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Le dieci cose che nei romanzi proposti agli editori ci sono sempre, ma proprio sempre, e a dirla tutta non si possono più vedere

6 commenti

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. Il grande classico: il protagonista è un giovanotto (quasi mai una giovanotta) che vuole fare lo scrittore. Le varianti sono due: il giovanotto vuole scrivere un romanzo, ma non ci riesce (appena si siede a scrivere si rompe il termosifone, bussa alla porta l’Agenzia delle entrate, scoppia una lite a coltellate giù in strada, la vicina avvenente si presenta in vestaglietta con una tazza in mano a chiedere dello zucchero); oppure il giovanotto ha scritto già un romanzo, che è ovviamente un capolavoro, e non riesce a piazzarlo. Nel secondo caso, le varianti sono due: il romanzo non contiene nemmeno una riga del romanzo-capolavoro scritto dal protagonista, o addirittura a stento si riesce a capire di che diavolo parli e che razza di storia racconti, oppure il romanzo contiene cospicui frammenti del romanzo-capolavoro scritto dal protagonista. In questo secondo caso, tali frammenti sono generalmente orribili. Vi è poi il caso tutto particolare del romanzo nel quale il protagonista è un giovanotto che cerca di scrivere un romanzo il cui protagonista è un giovanotto che cerca di scrivere un romanzo il cui protagonista è un giovanotto che cerca di scrivere un romanzo il cui protagonista è un allevatore di visoni. Quest’ultimo, va detto, qualche chance ce l’ha. Quanto agli altri, zero.

Bottega di narrazione, Scrittura creativa, Creative writing, Corsi di scrittura creativa2. Un altro grande classico: ci sono quattro giovanotti o tre giovanotte (le ragioni sono misteriose, ma la statistica è sicura: se sono giovanotti, sono quattro; se sono giovanotte, sono tre) che fanno amicizia in età scolare, o giù di lì, e rimangono amici/amiche per sempre, benché i loro destini seguano vie diversissime. Normalmente uno dei giovanotti si perde sulla via delle sostanze psicotrope, una delle giovanotte si sposa con l’uomo più stronzo del mondo e subisce poi un divorzio brutalissimo, un altro dei giovanotti intraprende la carriera accademica o nel mondo della finanza e perciò lentamente perde ogni traccia di umanità diventando arido e cinico, un’altra delle giovanotte va a vivere in campagna, il più delle volte con un compagno sudamericano o innamorato del Sudamerica o almeno comunista, un altro giovanotto vive una vita costantemente al di sotto delle sue ambizioni e perciò inacidisce e diventa rancoroso, un’altra delle giovanotte fa un bel figlio più o meno da sola, e pur con qualche difficoltà riesce a costruirsi una vita semplice, attiva, piena, felice, un altro dei giovanotti mette incinta per sbaglio la sua ragazza e si prende uno spaventone, ma poi con lei riesce a costruirsi una vita semplice, attiva, piena, felice. Tutte le diversità esplodono nel corso di una rimpatriata.

3. Terzo grande classico: c’è una storia qualsiasi, ma veramente qualsiasi, con un certo numero di personaggi, a piacere, ma almeno cinque, e questa storia viene raccontata a turno dai cinque personaggi. Ciascun personaggio parla una lingua propria, uno è molto secco e sintetico, uno è divagante e dispersivo, uno sbaglia i congiuntivi alla milanese, uno ha l’accento napoletano o siciliano (anche se per esigenze lavorative sta al Nord), uno fa gli errori perché è immigrato. Quest’ultimo di solito è l’unico personaggio positivo.

4. Quarto grande classico. Il personaggio o la personaggia X fa un viaggio (per reincontrare il coniuge dopo anni di separazione, per andare a vedere una casa in campagna o meglio ancora in montagna, per raggiungere la madre gravemente malata, per discutere con i fratelli l’eredità della madre appena morta, per rivedere il paese d’origine, eccetera) e durante il viaggio interviene una serie di analessi (flashback) in luoghi e momenti topici: durante il pasto in una trattoriuccia fuorivia, durante una sosta per la contemplazione di un lago, in occasione di una deviazione compiuta per rivedere un luogo di vacanze dell’infanzia, scambiando due parole casuali con una persona dell’altro sesso in autogrill, sulla spinta di un compagno di viaggio chiacchierone in treno, a causa di un improvviso terribile acquazzone notturno che costringe alla sosta sotto a un cavalcavia. Giunto sul posto la/il protagonista scopre che tutto è come una volta ma tutto è diverso, in particolare che l’uomo di cui lei (se è una lei) era innamorata quand’era una ragazzina (e lui un giovanotto) vive ancora solo, imprigionato nel sogno d’amore di quella ragazzina d’altri tempi, oppure che la donna di cui lui (se è lui) era innamorato quand’era un giovanotto (e lei una ragazzina) ha fatto un matrimonio infelicissimo, che al paragone Anna Karenina è uno sballo, al quale però nonostante i tremiti del cuore decide alla fine di restare fedele, perché ci sono i bambini. Il tutto si conclude con un mesto ritorno a casa.

