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Dieci libri giapponesi veramente indispensabili (anche per chi non abbia intenzione di diventare giapponese)

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di Valentina Durante
docente della Bottega di narrazione

(Qui sopra: Hendrik Breitner (1857-1923), Il kimono rosso).

In un episodio del Genji Monogatari (capitolo 50, Azumaya), la principessa Nakanokimi e sua sorella Ukifune guardano illustrazioni di vecchi racconti, mentre la cameriera Ukon ne legge ad alta voce i testi. Accostare parole e immagini è stata pratica comune, in Giappone, fin dalla nascita di una letteratura nazionale. Monogatari (romanzi) e nikki (diari) erano solitamente abbelliti da illustrazioni pittoriche: su rotoli, su libri e su grandi paraventi, scorrevoli e pieghevoli. Questa lista (non esaustiva e molto arbitraria) è nata seguendo lo stesso principio: buona lettura e buona visione, dunque.

Genji Monogatari Emaki (capitolo 50, Azumaya), XI secolo
Genji Monogatari Emaki (capitolo 50, Azumaya), XI secolo

1. Murasaki Shikibu, Genji Monogatari (源氏物語). Se la presenza di tutte le altre opere che qui elencherò può essere opinabile, sul Genji Monogatari, il classico per eccellenza della letteratura giapponese, non si discute. Scritto nell’XI secolo da una dama di corte, s’inserisce nella feconda produzione letteraria femminile che interessò il periodo Heian. Le donne dei nikki e dei monogatari appartenevano alla media aristocrazia: confinate in dimore principesche ma inaccessibili, escluse dalla partecipazione al potere, rassegnate a condividere esperienze ed emozioni solamente con donne della stessa condizione, trovavano sfogo nell’estetizzazione del microcosmo che, come una crisalide dorata, le avvolgeva. Non potendo avere alcuna influenza su di un mondo che le voleva solo aggraziate spettatrici, lo osservavano e interpretavano, affidando pensieri e riflessioni al pennello che tracciava svelto, sul foglio, i kana (caratteri dell’alfabeto sillabico giapponese; ai soli uomini erano riservati i kanji, caratteri cinesi). Per anni costretti a una traduzione di traduzione (il riferimento è stato sempre la versione inglese di Arthur Waley), possiamo ora goderci il Genji Monogatari tradotto direttamente dal giapponese antico: La storia di Genji, a cura di Maria Teresa Orsi, è uscita nel 2012 per Einaudi. È un’opera lunghetta, questo sì (1440 pagine, fra introduzione e paratesto).

Senzui byōbu, XI secolo.
Senzui byōbu, XI secolo.

2. Sei Shōnagon, Makura no Sōshi (枕草子). Poteva mancare, in una lista, un libro che parla di liste? Scritto nel 1005 dalla dama di compagnia dell’imperatrice Teishi (ci troviamo, dunque, nello stesso contesto già descritto per il Genji Monogatari) contiene trecentodiciassette capitoli di lunghezza variabile, da poche righe a qualche pagina. La descrizione di episodi di corte e le considerazioni estetiche si alternano alle liste: di cose splendide, di cose spiacevoli, di cose tristi, eccetera. Il Makura no Sōshi contiene uno dei più famosi incipit di tutta la letteratura giapponese: «L’aurora a primavera: si rischiara il cielo sulle cime delle montagne, sempre più luminoso, e nuvole rosa si accavallano snelle e leggere». «Lo spirito di Sei Shōnagon» ebbe a dirne Yukio Mishima, «isola, nel fluire dell’esistenza umana, un attimo, uno stato d’animo, e poi lo combina con immagini di raffinata sensibilità estetica». Il Makura no Sōshi si può leggere nella traduzione di Lydia Origlia. Il titolo è: Note del guanciale, ed è edito da SE.

