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Sul danno e l’utilità delle scuole di scrittura creativa

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di Stefano Brugnolo

Stefano Brugnolo[Ringrazio Stefano Brugnolo che mi ha permesso di riprendere da Facebook (qui) questa sua riflessione. Con Stefano ho scritto due libri: il Ricettario di scrittura creativa – il cui concept geniale, va detto, è tutto suo -, Zanichelli 2000, e L’officina della parola, Sironi 2015. Abbiamo lavorato qualche anno insieme nella Piccola scuola di scrittura creativa creata presso il circolo Lanterna Magica di Padova. Da diversi anni Stefano insegna Letteratura comparata presso l’Università di Pisa. giulio mozzi]

Ogni tanto si discute sulle scuole di scrittura creativa e sulla loro utilità o inutilità. Ecco qui allora due pensierini o tre su queste realtà, per quel tanto o quel poco che io le ho conosciute. Non sono infatti certo un esperto e non ho una “teoria” da proporre in merito, ma ho insegnato in queste scuole e ne conservo bei ricordi, e pur non sapendo se chi ha frequentato i miei corsi ne ha tratto qualche vantaggio, posso dire che io lì mi sono divertito e ho imparato un bel po’ di cose.

Ho per esempio imparato che non si può insegnare positivamente a “scrivere bene” racconti, romanzi, poesie, ecc. Non si può cioè insegnare la creatività, l’inventività, la fantasia, l’originalità ecc. So che qualcuno lo promette ma secondo me inganna se stesso e gli altri. Ecco perché l’aggettivo creativo applicato a scuola di scrittura è fuorviante e risulta anzi irritante. Dunque no, non sapevo e potevo insegnare la creatività, ma una cosa però mi sembra in qualche occasione di essere riuscito a ottenere in quelle classi: non ho insegnato a scrivere ma forse, almeno un poco, ho insegnato a leggere, anzi a ri-leggere, a ri-leggersi. Questo credo possa essere un obiettivo difficile ma onestamente perseguibile.

Comunque per spiegarmi meglio dirò che nel mio caso di solito andava così: si leggeva in classe uno alla volta i brevi testi prodotti dagli allievi e poi li si commentava sotto la mia direzione. Questo è per me essenzialmente una scuola di scrittura. Il docente guida questa discussione a cui però partecipano anche tutti gli altri, meno l’autore che (importante!) quando si legge il suo testo deve tacere e anzi diventare inespressivo, astenersi dal reagire alle osservazioni degli altri, condizionandole con sguardi, sorrisi, battute. Deve ammutolirsi, morire per un po’. Chi ti legge infatti ha il diritto di sentirsi libero di dire tutto quello che passa per la sua testa. E tu che hai scritto il testo hai il diritto (e dovere) di sapere quali sono le reazioni spontanee di un lettore qualunque quando ti legge.
Perché queste sedute funzionino occorre poi un grande tavolo intorno a cui sedersi e occorre che ognuno abbia sotto gli occhi il testo di cui si parla (meglio un testo stampato su cui scarabocchiare che un pc). La dimensione collettiva e orizzontale favorisce una lettura benevolentemente critica: è infatti interesse di tutti impratichirsi nell’arte di leggere un testo, e dunque è interesse di tutti sfruttarlo come una palestra e non come un’occasione per soddisfare i rispettivi narcisismi. Spesso chi partecipa a un corso non sa ancora che effetto fanno davvero i suoi testi su di un lettore che non sia un amico o un familiare. Qui finalmente può farsene un’idea senza per questo incorrere nel pericolo di eccessive lodi o di rabbiose stroncature. Per questo il giudizio estetico deve essere messo tra parentesi e devono prevalere osservazioni tecniche di tipo pragmatico. La domanda che ci si fa non è se il testo è bello o brutto, ma se funziona o meno. È infatti decisivo che il docente e gli allievi facciano solo osservazioni di ordine operativo, e non si impalchino a critici o teorici o a propugnatori di una qualche poetica. Meno che meno a psicologi e filosofi. A importare è solo il testo, materialmente inteso, il dattiloscritto che sta sotto gli occhi di tutti e che potrebbe anche essere caduto qui da un altro pianeta. È dunque vietato per legge fare osservazioni generali su cosa sia l’arte, la bellezza, il genio, la vita ecc. Qualunque tentazione del genere va duramente repressa.

