Di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione
Nel primo capitolo del suo bel libro L’italiano in bilico (il Mulino 2026), il linguista Edoardo Lombardi Vallauri si lascia andare a una riflessione che definisce «un po’ mesta»: «Anche in grammatica, come in molti altri campi, la libertà è percepita come un peso. Il “linguista” […] dovrebbe fornire regole ineccepibili a cui affidarsi, per essere liberati da ogni scomoda libertà, da cui discendono incertezza, necessità di esercitare il giudizio su casi reali, possibilità di sbagliare, responsabilità». Non per niente esiste una quantità di libri e libretti, per la scuola o per la vita quotidiana, che si intitolano imperativamente «Come si dice» (fortunatissimo quello di Luciano Satta, degli anni Sessanta ma ristampato fino agli Ottanta) o intimidatoriamente «Bada come parli» (sempre Luciano Satta, evidentemente uno specialista del rigorismo). In realtà, quando ci imbattiamo nel dubbio tra diverse forme la cosa più sensata è domandarci: ma queste diverse forme vogliono dire davvero la stessa cosa?
«Non so dove sia Mario. Credevo fosse da te».
«Non so dov’è Mario. Credevo fosse da te».
Entrambe le forme sono corrette. La prima (è uno degli effetti tipici del congiuntivo) ha una certa vaghezza in più: «Non so dove sia Mario, potrebbe essere ovunque»; per contro «Non so dov’è Mario» dà la sensazione che Mario, benedett’uomo, se non è qui sarà lì, sarà da sua sorella, sarà dal pizzicagnolo, sarà al cinema, sarà in somma in uno dei posti dove ragionevolmente un Mario può essere. Sono sfumature.
Ma, invece, in
«Non so dov’è Mario. Credevo che era da te»,
quel «Credevo che era da te» è corretto? Certo che lo è; ma appartiene a un registro diverso: un registro parlato, magari con una sfumatura regionale (non so se sia vero che il congiuntivo è in via di estinzione; certamente è a rischio in Lombardia), o se si preferisce – come dice la Crusca – un registro «meno sorvegliato». Certamente «Credevo che fosse da te» e «Credevo che era da te» sono due forme che, se appartengono a un dialogo in una narrazione, ci dicono qualcosa del personaggio che parla e del contesto in cui parla. Tutti noi, infatti, «sorvegliamo» più o meno il nostro parlato a seconda del contesto in cui siamo: «Al prete», diceva mia nonna, «non si parla come al sagrestano» – anzi: «al sacrista», diceva lei.
(Già che ci siamo: che differenza c’è tra «Non so se sia vero che il congiuntivo è in via di estinzione» e «Non so se è vero che il congiuntivo è in via di estinzione, «Non so se sia vero che il congiuntivo sia in via di estinzione», «Non so se è vero che il congiuntivo sia in via di estinzione»? Ragionateci su).
In tanti casi, dunque, possiamo usare una forma o un’altra a seconda del contesto e della situazione. Per esempio,
«Mario non so dov’è»
è palesemente la risposta a una domanda – esplicita o implicita – che qualcuno ha fatto; ed è una risposta che distingue la situazione di Mario da quella di altri:
«Mario e Gina dove sono?». «Gina è giù al bar; Mario non so dov’è».
Anche qui il «non so dov’è» implica la fiducia in una reperibilità di Mario (magari lo sa Gina, dov’è), mentre la risposta «Gina è giù al bar; Mario non so dove sia» contiene più incertezza (e anche una possibile sfumatura negativa, in certi contesti: «Mario non so dove sia, lo sai che lui sparisce sempre quando c’è da menare le mani»).
D’altra parte, ci si può anche astenere:
«Mario e Gina dove sono?». «Gina è giù al bar; Mario non so».