Sōami (1472-1525), Paesaggio delle quattro stagioni
Sōami (1472-1525), Paesaggio delle quattro stagioni

3. Yoshida Kenkō, Tsurezure-gusa (徒然草). Dietro questo testo, scritto fra il 1330 e il 1332, c’è una leggenda: il monaco buddhista Kenkō avrebbe incollato le strisce di carta che contenevano i singoli brani dell’opera sulle pareti di casa propria. Dopo la morte, i discepoli avrebbero messo insieme i frammenti per dar luce al libro che oggi teniamo fra le mani. Lo Tsurezure-gusa, che conserva dunque questo carattere di non finito, non perfettamente formato, incarna un ideale estetico che i giapponesi definiscono: yūgen (da : impercettibile, invisibile, quiete; e gen: nero, oscuro, profondo, impenetrabile). Secondo lo yūgen, l’arte del poeta non consiste nell’esprimere direttamente i propri sentimenti, ma nel nasconderli sotto la superficie di una forma facile, di un gioco di parole attraente, lasciando il ruolo disvelatore alla suggestività simbolica delle immagini («Si devono forse ammirare i fiori solo quando sono in pieno rigoglio e la luna solo se è tersa?»). Lo Tsurezure-gusa è pubblicato da Adelphi con il titolo: Momenti d’ozio. La traduzione è di Adriana Motti.

Ogata Kōrin (1658-1716), Susino con fiori bianchi e susino con fiori rossi
Ogata Kōrin (1658-1716), Susino con fiori bianchi e susino con fiori rossi

4. Matsuo Bashō, Elogio della quiete. Bashō è probabilmente il più famoso autore di haiku. Nato nel 1644, terzogenito di un samurai di campagna, Bashō cambiò nome una ventina di volte. Nel 1680, si trasferì in una piccola e malsana capanna a Fukagawa, nella zona settentrionale di Edo (l’odierna Tōkyō): era un luogo umido e freddo, senza neppure l’acqua potabile; da lì, però, si vedevano il profilo innevato del monte Fuji e i canneti del fiume Sumida, illuminati dalla luna. Vicino alla capanna, Bashō piantò un banano: una pianta rigogliosa e di grande bellezza, ma che non fruttificava, dunque sostanzialmente inutile. E proprio da quella pianta Bashō prese il nome definitivo: forse per evocare la sua inutilità come poeta, forse per manifestare amore per le cose inutili. In Elogio della quiete si alternano haiku a pezzi di diario. Si parla di solitudine, di caducità della vita, di vecchiaia («che sopraggiunge rapida come il sogno di una notte»). Le note al testo sono molte (e necessarie): non può dirsi una lettura scorrevole. Elogio della quiete è uno di quei testi che ti fanno sudare, che richiedono grande pazienza, ma che, alla fine, ti ricompensano di tutto.

Tsukioka Kōgyo (1689-1927), Nō-gaku Zue
Tsukioka Kōgyo (1689-1927), Nō-gaku Zue

5. Zeami Motokiyo, Il segreto del teatro Nō. Narra la leggenda (e il Kojiki) che la dea Amaterasu, offesa dalle intemperanze del fratello Susanoo, si nascose in una grotta privando il mondo della luce del sole. Per convincerla a uscire, la dea Ame no Uzume si prodigò in una danza sconcia. Lo stratagemma funzionò: le risa delle altre divinità incuriosirono Amaterasu, che rinunciò al suo orgoglioso isolamento. Questo episodio viene fatto coincidere con la prima espressione del teatro giapponese e del Nō stesso, che può essere definito un «lungo poema cantato e mimato, con accompagnamento orchestrale, generalmente interrotto da una o più danze che possono non avere rapporto alcuno con l’argomento». Il segreto del teatro Nō, raccolta di trattati di Zeami (figlio del capostipite della più celebre tra le scuole di attori di Nō oggi esistenti), rappresenta una delle migliori introduzioni all’estetica giapponese (nonché un eccezionale manuale di retorica involontario). Il libro, a cura di René Sieffert, è edito da Adelphi.