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Corso fondamentale di narrativa gialla, noir (e affini)

Un testo scritto ma non ancora edito, e dunque ancora in fieri, ancora non finito, va semmai trattato come il maiale del proverbio: non si deve buttare via niente. Qualunque dettaglio può essere utile per capire cosa funziona e cosa no di quello scritto. Le virgole, le andate a capo, i nomi dati ai personaggi, gli incipit e i finali, l’attendibilità dei dialoghi, ecc. possono dare spunto a osservazioni preziose, sia per l’autore che per gli altri. Non ci sono regole o istruzioni preliminari da impartire agli allievi e valide per tutti, ma dall’uso che tizio e caia fanno del gerundio, dell’imperfetto, del passato remoto, dei due punti, delle virgolette ecc. si possono poi ricavare tanti insegnamenti di carattere generale.

Il docente delle scuole di scrittura che non abbia interesse per questi e altri aspetti altamente specifici della scrittura non è all’altezza di questo mestiere. L’allievo che non sviluppa nessun interesse per questi e altri aspetti della scrittura deve astenersi dal frequentare queste classi o smettere di frequentarle. E infine: una classe di scrittura che non approfondisca questi aspetti non è degna di chiamarsi tale.

Il che significa poi che il compito principale di una scuola è sviluppare la sensibilità grammaticale dell’allievo, suggerirgli l’importanza di un “se” e di un “ma” o di un “forse” nella stesura di un testo. Di un aggettivo piuttosto che un altro. Una scuola che chiede soldi e non mira ad affinare questa sensibilità chiede soldi illegittimamente. Per esempio, se Flaubert è stato quel grande scrittore che era è anche per il suo uso straordinariamente originale dell’imperfetto. In altri casi a svolgere questa funzione può essere un certo uso del congiuntivo. O delle virgole. Non sto dicendo che non ci debba occupare di trama, personaggi e descrizioni d’ambiente, sto dicendo che alla base di qualunque avviamento alla scrittura deve esserci la passione, il gusto, l’amore per la parola esatta. Certo, ognuno di noi ha “qualcosa” da dire al mondo, un messaggio, un insegnamento, un’esperienza vissuta, una visione della realtà ma questo non basta, occorre saper trovare le parole giuste per dirlo. A questo potrebbe servire una scuola.

Se c’è qualcosa che mi ha reso contento durante gli anni in cui ho fatto il docente nelle scuole di scrittura è che ogni testo, anche il meno elaborato, mi dava (e dava a tutti i presenti) il destro per fare osservazioni sulle straordinarie potenzialità della lingua umana, sui molteplici usi che se ne possono fare. Come studioso e critico di testi canonizzati dalla tradizione non me ne ero reso conto in modo altrettanto vivido. Perché? perché come studioso tu sei tenuto a rispettarli i classici, a trattarli con deferenza, mentre i testi scritti da “principianti” (magari anche geniali) sono lì perché ci si possa mettere le mani, sono lì perché tu possa rovesciarli come calzini, smontarli e rimontarli. Non c’è esercizio migliore per rendersi conto di quel che può fare la scrittura. Non c’è esercizio migliore per guarire dalla tendenza diffusissima di fare un uso generico, approssimativo delle parole.

Dunque una seduta di scrittura/lettura è imprevedibile, perché tutto dipende dai testi letti e dalle reazioni e osservazioni che essi suscitano. L’importante è che qualunque osservazione noi facciamo su di un testo si fondi poi su riscontri e “prove” testuali. Tu – non importa se sei docente o allievo – non puoi dire che il testo manca di ritmo o suspense, devi segnalare dei passi in cui questo presunto difetto emerge, e devi magari proporre delle soluzioni alternative, tagli o aggiunte che siano. Devi insomma essere specifico e non lasciarti andare a giudizi estetici generici. E anche quando chi scrive azzecca il personaggio, la situazione, il dialogo occorre saper motivare questo giudizio di riuscita. Qualunque apprezzamento, sia esso positivo o negativo, che non entri nel merito, è vacuo, generico, inutile. Offensivo direi. Se un docente si limita a dire a un allievo: hai scritto un bel racconto, bravo, mi piace quel che hai fatto, ebbene offende l’allievo e svaluta se stesso. La classe non impara niente. Deve dire ogni volta perché il testo funziona bene così e male cosà. E deve motivare ogni proposta o correzione.
Inoltre qualunque valutazione e revisione del testo esaminato deve fondarsi sul rispetto di quello che è l’intento di base dello scrivente, deve tenere conto di quale gioco lui può, sa e desidera giocare. Il docente dunque non deve imporre i suoi gusti e disgusti letterari, non deve dare consigli astratti, ma consigli mirati e adatti alle possibilità e alla vocazione dell’allievo. Insomma, se il tuo allievo è un pornografo tu devi provare a capire come possa scrivere buona pornografia. Se è un agiografo e intende scrivere vite di santi uomini tu devi assecondarlo, chiedendogli di farlo nel migliore dei modi possibili. Certo, possono darsi casi in cui il maestro può suggerire all’allievo che forse la sua vera vocazione non è quella all’agiografia bensì alla pornografia, o viceversa. Ma anche in questo caso il suggerimento va motivato a partire dai testi (ci sono interessanti spunti pornografici nella tua agiografia…). In effetti la capacità di intuire qual sia il “mondo fantastico” dell’allievo e come esso vada coltivato è il compito più difficile del docente, è un’arte maieutica paragonabile a quella di un buon psicoterapeuta. Ma ad ogni modo non si tratta mai di insegnare la creatività, bensì l’orecchio. Si tratta di farsi un orecchio interno e esterno, e cioè prima di tutto per i propri testi e poi per quelli degli altri. Ottenere questo risultato dipende dal docente e dipende dall’allievo.

