E allora, la usiamo oppure no, questa benedetta intelligena artificiale, per scrivere?

di Valentina Durante
docente della Bottega di narrazione

Ci arrivo con calma (ma ci arrivo: promesso), perché la prendo un po’ alla lontana.

«L’apprendista» è un racconto che, insieme ad altri sette, compone l’opera di esordio di Giulio Mozzi Questo è il giardino (uscita per Theoria nel 1993). Di cosa parla? Be’, di un apprendista. Buona parte del testo ce ne racconta, con una prosa paziente e meticolosa, la quotidianità: l’attesa davanti all’officina, al mattino presto, con in mano (anzi, tenendolo con soli pollice e indice, per un angolo, «perché mantenga l’aspetto di cosa nuova, appena fatta») il giornale da consegnare al padrone; l’apertura delle finestre accomodando le veneziane in un certo modo, la pulizia del marciapiede esterno, la preparazione del motocarro con cui lui stesso farà le consegne. Fra le mansioni che gli spettano, e che l’apprendista cerca di svolgere con sveltezza perché, nel suo lavoro, «l’unico modo di essere bravo è quello di essere veloce», c’è anche il confezionamento dei pacchi da caricare sul motocarro, con le scatole da piegare e le palline di polistirolo da imballo per proteggere il contenuto. Qui, l’apprendista fa tutto alla svelta, ma senza sciatteria:

«Quando prepara i pacchi sembra un piccolo automa, tac tac, ha dei movimenti precisi; ma in realtà non si muove come un automa, anzi di ogni movimento, anche se è ripetitivo, pensa sempre a come si fa quel movimento, e cerca di perfezionarlo per renderlo più veloce, più diretto, nel suo genere anche più bello».

L’apprendista cerca di essere come una macchina, di imitarne l’efficienza, le prestazioni, ma anche – cosa che non gli sarebbe affatto richiesta – cerca di rendere il suo movimento (attenzione: non il risultato finale del lavoro – il pacco –, che lo si potrebbe anche capire; il suo stesso – di lui, dell’apprendista – movimento: il modo in cui il corpo sta nello spazio, il modo in cui lo occupa e lo sfida) più bello. L’apprendista si propone insomma di realizzare un atto estetico, una performance artistica, e questo lo allontana radicalmente da quel «piccolo automa» al quale pure vuole assomigliare o si sente, riportandolo prepotentemente all’umano.

Spesso, per dichiararne la natura di semplice strumento privo di connotazioni che non siano quelle che gli vengono assegnate istruendola, si usa paragonare l’intelligenza artificiale e in particolare i LMM («Large Language Model»: ChatGPT, Claude…) alla penna. Oppure alla stampa, ai programmi di videoscrittura – Microsoft Word e compagnia bella –, persino alla scrittura stessa nella sua fondamentale natura di codice. Una penna biro possiede un senso estetico? Lo possiedono dei caratteri mobili in un torchio tipografico? Un elaboratore di testi? (LibreOffice Writer, se Microsoft vi sta antipatica). La scrittura stessa, in sé, possiede un senso estetico? Direi di no: si tratta, appunto, di strumenti che si limitano a realizzare, a concretizzare, a dare forma a un fatto estetico voluto e perciò creato dall’uomo che di questi strumenti si serve. E un’intelligenza artificiale? Possiede, un LLM, un senso estetico suo proprio? Sa concepire e valutare – ancora prima di, eventualmente, crearla – la bellezza?

Di nuovo, no: perché anche qualora queste intelligenze si avvicinassero alle capacità speculative umane tanto da poterle eguagliare, il senso estetico non si riduce ad atto speculativo e raziocinante ma chiama in causa il corpo, e lo chiama in causa con prepotenza. Il piacere estetico è un piacere cerebrale, sì, ma anche potentemente fisico, come può testimoniare chiunque davanti a qualcosa di molto bello (che lui riconosce come bello), si emozioni, o pianga, o si senta battere il cuore, o spalanchi la bocca trattenendo il fiato, o si senta rammollire le ossa. E per corpo, sia chiaro, intendo qualcosa di ben diverso da una carrozzeria dotata di sensori, nel caso si stesse pensando alle mirabilia in arrivo dalla robotica.

