La differenza che c’è tra un romanzo e un libro, in dieci punti

31 commenti

di Giulio Mozzi

1. Molte persone mi mandano il loro romanzo inedito cominciando la lettera accompagnatoria con queste parole: “Ho scritto un libro…”. Queste persone si sbagliano. Quasi tutte. E la cosa è evidente. Nel momento in cui apro il documento allegato, ciò che mi appare non somiglia per niente a un libro. Si tratta piuttosto di una sequenza di fogli (virtuali) in formato A4 (21×29,7 cm), spesso non numerati, spesso non preceduti da qualcosa di simile a un frontespizio, talvolta mancanti addirittura – nel primo foglio – delle indicazioni che siamo abituati a trovare in un frontespizio (il nome dell’autore, il titolo), talvolta provvisti – sempre nel primo foglio – di indicazioni che non siamo abituati a trovare in un frontespizio (il telefono, l’indirizzo elettronico e di casa dell’autore o autrice). In questi fogli il testo è composto in un carattere che il più delle volte non è quello che nell’Europa continentale si adopera nei libri (il Garamond e le sue varianti), e alcune volte è un carattere davvero difficile da leggere; talvolta il testo non è giustificato a destra; quasi mai la prima riga dei capoversi rientra; il più delle volte i margini sono assai ridotti e la riga da leggere richiede un movimento non solo degli occhi ma addirittura della testa. Eccetera. No, decisamente non è un libro. Non è neanche un libro digitale. E’ un romanzo.

2. Un libro è, prima di tutto, una cosa. Ciò non significa che un libro si esaurisca nell’essere una cosa. Vi sarà capitato, immagino, di tenere in mano un libro. Dovreste quindi sapere che ci sono libri comodi da tenere in mano e libri scomodi da tenere in mano; libri che si leggono agevolmente e libri che non si leggono agevolmente; libri graficamente meravigliosi e libri graficamente banali e libri graficamente impossibili; libri grossi e libri piccoli; libri illustrati e libri non illustrati; libri con le figurine che vengono su e libri senza figurine che vengono su; libri pesanti e libri leggeri; libri le cui pagine si staccano solo a sfogliarli e libri che sfidano i secoli; libri con la copertina morbida e libri con la copertina rigida, senza contare quelli senza copertina; libri con la sovraccoperta e libri senza la sovraccoperta; libri con le pagine di carta spessa e libri con le pagine di carta leggerissima; libri nuovi e libri vecchi; libri vecchi e libri antichi; libri dalle pagine ingiallite e libri dalle pagine perfette; libri dalle pagine troppo bianche e libri dalle pagine gialline; libri con una copertina bella e libri con una copertina brutta; libri con una copertina illustrata e libri con una copertina puramente grafica. Eccetera. Ogni libro, quando lo incontrate, lo incontrate soprattutto come incontrate le cose. Ha un aspetto, un volume, uno spessore, un peso, dei colori.

3. Sapete tutti, almeno astrattamente, che un romanzo, prima di diventare un libro, passa attraverso una serie di lavorazioni. La revisione da parte dell’autore o autrice, l’editing – più o meno profondo, più o meno invasivo, più rivolto all’organizzazione della narrazione o più rivolto alla scrittura, ec. -, la composizione (che oggi non si fa più, essendo tutto digitale), l’impaginazione, la correzione delle bozze, la seconda correzione, la terza correzione (chi la fa), il controllo dell’impaginato, la cianografica (chi la fa ancora), il visto-si-stampi. Le prime tra queste operazioni riguardano il romanzo come testo, quindi non ancora il libro; le ultime accompagnano il romanzo dallo stato di testo allo stato di libro. Nel frattempo si prepara la copertina, si scrivono i paratesti (la bandella, la quarta, la biografia – eventualmente con foto – dell’autore o autrice), si prepara la campagna stampa, si concordano anticipazioni e le interviste, si mandano in giro delle quasi-cose che sono i pre-print (una volta si chiamavano così), ossia delle bozze impaginate e non del tutto corrette (e si scrive sopra: “bozze non corrette”) affinché i recensori possano prendersi il loro tempo e pubblicare le recensioni nel momento stesso in cui il libro (perché allora sarà un libro) arriverà in libreria. Ma, prima di tutto questo, c’era stato un contratto, c’era stata una trattativa, c’era stata una cessione dei diritti di sfruttamento economico dell’opera (opera: ecco un’altra parola, sulla quale torneremo). Di tutte queste cose il romanzo non ha alcun bisogno, per esistere come romanzo. Per diventare libro, sì.

