Dieci cattivi motivi per non voler diventare uno scrittore, contestati punto per punto

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di Giulio Mozzi

blogdeathNel blog di Alessandro Girola ho trovato questo articolo (del 7 gennaio 2012), che intendo contestare: non perché ce l’abbia con Girola, che non conosco, né perché Girola dica particolari sciocchezze: il suo decalogo mi è semplicemente sembrato una buona raccolta di luoghi comuni correnti.

Le parti in nero sono di Girola, quelle in chiaro sono mie. L’immaginetta è tratta dall’articolo originale.

1. Girano pochissimi soldi. In Italia gli scrittori che vivono della loro arte sono forse una decina. I libri rendono qualche spicciolo o poco più. In quasi tutti i casi non si va nemmeno in pareggio col tempo e le risorse spese in fase di creazione. Il numero degli acquirenti di cartacei e/o ebook è esiguo. I canali d’informazione dedicati ai libri sono scarsissimi e spesso autoriferiti.

Conosco personalmente più di dieci scrittori che “vivono della loro arte”: alcuni ci campano assai bene, altri con semplicità ma senza farsi mancare nulla; alcuni, una minoranza, hanno scelto di avere pochi bisogni.
C’è peraltro un certo numero di scrittori che vive non solo (e, spesso, non tanto) della “propria arte”, ma di attività che all’arte propriamente detta si affiancano: scrivono per il cinema o per le fiction televisive, scrivono nei giornali, fanno letture pubbliche (spesso assai belle, per l’esperienza mia), lavorano nell’editoria internamente o come consulenti, traducono, insegnano la cosiddetta scrittura creativa, eccetera (io potrei essere un buon esempio). Va notato che probabilmente queste persone non sarebbero arrivate a fare quei lavori senza qualche libro pubblicato alle spalle.
E c’è infine un certo numero di scrittori che campano di un lavoro non necessariamente contraddittorio con la scrittura: qualcuno avrà notato, per esempio, che gli insegnanti di Lettere sono frequenti nella categoria.

Il mercato del libro è composto da “lettori deboli” e “lettori forti”; il numero dei “lettori forti” (cioè: che leggono almeno un libro al mese) è stimato dall’Istat (dati riferiti al 2105) nel 13,7% del totale dei “lettori” (i quali sono il 42% della popolazione sopra i 6 anni). Quindi: 24 milioni di lettori su 52 milioni di persone sopra i 6 anni di età, e tra quelli 3 milioni e 300 mila lettori forti (mentre circa 12 milioni sono i lettori più deboli, quelli da un libro all’anno).
Mi pare che non siamo alla desertificazione della lettura. Sostenere che “il numero degli acquirenti di cartacei e/o ebook è esiguo” mi pare un po’ esagerato.

Dal 2012 a oggi i lettori di libri digitali sono aumentati, ma questo (ovviamente) nel 2012 Girola non poteva saperlo. E’ certo che il digitale oggi è un settore importante dell’editoria, ed è certo che non c’è stata la rivoluzione (“Tra due anni leggeremo tutti in digitale!”) che alcuni profetizzavano.

I canali d’informazione dedicati prevalentemente ai libri, a parte i supplementi dei maggiori quotidiani (Corriere, Repubblica, Stampa, Sole 24 ore) e le rubriche nei vari settimanali, consistono in qualche programma televisivo (il più seguito attualmente credo che sia Per un pugno di libri) e in uno storico – ormai quasi ventennale – programma radiofonico (Fahrenheit; lo share di Radio3, nel primo semestre del 2016, è stato di 1.433.000 ascoltatori, Wikipedia). Poi c’è un sacco di roba in rete, se qualcuno non se ne fosse accorto.

(Ci sarebbe anche da dire: non è necessario essere uno scrittore professionista, per essere uno scrittore. Ma questo è un altro discorso).

2. Gli editori italiani sono dei cialtroni. Fanno eccezione pochi, lodevolissimi casi, ma per il resto il panorama è catastrofico. Imprenditori incompetenti, avventurieri delle parole, dilettanti allo sbaraglio, gente che non paga. Il panorama umano è davvero variegato, ma quasi esclusivamente in senso negativo.

L’espressione “dilettanti allo sbaraglio” impedisce di mettere nel mucchio dei “cialtroni” le imprese editoriali “storiche”, ovvero il 70% (a occhio) dell’editoria italiana: che non sono certo condotte da “dilettanti”. (A meno che non si voglia considerare “dilettanti” Gian Arturo Ferrari o Carlo Feltrinelli o Stefano Mauri o Antonio Franchini o Elisabetta Sgarbi o Alberto Rollo e compagnia briscola: ma allora il senso della realtà scricchiola).

Mi è comprensibile la categoria degli “imprenditori incompetenti”, tra i quali vanno messi innanzitutto quelli che non riescono a produrre profitto (e non parlo delle normali ciclicità). In questo àmbito il mercato è un giudice severo: chi perde sistematicamente soldi, chiude. La piazza si ripulisce da sé. E quella della “gente che non paga” mi pare una sottocategoria degli “imprenditori incompetenti”: smettere di pagare fornitori, autori e collaboratori è, di solito, la prima scelta di chi non è capace di cavar profitto da ciò che fa.

