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Immaginare le storie / La scrittura, le sedie, la plastica

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Valentina Durante, docente della Bottega di narrazione - Scuola di scrittura creativadi Valentina Durante
docente della Bottega di narrazione

Per comunicare abbiamo bisogno di una forma. In pittura, la forma (ciò che può essere esperito dai sensi, a differenza di un pensiero, un’idea, un concetto, che sono astratti) è data da una particolare distribuzione di linee, campiture di colore e spazi vuoti sopra un supporto (ma anche un solo pigmento può essere forma: pensa al famoso Blu di Yves Klein).

In scrittura la forma, sul piano più generale, è data da parole intervallate a spazi bianchi. Ma la forma è anche il modo di organizzarsi di queste parole in strutture codificate. Un romanzo è una forma. Un testo teatrale è una forma. Una poesia è una forma e – all’interno della forma-poesia – è una forma un sonetto, una ballata, un madrigale, un componimento in versi liberi. La forma non è un contenitore statico. Non è una gabbia che incarcera il contenuto. Somiglia piuttosto a un guscio elastico che si tras-forma, diventando unico e irripetibile nel momento in cui viene riempito, tanto che non sarebbe più possibile scinderlo e distinguerlo da ciò che contiene.

Le sedie in plastica colorata progettate da Joe Colombo per Kartell sono un classico mobile anni ’60. Fanno venire in mente 2001 Odissea nello spazio, la minigonna di Mary Quant, i primi Beatles e il profilo tondeggiante della Seicento. Nel decennio che ha preceduto la guerra del Kippur e la crisi petroliera, la plastica era considerata un materiale moderno, artificiale (in senso positivo), democratico perché economico, razionale e al tempo stesso giocoso, universale. La forma-plastica incarnava la visione di un oggetto definitivo adatto a qualunque tipo di ambiente, quasi posto fuori dalla storia e dalle sue contraddizioni. Negli anni ’70, la plastica, pur rimanendo la stessa, diventa tutt’altro: artificiale (ora in senso negativo), consumista, leggera perché immatura e immatura perché leggera, priva di vita e di memoria perché incapace di invecchiare dunque di confrontarsi con la storia. Un materiale inaccettabile in tempi di crisi economica e di radicale ripensamento dei modelli occidentali di sviluppo. Ma solo cinque anni dopo, nel 1980, il designer Gaetano Pesce realizza il tavolo Sansone per Cassina.

Lo ottiene da una struttura in griglia di ferro sulla quale fa colare del poliestere, cosa che gli permette di amplificare le potenzialità espressive del materiale e di introdurre l’idea della serie diversificata. La visione della plastica è cambiata di nuovo. In apertura agli edonisti anni ‘80 è sinonimo di specializzazione, innovazione (sono in plastica i computer che si avviano a colonizzare le nostre case, i nostri uffici e le nostre vite), complessità, personalizzazione, ibridismo (in senso positivo: ci avviamo a diventare una società ibrida, multietnica e globalizzata).

Anche la forma vive in un contesto, ossia nella cultura e nella società del suo tempo. Da questa cultura e da questa società viene plasmata, e questa cultura e questa società contribuisce a plasmare. Anche il sonetto, dicevamo, è una forma. Pur nel suo essere chiuso (era e resta una forma metrica costituita da due quartine e due terzine di endecasillabi), ha attraversato nel corso dei secoli continue trasformazioni. Il poeta Antonio Porta diceva che un modello poetico vero e proprio del sonetto non esiste: «C’è il sonetto di Foscolo e il sonetto di Dante. C’è il sonetto di Cavalcanti e il sonetto di D’Annunzio. La forma è chiusa, ma contemporaneamente è aperta alle esigenze del tempo, alle mutazioni linguistiche. La forma si chiusa si immerge nella lingua di quella società e ne esce qualcosa di nuovo».

Prova a leggere questo sonetto dal Canzoniere di Francesco Petrarca (n. 3):

Era il giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo factore i rai,
quando i’ fui preso, et non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.

Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d’Amor: però m’andai
secur, senza sospetto; onde i miei guai
nel commune dolor s’incominciaro.

Trovommi Amor del tutto disarmato
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco:

però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.

È un esempio classico della forma sonetto, con quartine a rima incrociata ABBA ABBA (di cui è proprio Petrarca a codificare l’uso).

Ma anche questo di Beppe Salvia è un sonetto:

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

Che (apparente) differenza, vero? Quando t’interroghi sulla forma più adatta a dire quel che hai da dire (romanzo epistolare, poema in prosa, romanzo giallo, autobiografia – o autofinzione – saggio ibridato con romanzo o romanzo ibridato con saggio eccetera) rifletti anche sulla stratificazione di significati che questa forma ha acquisito nel corso dei secoli (o dei decenni). Sono significati con i quali concordi, o dai quali vuoi prendere le distanze? Ai quali vuoi aderire, oppure che preferisci contestare o ignorare? Perché una forma – ormai lo hai capito – può essere reinventata.

Immaginare le storie

Immaginare le storie è un corso ideato e condotto per la Bottega di narrazione da Valentina Durante e Giulio Mozzi. Il suo obiettivo è insegnare a guardare le immagini (e le cose) e a “adoperare” le immagini per inventare ed esplorare le forme della scrittura e della narrazione. Inizia il 12 aprile 2021, si svolge tutto a distanza, chi si iscriverà entro il 20 marzo godrà di un sostanzioso sconto. Tutte le informazioni.