4. Ve ne siete accorti tutti, che sto scrivendo delle banalità. Non vi dirò che queste banalità sono meno banali di quanto sembra. Sono banalità. Ma ho constatato che spesso nella mente di chi scrive romanzi, e ambisce a vederli trasformarsi in libro, queste banalità sono poco presenti, o sono presenti piuttosto astrattamente. Chi scrive romanzi è spesso, troppo spesso, convinto che il suo romanzo sia un libro, e che il processo di trasformazione del romanzo in libro sia un processo tutto sommato tecnico, se non addirittura meramente meccanico. Non è così. Nel corso della trasformazione da romanzo a libro, da testo a cosa, avviene a un certo punto un cambiamento di natura. Due amanti che si amano, e si fanno infinite promesse, sono due amanti che si amano e si fanno infinite promesse; due amanti che si ritrovano difronte a un pubblico ufficiale, o a un esponente della loro religione (alla quale, peraltro, possono anche non credere come crede un fedele; ma la riconoscono come istituzione), e lì dichiarano di amarsi e di volersi amare e rispettare per sempre, nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, finché Morte non li separi, o giù di lì, in quel momento preciso smettono di essere due amanti che si amano e si fanno infinite promesse e diventano due sposi, che potranno in futuro amarsi o non amarsi ma le cui promesse – non infinite ma definite – trarranno validità e potenza non dal loro amore ma dall’esistenza di un atto di matrimonio. Allo stesso modo (no, non allo stesso modo: l’analogia è un po’ tirata per i risvolti; ma vi prego di passarmela ugualmente) c’è un momento nel corso della trasformazione del romanzo in libro in cui il romanzo, senza cessare di essere romanzo, diventa effettivamente libro (magari ancora futuro, ec.: diventa una cosa pensabile come libro).

5. Ora: quand’è che un disgraziato come me, che passa una quantità sbalorditiva di tempo a occuparsi di romanzi che non diventeranno mai libri, che legge quotidianamente un tot di pagine di romanzi che nessuno – si spera – vorrà mai far diventare libri, che ha come compito (e vocazione, direi) professionale quello di trovare “nuovi libri” e “nuovi autori”, quand’è che un disgraziato come me, che, come un’anima pia ha recentemente calcolato, si dedica a un lavoro di selezione in cui da una massa di millequattrocento- millecinquecento deve tirar fuori uno, due testi l’anno per proporre (proporre, eh, non: decidere) di farli diventare libri; quand’è che un disgraziato come me, così, all’improvviso, riesce a decidere che sì, effettivamente, lì, in quel romanzo lì, c’è la possibilità di cavare fuori un libro? Non ho nessuna intenzione di dare una risposta del tipo “I dieci criteri per selezionare dalla massa degli speditori anonimi il romanzo di successo”. Dico piuttosto: io reagisco, se va bene (dico: se va bene, perché nessuno è perfetto, e tantomeno io; e l’errore è sempre a disposizione, sempre disponibilissimo) quando mi pare di essere difronte a un’opera. O a qualcosa che può diventarlo. E qui casca l’asino.

Asino caduto, poi rialzatosi

6. Che cos’è un’opera? La Treccani, nell’edizione in rete, dedica alla parola una voce di considerevole lunghezza, nella quale la porzione che ci interessa è, mi pare, la 3b:

Frutto, risultato di un lavoro intellettuale, nel campo delle lettere, delle scienze e delle varie arti: opere dell’ingegno (v. ingegno, n. 1 b); o. letterarie (in prosa, in versi, di vario genere e contenuto); o. storica, critica, filosofica, scientifica; opere d’arte (dipinti, sculture, monumenti architettonici, ecc.); o. musicali; Quel ch’io vi debbo, posso di parole Pagare in parte e d’opera d’inchiostro (Ariosto, che così chiama, con scherz. modestia, il suo poema). In genere, il termine è usato assol. quando è seguito dal nome dell’autore o dell’artista: le o. di Dante, di Michelangelo; l’opera di Beethoven (qui in senso collettivo, la produzione musicale); è un’o. attribuita al Giorgione; l’ultima o. del Bernini; e quando è evidente a quale opera ci si riferisca: è un’o. perfetta, mediocre, di scarso valore. Nell’uso com., è assai frequente per indicare soprattutto scritti letterarî o scientifici, equivalendo in qualche caso a libro (da cui tuttavia raramente può essere sostituito): un’o. in due, in tre volumi; o. edite e inedite del Leopardi; o. complete, o. scelte di un autore; o. postuma, pubblicata dopo la morte dell’autore.

