I dieci più bei romanzi mai scritti (finora, e che probabilmente nessuno scriverà mai)

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di Giulio Mozzi

1. L’uomo senza quantità. Se pensate che si tratti di un remake de L’uomo invisibile di H. G. Wells, vi sbagliate di grosso. Il romanzo è piuttosto un malloppone matematico-filosofico, ambientato nel mondo della finanza internazionale. Un grande speculatore austriaco viene a sapere che un grande speculatore tedesco tenterà, in una data ancora da definire ma ritenuta abbastanza prossima, una grande speculazione. Mette pertanto in piedi un gruppo di lavoro il cui scopo è da un lato prevedere (e prevenire) le mosse del grande speculatore tedesco; dall’altro, organizzare una grande speculazione analoga e contraria – chiamata semplicemente, per ragioni di segretezza, “azione parallela” – da scatenare nell’istante stesso in cui il competitor scatenerà la propria. Ovviamente, però, il grande speculatore tedesco viene a sapere delle manovre del grande speculatore austriaco: comincia così una sorta di gioco a rimpiattino, o a moscacieca, nel quale vengono coinvolti non solo tecnici della finanza ma anche filosofi, musicisti, donne affascinantissime, sociologi della scuola di Chicago, storici dell’arte abissina, noti truffatori e falsari, alti prelati, eccetera (si tratta infatti di giocare, come in tutte le speculazioni, sulla prevedibilità e sull’imprevedibilità del comportamento umano): gioco che, dal primo al secondo volume, dal secondo al terzo, e fors’anche dal terzo al quarto (se l’autore, il franco-algerino Robert Muslim, vivrà abbastanza a lungo per compilarlo) tenderà costantemente, e com’è matematicamente prevedibile, a una sorta di somma zero: all’inazione assoluta. L’uomo senza quantità del titolo è, ovviamente, l’intelligenza artificiale, priva di una dislocazione precisa, che presiede alle attività di mercato.

Azioni parallele

2. Alla ricerca del trench perduto. Un impiegato di infimo livello, tale Agazio Agazzi (trasparente alter ego dell’autore, tale Nicola Cogollo, sconosciuto ai più), dopo mesi e mesi di sudati risparmi riesce finalmente a coronare il proprio sogno: comperarsi un trench, un vero trench, come quelli dei film americani; e di ottima qualità. Dopo averlo tenuto più di un anno nella “lista dei desideri”, finalmente lo ordina su Amazon. L’articolo viene spedito – la considerevole somma viene prelevata dalla carta di credito di Agazio Agazzi – ma il pacco non arriva. Agazio Agazzi comincia le sue sette fatiche: prima in rete, per seguire il percorso del pacco, che inspiegabilmente vaga da un magazzino all’altro; poi al telefono, parlando e riparlando con gentilissime e sollecitissime telefoniste che tuttavia, nonostante la loro buona volontà, non riescono a risolvere il mistero; infine di persona, prendendo ferie e correndo, con la sua Opel Tigra del 1996 color mocassino, da uno all’altro degli stabilimenti della multinazionale della distribuzione. Niente da fare: ovunque Agazio Agazzi giunga, il suo pacco è appena transitato, è appena stato rispedito, è appena stato rimandato indietro, è appena stato caricato su quel camion là (“Lo vede? Quello rosa. Provi a inseguirlo” – ma ci sarà la nebbia), è appena stato riclassificato con un nuovo codice peraltro difficilissimo da reperire, e così via. La grande scena conclusiva ci presenta Agazio Agazzi mentre si aggira, gli occhi vacui, in mano un biglietto con su scritto a biro il codice a barre del pacco contenente il suo trench, nell’enorme magazzino di Schertz, Texas, il più grande di Amazon nel mondo.