Dunque un LLM non ha un senso estetico; cosa che non gli impedisce, se gli si sottopone un testo, di esprimere un giudizio – «è bello, è brutto» –, dove però non interviene nessun sentimento del bello in tutta la sua fisicità e dunque contraddittorietà (potrebbe mai, un LLM, sperimentare il sublime?), ma la semplice coerenza con valori formali che lui ha imparato a riconoscere come esteticamente preferibili: simmetria, ritmo, equilibrio nella composizione ecc. Dove questa preferibilità, e ne dirò meglio poi, punta a riflettere una media statistica del gusto umano presente nei dati di addestramento; e qui cominciano i dolori, quando si vuol far della letteratura seria. Ripeto: un LLM non possiede un vero senso estetico ma, a differenza della penna, del torchio da stampa, di un programma per la videoscrittura e della scrittura stessa, può produrre un fatto estetico che appare dotato di una certa autonomia rispetto alle istruzioni che l’uomo gli impartisce. In altre parole, attraverso il loro comportamento i LLM simulano (e, direi, con non scarsa efficacia) la presenza di un giudizio estetico a monte che orienta il risultato. Sappiamo che i LLM sono guidati da un comportamento probabilistico. La lingua – e sappiamo anche questo – è creatura viva e mobile, idiosincratica e prensile e che evolve nel tempo: in modi e attraverso forme (per millenni è stato così) che nessuno ha mai potuto né può tuttora prevedere. Però oggi, piaccia o meno (a me piace poco), la nostra lingua scritta inizia a essere influenzata da quella dei LLM: i cui parametri di evoluzione sono, a differenza della lingua naturale, specifici e prevedibili: «In breve», scrivono Maik Bieleke e Wanja Wolff in The boredom trap: How LLMs are draining entropy from the way we communicate («La trappola della noia: come i LLM stanno sottraendo entropia al nostro modo di comunicare»; per «entropia» s’intenda qui la misura del grado di disordine e di casualità di un sistema) «i LLM sono ottimizzati per produrre output ad alta probabilità e a bassa sorpresa; il che rende i loro testi coerenti, fluidi e stilisticamente uniformi», ma anche, come tutti gli ambienti prevedibili e caratterizzati da una scarsa variabilità («a bassa entropia»), fondamentalmente noiosi.

Vero è che questo effetto lo possiamo mitigare in fase di prompting, ossia quando diamo le nostre istruzioni  ChatGPT, o Claude, o quel che volete (perché i LMM restano, per il momento, ancora strumenti, e hanno bisogno che qualcuno li usi, li addestri, impartisca loro istruzioni); ma è altrettanto vero e innegabile che queste sollecitazioni umane «intervengono su un processo di ottimizzazione che è fondamentalmente orientato alla prevedibilità».

È un problema che i LLM puntino alla medietà e alla riduzione dell’entropia? Sì, perché – noia a parte – medietà e prevedibilità sono il contrario di ciò che la letteratura dovrebbe fare. Almeno quella «di ricerca», mi vien da dire, e tuttavia: una letteratura senza ricerca, senza volontà di conoscenza e di scoperta, che letteratura mai sarebbe?

Allo stesso tempo potrebbe non esserlo, un problema, se chi usa i LLM ha questo limite chiaro in partenza e possiede già una propria autorialità: una maturità di giudizio, una tecnica, un immaginario, uno stile, insomma: una voce già definita e sicura di sé.

Chi queste cose ancora non le possiede perché è, o si sente, in formazione (e la sottoscritta, ad esempio, come l’apprendista del racconto, ci si sente ancora a pieno titolo) dovrebbe rapportarsi all’intelligenza artificiale con qualche cautela in più. Che l’essere umano apprenda per imitazione lo sappiamo già dai tempi di Aristotele, e per millenni il modo più proficuo di addestrarsi nella scrittura è stato quello di leggere i grandi autori, lasciandosene penetrare, assorbendo le loro grandi voci (e magari andando a scuola di retorica in Grecia, come fecero Cicerone e Virgilio, o studiandosi per benino la «Rhetorica ad Herennium», come si è fatto in tutte le classi fino a fine Settecento e prima che sulla disciplina cadessero le prime condanne capitali – la prima testimonianza dell’uso del termine in senso deteriore lo troviamo nel Tommaseo-Bellini, nella seconda metà dell’Ottocento).

«Eh, ma ChatGPT questi grandi autori non fa altro che ricombinarli, e nel suo cervello potenziato ne stipa tanti quanti un povero essere umano nemmeno se ne sogna». Vero; ma, a parte che quel che ricombina ce lo restituisce nel modo che si è detto, ossia riducendone l’entropia (e, abbiamo capito, non è un affare particolarmente vantaggioso), a parte questo, domandiamoci, vi prego, se per scrivere qualcosa di veramente bello sia sufficiente ingurgitare quanti più testi possibile. Da quand’è che abbiamo cominciato a confondere l’arte con la semplice erudizione? (Petrarca ha scritto quel che ha scritto con una biblioteca di circa trecento libri, accumulati in una vita di studio; trecento: meno di quelli che certi booktoker incamerano in un anno solare).