Il Tommaseo-Bellini, nella sua meravigliosa sovrabbondanza, sub voce ci propone un uso per così dire molto più materiale dell’opera:

5. Si dice anche a Qualunque cosa fatta dall’operante, come Scrittura, Fabbrica, Pittura, e sim. Bocc. Concl. 1. (C) Ch’io nel principio della presente opera promisi di dover fare. Petr. Son. 7. part. III. Ma però, che mi manca, a fornir l’opra, Alquanto delle fila benedette,… Vit. Pitt. 61. Ma avendo ormai raccolto quanto si legge dell’opere in grande più celebri di quello artefice, non debbo tralasciare, che egli… E 83. Anche in quell’opere sì ben condotte… soleva con titolo sospeso, e imperfetto scrivere: Apelle faceva. [Cont.] Biring. O. Mec. Picc. XLI. Spero conseguire l’intento con l’aiuto e con l’esempio che me ne porge la bell’opera mecanica del gran Guidubaldo degl’Illustriss. Marchesi del Monte, nella quale si vede una ingegnosa unione dell’Eccelentissimo Commandino, d’Euclide, d’Archimede, di Pappo, e d’Aristotile istesso. = Bart. Ricr. Sav. 1. 1. 5. (M.) Egli è (il pavimento) tutto a gran lastre di fin marmo bianco…; l’opera è di eccellente lavoro; e basta dire mano di Macarin Beccafumo. (Cito dall’edizione in cd-rom pubblicata da Zanichelli nel 2004).

7. E dunque un’opera cos’è? Evito di entrare nei terreni più minati e speculativi (chi volesse entrarci, può dare a es. un’occhiata a qualche pagina di Le livre à venir di Maurice Blanchot; del quale non ho capito bene se esiste davvero un’edizione italiana presso Abscondita; o si può leggere, per farsi un’idea del tenore, in Doppiozero, questo articolo di Giuseppe Zuccarino) e dico, molto terra terra: quando usiamo la parola “opera” abbiamo in mente una certa idea di finitezza (e ricordo che “perfetto” significa, letteralmente, “finito”). E qui ci conviene molto pensare alle opere incompiute. Per esempio, la Pietà Rondanini di Michelangelo:

MIchelangelo Buonarroti, Pietà Rondanini
MIchelangelo Buonarroti, Pietà Rondanini

A me pare evidente che questa Pietà, pur essendo incompiuta, ci appare come un’opera, ovvero come un qualcosa che ha la sua finitezza. Non ce l’ha, magari, la finitezza, materiale: ha una finitezza ideale. Mi rendo conto che sto dicendo cose più suggestive che sensate. Pensate, di nuovo, all’innamoramento: a quel momento nel quale la persona che avevate guardata, cercata, studiata, desiderata, o che vi aveva guardati, cercati, studiati, desiderati, ec., all’improvviso vi appare. Materialmente, c’è adesso tanto quanto c’era prima. Ma prima non vi appariva, adesso vi appare. C’è stato un gesto, una parola detta, uno sguardo; oppure qualcosa è successo a voi, un velo è caduto, un’intuizione si è fatta spazio tra i pensieri del giorno, un desiderio si è liberato: e tac!, quella persona non è più uno qualsiasi dei tanti oggetti di cui è pieno il mondo, e sembra avere una forza di presenza, una compiutezza, un’autonomia, un’indispensabilità tutte sue. Che cos’è dunque un’opera? E’ un manufatto (e anche un testo è un manufatto) che vi dà quella sensazione lì: vi viene incontro, vi appare, e sembra non potersene andare più dal mondo.

