Capita di scrivere in versi: dunque, perché non imparare a farlo bene?

One comment

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. A chiunque di noi, in un momento o nell’altro della vita, capita di scrivere in versi. Che si tratti degli sfoghi esistenziali adolescenziali o dell’epigramma per prendere in giro un amico, della poesia di Natale composta per i nipoti o dell’elogio amichevole e ironico del collega che va in pensione, della folgorazione che ci viene da non si sa dove o del testo pazientemente (magari faticosamente) lavorato: capita, a tutti noi, almeno una volta nella vita, volontariamente o involontariamente, di scrivere o (di parlare) in versi. E poiché questa cosa capita di farla, può valer la pena cercare di imparare a farla bene.

2. Tagliando con l’accetta, si può dire che lo scrivere in versi si differenzia dallo scrivere in prosa:
– perché è un discorso più elusivo e più condensato,
– perché fa un uso intensivo dei traslati,
– perché sfrutta le potenzialità dei valori fonetici,
– perché non è “sciolta” ma ha una “misura”,
– perché tende più alla memorabilità che alla persuasione.

3. Un discorso più elusivo e condensato. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: “M’illumino / d’immenso” per far intuire che cosa sia un discorso elusivo: è un discorso che tiene “fuori dal gioco” (e-lude) tutti gli elementi considerati non necessari. Se la narrazione in prosa porta sempre con sé pagine e pagine di “grigio”, di dettagli, di spiegazioni, di considerazioni, eccetera, il discorso in versi tenta invece la massima trasparenza. All’elusione si accoppia necessariamente la condensazione: fatti fuori i dettagli, infatti, gli elementi necessari si trovano accostati senza mediazioni e senza raccordi (o: col minimo possibile di mediazioni e raccordi).

4. Un uso intensivo dei traslati. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: “M’illumino / d’immenso” per far intuire che cosa sia un uso intensivo dei traslati: la poesia è composta da due parole in tutto, e nessuna delle due può essere intesa nel suo significato proprio (se le intendessimo nel loro significato proprio, avremmo un testo insensato); e non è detto che non sia da considerare un traslato anche il titolo. Si tratta, per certi aspetti, di una sorta di partita: il lettore sa che in uno scritto in versi troverà un uso intensivo dei traslati, e perciò l’autore dello scritto farà un uso intensivo dei traslati. I traslati possono essere adoperati a scopo ornamentale: ma molto meglio se vengono messi al servizio dell’elusione e della condensazione.

5. Perché sfrutta le potenzialità dei valori fonetici. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: “M’illumino / d’immenso” per far intuire che cosa significhi sfruttare le potenzialità dei valori fonetici (e, magari, anche grafici: pensate allo shock che danno al lettore queste poche parole in una grande pagina, tutte circondate di bianco). L’importanza del suono |m|, la mancanza della vocale “luminosa” per eccellenza, la |a| (“E chiaro nella valle il fiume appare”: Leopardi, La quiete dopo la tempesta) e invece l’accento importante sulla vocale “scura” per eccellenza, la |u|, la “quasi anafora” tra |ill-| e |imm-|, la rima per l’occhio tra il titolo e il primo verso (Mattino, M’illumino) eccetera eccetera. Se Ungaretti avesse scritto, mettiamo, “M’accendo / d’infinito”, tutto questo sarebbe andato perduto… E l’effetto sarebbe stato completamente diverso (e infinitamente, immensamente più scarso).

