La filosofia della guerra atomica e la narrazione delle crisi coniugali

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di Giulio Mozzi

[Questo appunto uscì nel numero 61 di vibrisse, il “bollettino di letture e scritture”, quando vibrisse era ancora un bollettino spedito via posta elettronica. Nel 2001. gm]

Nei laboratori di scrittura si finisce col parlare spesso della «psicologia dei personaggi». Io, personalmente, non ho nessuna simpatia per questa espressione. Ho la sensazione che cercare di immaginare i personaggi da un punto di vista psicologico sia rischioso – a meno che non si possieda una competenza specifica. I personaggi, per me, sono soggetti che agiscono: che fanno delle cose, vanno di qua, vanno di là, dicono la tal cosa a Tizio e la talaltra a Caio, decidono di impiccarsi, hanno visioni, comprano lo stracchino e così via.
Certo: se tutto questo avviene, si dice comunemente, avviene perché ci sono delle ragioni. Perché il personaggio ha una sua psiche, da qualche parte (nella mente di chi l’ha inventato, almeno), e questa psiche determina le sue azioni. Non so. Io sono perplesso. Nella mia esperienza – e io non sono certo uno scrittore di storie d’azione – l’immaginazione di ciò che avviene, di ciò che è visibile, di ciò che in somma può essere catalogato come azione, non dico che preceda, ma addirittura sostituisce la, o prevale sulla, immaginazione di ciò che avviene nella cosiddetta psiche del personaggio.

Non so voi, ma a me pare più pratico così.

Anche quando venga messa in scena direttamente la voce del personaggio (ad esempio quando la narrazione è parlata in prima persona, o quando la narrazione è costituita da un “documento”: una lettera, un memoriale scritti dal personaggio, ecc.) a me sembra sempre di star lì a raccontare azioni. Azioni magari solo immaginate, progettate, minacciate, fantasticate dal personaggio: ma pur sempre azioni. Se il personaggio parla, ad esempio scrivendo alla moglie, le sue parole sicuramente dicono dei pensieri (dei sentimenti ecc.); tuttavia, nei confronti della moglie, quelle parole sono azioni: sono parole dette per produrre un certo effetto, così come per produrre l’effetto di piantare un chiodo ci picchio sopra con il martello.

Così succede che trovo più interessante per me, tanto per dire, un trattato secentesco sulle passioni dell’anima, molto meccanicistico, che un saggio sulle emozioni scritto da uno psicologo cognitivista. Perché il trattato sulle passioni mi fornisce modelli comportamentali “fisici” (l’accidioso agisce così… il generoso agisce così…), mentre il saggio psicologico d’orientamento cognitivista mi fornisce delle conoscenze, appunto, sul funzionamento della mente. Non sul funzionamento “fisico” del personaggio.

Qui non si tratta, sia chiaro, di mettere in dubbio la qualità degli studi di psicologia cognitivista. Ne ho il massimo rispetto; e, ad esempio nella pratica didattica, sono utilissimi.

Così, mi sono molto divertito in questi giorni a leggere un libro che non è né un trattato sulle passioni né un saggio di psicologia; bensì un vecchio libro di strategia. S’intitola Filosofia della guerra atomica. Esempi e schemi (ma in americano è: On Escalation. Metaphores and Scenarios), l’autore è Herman Kahn (nella foto qui sopra), «matematico, fisico, insegnante di strategia, direttore dell’Hudson Institute, un’organizzazione di ricerche politiche. […] I suoi precedenti libri […] hanno sollevato ondate di proteste e di approvazioni, meritandogli appellativi che vanno da “mercante di terrore” a “Clausewitz dell’èra atomica”» (cito dalla bandella: per me Herman Kahn è un perfetto sconosciuto); Edizioni del Borghese, 1966, pp. 374; l’edizione originale è dell’anno prima.

Il libro è per l’appunto un saggio di strategia; approfondisce il concetto e la pratica dell’«escalation»: una parola molto usata anche da noi nei decenni scorsi, oggi abbastanza in disuso. «Nella tipica situazione di escalation», spiega Kahn, «vi è quasi una “gara nel correre rischi” o, almeno, risolutezza, e un confronto di mezzi parziali, in una qualche forma di conflitto limitato, tra due parti» (p. 21). Gli studiosi di politica o di strategia troveranno in questo libro cose interessanti e istruttive (nonché un punto di vista molto pratico e realista, che potrebbe scandalizzare le anime belle – scandalizza anche me –: ma questo è comune a tutti i trattati sull’arte del conflitto e della guerra).

