L’orrorifico e il perturbante

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di Giorgia Tribuiani

docente della Bottega di narrazione

 

Circa tre anni fa, uscendo dal cinema e concludendo che la nuova trasposizione di It di Stephen King non mi aveva affatto provocato lo stesso disagio della miniserie degli anni ‘90, tornai a casa chiedendomi se un effetto così diverso fosse imputabile solo alla mia differente età – ero, all’epoca, poco più che una bambina – o se fosse dovuto invece a ragioni più profonde. Decisi quindi un paio di giorni dopo di rivedere il vecchio It, e conclusi che la differenza sostanziale tra le due trasposizioni risiedeva nelle premesse: il nuovo clown, il pagliaccio impersonato da Bill Skarsgård nel film di Andy Muschietti, fin dalla prima scena appariva nella penombra e con un aspetto non del tutto umano; non giocava sullo scarto tra qualcosa di conosciuto (l’uomo dietro la maschera) e qualcosa di straniante (il trucco che cambia la forma ai volti e che è alla base della coulrofobia, e poi via via le parole, le azioni), ma in altre parole faceva già paura.

Ciò su cui stavo ragionando era in fin dei conti la differenza tra gli effetti dell’orrorifico e quelli del perturbante, che fonda tutta la propria carica orrorifica sui concetti di heimlich e unheimlich e secondo il quale lo straniamento – così come il disagio che ne consegue – viene causato proprio dallo scarto tra un oggetto, un luogo o una situazione conosciuti (heimlich) e i dettagli e i comportamenti attraverso cui questi ultimi diventano improvvisamente sconosciuti o inconoscibili (unheimlich), portando lo spettatore a un’improvvisa perdita di coordinate e alla necessità di dubitare di ciò che fino a quel momento aveva ritenuto rassicurante.

In questo senso il primo It, quello della miniserie degli anni ‘90, mostrando in prima battuta un pagliaccio comune, in un certo senso “conosciuto” come semplice uomo truccato e mascherato, e rivelandolo solo in un secondo momento nelle sue vesti di mostro assassino, faceva leva proprio sulle reazioni inconsce tipiche del perturbante.

Il gioco del perturbante, si potrebbe dire volendo semplificare il più possibile il discorso, è un gioco che tende a fare leva sulla fiducia del lettore o dello spettatore: se vediamo animarsi una bambola dall’aspetto già spaventoso, il nostro turbamento è certo minore di quanto non lo sarebbe di fronte all’improvviso battito di ciglia della cara e normalissima bambola con cui abbiamo trascorso l’infanzia, così come un castello stregato o un casolare fatiscente infestato dai fantasmi provocano un disagio molto inferiore rispetto all’animarsi di una casa normalissima, che la nostra abitudine ci fa percepire come un posto noto e dunque sicuro.

Quanto più le cose ci appaiono conosciute e sicure, tanto più il loro improvviso voltafaccia sarà per noi motivo di turbamento, e non è un caso se spesso nelle narrazioni perturbanti anche lo stesso narratore, dopo aver fatto leva sulla nostra fiducia, finisca per rivelarsi inattendibile.

Dal punto di vista della tensione, ovviamente, tutto questo ha un effetto potente: se l’orrorifico ci spaventa sul momento, ma poi deve ricorrere ad altre vie per rilanciare il nostro disagio (pensiamo al mostro che si avvicina, al lampadario che scricchiola, al sangue), il perturbante riesce a mantenere alta la tensione del lettore o dello spettatore in maniera assolutamente autonoma: la tensione non può placarsi finché lo straniamento non si esaurisce, finché l’oggetto – o il luogo – perturbante non torna alle proprie caratteristiche rassicuranti; finché, come di fronte a una ferita che non cicatrizza, lo scollamento dalla realtà non viene spiegato o ricucito.