di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione
A noi che leggiamo, che leggiamo sul serio – intendo: che leggiamo non solo per passare il tempo (attività di per sé rispettabilissima), ma perché crediamo che la letteratura serva a conoscere il mondo, noi stessi, il modo in cui noi stessi conosciamo il mondo –, capita a volte di incontrare dei libri che ci cambiano il modo di pensare la letteratura, di immaginare la letteratura, e, di conseguenza, il modo di pensare e di immaginare il mondo e di conoscerlo. A volte sono cambiamenti minimi, a volte sono cambiamenti grandi. In un qualche momento del 1983 mi trovai a leggere un libro di poesia, Ora serrata retinae, di Valerio Magrelli, uscito tre anni prima. Magrelli è del 1957, io sono del 1960: di quel libro si parlava molto, e io ero affascinato dall’idea di leggere un vero libro di poesia scritto da un ventiseienne. Da un ragazzo che aveva l’età di mio fratello maggiore.
Ci misi un bel po’ a capire che cosa significasse il titolo. «La bocca seghettata della retina», ricavai più o meno letteralmente dal dizionario di latino, il Georges-Calonghi: l’orlo, non lineare ma appunto seghettato, o frastagliato, della retina; il bordo dentro il quale l’occhio è organo della vista, e oltre il quale non lo è più. Con l’occhio vediamo; e sappiamo che c’è un limite, nella visione, oltre il quale non vediamo; questo limite della visione corrisponde, nell’occhio, all’orlo della retina. Quindi, pensai, quello doveva essere un libro che non si occupava di ciò che vediamo, né di ciò che non vediamo: ma del confine tra ciò che vediamo (la porzione del mondo che vediamo) e ciò che non vediamo (la porzione del mondo che non vediamo). Come guardare dall’alto un bicchier d’acqua e non guardare né l’acqua né il bicchiere, ma l’orlo tra l’acqua e il bicchiere.
Mi viene in mente adesso: in quello stesso periodo, un po’ prima o un po’ dopo, lessi anche il Palomar di Calvino (uscito nel 1983), che in diversi capitoli – a cominciare dal primo, famosissimo, sul tentativo del signor Palomar di guardare un’onda; fino all’ultimo, nel quale il signor Palomar cerca di vedere (e trascrivere) la propria vita nel momento stesso in cui accade: e in quel momento muore – si incolla proprio lì, sulla linea-limite, sul punto-limite, su quel confine tra qualcosa e qualcos’altro che non è né la prima cosa né l’altra, e allora che cos’è? È il confine, perdiana!
E, infatti, molti testi del piccolo libro di Magrelli parlavano di orli, di margini, di confini; in particolare del confine tra la veglia e il sonno: «Molto sottrae il sonno alla vita. / L’opera sospinta al margine del giorno / scivola lenta nel silenzio», «Prima dell’ultima curva del giorno / colgo delle parole con cui dormire», ma anche: «Domani mattina mi farò una doccia / nient’altro è certo che questo», dove la doccia diventa appunto il confine, il bordo, l’orlo, il limite, o forse ancora meglio la cerniera tra il dormire e l’essere sveglio.
Era strano, per me, all’epoca, per me cresciuto con la poesia studiata a scuola – che era quella dei programmi – e la poesia di cui curiosavo in giro – ed era soprattutto quella strana e affascinante dei neoavanguardisti – leggere una poesia che non sembrava essere né classicamente lirica (centrata sul soggetto) né modernamente antilirica (centrata sulla negazione del soggetto), ma per così dire centrata su un soggetto debole (porta paletta! Il pensiero debole di Vattimo e Rovatti, altro libro di cui allora parlavano tutti, è sempre lì, nel 1983!), un soggetto evanescente, un soggetto senza «miraggi né tentazioni», un soggetto che non sembrava né volersi imporre né volersi nascondere.