Meno comprensibile mi risulta la categoria degli “avventurieri della parola” (che a me peraltro suona ambigua: potrebbe anche essere intesa positivamente – so che non è così nel contesto).

Quanto al “panorama umano”, mah: in vent’anni e passa di frequentazione ho avuto che fare con un delinquente vero (oggi fallito), un onest’uomo disperato (pure fallito), un certo numero di improvvisati (soprattutto nei ruoli meno qualificati), molte persone sanamente e onestamente nella media, parecchi professionisti eccellenti, una dozzina di persone straordinarie. Il mio bilancio non è così negativo. Ma ciascuno, su certe cose, giudica dalle frequentazioni che ha (e non sempre si riesce a scegliere chi frequentare).

3. Scrivere è un attività priva di sex appeal. Nessuno vi troverà affascinanti se affermerete “sono uno scrittore”. Al limite vi guarderanno con sospetto. In fondo siamo uno dei paesi europei con meno lettori in proporzione alla popolazione alfabetizzata. Meglio imparare a giocare a calcio, o fare le modelle.

Potrei smentire con centinaia di esempi, ma tengo per me la mia vita privata.

L’errore, secondo me, consiste nel dichiarare: “Sono uno scrittore”. In vent’anni e passa di esperienza, la maggior parte di coloro che mi si sono presentati così sono risultati (a mio giudizio) pessimi scrittori; e gli scrittori ottimi, per quello che li conosco, non si sognerebbeo mai di dichiararsi tali.

(Io, per quanto mi riguarda, di solito ammetto di aver pubblicato dei libri; e là mi fermo).

4. Le soddisfazioni sono poche. Aspettatevi un numero esiguo di complimenti, anche nel caso in cui decideste di regalare i vostri lavori. Pochi feedback, qualche “grazie” sibilato tra i denti, molte critiche (vedi punto 5).

Chi ha un’idea precisa e realistica del valore del proprio lavoro non ha bisogno di complimenti. (E, in genere, non ha sentimenti di gratitudine verso chi glieli fa).

Più in generale, c’è un momento nella vita nel quale si diventa adulti.

5. Le critiche sono tante. Qualunque cosa voi facciate, troverete sempre il tizio disposto a bocciare il vostro lavoro in nome di una decina di refusi sparsi in duecento pagine di libro.

Girate la lettera o l’articolo all’editore (che deciderà di cestinarla o di fare un cazziatone al proto), e passate ad altro.

6. I parassiti vi stresseranno. Per la serie “io parlo bene del tuo libro se tu parli bene del mio”. Oppure, altro esempio “io ti invito a scrivere un racconto per la mia antologia, in cambio tu cerchi di venderla ai tuoi amici”. Qualità, disinteresse, passione? Parole che presto dimenticherete.

Nel momento in cui si spargerà la voce che non stai al gioco, nessuno più tenterà di tirarti in questi giochi. Perché si sparga la voce che tu non stai al gioco, è necessario che tu non stia al gioco.

7. Troll alle porte. Oltre ai criticoni citati nel punto 5, si faranno presto vivi anche i veri e propri troll. Blogger la cui esistenza sembra vincolata alla sacra missione di distruggere la dignità degli scrittori, e non solo di esercitare un sacrosanto diritto di critica. Attaccheranno voi, le vostre opere, la vostra persona, la vostra etnia, ogni singola parola scritta fuori posto. Vi renderanno la vita un inferno.

Ah sì? Al di là dell’ingenuo accostamento di “troll” e “blogger” (e Girola scriveva questo prima dell’esplosione in Italia dei social network), devo dire che gli attacchi degli sciocchi fanno male solo a chi dà credito agli sciocchi. E chi dà credito agli sciocchi è… [completate voi la frase]

8. La dipendenza. Piaccia o meno, la scrittura causa dipendenza. Ed è una passione che richiede tempo, impegno e fatica. Scrivere di notte, nei ritagli tra lavoro, famiglia e vita sociale può diventare un inferno, un’ossessione. Per poi arrivare a un dunque e cadere nei problemi citati finora.

Sono un ex scrittore. Quando scrivevo i miei racconti di notte, nei ritagli tra lavoro e famiglia (niente vita sociale, non ne avevo voglia) ero felicissimo. Adesso faccio quasi solo scrittura simil-giornalistica (questo articolo ne è un esempio) e non sento la mancanza di ciò che è finito.

9. Solitudine. Forse è esagerato dire che scrivere è una passione solitaria, ma di certo non è nemmeno l’espressione artistica che vi permetterà di conoscere chissà quante persone.

Perché, è importante “conoscere chissà quante persone”? Non va bene (e non basta) giocare a calcetto con gli amici il giovedì o a cena con le amiche il venerdì, fare una pizza con i colleghi due volte l’anno, andare in parenti quanto basta, partecipare alle feste di compleanno di tutti i compagni di asilo o di scuola della propria prole, eccetera?

(Ah, ma capisco; capisco bene. Quando una persona mi avvicina, e nei primi trenta secondi di conversazione mi dice di essere amico di questo e di quello, so che quando avvicinerà qualcun altro sarò incluso nella lista).

10. Un giorno arriverete a scrivere una lista come questa, e cercherete di riderci su.

Ma le mie contestazioni sono serissime.

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