Amazon. Il magazzino di Schertz, Texas

3. The Budden Book. Joe Budden è un rapper statunitense di origine portoricana. Nato in una famiglia umile, nella quale pare che la violenza non si sprecasse, fin da ragazzo comincia a ballare, suonare e fare il dj. Fatta qualche esperienza, e raggiunto un buon successo (nonché ottimi guadagni) grazie all’inserimento di alcuni suoi pezzi in colonne sonore di film e – anzi, soprattutto – di videogiochi, decide di ritirarsi a studiare all’Ircam di Parigi. Dopo sette anni di assenza dalle scene si ripresenta nel 2013 con un grande concerto alla Salle Pleyel, con l’orchestra filarmonica di Radio France eccezionalmente diretta da Pierre Boulez. I suoi fan, accorsi in massa da oltre oceano, dopo venti minuti di suoni ad altezze indeterminate, dinamiche al limite dell’udibilità e armonie indefinibili, e per di più del tutto privi di spinta agogica, si rompono le palle e spaccano tutto. Ma Budden non demorde, perché ormai lo scopo della sua vita è far diventare popolare, popolarissima, la musica sperimentale postdodecafonica, senza nessuna concessione ai neomelodismi o neoarmonicismi. Quando gli si presenta, proponendo un patto, il Diavolo (nelle vesti di venditore ambulante di tappeti), Budden accetta con entusiasmo.
In breve tempo compone una serie di opere (Witch Arriving too Late to Save the Sinking Ship, Inaudible, Inascoltable, Silence Perennys, The Great Roarrrr, The Big Bang-bang & the Little Boom-boom, Hommage è John Cage, Varèse Dynosaur, ec.) nelle quali esplora sistematicamente la commistione tra l’hip-hop e il metaneopostdodecafonismo integrale, ottenendo velocissimamente un successo planetario senza precedenti: il suo manuale di esercizi al pianoforte per bambini, Exercises to Twist the Fingers risulta il libro di musica più venduto del 2017. Il 30 agosto 2018 il diavolo si presenta a riscuotere l’anima. Joe Budden tenta di distruggerlo con una bomba sonora che aveva in serbo da tempo. Ci riesce, ma inavvertitamente stermina l’umanità. L’autore, lo statunitense Thomas Manner, discendente da un’antica (e ricchissima) famiglia israelita proprietaria di una fabbrica di wafer, scriverà il romanzo ispirandosi alla vita del vero Joe Budden, e guadagnandoci – per così dire – una causa miliardaria.

Salle Pleyel, Paris

4. Lo screzio infinito. Poderosa opera dello scrittore giapponese 幸せな新年 (Shiawasena Shin’nen), di origini nissene (il bisnonno, Ermanno Bonanno, gesuita, spedito in estremo Oriente in una missione evangelizzatrice, fu travolto dalla sensualità nipponica), si caratterizza soprattutto per la sua ispirazione scespiriana. La storia in sé è semplice: due famiglie di fornai, con bottega nella medesima strada di Kyoto, si odiano ed evitano ogni contatto (se non per saltuari sabotaggi notturni alle rispettive botteghe, per i quali entrambi ingaggiano – senza accorgersi del doppio gioco – una gang di mendicanti su sedie a rotelle). Tuttavia il figlio di una delle due famiglie e la figlia dell’altra famiglia, quindicenni o giù di lì, vengono a contatto, poiché si trovano a frequentare la società sportiva del quartiere. Lui è un discreto nuotatore, lei è una più che discreta tuffatrice. Lui si innamora di lei, lei si innamora di lui. Ma lui non sa chi è lei (cioè non si rende conto che appartiene alla famiglia rivale), mentre lei sa chi è lui (cioè si rende conto ec.). Lei, facendo violenza a sé stessa, finge di non corrispondere; anzi, gli dimostra un’arrogante ostilità. Lui, dopo qualche centinaio di pagine, decide che lei è una stronzetta e ci prova con un’altra, cotta di lui da tempo e piuttosto impicciona, con la quale ha il primo rapporto sessuale della propria vita (assai deludente). Lei, vedendo lui sempre appiccicato a quell’altra (più precisamente: quell’altra sempre appiccicata a lui, che non la sopporta ma pubblicamente finge di essere innamoratissimo, per far incavolare lei), decide di scoprire le carte. Incantona lui nello stanzino delle scope della polisportiva e gli dice: “Tu sei un idiota, tant’è che ti sei messo con quella scema solo per farmi rabbia; io invece ti amo per davvero, con tutto il mio cuore e con tutto il mio corpo; tuttavia le nostre famiglie si odiano, e noi non solo non potremo mai metterci insieme, non solo non potremo mai findanzarci, non solo non potremo mai sposarci, ma da oggi in poi è bene che facciamo come ciascuno dei due non esistesse per l’altro”. Lui stordito, non dice nulla e comincia a piangere. Lei gli salta addosso, lo bacia, gli ficca una mano tra le gambe, e lì sul momento arrivano al dunque (con reciproca, ed assai evidente, soddisfazione). Contemporaneamente i forni di entrambe le famiglie vanno a fuoco, in conseguenza di un malinteso sorto tra i componenti della gang di mendicanti su sedie a rotelle: nell’incendio muoiono i genitori di lui, muoiono i genitori di lei, ogni ragione di ostilità svanisce tra le fiamme, e il sogno d’amore può felicemente coronarsi. La gang dei mendicanti su sedie a rotelle, riconoscendo la propria responsabilità nell’errore, offre a i due, a mo’ di dote, un sostanzioso risarcimento.