Quest’ultima forma, così a orecchio, lascia aperta la possibilità che Mario sia anche lui al bar con Gina: «Gina è giù al bar; Mario non so; sarà lì anche lui», o qualcosa del genere. Dipende dal contesto, appunto: se Mario e Gina sono una coppia (di sposi, di amanti, di colleghi, di giocatori di briscola ec.) la probabilità che siano insieme al bar aumenta; e diminuisce se sono due persone tra le quali non c’è o non è nota una particolare relazione. E dipende dalla situazione conversazionale: se a parlare qui sono due persone che conoscono bene Mario, e conoscono bene Gina, e sanno bene che tipo di rapporto c’è tra Mario e Gina, è possibile che la risposta «Gina è giù al bar; Mario non so» contenga un sottinteso del tipo: «Se Gina è giù al bar, dove vuoi che sia Mario? Sarà al bar anche lui!». Dire senza dire, dire negando, dire dicendo il contrario, dire alludendo: siamo dalle parti dell’uso ironico della litote.
Oppure, il «non so» secco può significare: «me ne lavo le mani», come disse Pilato, «sono forse io il custode di Mario?», come disse Caino quando il Signore gli chiese di Abele, e così via (oggi mi sento biblico).
Comunque, qualche riga sopra ho scritto: «così a orecchio».
(Lo sapete che cosa è questo «comunque»? È una parola che ha un suo significato preciso, ma nella lingua parlata viene spesso usata per segnalare una svolta del discorso, un po’ come usiamo l’«a proposito» – di solito per introdurre qualcosa che non cade per niente a proposito. Io l’ho usata qui, la parola «comunque», nel modo in cui la si usa nel parlato, perché questo articolo, benché riguardi una faccenda tendenzialmente noiosa come la grammatica, vuole farsi leggere; e prendere un tono da conversazione è di solito uno stratagemma che funziona – oddio! Un «stratagemma» o uno «strategemma»? Eh: benché «strategemma» sia più vicino nel suono alla parola greca στρατήγημα, dalla quale attraverso il latino viene la nostra, la forma italiana valida è «stratagemma»; l’errore d’altra parte ha un’origine comprensibile, poiché abbiamo «stratega», con la «e», e il buon senso – che è buono, ma non sempre ci prende – suggerisce che gli «strateghi» faranno gli «strategemmi», non gli «stratagemmi». E invece no: bizzarrie della lingua).
Ma dicevo: qualche riga sopra ho scritto: «così a orecchio». E naturalmente, a qualcuno verrà da dire: «Ma come, Mozzi, parli di grammatica a orecchio?».
Il punto è questo: non sto parlando di grammatica. Sto dicendo che la grammatica spesso lascia libertà di scelta, e che queste scelte hanno un valore sul piano del significato e dello stile. Nel lessico la cosa è più evidente:
«Sulla soglia si presentò un vecchio».
«Sulla soglia si presentò un vecchiaccio».
«Sulla soglia si presentò un uomo di veneranda età».
«Sulla soglia si presentò un anziano signore».
«Sulla soglia si presentò un ottantenne».
«Sulla soglia si presentò— continuate voi.
«Vecchio», «vecchiaccio», «di veneranda età» eccetera sono parole diverse sia sul piano del significato sia su quello del registro stilistico. «Vecchiaccio» ci dice che la persona non solo è «vecchia», ma che è «vecchia» in un certo modo, direi non bello – o, in alternativa, che il personaggio che la sta guardando la percepisce in un certo modo. «Di veneranda età» è una forma che contiene un elemento descrittivo (ci fa immaginare qualcosa dell’aspetto, del portamento, dei modi di quella persona) e un giudizio positivo (dato da chi sta parlando: l’autore, un personaggio). «Anziano signore» è la forma apparentemente più neutra, e tuttavia può suonare diversamente in diversi contesti: in una fiaba un «vecchio» può essere più nobile di un «anziano signore», in un racconto realistico l’«anziano signore» probabilmente se la passa meglio del «vecchio». Eccetera. Se volete, potete domandarvi che differenza c’è tra un «anziano signore» e un «signore anziano».
Ma le medesime parole possono avere un senso diverso anche a seconda della situazione conversazionale:
«Sulla porta si presentò un vecchio», disse deluso Agesilao.
«Sulla porta si presentò un vecchiaccio», disse ridendo Agesilao.