Akira Kurosawa, Rashōmon, 1950
Akira Kurosawa, Rashōmon, 1950

6. Ryūnosuke Akutagawa, Rashōmon e altri racconti. A Rashōmon (羅生門) si è ispirato Kurosawa per l’omonimo film (la cui trama è tratta però da Yabu no nakaNel bosco – 藪の中, sempre contenuto in questa raccolta). Tutti i racconti sono molto belli. Delicatissimo (e, per noi, forse disturbante) è Nankin no Kirisuto (Gesù di Nanchino – 南京の基督): Song Jinhua è una giovanissima prostituta cattolica che si ammala di sifilide. Per evitare di contagiare i clienti, si astiene da ogni rapporto sessuale. Una notte, Gesù le compare sotto le sembianze di uno straniero che, facendo l’amore con lei, la guarisce completamente. Pur interessato al Cristianesimo (ne parlò in diversi racconti), Akutagawa non si convertì mai. Rashōmon e altri racconti, edito da Tea, è purtroppo fuori catalogo. Dovrebbe uscire una ristampa per Einaudi. Nel frattempo, si possono ascoltare alcune letture di Elisabetta Piccolomini qui.

Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892), Hinamatsuri a Shishinden
Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892), Hinamatsuri a Shishinden

7. Yukio Mishima, La dimora della bambole. Yume utsutsu (sogno e realtà) era un’espressione molto amata dagli antichi poeti e letterati giapponesi. Yume utsutsu è quella nebbia indistinta in cui sfuma ogni antitesi: realtà e finzione, vita e morte, alba e crepuscolo. Quest’atmosfera sospesa permea tutti e cinque i racconti della raccolta; oltre a ciò, la consapevolezza della fragilità della vita, effimera come rugiada, che dona nobiltà alle passioni: si ama, si odia, si agisce, consci della vanità del tutto. In Hina no yado (La dimora delle bambole – 雛の宿), la scena in cui madre e figlia aspettano, sedute davanti all’altare, l’arrivo dell’Imperatore, in una Festa delle bambole senza fine, è probabilmente la più suggestiva di tutto il testo. La mia edizione, tradotta da Lydia Origlia, è edita da SE.

Kusakabe Meikaku (1838–1922), shodō
Kusakabe Meikaku (1838–1922), shodō

8. Immagini scritte: calligrafia giapponese moderna. La scrittura giapponese non va solo letta, ma anche guardata. Ci sono molti bei libri di shodō (calligrafia giapponese). Quello che ho io, edito dall’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, ha il pregio del grande formato, che valorizza il contenuto.

Gō Nagai, Devilman, 1972-73
Gō Nagai, Devilman, 1972-73

9. Gō Nagai, Devilman (デビルマン). Si può parlare di libri giapponesi senza parlare di manga? No, non si può. E dunque: c’è stato un tempo (parlo della metà degli anni Novanta) in cui acquistare manga in edicola significava avventurarsi nella sezione dei giornaletti porno (ed essendo io una ragazza, la cosa era oltremodo sospetta). Ma quel tempo è passato: i manga sono oggi un fenomeno pop. Eppure quello che preferisco (e che consiglio) continua a essere il primo che comprai. Con Devilman, Nagai crea un’opera di forte critica sociale: il clima da caccia alla streghe (o da peste manzoniana, con la fobia dell’untore) è tratteggiato grazie a uno stile cupo, sporco, espressionista, ma allo stesso tempo ricercato. Evidenti le influenze dalla Divina commedia illustrata da Gustave Doré. Devilman è stato ristampato diverse volte. L’ultima edizione è della J-Pop, in cinque volumi.

A sinistra: Hiroshige, Kameido Umeyashiki, 1587; a destra: copia di Vincent Van Gogh, 1877
A sinistra: Hiroshige, Kameido Umeyashiki, 1587; a destra: copia di Vincent Van Gogh, 1877

10. Siegfried Wichmann, Giapponismo. L’ultimo testo è un intruso: non un libro giapponese, bensì un libro sul Giappone. O meglio: sull’influenza che ha avuto l’arte giapponese sull’arte e la cultura occidentale a partire dalla metà dell’Ottocento. Un libro-catalogo magnifico, tutto da leggere e da guardare. Ogni pagina è una sorpresa: c’è un poco di Giappone nella nostra architettura, nel nostro disegno industriale, nel nostro abbigliamento, persino nelle nostre scelte tipografiche. Il Giapponismo di Wichmann, edito da Fabbri, è, purtroppo, fuori catalogo. Se avete fortuna, lo trovate in qualche mercatino o vecchia libreria: nel caso, non lasciatevelo scappare.