“affermò”, “domandò”, “contegnosmente”, “impermalita”, “stizzita”, “esclamò”, “insinuò”, “concluse”, “con fare noncurante”) sono inutili. Se uno afferma una cosa, e che si tratti di un’affermazione è palese dalla battuta, è inutile dire che sta affermando. Se uno da una domanda, non serve dire che sta domandando. Se uno fa un’insinuazione, non serve dire che sta insinuando. Se uno fa riferimento a un luogo comune ovvio (“siamo marito e moglie”), mi pare inutile ricordare che era impermalita e stizzita. E così via.
In effetti, se si riduce il dialogo al solo parlato: non cambia nulla. Provate:

“Non ci voglio andare!”, disse Gino.
“Ma perché?”, disse Gina.
“Sono fatti miei”.
“Non pensi che potresti condividerli? In fondo siamo marito e moglie”.
“No e poi no!”.
“Hai forse qualcosa da nascondere?”.
“Figùrati se riesco a nascondere qualcosa a te”, concluse Gino; e se ne andò.

Visto?
Quindi: quando avete finito di scrivere un dialogo, ripassàtelo per togliere tutto il superfluo.

9. Evitate, a meno che il personaggio non debba fare un lungo discorso (e in quel caso è una possibilità, non una necessità) il discorso indiretto. Studiàtevi l’indiretto libero (ci vorrà un altro decalogo…).

10. Un dialogo parlato reale e un dialogo scritto non si somigliano nemmeno un po’. La naturalezza del dialogo scritto è tutt’altra cosa dal dialogo parlato reale. Se non ci credete, provate a girare con un registratore in tasca, e poi a trascrivere le vostre conversazioni.

[Questo articolo è stato pubblicato in vibrisse il 19 marzo 2015].

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