«Sulla porta si presentò un uomo di veneranda età», disse Agesilao in tono solenne.
«Sulla porta si presentò un signore anziano», disse Agesilao simulando stupore.
«Sulla porta si presentò un ottantenne», disse asciutto Agesilao.
Eccetera. In tutti questi casi il contesto (ringraziamo Agesilao per il suo contributo, anche se in realtà è un pessimo attore) spinge le parole verso sfumature di senso diverse.
Lo stesso succede se applichiamo alle parole degli aggettivi o altre specificazioni:
«Sulla porta si presentò un vecchio, cupo e imponente» (oppure: «arzillo e sorridente»).
«Sulla porta si presentò un orrido vecchiaccio».
«Sulla porta si presentò un uomo del quale solo l’età pareva veneranda» (questa è molto manzoniana).
«Sulla porta si presentò un signore, come si dice oggi, piuttosto anziano».
«Sulla porta si presentò un presunto ottantenne».
E così via. Naturalmente anche qui a seconda della situazione conversazionale – eccetera eccetera.
Ma torniamo alla grammatica.
Anche le scelte puramente grammaticali producono effetti di significato e di registro stilistico. Esempio classico:
«Oggi è piovuto».
«Oggi ha piovuto».
Due forme, entrambe corrette. Ma con sfumature diverse. Dopo un «ha piovuto» io mi aspetto facilmente una determinazione temporale, «oggi ha piovuto per tre ore», che sentirei meno naturale dopo un «è piovuto». «Oggi è piovuto», e stop, mi dice che il fatto è avvenuto; «oggi ha piovuto» è quasi l’indizio di una descrizione del fatto.
Orecchio? Sì, è orecchio. (Ma prima di scrivere ho controllato chez Crusca, sia chiaro).
E allora viene la domanda, pienamente legittima: «Ma lei, Mozzi, si fida del suo orecchio?».
Risposta: «Sì, mi fido del mio orecchio; e non me ne fido. Mi fido del mio orecchio perché da anni rifletto sull’uso delle parole, perché da anni prendo in mano il vocabolario almeno dieci volte al giorno, perché da anni lavoro sui testi miei e sui testi altrui. Nel corso degli anni ho immagazzinato una quantità di nozioni, senz’altro, ma mi sono anche costruito una sensibilità. E poi – lo dico poi, anche se forse andava prima – da sempre leggo; e leggo cercando di distinguere le opere letterarie degne da quelle indegne. E tuttavia non mi fido del mio orecchio: e quindi costantemente rifletto sull’uso delle parole, prendo in mano il vocabolario almeno dieci volte al giorno, mi confronto con altri sui testi che scrivo e mi confronto con altri sui testi che scrivono loro. E mi danno l’anima per cercar di capire che cosa fa di un’opera letteraria un’opera letteraria degna».
Ora immaginate questa scena. Uno studio, nel quale lavorano due persone. Una sta facendo un editing, l’altra la revisione di una traduzione. Ogni cinque, sette minuti una delle due alza la testa e dice: «Secondo te…»; e l’altra risponde «a orecchio». Dopodiché, entrambe vanno a controllare sul vocabolario (per cominciare il GDLI, il Grande dizionario della lingua italiana, detto anche «il Battaglia» dal nome del suo primo direttore, che è disponibile on line gratuitamente; e poi eventualmente altri), o sul manuale di grammatica, o su uno o più d’uno di quelle quattro dozzine di repertori, prontuari, manuali che riempiono due scaffali dello studio. Ovviamente non si fidano né dei motori di ricerca né delle intelligenze artificiali (anche se fanno uso sia dei motori di ricerca sia, con prudenza, delle intelligenze artificiali: per la prima esplorazione di un campo sono assai utili; per interrogazioni oracolari no, decisamente no).
L’«orecchio» non è una dote naturale, non si forma semplicemente leggendo, non si forma con sporadiche escursioni in rete; l’«orecchio» si forma nel tempo, lentamente, per accumulo, a forza di usare le parole e di ragionarci su. E, anche, a forza di usare l’immaginazione.
