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Il Narratore, questo sconosciuto: tentativo di spiegare in modo facile e intuitivo un concetto difficile

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di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

Uno dei concetti più interessanti – e per certi versi più sfuggenti – elaborati nella grande stagione della narratologia (leggi: Francia, anni Settanta) è quello di Narratore (lo scrivo con la maiuscola per evitare – come si capirà più avanti – qualche confusione).

Il Narratore, in una narrazione, è, in sostanza il soggetto che racconta la storia. E qui bisogna cominciare subito con le distinzioni.

Il Narratore non è l’autore dell’opera: il Narratore è un soggetto interno all’opera.

Il Narratore non è il personaggio che racconta la storia, o personaggio narrante: perché quello è appunto un personaggio (che ha un ruolo particolare, ma è comunque sempre un personaggio).

Il Narratore non è il narratore (notate la minuscola) che si palesa nel testo e, oltre a raccontare i fati, eventualmente li commenta, fa ipotesi, esprime dubbi, ricava moralità dai fatti, eccetera: questo narratore (con la ‘n’ minuscola, rifaccio notare) è in sostanza più simile a un personaggio che al Narratore.

E allora, dirà qualcuno, che cosa diavolo è il Narratore?

Uno narratologo francese degli anni Settanta potrebbe rispondere, tutto compito: il Narratore è una funzione del testo. E naturalmente preciserebbe che, date diverse opere di un medesimo autore, ciascuna di esse avrà il suo bravo Narratore (di più: data una raccolta di racconti, ciascuno di essi ha il suo bravo Narratore). Al massimo vi concederà – dico sempre il narratologo francese degli anni Settanta – che distinte opere di un medesimo autore potrebbero avere dei Narratori piuttosto simili.

Detto questo, ora proverò a farvi intuire che cosa sia il Narratore attraverso alcuni semplici esempi.

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Forse avete tenuto, molti anni fa, un diario. O almeno conoscete qualcuno che abbia tenuto, molti anni fa, un diario. Ora, immaginate una persona che, avendo per caso ripescato un proprio diario di, mettiamo, venticinque anni prima – a causa di un trasloco, per esempio – dedichi una serata a leggerlo. Vi sarà facile immaginare come questa persona, dopo dieci o quindici o ventidue pagine, possa alzare la testa, fissare il nulla per qualche secondo, e poi domandarsi ad alta voce: “Ma chi ero, quando ho scritto queste cose?”. In alternativa, la persona potrebbe alzare la testa dopo sette o dodici o ventuno pagine, sorridere a nessuno, e con un po’ di tenerezza esclamare: “Ma quante bugie raccontavo, quante bugie mi raccontavo, a quell’età!”.

Ecco: questo semplice esempio è, secondo me, una buona ragione per pensare che l’autore (materiale) di un testo e il Narratore di quel testo non coincidano esattamente. L’autore infatti è, ha continuato a essere, sé stesso, e continuando a essere sé stesso è ovviamente cambiato; il Narratore, invece, essendo come imprigionato nel testo e non potendo cambiare, è rimasto quel sé stesso che era e non è cambiato.

Potremmo dire che ciascun autore, nel momento – nel periodo – in cui lavora a un testo, proietta dentro quel testo un’immagine di sé: immagine che però è differente da ciò che l’autore è – non solo perché l’autore è di carne e l’immagine è un’immagine, ma perché l’immagine è, in quanto immagine, una trasfigurazione dell’autore. Potete essere certi che chiunque dichiari di aver messo in un’opera “tutto sé stesso”, in realtà ha messo in quell’opera solo una parte di sé stesso, e anche una parte modificata, trasformata, distorta, amplificata, ec., insomma trasfigurata.

Secondo esempio. Avete letto i Promessi sposi. Li avete letti e vi siete fatti un’idea di come poteva essere l’autore, Alessandro Manzoni. Li avete letti e avete sentito una voce sovranamente calma, delicatamente ironica, serenissima, devotamente e incrollabilmente affidata a Dio, e così via. E l’immagine che vi siete fatti nella mente, dell’autore Alessandro Manzoni, è quella là. Dopodiché magari vi è venuta voglia di leggere una biografia di Alessandro Manzoni: e avete scoperto che era un nevrotico pazzesco, ombrosissimo, anche un po’ misantropo; che, cresciuto in un illuministico sostanziale ateismo, alla religione cristiana cattolica era giunto attraverso un percorso assai accidentato (e alcune scene madri molto isteriche); che la sua vita era stata costellata di dolori, soprattutto dalle morti: della molto amata Enrichetta Blondel, e di quasi tutti i suoi figli (tranne uno: quello sciagurato). L’Alessandro Manzoni in carne e ossa, insomma, può ben essere stato l’autore dei Promessi sposi; ma non somiglia per niente al Narratore che noi, leggendo, immaginiamo.

