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Dialogo tra Ernest Hemingway e il Suicidio

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di Biagio Riccardiello

[Eccoci al quarto appuntamento con i migliori – secondo noi – testi relativi al gioco-concorso basato sulle Operette Morali di Giacomo Leopardi. Gli altri testi].

2 luglio 1961

Suicidio: Alla fine ti sei deciso.

Hemingway: Si.

Suicidio: Le ultime quindici volte, che poi sono anche le prime, mi hai fatto perdere assai tempo.

Hemingway: Non questa volta. È già carico. Sono pronto.

Bottega di narrazione, Scrittura creativa, Creative writing, Corsi di scrittura creativaSuicidio: Quel fucile che tua moglie ha messo sottochiave, in malo modo a quanto pare, risale alla guerra di secessione, Ernest. Potrebbe fare cilecca una su due. Te l’ho già spiegato in passato: è il desiderio inconscio di non volerlo fare. La speranza che il caso decida per te e ti salvi. E poi hai 62 anni, mi è capitato cosi poche volte che non ci scommetto un centesimo. Insomma stiamo a sedici perdite di tempo. Ti pare giusto?

Hemingway: Non fa cilecca. Non questa volta.

Suicidio: Va bene Ernest, voglio darti una possibilità. Lo sai che ho un debole per la tua scrittura. E sai bene che mettere la mia firma su di te sarebbe un vero piacere. Sarò onesto, anche più che con Cesare Pavese e Virginia Woolf. Non voglio assolutamente un altro Ugo Foscolo però. Per l’amore del cielo. Mi ha fregato alla grande quello. Far morire il suo personaggio per salvarsi. Ero lì sai quando scriveva il finale delle ultime lettere di Jacopo Ortis. Ero lì a cercare di convincerlo a mettere giù la penna e fare quel che andava fatto. Che non lo avrebbe salvato far commettere a Jacopo quel che lui voleva fare a sé stesso e che se non era quella l’occasione prima o poi ci saremmo rivisti.
Non è andata cosi.
E sai perché? Perché, per quanto mi scocci affermarlo, io non posso farci niente. Sta a te. Solo a te decidere. Io posso solo attendere. E sperare.

Passiamo alle domande di rito, permetti? Perché vuoi farlo?

Hemingway: Sono stanco.

Suicidio: Stai oscillando in modo irritante Ernest. Non è una motivazione valida. Sono tutti stanchi.

Hemingway: È successa una cosa.

Suicidio: E avanti cazzo! Ora si ragiona. Parlamene.

Hemingway: Cosa cambierebbe? Fra poco premerò il grilletto. E allora sarò tuo.

Suicidio: Sto iniziando a crederci, Ernest. Se tirerai il grilletto sarai certo mio, è vero, ma non saprò mai la motivazione del tuo gesto. Morirà con te. Adesso io non ti sto chiedendo di lasciare una lettera da lacrimoni e tutto il resto. Ma almeno mostra il rispetto che merito e tira fuori la motivazione. Che cosa è successo Ernest?

Hemingway: È morta una persona ieri.

Suicidio: Chi?

Hemingway: Una persona che odio.

Suicidio: Fammici pensare. Suicidarsi perché è morta una persona che odi. Io festeggerei. Si vede che siamo diversi. Ma stai pesantemente continuando ad oscillare Ernest. Non ha un cazzo di senso quello che dici. Non ce l’ha.

Hemingway: È morto uno scrittore ieri. È morto con un aneurisma al cervello. Uno scrittore potente nell’arte della parola. Troppo potente. Più potente di me.

Suicidio: Dovrebbe essere un vantaggio. Prendi la sua opera migliore e passa il tempo che ti rimane cercando di superarla.

Retorica, Stile, Figure retoriche, Scrittura creativa, Corsi di scrittura creativa, Creative writing, Bottega di narrazioneHemingway: Non ci riuscirei. Ma non è questo il punto.

Suicidio: E allora arrivaci al punto, Ernest.

Hemingway: Non è famoso come me. Ma lo celebreranno. Lo osanneranno. Ristamperanno i suoi volumi. Se ne accorgeranno tutti che è il migliore. Non ha avuto molta fortuna in vita. Ma lo sai come va il mondo: tutti ti amano quando sei tre metri sotto terra.

Suicidio: Parole sante. Vai avanti.

Hemingway: Mi fa uscire matto questa cosa. Mi mette all’angolo, capisci? Sta per emergere la verità nuda e cruda.

Suicidio: Vaneggi Ernest. È tutto troppo debole. Non lo farai.

Hemingway: Dovessi mandare all’inferno entrambi lo farò!

