Le dieci infallibili regole d’oro per l’uso degli aggettivi

2 commenti

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. Lo scopo dell’aggettivo è modificare, “aggiustare”, definire meglio il senso del nome. In tutte le scuole di scrittura – si dice – si insegna che gli aggettivi vanno evitati. Una regola di questo tipo è una sciocchezza. Vanno evitati tutti gli aggettivi inutili, per le stesse ragioni per cui, in genere, cerchiamo di evitare le cose inutili. Ma su che cosa sia utile e che cosa sia inutile potremmo accapigliarci per giorni.

2. Quando assegni un aggettivo a un nome, prova a domandarti se non esista un nome che contenga in sé anche il senso dell’aggettivo. Con diminutivi e accrescitivi pare facile, ma attenzione alle sfumature: un piccolo bar è forse la stessa cosa che un baretto? E un omone è la stessa cosa che un grand’uomo. Ma c’è anche il problema inverso: se in un racconto compare un piccolo cane agile, dal ventre sottile, il pelo breve e il muso appuntito, è abbastanza evidente che potremmo risparmiare un sacco di parole scrivendo un levriero italiano: e, tuttavia, quanto perderemmo in visibilità? In tanti altri casi invece si può fare: il risultato finale di una gara o di un gioco non è forse l’esito? (Senza parlare di tutti i pleonasmi dei quali potremmo fare a meno, tipo il protagonista principale, la campionessa olimpionica ec.).

3. Poiché l’aggettivo deve definire meglio il senso del nome, dev’essere preciso: sennò si aggiunge imprecisione a imprecisione, vaghezza a vaghezza, approssimazione ad approssimazione. “Andò a sbattere contro un grosso albero”: “albero” è vago, ma quel “grosso” non ci aiuta a capire davvero come fosse l’albero (meglio: “Andò a sbattere contro un platano”).

4. A volte può convenire far scivolare un aggettivo da un nome all’altro. “Un maglione di lana morbida” non è la stessa cosa di “un maglione morbido di lana” (e “un morbido maglione di lana”? e “un maglione di morbida lana”? Non si tratta di distinguere il giusto dallo sbagliato, ma di capire le sfumature di senso proprie di ciascuna soluzione (vedi alla voce ipallage).

5. Gli aggettivi seguono le mode. Oggi come oggi, per dire, tutto è impercettibile: “Lo salutò con un impercettibile cenno del capo” (dove è chiaro che: se il cenno del capo è impercettibile, il destinatario del cenno non può averlo percepito”). (Altro gioco sarebbe qualcosa come: “Giuseppe salutò Mario con un impercettibile cenno del capo; Mario rispose con un inudibile ‘ngiorno“). Evitiamo dunque le mode o, al limite, creiamole: così le precederemo, anziché seguirle.

6. Gli aggettivi possono anche accoppiarsi, per rinforzare l’immagine, anche quando siano pressoché equivalenti: “Solo e pensoso i più deserti campi / vo misurando a passi tardi e lenti” (Petrarca, Canzoniere, 35); per definirla di più possono essere messi a contrasto l’uno con l’altro: “Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo” (Manzoni, I promessi sposi, xxxiv). Il dizionario dei sinonimi va tenuto sottomano.

7. Che differenza c’è tra quel locale la milanese cui insegna recita “Al buon panino”, e quello la cui insegna recita “Al panino buono”? L’unica certezza è che nel primo locale si spenderà un po’ meno. Giusto? Se è giusto, perché? (perché lo spostamento dell’aggettivo dalla sua sede più ovvia a una meno ovvia è sempre un preziosismo).

8. La scena che racconti deve apparire davanti agli occhi del lettore. Ma non, come nel cinema, totale e indistinta (indistinta nel senso che non facciamo in tempo, il più delle volte, a percepire tutto ciò che c’è in scena: anche in un’inquadratura semplicissima, come quella qui sotto

da Morte a Venezia di Luchino Visconti

è difficile con uno sguardo cogliere tutti i particolari); piuttosto, per dettagli significativi. Se di un personaggio scrivi che “indossava un costume molto rosso”, l’hai già piazzato nella mente di chi ti legge (e rischia di mangiarsi tutto il resto della scena). Non la descrizione minuziosa, in linea di massima, devi perseguire: ma quasi un disegno per punti da unire: come nei giochi che facevi da bambino (e, ricorderai, che ben prima di unire tutti i punti l’esito ti era chiaro).

9. L’aggettivo deve passare inosservato, oppure farsi vedere moltissimo. Le vie di mezzo sono poco produttive.

10. Fa’ attenzione agli aggettivi che si accoppiano ai nomi troppo spesso o troppo facilmente. Lo spietato assassinio, l’incredibile risultato, lo sguardo pacioso, la parlata cantilenante, l’occhiata veloce e così via. Possiamo dirle nel parlato, ‘ste cose, ma non nello scritto. (Che poi, certe volte, manco si capisce che cosa esattamente descrivano, queste espressioni: un sorriso tirato, per dire, non ho mai capito che cosa sia di preciso: e sono stato ore davanti allo specchio, a provarci e riprovarci).

[Nell’immagine in cima all’articolo: non un aggettivo, ma un aggetto].

Jonathan Wolstenholme, Bottega di narrazione, scrittura creativa, creative writing, autofinzione, autofiction, autobiografia, scrivere di sè
La vita impaginata
autobiografia, autofiction e dintorni
un corso con Simone Salomoni

2 comments on “Le dieci infallibili regole d’oro per l’uso degli aggettivi”

  1. Sono interessato al corso per principianti posso sapere come è scandito nel tempo e quanto costa

I commenti sono chiusi.