Lo dice nel modo più chiaro possibile, che cosa sia questo soggetto debole, una poesia di Magrelli che lessi in verità qualche anno dopo, in Nature e venature che è del 1987: «Io cammino fumando / e dopo ogni boccata / attraverso il mio fumo / e sto dove non stavo / dove prima soffiavo». In altre parole, il fumo è contemporaneamente ciò che il soggetto produce e ciò che il soggetto attraversa, ovvero è una specie di traccia materiale della presenza in un luogo – dunque dell’esistenza – del soggetto, che però il soggetto può osservare solo da un altro luogo – e della sua presenza, dunque dell’esistenza, in questo altro luogo potrebbe accertarsi solo da un altro luogo ancora… E questo irresistibilmente mi fa pensare – è un’analogia, non è niente di più; e va presa con le pinze – al principio di indeterminazione di Heisenberg.
In un altro testo di Ora serrata retinae si legge: «Io sono ciò che manca / dal mondo in cui vivo, / colui che tra tutti / non incontrerò mai»: e rileggendo oggi il libro mi vien da pensare che forse Magrelli aveva anche ben letto e assimilato l’ultimo Caproni, quello più insistentemente aforistico («Sono tornato là / dove non ero mai stato. / Nulla, da come non fu, è mutato»: Ritorno, in Il muro della terra, uscito nel 1975): ma se l’io che parla in Caproni sembra un io astratto e furente, un io grammaticale più che autobiografico, un io in lotta contro il limite più che esploratore di quel limite – l’io di Magrelli sembra concreto e pacificato, o almeno rassegnato.
Ma – e anche questa è una considerazione di oggi, più che di allora – la poesia del fumo fu pubblicata nel 1987, e sempre nel 1987 lessi la Trilogia di New York di Paul Auster (nella prima traduzione italiana, quella di Giuseppe Settanni per Rizzoli), dove nelle prime pagine si dice di un personaggio: «Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle sé stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare. […] Il movimento era intrinseco all’atto di porre un piede davanti all’altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. […] Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo» (qui cito dall’edizione Einaudi, tr. Massimo Bocchiola).
In somma, c’era nell’aria qualcosa, e Ora serrata retinae quel qualcosa lo coglieva: e lo coglieva con una limpidezza di scrittura disarmante. C’erano pochissime vere metafore, in quel libro, forse nessuna, c’erano invece molte allegorie; o, per essere più precisi, Magrelli metteva in atto lì un certo suo modo di presentare immagini, potenzialmente metaforiche, che funzionavano però anche – forse soprattutto – come dispositivi di ragionamento; e comunque, se il materiale presentato all’immaginazione visiva del lettore era in genere semplice e quotidiano, tuttavia l’immaginazione visiva del lettore non riusciva mai a metterlo del tutto a fuoco. Ma non è, nel caso di Magrelli, una sfocatura che delude; è piuttosto una sfocatura che invita a tornare e tornare su un testo, a leggerlo e rileggerlo, a dirselo e ridirselo tra sé e sé, come una formula misteriosa dalla quale ogni volta sembra di poter estrarre un nuovo significato, e il cui significato sembra inesauribile. (Ciò di cui parlava Leopardi, credo, nelle sue considerazioni sul «vago»).
Ora serrata retinae fu un libro che cambiò molto la poesia italiana, almeno per i lettori della mia generazione (un po’ come le narrazioni di Pier Vittorio Tondelli cambiarono, almeno per la mia generazione, la narrativa). Per molti segnò la fine della stagione delle neoavanguardie: e il fatto che fosse stato pubblicato proprio nella collana di poesia di Feltrinelli, quella che era stata la palestra delle neoavanguardie, e per iniziativa di Elio Pagliarani che di quella stagione era stato un appartato protagonista, doveva pur voler dir qualcosa. Qualcosa tipo: «Noi abbiamo finito, ragazzi, adesso tocca a voi».
Tra parentesi: riprendere in mano oggi, a sessantasei anni, un libro che fu così importante, per me e per la letteratura italiana, quando ne avevo ventitré, mi fa pensare due cose. Uno: che ormai sono vecchio. Due: che comunque la rilettura è produttiva, mi fa pensare nuove cose. Sono arrivato dove non stavo, e il Giulio ventitreenne non posso più incontrarlo. Ma posso leggere i libri che leggeva.
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