Dieci cose da tenere presenti se si vuol far funzionare decentemente una storia

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Perché un dinosauro? Leggi il punto 9
Perché un dinosauro? Leggi il punto 9
di Giulio Mozzi

Premessa: tra “far funzionare decentemente una storia” e “scrivere una storia eccellente” c’è una bella differenza; così come tra “scrivere una storia eccellente” e “scrivere un capolavoro”. Lo scopo dei seguenti consigli è il raggiungimento del minimo sindacale.

1. Una storia è costituita da una successione di eventi legati tra loro da cause ed effetti.

2. La relazione tra cause ed effetti non è mai automatica. Non è che se Tizio dà un pugno a Caio, Caio necessariamente gliene restituisca otto. Caio potrebbe cadere a terra tramortito; potrebbe porgere l’altra guancia; potrebbe fremere impotente; potrebbe chiamare aiuto; potrebbe ringraziare (esistono i masochisti); potrebbe declamare una poesia di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castevecchio, preferibilmente). Ogni causa può generare molti effetti, e noi dobbiamo non solo stabilire quale effetto sarà generato, ma anche (direi: soprattutto) perché sarà generato quell’effetto lì e non tutti gli altri possibili.

3. La stessa cosa vale all’incontrario: un effetto può essere generato da diversissime cause. Se Tizio se ne va in giro con gli occhi bassi, potrebbe essere stato lasciato dalla fidanzata (la perfidissima Petronilla); potrebbe essergli morto il gatto; potrebbe avere qualche meditazione in corso (sul senso della vita, sull’opportunità di contrarre un mutuo, sul colore del divano da comperare, sulla sensatezza del suo amore per Petronilla, la perfida); potrebbe avere il torcicollo; potrebbe essere stanco; e così via. Nel momento in cui presentiamo una situazione, dobbiamo non solo aver presente quali cause l’hanno generata: ma anche (direi: soprattutto) perché quella situazione ha avute quelle cause lì, e non altre (tra le quasi infinite possibili).

4. Istintivamente ci rendiamo conto che certe connessioni causa-effetto sono più probabili di altre; o quantomeno sembrano più probabili al senso comune. Ora: non è che nella nostra storia a ogni evento-causa debba seguire il più probabile (o ritenuto tale) degli eventi-effetto; soprattutto, non è che sia più realistica la più probabile delle relazioni causa-effetto.

5. Il funzionamento delle relazioni causa-effetto dipende dalle circostanze in cui accade ciò che accade. Se vogliamo che accada una certa cosa (a es. che il ragionier Peressutti diventi improvvisamente ricchissimo; o che lo rapiscano gli alieni; o entrambe le cose; ec.), dobbiamo immaginare le circostanze che la rendano credibile, ovvero che rendano necessarie le connessioni tra cause ed effetti.

6. In realtà i diversi tipi di narrazione presentano, circa la connessione tra cause ed effetti, esigenze diverse. Per esempio:

Mercoledì 20 luglio 2016 il ragionier Peressutti, spinto da una vago presentimento, per la prima volta in vita sua comperò dal tabaccaio – investendo 5 euro – una tessera del SuperLotto. Il giorno dopo – sempre dal tabaccaio: il ragionier Peressutti era un fumatore incallito – la fece controllare e scoprì di aver vinto il jackpot: 72 milioni di euro. Chiese al tabaccaio una sedia. Il tabaccaio, oltre a fornire la sedia, provvedette a fargli vento con un giornale. Dopo venti minuti il ragionier Peressutti si sentì meglio, si alzò, ringraziò il tabaccaio e disse: “Vado in banca. Sapranno loro come fare”. Furono le sue ultime parole. La banca era difronte. Mentre il ragionier Peressutti attraversava la strada, un raggio azzurro piovve dal cielo e lo rapì. Solo dieci anni dopo la moglie, la geometra Tumminielli, riuscì a ottenere una dichiarazione di morte presunta e – grazie alla testimonianza del tabaccaio che aveva effettuato il controllo – a incassare la somma, nel frattempo sostanziosamente erosa dall’inflazione.

Qui abbiamo un evento casuale, senza cause precise: il ragioniere non aveva mai comperato un biglietto del SuperLotto (né, si può presumere di altri giochi). Ma la cosa è sopportabile, sopportabilissima, perché: (a) è evidentemente che il regime del racconto non è esattamente di tipo realistico; (b) è evidente che l’andatura del racconto è giocosa; (c) ma, soprattutto, la vincita è qui proposta come evento scatenante, e gli eventi scatenanti hanno tutto il diritto di non avere cause precise (altrimenti, dovremmo sempre risalire ad Adamo ed Eva). Il “vago presentimento” della prima riga può restare – appunto – nel vago. Se il ragionier Peressutti fosse un giocatore abituale, nulla cambierebbe nella storia successiva.
Quanto agli alieni, è noto che ogni tanto prendono su qualcuno per studiarselo.

7. Le domande che devono guidare la costruzione del racconto sono dunque:

** Che cosa bisogna che accada prima, perché possa ragionevolmente accadere dopo ciò che io fin dal principio desideravo che accadesse?

** Dato che è accaduto quel che è accaduto, quale contesto devo allestire perché ciò che accade dopo appaia come ragionevolmente (se non proprio necessariamente) conseguente da ciò che è accaduto prima?