Ma di un libro così, noi che vogliamo raccontare storie – storie di persone, generalmente, non storie di stati in guerra o sull’orlo della guerra – che cosa ce ne facciamo? Be’, possiamo farcene parecchio. Proviamo a leggere:

La massima parte degli americani [leggi: statunitensi] non concepisce agevolmente i negoziati «freddi» condotti in una atmosfera che sia, in qualche modo, di minaccia fisica o di coercizione. Per la massima parte, essi non assegnano consciamente alla forza alcun ruolo razionale o ragionevole nei negoziati «ordinari». Nel recente passato […] noi [statunitensi] abbiamo avuto la tendenza a vedere, in chiunque abbia usato per primo la forza, soltanto un criminale o un pazzo. Perciò noi siamo portati a credere che chiunque usi la forza sia non soltanto nostro nemico, ma anche nemico dell’umanità, un fuorilegge che merita di essere sterminato, imprigionato o sottoposto a un trattamento medico (pp. 33 sg.).

Mi vengono in mente due cose:

– nei thriller statunitensi c’è quasi sempre un “cattivo”, un assassino, un delinquente, che viene presentato come un “alieno assoluto”: è uno psicopatico, per esempio, o una creatura dall’altro mondo (vedi X-files e simili) ecc.; è raro che il “cattivo” sia rappresentato come dotato di motivazioni razionali, in qualche misura condivisibili, tali insomma da aprire qualche spiraglio di “negoziato” (negoziato da condurre, eventualmente, anche con minacce e con il confronto della disponibilità delle due parti a provocare un’escalation);

– i tanto celebrati racconti di Raymond Carver presentano spesso situazioni di persone che non riescono a “negoziare” tra loro; il famoso «senso di minaccia» che incombe sui personaggi di Carver è appunto provocato dalla nostra sensazione (di noi, lettori) che la “negoziazione” tra i personaggi non funzioni, e che prima o poi potrebbe accadere un’escalation incontrollata e irrazionale.

Può darsi che io stia scoprendo l’acqua calda; ma quando trovo (alle pp. 64 sg.) che il signor Kahn ha costruito uno «schema generalizzato (o astratto)» di escalation che prevede 20 gradi di uso (o minaccia d’uso) della violenza prima dell’infrazione del tabù nucleare, e altri 24 dopo l’infrazione (fino ad arrivare, ahimè, alla «guerra spasmodica o insensata»), mi viene subito da domandarmi:

– se io mi immaginassi una coppia (lui e lei) in crisi, e volessi raccontare la storia di questa crisi, dal momento in cui essa appare e non può più essere ignorata, fino al momento in cui i tentativi di risoluzione amichevole (cioè che salvino l’affetto) falliscono, e poi attraverso tutti i gradi di conflitto possibili (conflitto verbale, conflitto di fatto, conflitto dichiarato, conflitto minacciato…), fino all’esplosione «spasmodica e insensata» della coppia;

– bene, se io mi immaginassi questa coppia, mi domando: sarei capace di immaginarmi 44 gradi di violenza possibile, esercitabile da uno dei due contro l’altro? Saprei immaginarmi con tanto dettaglio l’escalation che va dal non riuscire più a guardare il partner neglio occhi all’ammazzarlo di botte?

Un personaggio agisce verso un altro personaggio una strategia. E la strategia ha le sue regole, che si trovano appunto nei libri di strategia. Un libro come quello di Kahn mi torna buono, un po’ perché mi suggestiona (e mi spinge a tentar di suddividere in 44 gradi l’andamento di una crisi coniugale: mica facile…), e un po’ perché mi impartisce una lezione di sano realismo. In fondo, che cosa sono quei libri tipo Come tenersi un uomo o Come sedurre una donna ecc., se non dei manuali (divulgativi) di strategia? Perché anche una seduzione è una negoziazione, no? Di che cosa consiste un libro come Le relazioni pericolose (Les liaisons dangereuses) di Choderlos de Laclos, o come Adolphe di Benjamin Constant, se non di un’interminabile negoziazione? In cui ciascun partner scatena delle reazioni nell’altro, e poi ha il problema di doversene assumere la responsabilità (ed, eventualmente, di non volersela assumere)…

Per finire, diamo un’occhiata non a tutti i 44 gradi dell’escalation secondo Kahn, ma alle sette fasi principali (i “pianerottoli”, diciamo così, della scala dell’escalation); e vediamo come si possano facilmente applicare a una crisi coniugale. Naturalmente, si tratta solo di un esempio e di una suggestione.