8. Ma l’innamoramento è preceduto dall’incontro, dall’interessamento, dal corteggiamento. Il coup de foudre – lui e lei si incontrano sull’ascensore, salgono sei piani, e ne escono uniti per sempre – è raro e spesso fasullo. Prima che vi sia l’apparizione, c’è un tempo più o meno lungo nel quale le due persone si guardano, si cercano, si studiano, si desiderano: ciascuna cerca nell’altra i segni dell’apparizione. E il disgraziato che sono io, che quotidianamente e pazientemente si applica a scorrere testi e testi e testi, che cosa fa? Non cerca – può capitare, ma è proprio rarissimissimo – l’opera già fatta e finita; cerca dei testi che possiedano i segni di poter diventare un’opera. Da lì, dall’intravvedere quei segni, comincia tra me e la quasi-opera un guardarsi, un cercarsi, uno studiarsi, un desiderarsi. E poi – chissà. Naturalmente vi prego non domandarmi quali siano i segni. Per me è evidente che a farmi innamorare di una donna – sono un maschio eterosessuale – sono l’intelligenza, l’armonia della camminata e l’intensità dello sguardo: per altri sarà in altro modo.

9. Dunque, mi domanderete, tutto dipende dalla soggettività di quel disgraziato che sei tu? Rispondo: sì, è inevitabile, e fortunatamente non ci sono solo io a fare il mestiere che faccio. Perché un romanzo abbia una chance di diventare un libro è necessario che qualcuno, all’interno della Repubblica delle Lettere, lo incontri, intuisca qualcosa, lo guardi, lo cerchi, lo studi, lo desideri, se ne innamori, e con la forza di questo innamoramento lo investa. L’apparire del romanzo come opera non è un evento prodotto dal romanzo come oggetto isolato: avviene in una relazione. E il lento lavoro lungo il quale il romanzo diventa libro è simile al lento lavoro lungo il quale l’innamoramento diventa prima amore, e poi amore pubblicamente riconosciuto. Per accettare questo, bisogna prima aver capito che ciò che chiamiamo letteratura non è che la prosecuzione della vita con altri mezzi; e che la vita non è che lo stare in relazione con altri. Se la smettete di guardare me, disgraziato che sono, e guardate la persona che ha scritto il romanzo che ho davanti, capirete che la domanda è: c’è potenzialità d’amore, in questo romanzo? Questo romanzo è stato scritto per continuare, per potenziare la vita? Questo romanzo è stato scritto per parlare a un bambino del fiore, della stella, della notte?

Che cosa possono insegnare, gli adulti ai bambini, se non la stella, il fiore, la notte? La stella è l’infinità del mondo, dell’universo, che ci interroga e ci spaventa, ci affascina e ci fa immaginare. Il fiore è la vita, la riproduzione (il fiore è pur sempre un organo genitale), la ciclicità interminabile delle molecole: un’altra infinità, che ugualmente ci interroga e ci spaventa, ci affascina e ci fa immaginare. La notte è morte, altra infinità, la più misteriosa di tutte, che pure ci interroga e ci spaventa, ci affascina e ci fa immaginare. C’è altro da insegnare? No. C’è una quantità di cose pratiche, ma la loro importanza è risibile al confronto della stella, del fiore, della notte.

10. Cercando di mettere insieme tutto: esiste una comunità, che possiamo chiamare Repubblica delle Lettere. Questa comunità assicura la propria continuità non attraverso la riproduzione, ma attraverso la cooptazione. La Repubblica delle Lettere è una specie di Cittadella alle cui porte si affollano i postulanti. A pochi è concesso di entrare nella Prima Cerchia delle Mura. Di questi, pochissimi entreranno nella Seconda Cerchia; e così via, fino al Cuore della Repubblica delle Lettere, del quale non so nulla perché io stesso non vi sono stato ammesso, ne ho solo sentito parlare, e non sono nemmeno sicuro che esista. L’effetto della cooptazione è la trasformazione di una cosa-senza-relazioni, cioè un romanzo, in un libro, ossia in un modo e un mezzo di relazione. La cooptazione inizia come una scommessa agita per intuizione, e non sempre ha successo. Può accadere che nessuno, nella Repubblica delle Lettere, si accorga della necessità di cooptare un certo romanzo. Può accadere che qualcuno se ne accorga ma non abbia abbastanza forza, abbastanza determinazione, abbastanza peso nella Repubblica, da assicurare il completamento del percorso. Nella Prima Cerchia delle Mura si consumano innumerevoli amori infelici. Nel Cuore della Repubblica delle Lettere, dove si dice che vivano felici e in eterno Dante Alighieri, Maria di Francia, William Shakespeare, Emily Dickinson, Fëdor Dostoevskij, Gertrude Stein e poche e pochi altri, nulla si sa di questi amori infelici.