(Si tratta, per certi aspetti, della medesima domanda: ma ci sono delle sfumature).

8. Nessuna storia è la storia di un personaggio solo: tutte le storie sono storie di personaggi che si incrociano. Ogni personaggio è portatore di un desiderio (magari nichilistico, ma pur sempre un desiderio): la storia risulta dal conflitto, dalla competizione, dall’associazione, dalla divergenza, eccetera, dei desideri dei personaggi. I promessi sposi non esisterebbero se un certo giorno don Rodrigo, mentre andava a spasso con suo cugino il conte Attilio, non avesse avuto un (lieve) moto di desiderio nei confronti di una certa bella ragazzotta; se il conte Attilio, per desiderio di primeggiare, non avesse sfidato don Rodrigo a farsela, quella ragazzotta; se don Rodrigo, per desiderio di non sfigurare davanti al cugino, non avesse accettato la sfida; se Lucia non fosse stata seriamente e serenamente innamorata di (cioè desiderosa di) Renzo; se Renzo a sua volta non fosse stato seriamente e serenamente innamorato di (cioè desideroso di) Lucia; e via dicendo.
Di cosa parlano dunque le storie?
Di desideri, ovviamente.

9. La differenza tra una serie di fatti e un racconto è l’ordinamento dei fatti stessi. In un racconto si può mettere alla fine ciò che cronologicamente è avvenuto all’inizio; si possono rimescolare le carte e i tempi; anzi: si devono rimescolare le carte e i tempi. Nessuno è più noioso di chi racconta una storia per filo e per segno. La sequenza di episodi che costituiscono la parte “meravigliosa” dell’Odissea sarebbe noiosissima, se il racconto non fosse costruito a incastro (la narrazione, vi ricordo, comincia – dopo quella sorta di prologo che sono i libri in cui il figlio Telemaco lo cerca presso tutti i reduci della grande guerra troiana – con Ulisse che se ne sta placidamente a godersi le grazie della ninfa Calipso sull’isola di Ogigia; riceve poi l’ordine divino di mettersi in viaggio per tornare alla sua Penelope; si fa uno zatterone e parte; fa naufragio; arriva a una spiaggia dell’isola dei Feaci; il re dei Feaci lo tratta con ogni rispetto, lo invita alla sua mensa, fa venire un cantore; il cantore comincia a cantare la grande guerra troiana; Ulisse – che aveva celata la sua identità – si commuove; lo interrogano; e finalmente lui racconta di Circe, dei Lestrigoni, del Gigante Monocolo, e così via. Dopodiché l’ordine cronologico viene ripreso fino alla sfida ai pretendenti e al ricongiungimento con Penelope).
O pensate alla potenza di un racconto brevissimo come: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì” (Augusto Monterroso).

10. Se non si possono fare grandi lavori di montaggio, si può lavorare sull’annuncio. L’esempio classico è quello dei Vangeli: che interesse (narrativo) avrebbe la storia di Gesù di Nazareth, se non sapessimo che egli è in un qualche modo misterioso il “figlio di Dio”, se non esistesse una “scrittura” precedente nel quale il suo destino è “già scritto”, se non sapessimo che c’è un “destino” che lo attende, se Gesù stesso non provvedesse, qua e là, a notificare ai suoi increduli sostenitori l’inevitabilità e l’imminenza di tale destino? E se non sapessimo, infine, che dall’accettazione o dal rifiuto di tale “destino” verrà la salvezza o la perdizione dell’intero genere umano?

10 comments on “Dieci cose da tenere presenti se si vuol far funzionare decentemente una storia”

  1. “Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno. Non senti degli occhi che girano intorno al tuo corpo? I tuoi occhi non cercano fuori le cose che vuoi?” Hannibal Lecter ne il silenzio degli innocenti. Le storie parlano di desideri e nascono quindi, seguiamo Lecter, da ciò che osserviamo e da come (e da chi) siamo osservati. Le implicazioni sono notevoli.

  2. Ciao Giulio, mi piacerebbe discutere del punto 9, dove scrivi: “La differenza tra una serie di fatti e un racconto è l’ordinamento dei fatti stessi”. Se “serie di fatti” = “fabula” e “racconto” = “intreccio”, non si può darti torto, diventa tautologico. Ma quando scrivi: “si devono rimescolare le carte e i tempi” sembri escludere la possibilità di narrazioni in ordine cronologico dove fabula e intreccio coincidono. Mi vengono in mente molti racconti stupendi in cui viene narrata una serie di fatti in ordine cronologico, per filo e per segno. Invece secondo me “non c’è niente di più noioso” di un flashback fatto male che magari ci racconta fatti sui quali non ci era sorta alcuna curiosità, interrompendo magari una storia che non aveva finito di introdurre la sua vicenda; o forse peggio è solo un’anticipazione intempestiva che uccide ogni suspense. Hai voglia di chiarirmi il tuo pensiero?

  3. Dario, a es. “La giara” di Pirandello (vado a memoria, sono lontano dalla mia libreria) è un racconto in cui si racconta tutto per filo e per segno e in ordine cronologico: ed è un racconto molto bello. Già in un romanzo la faccenda mi par più difficile.

    Da un sommario in dieci punti, però, non pretendere troppo.

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