Suicidio: Scusami se rido Ernest, davvero. Ma non hai mai padroneggiato l’arte del paradosso. Tornando a noi non si capisce ancora perché dovresti farlo. Non ci sono scuse Ernest. Siamo a 16.

Hemingway: Non capisci che cosa significhi per uno scrittore questa cosa. Sei abituato a prenderti giovani senza mentori, persone che hanno una percezione del dolore talmente distorta da pensare a te come l’unica via d’uscita. Ma queste per me sono puttanate.

Suicidio: Puttanate, sacrosanto Ernest. A proposito te la ricordi quella puttana parigina? Era la terza o quarta volta che ci incontrammo. Fu abbastanza divertente, anche se sapevo perfettamente che non ti avrei preso allora. E più andavi avanti con l’età più le mie speranze si facevano deboli. Forse solo quando hai usato la scusa dei tuoi figli, di averli buttati in un mondo del cazzo senza principi, mi stavi per fregare. Ma come vedi hai superato anche quella. E sto iniziando seriamente a pensare che le supererai tutte e che te ne starai per altri 20 anni come un bel nonnino tranquillo e pacato con qualche momento di pazzia controllata. Mi devi capire Ernest. È molto difficile fidarsi di te.

Hemingway: E allora perché sei qui?

Suicidio: C’è solo una cosa che cambia gli uomini Ernest: le idee. E l’idea che tu hai di me è talmente forte che riesce a farmi apparire anche quando le chances che io ne esca vincitore sono minime. Sei quello che sei perché io sono sempre qui, a distanza, ma non ti afferro mai. Sei quello che sei grazie a me, Ernest. Le vere puttanate sono quelle che raccontano in giro su di te: la guerra che ti ha cambiato, la pazzia, la morte degli uomini per mano di altri uomini. Stronzate. Io sono il tuo gemello ombra. E, caro Ernest, lasciamelo dire: non si capisce chi dei due sia il gemello buono e chi il gemello cattivo. Dovresti riflettere su questo Ernest, lo sai?

Hemingway: Ho sprecato fin troppo tempo a riflettere su queste cose. Ora bisogna agire. Io devo farlo per salvare la mia memoria. Altrimenti sarò dimenticato. Non è questa la più grande paura di tutti? Essere dimenticati?

Suicidio: Per quanto mi riguarda, è esattamente il contrario Ernest. La gente si affida a me perché vuole essere dimenticata. Vuole sparire. Nessuno parla di persone che si sono affidate a me. Vengono tutti cancellati dalle memorie. Capisci che, Ernest, se mi dici che devi affidarti a me altrimenti verrai dimenticato la tua oscillazione è talmente pesante che fa il giro del mondo e mi sta iniziando a finire sul culo. Lo sai questo, Ernest? Lo riesci a comprendere?

Hemingway: Non brilli per deduzione questo è certo.

Suicidio: Provocarmi non ti servirà a niente, Ernest. Te lo ripeto: tocca solo a te. Quello che dico io non conta niente.

Hemingway: E allora lasciati illuminare, amico mio. Io non posso tollerare di essere surclassato in questa maniera. È questa la semplice verità. Non riuscirei più a vivere un attimo di serenità subendo il suo genio. Mi metterebbe all’angolo. Mi scopriranno. Scopriranno che non sono bravo quanto lui. Mi umilieranno. Mi sfracelleranno. Mi distruggeranno. Sarà una lebbra lenta e dolorosa. Mi lascerà salve solo le mani, e sarà una sofferenza ancora più grande. Poter scrivere sapendo di non poter raggiungere mai il suo livello. Io non posso. Non voglio essere distrutto da un altro scrittore. Da questo scrittore.

Suicidio: E l’unica maniera che hai per evitarlo è oscurare la sua morte naturale con il più eclatante ed egoista dei gesti.
Sei un genio Ernest, lasciamelo dire.

Hemingway: Non ho saputo pensare a niente di meglio. Ti saluto.

Suicidio: Aspetta. Dimmi chi era. Lo scrittore che è morto ieri come si chiamava.

Hemingway: Louis-Ferdinand Céline.

Suicidio: Capisco. Procedi pure Ernest. Scusami se mi giro. Sai che non sarà un bello spettacolo.

Hemingway: È proprio vero. La morte è l’unico credito che la vita ti permette di riscuotere.

(Buio).

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2 comments on “Dialogo tra Ernest Hemingway e il Suicidio”

  1. Ho apprezzato molto il finale, con il riferimento a Mort à crédit. Povero Ernst, un confronto suicida.

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