Retorica, Stile, Figure retoriche, Scrittura creativa, Corsi di scrittura creativa, Creative writing, Bottega di narrazione5. Quinto grande classico: lei ama lui, ma lui non ama lei; quando finalmente lui s’innamora di lei, lei si scopre lesbica. Allora lui si rassegna a fare l’operazione, ma lei nel frattempo incontra uno psicoterapeuta cattolico che la converte. Dopo molti anni si reincontrano: lei è diventata alcolista e ha mollato lo psicoterapeuta cattolico, del quale era l’amante segreta, nel frattempo diventato vegano; lui ha fatto i soldi con un negozio di integratori fasulli per body-builder. Lei gli chiede di farle fare sesso con tutti i suoi clienti, nello stanzino sul retro del negozio, ma si scopre che quasi tutti i body-builder sono diventati impotenti (a causa degli integratori fasulli). Si suicidano gettandosi da una rupe, mano nella mano; lui muore sul colpo, lei – rimasta appesa a ramo d’un albero scheletrico – dopo tre giorni di indicibili sofferenze. Il romanzo è tutto una lunga analessi (flashback) di lei appesa al ramo d’albero scheletrico.

6. Sesto grande classico. La protagonista nasce in un paese di montagna, cresce semplice e bella come una stella alpina, incontra ancora ragazzetta un giovanotto ombroso, dedito a studi filosofici, salito al paese per una vacanza di letture kierkegaardiane. S’innamorano blandamente. Lei è affascinata dall’intelligenza del giovanotto, il giovanotto è affascinato dal culo della ragazzetta. Dopo sei anni e sei vacanze, quando il giovanotto è ormai giunto a Wittgenstein e la ragazzetta è diventata donna, decidono di mettersi insieme. Si sposano. Vanno ad abitare in città. La vita in città è triste per la donna, molto triste, e anche la bellezza del suo culo ne risente. Il giovanotto la tradisce. Lei se ne accorge e per ripicca lo tradisce a sua volta col lattaio, ma solo platonicamente (in realtà non si vedono mai: il lattaio passa la mattina all’alba, lei gli lascia dei bigliettini suadenti accanto ai vuoti del latte, lui le infila polaroid del proprio gigantesco membro nell’involto della mozzarella). Il marito scopre la tresca e di punto in bianco se ne va. La moglie fa la posta al lattaio, lo fa entrare in casa e scopre che, a parte le dimensioni del membro, è praticamente un sosia del filosofo. Happy end.

7. Settimo grande classico. Il romanzo è un non-romanzo. Il protagonista è un non-protagonista. Gli eventi che si susseguono sono non-eventi che si non-susseguono. La lingua è una non-lingua. Per quattrocento pagine non accade nulla o, più precisamente, accade un non-nulla.

8. Ottavo grande classico. Siamo in un mondo distopico nel quale Gallipoli è la capitale della Lombardia. Per il resto è tutto uguale. Gli abitanti vivono più o meno felici, benché turbati da un’oscura minaccia che si profila all’orizzonte. I venditori di binocoli fanno fortuna. Una misteriosa malattia si diffonde tra la classe dirigente, riducendo allo stato vegetativo i governanti, gli amministratori, i banchieri, i tecnocrati, i rettori delle università, gli startupper, i vescovi, gli industriali, gli gnomi della finanza. Abbandonato a sé stesso, il Paese sprofonda lentamente nel caos. Ma c’è una creatura semplice, un bambino, che ha capito tutto. Attraverso mille peripezie riesce a consegnare al Papa – che vive isolatissimo, in una gabbia di vetro con aria sterile, onde preservarlo dal contagio – un biglietto con la formula chimica del farmaco. I laboratori di tisane e marmellate di tutti i monasteri del mondo vengono convertiti per la produzione del farmaco, che si estrae dalla mozzarella di bufala. La mafia fiuta l’affare e immette sul mercato una quantità di mozzarelle adulterate. Interviene lo Spirito Santo e dà al Papa il potere di distinguere, imponendo le mani, le mozzarelle buone da quelle adulterate. Il Papa esce dalla sua gabbia di vetro, distingue le mozzarelle buone da quelle adulterate, salva la produzione del farmaco, rinsecchisce e cade in stato vegetativo. La prima fiala di farmaco è per lui, ma è troppo tardi. Il mondo si salva, il bambino viene eletto nuovo Papa e trasferisce la capitale della Lombardia a San Pietro in Granaro.