Occorre soprattutto che ci sia una classe di persone disposte a far visionare i propri testi inediti e ad ascoltare con curiosità e pazienza le reazioni e obiezioni degli altri compagni. Occorre che il tasso di vanità, permalosità, competitività in una classe non sia mai troppo elevato e questo lo si favorisce se si tratta ogni testo letto non come un’espressione di bravura, ma come un’occasione per tutti da sfruttare per imparare. Occorre soprattutto che chi partecipa non sia ossessionato dal “suo” testo, smetta per un po’ di pensare a pubblicarlo, si interessi al gioco della scrittura (e della lettura) in sé. Quando questo accade la classe di scrittura può garantire un’esperienza di (relativa ma significativa) cooperazione e felicità. E questo appunto perché ci si accorge insieme di quanto la lingua possa essere uno strumento meraviglioso, duttile, maneggevole. A disposizione di tutti.

Quando in una classe si riesce a trovare l’aggettivo o l’avverbio giusto; quando si riesce a sostituire un finale debole con uno convincente; quando un testo che fino a quel momento pareva anemico comincia a respirare, ebbene quando ciò accade c’è un momento di soddisfazione generale, di euforia. Il docente decente favorisce nei limiti del possibile questo lavoro comune, evita di fare il guru, il professore, e si limita a coordinare le discussioni che si tengono, finalizzandole a dei risultati pratici, magari minimi ma significativi. Il risultato di queste ripetute discussioni non è quasi mai la produzione di un testo reso finalmente perfetto bensì la formazione di un allievo reso un po’ più capace di ascoltarsi, correggersi, rivedersi. Anche e soprattutto sulla base delle reazioni altrui. Un allievo così in alcuni casi potrà continuare per proprio conto il lavoro avviato in classe e giungere alla fine magari alla sospirata pubblicazione. Al limite potrà diventare uno scrittore.

Ma il lavoro che si fa in classe secondo me non dovrebbe mirare subito e solo a questo risultato, ma soprattutto ad affinare la sensibilità nella lettura (o rilettura) dei testi propri e altrui. Ripeto: è un obiettivo limitato ma contemporaneamente notevole, per certi versi esaltante. Se poi uno ha voglia e talento potrà servirsi di questa competenza e metterla a frutto per conto suo in tanti campi, non solo quello della pubblicazione di romanzi. Potrà scrivere lettere o sms o slogan pubblicitari o bigliettini amorosi più piacevoli da leggere, più incisivi. Su un piano ancora più generale potrà diventare un lettore migliore, uno che sa godersi meglio i romanzi o le poesie che legge, qualcuno che li sa usare in modo più personale e consapevole. Potrà infatti, per così dire, leggerli da dentro, sapendo, sentendo che anche i capolavori sono sempre l’esito di un lavoro di autocorrezione, di continue letture e riletture, al limite infinite.

Quanti sono in giro gli insegnanti capaci di offrire un servizio così? Non ne ho idea e nemmeno so se io sono stato all’altezza di questo mio ideale. Suppongo che siano pochi, perché nella tradizione italiana vige invece il gusto per il bello stile ispirato, l’amore per il capolavoro uscito bell’e pronto dalla testa dell’autore, e manca una sensibilità per la scrittura come operazione artigianale e in progress, da confrontare e condividere con altri.

D’altra parte: quanti sono gli allievi capaci di cercare e mettere a frutto un tale insegnamento là dove esso venga impartito? Ce ne sono ma sono forse pochi, secondo me. Per lo più, credo, vogliono frequentare una scuola di scrittura per poi… pubblicare. Si tratta di un desiderio legittimo, ma ecco può diventare fuorviante se davvero non ci si interessa ad altro che a quello. Ma comunque sia insegnanti e allievi così ci sono, e ogni volta che un buon docente incontra degli allievi curiosi e open-minded, ci si rimbocca le maniche e si comincia a lavorare sui testi mi pare che lì si dia per tutti una bella occasione di crescita intellettuale, di piacere e divertimento.

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