Nota. Tutto questo valeva fino a poco fa: oggi la Repubblica delle Lettere non esiste più, siamo alla Guerra per Bande, e ciò che chiamiamo Letteratura rischia seriamente di diventare in breve tempo – un secolo, forse meno – un cumulo di macerie.

31 comments on “La differenza che c’è tra un romanzo e un libro, in dieci punti”

  1. Il lato più straordinario di Giulio Mozzi (sì, perché ha dei lati anche lui, come un’opera, come un manufatto, come un prodotto dell’ingegno che s’innamora e viene amato e si concreta) è quella fantastica capacità di fondere argomentazioni lucide, spietate, apparentemente neutre, con gli improvvisi germogli della poesia che spunta insospettata e inaspettata.

  2. Sorgono spontanei nella mia testa innumerevoli aggettivi di fronte a questa lettura, tutti positivi, come interessante, vera, perfetta, profonda, esilarante, onesta, chiara,libera, anticonformista, unica ecc.. Spero che Mozzi continui a illuminare le nostre menti di noi esordienti “scrittori” bisognosi di tenere bene i piedi piantati a terra, mi auguro però che insieme al pessimismo che pervade la sua riflessione rimanga a confortarci il sorriso quello di cui è capace nel suo ruolo di capace “scopritore” di veri talenti.

  3. Articolo essenziale. Scoperto adesso. Grazie Signor Mozzi, si vede che lei e’ uno che sa fare il suo lavoro, vi si dedica con passione e amore. Grazie da un aspirante postulante della collassante Repubblica delle Lettere.

  4. Importante è guardarsi allo specchio ogni tanto e scendere dai pulpiti. Allora la letteratura potrebbe resistere. Anche ai narcisismi.

  5. Vorrei anche aggiungere che se si e fatto passare Joyce possono passare tutti gli strampalati. Ma io sono per un ritorno alla selezione della qualità, nella certezza che i selezionatori sappiano e siano in grado di intercettarla.

  6. Gioacchino Rubini: io sono convinta che tutti gli strampalati come Joyce verrebbero subito pubblicati, a condizione che il loro modo di essere strampalati sia giudicato consapevole, giustificato e profondamente innovativo nel contesto dell’epoca in cui vogliono venire pubblicati (come è stato il caso di Joyce). Spero di non sbagliarmi.

  7. Mimma R credo che il maestro Mozzi abbia ben risposto al quesito nella riformulata intestazione dell’articolo. Che qui parafraso: la merda rimane merda anche se accettata e in tutti i tempi. E la iolenza del termine merda non è mia.

  8. Rubini: a quale quesito si riferisce? Fatico a capire da dove lei attinga la sua parafrasi. La figura in alto mi pareva solo ribadire la differenza che esiste tra libro e romanzo, ma se Giulio Mozzi voleva dire qualcos’altro, non l’ho colto al punto da condividere la sua parafrasi. La mia ignoranza mi rende probabilmente riduttiva, bisognerebbe sentire cosa ne pensa lui.

  9. Lo farò con piacere, Signor Rubini, sono qui per quello: ha dei documenti da consigliarmi senza farle perdere troppo tempo?

  10. Signora le ho già detto che Mozzi riformulando il titolo dei dieci punti ha risposto ai messaggi. Se lo rilegga sulla bacheca di Mozzi e sarà più che soddisfatta.

  11. Mi pare di aver visto sempre quel titolo lì, ma lei mi fa cominciare a dubitare di tutto: che titolo c’era prima?!

  12. Per i dubbi poi non si preoccupi soprattutto quando e se fioriscono in certezze.

  13. Rubini, purtroppo non riesco ad accedere alla pagina Facebook che lei mi invia (forse perché non sono iscritta al social).
    Ammetto di non riuscire a capire in che modo il titolo attuale la porti alla parafrasi da lei menzionata (il titolo precedente allora che diceva? “La spremitura delle olive nell’Italia di ieri e di oggi?”). I miei dubbi comunque non si spingevano fino a Joyce: non ho nessuna competenza per valutarlo, ma mi piace, senza ombra di dubbio.

  14. Cara signora io sul lavoro di Joyce ho espresso una mia opinione e tale vorrei che rimanesse, la sua è altrettanto rispettabile quanto la mia. La mia però non riguardava il piacere ma la qualità generale. Che io in Joyce non vedo. Il tanto decantato flusso di coscienza è condotto al ribasso non al rialzo. E il compito di uno scrittore almeno nel suo diretto narrare è al rialzo non al ribasso. Altrimenti come nel Modernismo si è tutti scrittori.