Prendiamo un caso facile: «obiettivo/obbiettivo». Entrambe le forme, sia nell’uso come sostantivo sia nell’uso come aggettivo, ve lo dicono tutte le grammatiche e tutti i vocabolari, sono corrette e lecite. Nella Treccani trovo però che «“Obiettivo” compare 82.163 volte negli articoli del quotidiano “Corriere della sera” (1992-2015); “obbiettivo”, 3.672 volte»: e possiamo ritenere che il «Corriere della sera» sia insieme un quotidiano mediamente ben scritto e un buono specchio dell’italiano scritto medio. La forma con una sola «b» è più vicina alla parola latina originaria («obiectivum»), quella con «bb» è «uno stadio evolutivo nel passaggio dal latino all’italiano». Il GDLI, detto anche «il Battaglia» dal nome del suo primo direttore, mette a lemma «obiettivo» e alla voce «obbiettivo» mette un semplice rimando a «obiettivo».
Quindi: «obiettivo» non è più corretto, ma è molto più frequente; se non voglio che il lettore inciampi sulla parola, farò meglio a usare questa forma. È una conclusione ragionevole.
Riflessione: quando nella lingua esistono due forme di una parola, spesso queste due forme tendono a specializzarsi un po’. Potremmo immaginare due sfumature di significato distinte per «obiettivo» e «obbiettivo»?
«Mozzi, andiamo ancora a orecchio?».
Be’, un po’ sì. Facendo una ricognizione dei miei scritti, mi sono reso conto che non uso «obiettivo» e «obbiettivo» allo stesso modo. «Obiettivo», nel microcosmo lessicale di Giulio Mozzi, è quello della macchina fotografica, o quello che si assegna a una missione. «Obbiettivo», nello stesso microcosmo, è invece il giornalista che riferisce i fatti onestamente, senza mischiarli alla sua opinione (e, di conseguenza, «obbiettività» è la sua virtù).
In conclusione: la grammatica il più delle volte non lascia scampo («Io ho stato» è un errore, punto), ma molto spesso concede una certa libertà. Pretendere di ridurre questa libertà trasformando in regole l’uso prevalente, o l’uso di un secolo fa (i laudatores temporis acti non mancano mai, in questo ambito), o semplicemente il nostro gusto, è sciocco. Difronte (o «di fronte»?) a più forme ugualmente corrette possiamo domandarci:
– queste diverse forme producono sfumature di significato diverse?
– queste diverse forme appartengono a registri diversi? (al parlato di conversazione, al parlato nobile, alla lingua burocratica, alla lingua «che si di letteratura», ec.);
– queste diverse forme possono essere più o meno accettabili a seconda della situazione in cui compaiono? (cosa importante soprattutto per i dialoghi);
– qual è la frequenza d’uso di queste forme? E la loro distribuzione sul territorio italiano? Contengono echi dialettali?
Naturalmente potremmo anche imbatterci in forme scorrette ma accettabili, in un dialogo, in bocca a un parlante fortemente caratterizzato. Se è certo che per una gita in montagna Vincenzo Lo Cascio da Girgenti dica di aver preparato «lo zaino» (forma corretta), è possibile che per la stessa gita Antonio Revoltella da Monfalcone dica di aver preparato «il zaino» (forma scorretta). Ma quella del modo, nonché dell’opportunità, di caratterizzare localmente il parlato dei personaggi di un racconto – è un’altra questione.
(Se poi foste curiosi di sapere perché per abbreviare «eccetera» io scriva «ec.» e non, come quasi tutti, «ecc.», ebbene: perché ho trovato che così scriveva, nel suo Zibaldone, Giacomo Leopardi; e la cosa mi è piaciuta. D’altra parte Leopardi era notoriamente tirchio, tant’è che quando doveva mettere dei puntini di sospensione ne metteva non tre ma solo due; al contrario di Manzoni, gran scialacquatore di punteggiatura, che ne metteva quattro – se non ci credete, andate a vedere l’edizione originale dei «Promessi sposi»).