«Eh, ma tanto ChatGPT io lo adopero per fare ricerca». Ricerca i cui risultati ti vengono offerti attraverso la lingua di cui sopra e che tu – dài oggi, dài domani – finisci con l’assorbire, ti addestri mentre vieni addestrato (e, fidati, se non sei abbastanza forte, vince lui). Ma se la tua scrittura punta a essere letteraria e cerca di realizzare uno scopo estetico, e visto che la saggistica prodotta da soli umani esiste ancora, grazie al cielo, non è forse è più proficuo fare ricerca leggendosi contestualmente qualcosa di bello?

A scanso di equivoci, non sono contro l’AI. Un LLM può rivelarsi tremendamente utile sia in fase di progettazione (per costruirsi una prima bibliografia, per tradurre in volata da una lingua che non si padroneggia…), sia, e soprattutto, in fase di editing: refusi, incongruenze materiali e altre implausibilità, indicazioni utili per intervenire sulla struttura… Ma sconsiglierei ai miei allievi, e sconsiglio a me stessa, di impiegarlo come sparring partner in fase di scrittura, o come oracolo quando ci si trova in fase di stallo.

Il sugo è: scrivere qualcosa di artisticamente valido con l’intelligenza artificiale si può; e non perché «fa tutto la macchina», come vulgata pretende, ma proprio perché, e solo se, si riesce a far sì che non faccia tutto la macchina. Prima però bisogna imparare a scrivere bene. No, non a scrivere bene i prompt, a scrivere bene, punto: saper proteggere l’unicità della propria scrittura e la vitalità, la sottigliezza, le peculiarità, le insensatezze del proprio senso estetico. Saper capire, con la testa ma prima ancora con il corpo – questo benedetto corpo –, l’importanza dell’inutilità del movimento fatto dall’apprendista: l’imitazione della macchina che si incrina quando, accanto alla prestazione di piccolo automa – tac tac –, subentra l’irragionevole desiderio di bellezza.

Uno spreco, magari; ma uno spreco umanissimo.

* * *

Con questo articoletto presento ufficialmente il nuovo corso «Scrivere (con) il corpo» che condurrò a partire dal 4 febbraio 2027 per la Bottega di narrazione, e che pone al centro uno dei due fulcri del nostro senso estetico e perciò della nostra scrittura: il corpo.

In breve, in questo corso si impara:

– A scrivere con il corpo. A creare, cioè, una routine di scrittura (il che non significa per forza scrivere tutti i giorni), che sia funzionale a ogni allievo, alla sua quotidianità, al suo modo di pensare e di stare nella pagina, ai suoi alibi e alle sue idiosincrasie. Dove si trovano le idee? Come vanno sviluppate? Come si comincia un romanzo o un racconto? Occorre per forza scrivere un soggetto? Una scaletta? Appiccicare i post-it con le scene sulle pareti di casa? E se invece cominciassi subito a scrivere? Faccio peccato? E, ancora: quante stesure? Quanto tempo fra l’una e l’altra? Quante revisioni? Come si può editarsi da sé? Questioni per nulla alate, ma che si rivelano decisive, quando ci sei dentro.

– A scrivere il corpo. Ossia partendo dal presupposto che anzitutto questo sono i nostri personaggi: corpi che interagiscono fra di loro e con l’ambiente che li circonda (fisico, culturale, valoriale). Il che non significa che a Luca bisogna far sudare i palmi anziché dire «era nervoso» – lo «show don’t tell» da manuale di cui l’intelligenza artificiale non a caso è diventata maestra. Significa essere consapevoli che a influenzare questa relazione e la sua natura corporale nel senso di creaturale intervengono numerose circostanze: gli stereotipi sulla mascolinità e la femminilità; la malattia e la morte; la maternità e la paternità; il desiderio e il piacere sessuale; il senso del mistico…

I primi sei incontri saranno composti di una parte di lezione frontale seguita da un breve esercizio di scrittura. Gli ultimi due saranno dedicati alla discussione dei testi scritti dai partecipanti, preventivamente editati dalla docente (nel caso di una classe numerosa, potranno essere aggiunti uno o due incontri in coda).

«Scrivere (con) il corpo», condotto da Valentina Durante.
Dal 4 febbraio 2027.
Il giovedì sera dalle 19 alle 22.
8 lezioni in diretta su Zoom (disponibili il giorno dopo in registrazione).
Attenzione: Prezzo di favore solo fino al 30 novembre 2026.
Il programma completo.

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