  15. Io cara signora intendevo il titolo riformulato del post non dell’argomento. Tuttavia per pura pedanteria se non riesce ad identificarlo dopo glielo riporto pari pari.

  16. La piacevolezza di un’opera è una questione soggettiva e ognuno, essendo nella miglior posizione per giudicare i propri sentimenti, può esprimersi in proposito. Valutare la qualità di un’opera richiede invece delle competenze, e quindi non tutti possono sparare giudizi. Non posso dare per scontato che lei queste competenze le abbia acquisite, e quindi non mi sento nemmeno in dovere di crederle sulla parola per quel che dice su Joyce. Qualche battuta fa ha invitato tutti a scendere dal pulpito, ma dà un po’ l’impressione di averlo fatto per salirci lei.
    Credo che a questo punto stiamo andando fuori tema, e dato che il blog non è mio, preferisco non abusare di questo spazio.

  17. Quando non si posseggono argomenti si colpisce con i giudizi oltrettutto senza conoscere la persona. Bene la lascio alla sua sapiente dottrina.

  18. Gentile Giulio Mozzi, questo è il decalogo più dolce, appassionato e ‘letterario’ che io abbia mai letto. Se non ho capito male è stato scritto tempo fa e riciclato adesso. È un buon segno. Ciao, Giulio.

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  19. Mimma: Gioacchino Rubini ha evitato di fare l’unica cosa che aveva senso facesse, e cioè citare il breve testo che ho pubblicato, il giorno successivo alla pubblicazione di questo articolo, in Facebook. Eccolo qui:

    Per rispondere ad alcuni commenti pubblici e ad altri privati attorno all’articoletto che ho pubblicato ieri (“La differenza che c’è tra un romanzo e un libro, in dieci punti”: https://goo.gl/b1ZL9W), ricordo che nella produzione editoriale di ogni tempo la merda ha sempre avuto una decisa prevalenza sull’oro e le perle. Qualunque laudatio temporis acti è futile.

    Ovviamente non si tratta di una “riformulazione del titolo”, come Rubini pretende.

    Elenaide: no, ho scritto questo articolo nelle tre mattine presto precedenti la pubblicazione.

  20. Grazie Giulio Mozzi, ora ho capito. Non conoscendo comunque i commenti che lei ha ricevuto in privato, la sua frase su Facebook non permette di desumere inequivocabilmente che lei si riferisca all’autore citato nei commenti pubblici, anche se fosse così. Lungi da me, in ogni caso, risollevare la polemica.

  21. Grazie, Giulio. Sei chiarissimo e interessante come sempre. Uno scrittore valido, un maestro generoso e competente, e un uomo come ce ne sono pochi per serietà e altruismo. Grazie

  22. Chiedo venia Mr. Rubini ma negare la valenza di chi insegna qualcosa, in particolare quando si tratta di un’arte, mi pare una forzatura immotivata e piena di rancore. L’articolo in questione centra in pieno il suo scopo pedagogico, offrendo agli aspiranti scrittori e ai sedicenti tali uno strumento in più per comprendere la realtà verso la quale proiettano le proprie speranze ed aspirazioni. Le metafore della cittadella e della guerra per bande rendono bene l’idea. È un “astenersi perditempo” elegante, pieno di spunti per non diventarlo, dei perditempo letterari. Tornando a noi, avrei capito un attacco alla didattica del Mozzi, magari sostenuto da valide argomentazioni. Invece, vittima del suo stesso commento, Lei è caduto nel giudizio, sia nel merito dell’insegnamento che in quello su Joyce e sui modernisti. Penso né l’uno né gli altri si rivolteranno nella tomba per un insultino ma suvvia, Mr. Rubini, se ha dei pareri estetici talmente innovativi da rivoluzionare un secolo di critica letteraria, li affidi a un saggio, non li vomiti decontestualizzati in un commento a un post. Fatti non fummo a viver come bruti…

  23. Mr. Ruben venia non concessa: implicitamente i maestri con un’opera insegnano a maestri. Gli asini eccellenti, più propriamente maestri di fallimenti, ripegano a insegnare ad altri più profondi falliti. Che poi è il “successo” della critica. Auguri

  24. Dimenticavo Mr. Ruben il saggio ce l’ho ma non posso mandarglielo perché è inedito… chissà che un giorno non ci si imbatta, stia sereno però perché potrebbe rimanere sotto la botta.

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