9. Nono grande classico. Un giovinotto e una giovinotta si amano. Stanno per sposarsi. Un potente del luogo mette gli occhi sulla giovinotta, e – per scommessa con un cugino – vuole stuprarla vergine. I due giovinotti tentano di sposarsi ma non ci riescono: il parroco è stato minacciato, in Comune accampano scuse sospette. Il potente manda un gruppo di scherani a rapire la giovinotta. Il giovinotto e la giovinotta fuggono in barca. Durante il viaggio il giovinotto tenta di convincere la giovinotta a concederglisi: così non sarà più vergine, e il potente dovrà tornarsene a casa con le pive nel sacco. La giovinotta accusa il giovinotto di basse sensualità, e si rifugia in un convento. Il giovinotto, per fare pratica, comincia a frequentare prostitute. Il potente fa rapire la giovinotta da un amico. Il giovinotto mette insieme una piccola gang e, con un assalto notturno al castello dell’amico del potente, liberano la giovinotta. A quel punto la giovinotta capisce che cosa è meglio fare, e si concede al giovinotto. Lui le passa la sifilide appena contratta.

10. Decimo grande classico. Un grande scrittore di mezz’età, anche oltre la mezza età, ha la testa piena di storie. Basta dirgli una parola e lui, tac, comincia a raccontare. Tuttavia, da molti anni non scrive più. Pubblica qualcosa ogni tanto, ma sono cose vecchie, ripescate dagli archivi. Un dottorando che sta facendo la tesi su di lui scopre, in un vecchio hard disk, un romanzo completo. E’ bellissimo. Risale, secondo i dati contenuti nell’hard disk, almeno a ventidue anni prima. Il dottorando interroga, velatamente e allusivamente, lo scrittore, e scopre che non ne ricorda nulla, nemmeno che quel romanzo esista. Il dottorando tenta il colpaccio della sua vita. Lo propone come proprio a un grande editore, che accetta di pubblicarlo. E’ l’esordio dell’anno. Centinaia di migliaia di copie. Premio Strega, Premio Campiello, traduzioni in vettotto lingue. Lo scrittore si complimenta con il dottorando, che avendo ormai una vita tutta nuova lascia perdere la tesi. Scriverà negli anni successivi altri romanzi, banali, sempre di discreto successo – ormai è un nome – ma stroncati dalla critica. Lo scrittore muore. Un giovane dottorando – un altro -, nel mettere ordine tra i suoi archivi, trova un romanzo nel quale si racconta di un giovane dottorando che trova un romanzo dimenticato da venidue anni nell’hard disk di un grande scrittore e lo pubblica a proprio nome. Insospettito, si reca dall’altro dottorando – il primo, diventato ormai un signore di mezz’età – e lo mette davanti all’evidenza dei fatti. Tu non esisti, gli dice: sei solo il personaggio di una storia.

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(L’immagine in cima all’articolo è priva di qualunque relazione col contenuto dell’articolo stesso).

6 comments on “Le dieci cose che nei romanzi proposti agli editori ci sono sempre, ma proprio sempre, e a dirla tutta non si possono più vedere”

  1. Grazie: il romanzo che sto pubblicando non rientra in nessuna delle dieci tipologie che hai elencato (magari nella undicesima o dodicesima, ma ormai il gioco è fatto 😀), così so di non avere sulla coscienza un editore disperato, che dopo le casalinghe rischia di essere un’altra categoria a rischio-soap 😀

  2. Ma scusa, il papa da giovane non militava nelle SS? Ops, no, quello era un altro 😀 (scusa, era su un piatto d’argento, non ce l’ho fatta a resistere)

  3. Angefab: all’età di anni sedici anni, nel ’43, Joseph Ratzinger (che è del 1927) fu arruolato e inserito in un reparto di contraerea. Il reparto dipendeva da un comando SS. Se si fosse rifiutato sarebbe stato, come d’uso, giustiziato. Intendi raccontare questo, con la frase “da giovane militava nelle SS”?

  4. Ok, era solo una battuta delle tante che circolavano su Ratzinger. Chiedo scusa.

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