Lui prende l’iniziativa e la bacia

5. Mentre dormivo. Smilzo libretto del franco-canadese Guillaume Fauconnier, si colloca nella tradizione del romanzo polifonico. L’azione si svolge tutta in una notte: mentre il protagonista, François, dorme profondamente nella propria camera da letto, i suoi familiari (padre, madre, due sorelle maggiori, fratello minore) attorno al tavolo della cucina ne progettano l’assassinio. François, infatti, qualche mattina prima dell’inizio della storia, dopo una notte di sogni inquieti, si è svegliato trasformato in un grosso insetto, simile a uno scarafaggio. Fin lì, nessun problema; in fondo, François non è mai stato particolarmente bello, tutt’altro; il problema vero è la puzza. François-scarafaggio emette un odore acido assolutamente insopportabile. Il suo capufficio – François è contabile presso la ditta Sbav – ha risolto il problema assegnandogli uno stanzino isolato e imponendogli di lavorare con la finestra sempre aperta (cosa che a François non sembra creare nessun problema, benché sia gennaio); ma in casa come si fa? E, soprattutto, come si fa a evitare che François, nel morire per esempio trafitto con un palo acuminato, non emetta liquidi ancor più puzzolenti? E quali saranno gli odori della decomposizione? E come si smaltisce il corpo? Lo si getta nella monnezza, come si farebbe per uno scarafaggio qualunque, o – visto quant’è grosso – lo si deve conferire all’Istituto Zooprofilattico? E vedi mai che ci dicano che è un animale protetto e non potevamo tenerlo in casa senza patentino, che poi ci multano. E tu vagli a spiegare che è un tuo fratello mutante.
I familiari raccolti attorno al tavolo parlano a turno, ciascuno proponendo la propria soluzione ai vari problemi che sia la convivenza con François-scarafaggio sia la sua eventuale eliminazione possono porre. Dopo molte esitazioni e molti contrasti giungono alla decisione di scioglierlo nella candeggina. La decisione è presa all’alba. Con grande stupore di tutti, alle setti di mattina, François-scarafaggio si risveglia nuovamente metamorfosato in François-François. Nel dubbio, e pensando che non c’è due senza tre, e ciò che è già accaduto può accadere ancora, lo sciolgono ugualmente nella candeggina.

Fortunatamente, avevano in casa una scorta di candeggina

6. La musica del cazzo. Un giovane orfano di St. Louis, il vecchio Walt, incontra casualmente in una birreria un preteso Maestro Yoda (il cui vero nome, e pour cause, è Denis Diderot), il quale intuisce in lui un prodigioso talento. L’organo minzionale del vecchio Walt, infatti, è in grado di parlare, cantare, fischiettare e – occasionalmente – ruttare. Maestro Yoda si assume l’onere dell’addestramento del vecchio Walt e del suo organo, e dopo qualche mese di esercizi e prove i due cominciano a viaggiare per gli Stati Uniti esibendosi in spettacoli di intrattenimento. Purtroppo, dopo uno spettacolo a Las Vegas, il vecchio Walt si lascia sedurre da una entraineuse: ma dopo l’atto, peraltro assai soddisfacente, scopre che l’organo ha perdute le sue spettacolari capacità. Maestro Yoda, incavolatissimo, caccia il vecchio Walt; il quale, appoggiandosi sulla fama già raggiunta, tenta di rifarsi una carriera negli ambienti del cinema pornografico californiano (in fondo, il doppiaggio può tutto). Ma quello del cinema pornografico californiano è un ambiente difficile, e dopo pochi capitoli troviamo il vecchio Walt in fuga, inseguito dalla gang criminale capitanata da Pongo (al quale il vecchio Walt deve ventimila talleri); rifugiatosi in un ospedale, dove si traveste da infermiere, finisce casualmente nel reparto dove è ricoverato in fin di vita Maestro Yoda. Assiste alla sua morte (la scena è molto commovente), uccide Pongo praticandogli a tradimento un’iniezione di trementina, e prende il suo posto a capo della gang. Guadagna velocemente molti soldi, stermina la gang, fugge in Italia e nella Bassa Veronese apre un locale di spogliarelli, il Mr. Lonigo, che però ben presto viene fastto chiudere dalla buoncostume. Sfuggendo per un soffio all’arresto il vecchio Walt rientra allora negli Stati Uniti, dove in un drugstore di Wichita conosce Amanda Ruspaggiari, una belissima quarantenne di madre ispanica e padre correggese, di professione ventriloqua, dotata di una stupenda voce di basso. L’intuizione imprenditoriale e il colpo di fulmine si sovrappongono indistinguibilmente, e con lei il vecchio Walt riprenderà – con tournée fortunatissime nei cinque continenti – il vecchio giro di spettacoli già iniziato, molti anni prima con Maestro Yoda. Il vecchio Walt e la bella Amanda vivranno a lungo, felici e contenti. Moriranno nel loro letto, abbracciati, durante la grande gelata del 2022, a causa di un guasto nell’impianto di riscaldamento. L’autore del romanzo, molto noto soprattutto tra gli appassionati di enigmistica, si nasconde dietro il trasparente pseudonimo di Bart Glass.