(Ah, tra parentesi: l’autore Alessandro Manzoni, stando a diverse testimonianze del tempo, non era nemmeno capace di parlare decentemente la lingua nella quale il romanzo è scritto: per la vita quotidiana usava il dialetto lombardo, per le conversazioni intellettuali il francese, e per le vie di mezzo un italiano pesantemente lombardo ridicolmente punteggiato di soavi fiorentinismi. Autore e Narratore, insomma, non parlano nemmeno la stessa lingua).

Quindi: da una parte abbiamo un autore che getta dentro al testo una proiezione di sé, un sé immaginario; dall’altra abbiamo un lettore che cerca di immaginare come sia fatta la soggettività che ha generato il testo. Il punto d’incontro di queste due immaginazioni, quella dell’autore e quella del lettore, è appunto il Narratore. Che non ha consistenza materiale, è diciamo un ectoplasma (Treccani: “In parapsicologia, la speciale sostanza che, in certe condizioni, uscirebbe dal corpo di taluni medium (è detta anche teleplasma). Per estens., forma indistinta, evanescente”) o, se volete una parola più alla mano, un fantasma o un’interfaccia (o forse anche un’intercapedine).

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Credo che un autentico narratologo francese degli anni Settanta, a sentirmi definire il Narratore in questo modo così spudoratamente psicologistico, proverebbe un forte desiderio di picchiarmi. Eppure, se il nostro scopo non è fare teoria della letteratura, ma fare piuttosto un po’ di pratica con la letteratura, questa idea del Narratore può essere sufficiente. Almeno all’inizio.

Il passo successivo consiste quindi nel prendere in mano un proprio testo e domandarsi: “Ma chi mai l’avrà scritto?”.

La domanda può sembrare paradossale, ma non dovrebbe sembrarvi paradossale se avete letto fin qui. Dovrebbe sembrarvi invece una domanda perfettamente logica e naturale. Si può riformularla così: “Quale porzione, quale variante, quale proiezione, quale immagine, quale trasfigurazione (ec.) di me stesso ho messa in moto, ho adoperata per scrivere questo testo?”, o anche: “Quale porzione, quale variante, quale proiezione, quale immagine, quale trasfigurazione (ec.) di me stesso ha scritto questo testo?”.

L’esercizio può risultare più facile se compiuto su testi piuttosto vecchi. Potrebbe essere molto difficile se compiuto sul testo al quale state lavorando adesso.

Un’antica disputa iniziò già negli anni Settanta (in Francia, lo ricordo) attorno alla domanda: ma, il Narratore, è consapevolmente o inconsapevolmente prodotto dall’autore?

La risposta più sensata è, probabilmente: che il Narratore è prodotto dall’autore fino a un certo punto consapevolmente, e da un certo punto in poi inconsapevolmente.

(La risposta mia, privata, è che i Narratori dei miei testi sono prodotti da me del tutto inconsapevolmente. Per ogni testo io architetto, ovviamente, un Narratore ad hoc. E cerco di essere il più razionale e consapevole possibile nel metterlo in atto, nel fargli scrivere la storia. Poi, basta che riguardi il testo una settimana dopo e mi accorgo che certe cose sono entrate nel testo senza che io lo sapessi, senza che io volessi, senza che io le autorizzassi. Ovviamente cerco di rilavorare il testo a partire dalla consapevolezza dell’esistenza, nel testo, di tali cose: “Così – penso – sarò consapevole di che cos’è, di chi è il mio Narratore”. La nuova versione del testo, lasciata riposare il giusto tempo, mi rivelerà – succede sempre, è successo sempre – la presenza di ulteriori cose penetrate nel testo al di là di ogni mia coscienza, volontà e decisione. Allora rimetto le mani al testo, ma – eccetera: si può procedere ad libitum).

A che cosa serve, dunque, se è così poco controllabile, sapere che in ogni testo c’è un Narratore, e che questo Narratore non coincide con me?

Serve: perché pensando al Narratore, a questa soggettività imprendibile che determina tante cose nel mio testo, in realtà io penso al lettore. Se volete, al Lettore. Penso a quell’altra soggettività che – in chi sa quale luogo, in chi sa quale tempo – attraverso il testo cercherà di arrivare fino a me, di arrivare a toccarmi. Non ci riuscirà, naturalmente, perché io sono qui, in questo luogo e in questo tempo, e mi sto muovendo, e per restare me stesso sto continuamente cambiando: ma riuscirà, invece, se sarò stato abbastanza bravo, a toccare con l’immaginazione il Narratore che ho donato al testo, e che ho lasciato si infilasse nel testo proprio perché, a distanza di tempo, in luoghi dove mai non sarò, possa abbracciare l’immaginazione del Lettore.

Tutto qui.

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