6. Perché non è “sciolta” ma ha una “misura”. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: “M’illumino / d’immenso” per far intuire quanto sia importante la “misura”, ovvero il “metro”. Questa micropoesia che sembra eversiva, è in realtà – se si trascura l’a capo, un normalissimo settenario con accenti in seconda e sesta sillaba. Ma proprio l’a capo, che spezza una unità metrica ormai profondamente interiorizzata dal lettore (a meno che il lettore non abbia mai visto un testo in versi italiani in vita sua), produce una tensione precisa. Nella cosiddetta “metrica libera” – attiva in un secolo circa della tradizione volgare, dopo sette secoli di “metrica misurata” (tanto per fare un pleonasmo) – agisce la memoria della metrica classica. Senza contare che in un secolo di metrica “libera” si sono comunque prodotte delle “istituzioni” che a loro volta funzionano da modelli (pensiamo al dilagare di versicoli pseudoungarettiani, appunto) e agiscono nella memoria sia di chi scrive sia di chi legge.

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7. Perché tende più alla memorabilità che alla persuasione. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: “M’illumino / d’immenso” per far intuire quanto la scrittura in versi riesca a produrre testi (o parti di testi) “memorabili” (che, cioè, si stampano nella memoria) a prescindere dalla “persuasione” (cioè dalla trasmissione, diciamo, di “informazioni convincenti) del lettore. Chi può dire di aver capito che cosa voglia dire “M’illumino / d’immenso”? Eppure non possiamo dimenticarlo. Così come non possiamo dimenticare, dopo averli letti, “E chiaro nella valle il fiume appare”, “Il divino del pian silenzio verde”, “La bocca sollevò dal fiero pasto”, eccetera. I versi ben fatti si incistano nella me moria e dalla memoria agiscono su di noi, nel profondo, quasi insensibili, ma inesorabili.

8. E come si impara a scrivere in versi? Molto semplicemente, s’impara guardando come fanno gli altri e provando a fare e rifare. Un seminario di scrittura in versi non può che essere laboratoriale. Bisogna farsi l’orecchio, intanto, per imparare a “sentire” i versi classici; e poi un orecchio ancora più raffinato, per imparare a “sentire” i versi non classici. Bisogna imparare che cosa significhi, oggi, l’andare a capo, e in particolare che cosa significhi, e come funzioni, quella specie di “attrito” tra l’andamento dei versi e quello della sintassi (attrito che può essere anche zero, s’intende) che ci fa percepire effettivamente l’esistenza del verso. Bisogna imparare che cosa ha significato per la poesia del nostro tempo liberarsi dalla pulsione metaforica (trasformandola, trasformandola, per esempio in quella cosa che viene orribilmente chiamata “correlativo oggettivo”), e che relazione ci sia tra la lingua della poesia e quella della prosa.

9. Il laboratorio Scrivere in versi che la Bottega di narrazione propone non promette di trasformare ogni partecipante in un poeta. Ma promette di insegnare a fare dei versi discreti, delle strofe discrete, dei componimenti discreti.

10. Il docente del corso, Giulio Mozzi, (1960) è considerato soprattutto un narratore: ma ha pubblicato anche un poema (Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, Einaudi 2000, ripubblicato nel 2019 da Aragno) e una raccolta di brevi testi in versi (Dall’archivio, Aragno 2013). In versi o parzialmente in versi sono anche alcuni suoi lavori per teatro e musica, come Operetta di giugno (2003, su commissione dell’Istituto Trentino di Cultura, musiche di Massimo Biasioni) e Tre invocazioni (2010, su commissione del Museo di Riva del Garda, musica di Maurizio Pisati), entrambi raccolti in Favole del morire, Laurana 2017. Nel 2013 ha creato una poetessa erotica, Mariella Prestante, sucessivamente defunta e mutatasi, da postuma, in poetessa funebre: anche lei ha pubblicato un libro, Estremi amori, postume querele, ‘round midnight 2018. Infine, nel 2020 è uscito Il mondo vivente, per le edizioni di Lietocolle, nella collana curata dal festival Pordenonelegge. Sempre nel 2020, con Laura Pugno, ha scritto un Oracolo manuale per poete e poeti, pubblicato da Sonzogno.

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  1. QUALI CORSI SONO IN PROGRAMMA? GRZ ROSANNA

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