di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione
È difficile parlare seriamente di un poeta che conosci da quando aveva nove anni (e tu dieci). È difficile, perché quell’uomo, che adesso ha sessantacinque anni (e tu sessantasei: sempre uno di più) ti pare di conoscerlo, ti è sempre parso di conoscerlo; è difficile perché quell’uomo, per te, è sempre stato non uno che scriveva poesie ma un poeta (e la differenza la sai bene, perché anche tu scrivi poesie: ma non sei un poeta); è difficile perché tra il bambino-ragazzo-uomo che conosci, che hai conosciuto, al quale vuoi bene e che consideri un amico benché ora, come succede, ormai vi vediate poco – tra lui e l’essere umano che parla nelle sue poesie c’è e non c’è identità.
Ho conosciuto Stefano Dal Bianco all’oratorio. Eravamo vicini di casa. Tutto qui. Il caso. Tra i miei vicini di casa c’era anche un uomo che sarebbe diventato un assassino, per dire. E un altro che sarebbe diventato un geologo.
Quando eravamo ragazzi, Stefano e io, negli anni Settanta, il discorso culturale era dominato da certi discorsi – ai quali Stefano era piuttosto immune, direi; io no –, e uno di questi discorsi predicava la scomparsa dell’io. L’io era, non poteva essere che, doveva essere considerato semplicemente: un pronome. Un testo – prosa, poesia – nel quale ci fosse un io che parlava era un testo che aveva per soggetto un pronome, punto. La carne, la vita, l’individualità di chi quel testo lo aveva scritto – non avevano importanza. E, anzi: quell’io che parlava nel testo, qualsiasi io che parlasse in un testo, in ogni caso non era un io veramente io: era un io stramazzato, abbattuto al suolo, abbrutito, reso afono e farfugliante, prigioniero di pulsioni animali o indotte dal sistema capitalistico dominante. Un gran brutto io, in somma, e tuttavia – dicevano i discorsi del tempo – l’unico io, nella sua irrealtà, reale.
Stefano, appunto, a differenza di me – che sono sempre stato meno forte di lui –, da questi discorsi pareva piuttosto immune. O, almeno, si difendeva assai meglio. Ci perdemmo di vista alla fine dell’adolescenza, per ritrovarci qualche anno dopo negli anni dell’università – che Stefano frequentò, mentre io ne fuggii molto presto. Stefano aveva dei nuovi amici – Fernando Marchiori, Mario Benedetti – con quali aveva deciso di fare una rivista di poesia. Si chiamò «Scarto minimo» e ne uscirono sei numeri in tutto. Era, per farla breve, una rivista di poesia lirica. E il nome «Scarto minimo» indicava una scelta di poetica molto precisa: la volontà di scrivere in una lingua che fosse sì letteraria, ma che avesse solo un minimo scarto dalla lingua comune; la volontà di fare una poesia forte, che richiedesse concentrazione nella lettura (mi vien da dire: che richiedesse «assorbimento»), ma che non fosse ostile al lettore, che non esigesse letture e riletture o arcigne strumentazioni critiche per essere – almeno nel senso letterale – compresa. Con le parole di Stefano: «La poetica di “Scarto minimo” puntava alla riduzione del divario tra lingua della poesia e lingua naturale, che è come dire tra poesia e vita, senza per questo rinunciare alle istanze di un “grande stile” di matrice novecentesca, […] in una prospettiva opposta a ogni espressionismo e perciò sostanzialmente “classica”».
Non direi che Dal Bianco si è, come si usa dire, «mantenuto fedele» a questa poetica: direi che col tempo ci è entrato sempre più dentro, ci è arrivato sempre più vicino. Il suo ultimo libro, Paradiso (Garzanti 2024; premio Strega Poesia) è un puro e semplice – o meglio: un purissimo – diario lirico, nel quale troviamo «una lingua che “parla come per sé stessa mossa” [come dice dante della propria lingua, intendendo proprio quella cosa che abbiamo dentro la bocca, nella “Vita nova”, raccontando come gli venne la poesia “Donne ch’avete intelletto d’amore]: scorrevole, magicamente ipnotica, fine e naturale, “classica”»: così Andrea Afribo nell’introduzione, non a caso intitolata «Il silenzio della lingua», al volumone Poesie 1985-2025 nel quale Garzanti ha neanche un mese fa raccolto tutto ciò che Dal Bianco ha scritto in versi (e sono, con mia meraviglia, cinquecento pagine).
Ma se Paradiso è stato accolto come una specie di capolavoro, un capolavoro che ha anche la virtù di una facilissima leggibilità, io continuo a essere affezionato al secondo libro di Dal Bianco, Ritorno a Planaval, del 2001. Perché? Mi vengono in mente un paio di versi da Salutz di Giovanni Giudici, un libro che – imitando, evocando, rifacendo, rivivendo: scegliete voi – la poesia dei trovatori si rivolge continuamente a una donna, chiamata Minne – che nella lingua dei «minnesänger», i poeti d’amore della fine del Medio Evo, era l’oggetto d’amore, o più esattamente il «ricordo d’amore» –: «Se Minne pur non siete / aprite il chiuso dove mi chiudete». Ecco: Ritorno a Planaval è il libro nel quale Dal Bianco, secondo me, comincia davvero a uscire dal «chiuso» del ricordo della donna amata e portata via dalla morte, e esce in un «aperto». «Ma io sono preoccupato solo in questo momento, ed è un momento, un attimo, in cui non voglio dimostrare niente, voglio solo andarmene contento, nella sicurezza di aver parlato con qualcuno, e che qualcosa sia successo. Non mi interessa se ciò che sto facendo sia vecchio o nuovo, bello o brutto, ma mi dispiacerebbe se fosse inteso come falso, e sto rischiando»: così si legge in «Poesia che ha bisogno di un gesto», il testo conclusivo (che mischia, come spesso accade in quel libro, verso e prosa). Ed è quindi il libro, Ritorno a Planaval nel quale il «divario tra lingua della poesia e lingua naturale, che è come dire tra poesia e vita» diventa pressoché nullo.
In Paradiso c’è una voce ormai dispiegata, ormai sicura di sé. Ma assistere a una nascita è sempre un’emozione speciale. E come per una madre un figlio, anche se cinquantenne e stempiato e con la pancia, è pur sempre «il bambino», così per me la poesia di Stefano Dal Bianco è pur sempre, prima di tutto, quella di Ritorno a Planaval.
Ma dicevo, nel primo capoverso: «Tra lui e l’essere umano che parla nelle sue poesie c’è e non c’è identità». Nella quarta di copertina del volumone già citato si legge (e avrà scritto il testo forse Afribo, forse Antonio Riccardi, che cura la collana ed è pure ottimo poeta): «Nella poesia di Stefano Dal Bianco, che qui si mostra per la prima volta nell’intero suo percorso, si deposita l’esercizio di un progressivo distacco da una sofferta soggettività, per giungere a una voce paradossalmente impersonale». Ecco: in questo senso io conosco Stefano Dal Bianco e lo Stefano che conosco non è esattamente «l’essere umano che parla nelle sue poesie» (e questa differenza è ciò che distingue una scrittura «classica»).
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«Ritorno a Planaval» di Stefano Dal Bianco è uno dei nove libri di poesia contemporanea sui quali si ragionerà nel ciclo d’incontri Leggere la poesia, curato da Giovanna Frene e Giulio Mozzi per la Bottega di narrazione. Il programma dettagliato è nei commenti. Si comincia il 16 novembre, un incontro al mese fino a luglio. Qui trovate il programma completo.