In fondo, è una vecchia storia

7. Delitto a Lonigo. Un giovanotto di Lonigo, ridente paesello in provincia di Vicenza, in preda a una crisi mistica, decide di eliminare il male dal mondo. Per cominciare s’inventa di uccidere Faccia Porca, il vigile che da anni terrorizza tutto il paese infliggendo salatissime multe a destra e a manca. Si presenta all’Urm (Ufficio riscossione multe) armato di una katana, e fa un massacro. Al funerale (al quale, per non dare nell’occhio, si presenta tutto compunto; non accorgendosi che invece tutti i partecipanti ridono, battono le mani a sproposito, inveiscono contro il deceduto, lanciano stelle filanti, fanno girare fiaschi di pessimo vino) conosce la figlia di Gianpiero (con la “n”) Borgato (questo il vero nome dello zelante dipendente comunale, ormai trapassato), Ornella Borgato. Ornella non è bella, ma è un tipo, e tra la folla nota subito che l’unico a non gioire della morte del padre è proprio il nostro giovanotto (che, sia detto di striscio, si chiama Alvise Raskolnikov, ed è il figlio non risconosciuto di Antonio Rumor ed Elizaveta Raskolnikov, di origine russa, già badante del padre del Rumor). Tra i due, inevitabilmente, sboccia l’amore. Raggiunta una certa intimità, Ornella racconta ad Alvise (che è ovviamente oppresso dal senso di colpa, per aver tagliato a fette il padre della donna che ora ama) le malefatte familiari del padre: traditore seriale, picchiatore della madre e di lei, giocatore di frodo, egocentrico, moralista, tifoso sfegatato della Spal. Finché, il giorno stesso in cui il loro amore si concretizza in un qualcosa di fisico (molto fisico), nell’indolenza (e nella lieve, aristotelica depressione) che lo coglie dopo la conclusione dell’atto (della serie di atti, a esser precisi), Alvise, credendo di fare cosa giusta e, per di più, di guadagnare punti agli occhi della fanciulla, confessa il proprio delitto. A quel punto Ornella getta la maschera e rivela di essere in realtà Bartolomeo Pestalozzi, investigatore assoldato dalla vera Ornella per scoprire l’assassino del padre. E il nostro Raskolnikov finisce in gabbia. L’autrice, Alda Subi, di origine montalcinese, lavora a Milano come cameriera; questo è il suo primo romanzo.

Alda Subi, ritratta in età giovanile

Mancherebbero il romanzo n. 8 (Un’altra storia, biografia immaginaria di Francesco Baracca scritta dal pronipote Alessandro Baracca), il n. 9 (L’onorevole inesistente, romanzo fantapolitico ma non tanto di Ettore Calzino), e lo strepitoso n. 10, il road-novel Vieni che ti porto io, storia di un autostoppista e della sua datrice di passaggio ninfomane, dovuto alla penna dell’ennesimo talento minimalista newyorkese Suzy Tam. Ma devo mettere su il pranzo, e non ci ho più tempo.

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