1. «Non si tenda troppo la corda». Una crisi c’è. Ma non c’è ancora un vero e proprio conflitto. Si suppone che la crisi possa essere risolta con la cooperazione formalmente amichevole dei due partner. Ciascuno dei due è pronto ad arrabbiarsi, ma eviterà di farlo: purché l’altro non tenda troppo la corda…

2. «Guerra nucleare non pensabile». C’è un tabù: la separazione, il divorzio. E benché il conflitto sia ormai riconosciuto come tale, di comune – e sostanzialmente tacito – accordo cerchiamo di limitare il conflitto ad azioni («irrigidimento di posizioni», «punzecchiature», «piccole ritorsioni»: termini di Kahn) che non spingano l’altro o altra a pensare che il divorzio potrebbe essere la soluzione migliore…

3. «Non uso nucleare». Bene. Anzi, male: ci siamo detti che potremmo anche divorziare. Tu l’hai detto, e allora lo dico anch’io. Tuttavia ci diciamo che potremmo divorziare: è una possibilità, una minaccia; ma non è ancora realtà. Siamo esplicitamente in guerra, abbiamo «rotto le relazioni diplomatiche», siamo in stato di «superallarme» emotivo, eventualmente possiamo attuare uno «sfollamento limitato» (vado a dormire in albergo, da mia madre, dalla mia migliore amica…), possiamo anche fare una «esibizione spettacolare di forza» (ho l’amante e me ne vanto): ma, anche se la bomba atomica del divorzio è cosa di cui si parla apertamente, difatto sembra che ne parli perlopiù per scongiurarla.

4. «Colpire i “santuari”». Ormai sembro – anche se in realtà non sono – disposto a tutto. Ti colpisco in ciò che hai di più sacro. Ti porto via i bambini. Vado a stare altrove e non ti dico dove. Mi do alla macchia e ti lascio il mutuo da pagare. Ti faccio scrivere dall’avvocato. La guerra nucleare, sia pure limitata e, in un certo senso, più provocatoria che decisiva, è aperta.

5. «Guerra centrale». La guerra è guerra. Ci facciamo delle vere e proprie rappresaglie. Un giorno torni a casa e la chiave non apre più la porta: l’ho fatta cambiare. Vado in giro a dire a tutti che sei una puttana. Ti scredito ovunque posso screditarti. L’attacco ormai è rivolto contro di te: l’unica soluzione è che tu ti arrenda.

6. «Attacchi alle città». Ormai è guerra totale. Non mi basta distruggerti quel tanto che basta perché tu non mi dia più noia: voglio distruggerti completamente. Bombardo la popolazione civile. Mi comporto come se ormai nessuna negoziazione fosse possibile. Ti denuncio, ti accuso di avermi usato violenza, ti accuso di avere abusato dei figli. Tento di farti incarcerare, ti faccio finire su tutti i giornali come pedofilo.

7. «Guerra spasmodica o insensata». Ti ammazzo.

3 comments on “La filosofia della guerra atomica e la narrazione delle crisi coniugali”

  1. A me personalmente la psicologia dei personaggi interessa poco. Vorrei chiederLe che cosa pensa di un matrimonio nel quale lui non mangia lo stracchino e lei lo adora. Lui non ne sopporta l’odore e lei lo adora. Persino lui decontamina le posate usate per affettare lo stracchino. In questo matrimonio si è arrivati a un compromesso: lui le compra lo stracchino, lei se ne abboffa quando lui non c’è e lo mette in frigorifero sigillato in un contenitore di plastica ermetico. A me fondamentalmente interessano queste cose qua. Cioè, per essere sintetici, se la moglie volesse far la guerra al marito, gli metterebbe una bella fettona di stracchino nel piatto, dal mio punto di vista. Ho apprezzato molto l’articolo. Grazie e spero di non averle fatto perdere tempo.

  2. Ussignur, deduco che John Fontaine non abbia avuto la parte nel film, ma anche che non vale la pena rischiare un matrimonio per una fetta di stracchino. E se Il Padrino fosse una sorta di Divina Commedia? Un capolavoro. In ogni caso ho letto che il cavallo non è stato ucciso appositamente per quella scena e questo mi consola. Infine ho deciso che Apollonia è un nome bellissimo. Comunque i dialoghi del Padrino sono bellissimi. Descrivono la psicologia dei personaggi molto di più di un trattato. Ecco, ne approfitto per chiedere cosa pensa dell’uso dei dialoghi nei testi per descrivere la psicologia dei personaggi e come far passare nello scritto il non parlato, nel senso di tutta quella parte che non si vede (il linguaggio del corpo, che i più fini chiamano prossèmica, ma io non sono fine)

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