di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione
1. Non esistono parole belle e parole brutte. Esistono parole precise e parole imprecise, esistono parole usate a proposito e parole usate a sproposito, esistono parole adeguate al contesto e parole non adeguate al contesto, e così via.
2. La bellezza di un’opera letteraria non si forma dalla bellezza delle singole parole che la compongono, bensì – come si diceva una volta – dall’armonia dell’insieme.
3. Vi sono però forme diverse di armonia. È come nella musica: il celebre accordo di fa, si, re# e sol# che si trova all’inizio del Tristano di Wagner sarebbe sembrato a Mozart un’intollerabile dissonanza, mentre per Mahler era un geniale passo avanti nell’armonia. La musica di Schönberg sembrava a molti dei suoi contemporanei un modo molto raffinato per far male alle orecchie, ma negli anni Cinquanta Pierre Boulez quasi accusò Schönberg di essere stato un innovatore troppo timido. Oggi i Beatles sono considerati dei classici quasi come Beethoven, ma all’epoca c’era chi si rifiutava di considerarli altro che un fenomeno di costume: della loro musica, in somma, non si poteva parlare come se fosse davvero «musica». E così via.
4. Oggi come oggi si può dire che nelle arti, e quindi anche nella letteratura, vale tutto (è ancora il postmoderno, ragazzi, sempre lui!). Qualunque sperimentazione, qualunque disarmonia (purché consapevolmente progettata e sostenuta da una poetica coerente, o almeno esplicita) può trovare un pubblico, magari piccolo, di estimatori. Nel contempo c’è, in tutti gli ambiti artistici e quindi anche nella letteratura, un’enorme produzione standardizzata e industriale. Negli anni Ottanta del secolo scorso si poteva ancora pensare che l’arte «seria», e quindi anche la letteratura «seria», potesse confrontarsi con la produzione pseudoartistica (il brutto, il kitsch, l’imitativo, il seriale) per le masse: Il nome della rosa di Umberto Eco (che è del 1980) è l’esempio perfetto, e riuscito, di questa intenzione: mischiare materiali della cultura alta e della cultura di massa nell’intento di costruire un’opera che fosse contemporaneamente letteraria e capace di entrare nella grande circolazione commerciale. Oggi sembra piuttosto che allo strapotere dell’industria si possano solo opporre esperimenti radicali. Le arti «serie», e quindi anche la letteratura «seria», faticano moltissimo a distinguersi dalla produzione industriale.
5. E quindi, come si affronterà la questione dello stile? Da un lato, cercando di avere la massima padronanza possibile di tutto ciò che è tecnica dello stile (la cara, vecchia retorica innanzitutto); dall’altro considerando fermamente lo stile non come adeguamento a ciò che il gusto corrente – cioè il gusto formato dalla produzione industriale – considera «bello», ma come dichiarazione della propria singolarità. «Attento abitante del pianeta, / guardati! dalle parole dei Grandi / frana di menzogne, lassù /balbettano, insegnano il vuoto. / La privata, unica, voce / metti in salvo: domani sottratta / ti sarà, come a molti, oramai, / e lamento risuona il giuoco dei bicchieri»: così Antonio Porta nella prima strofa del poemetto Europa cavalca un toro nero, pubblicato già nel 1960.
6. Ma dunque, si dirà, come si può insegnare lo stile? Nello stesso modo, si risponderà, in cui si insegna la libertà. Ovviamente l’imperativo «Sii libero!» è assurdo.
7. Il corpo è l’ultima soglia di resistenza. Secondo l’intuizione di Roland Barthes (in «Il grado zero della scrittura»), lo stile ha una radice corporea e individuale, mentre la lingua è un orizzonte storico e sociale condiviso. Lo «stile» è ciò che proviene dal corpo, e ogni corpo è per definizione unico: anche due oggetti identici, per il solo fatto che uno sta qui e uno sta lì, sono distinti. La frase «Andiamo a casa» è completamente diversa a seconda del soggetto che la dice, del contesto in cui viene detta, del momento in cui viene detta, eccetera. Ma ogni corpo parla all’interno di una «lingua», cioè di un orizzonte di possibilità: e l’orizzonte di possibilità di ciascun parlante dipende dalla sua condizione sociale. Se il mio orizzonte di possibilità è la lingua italiana letteraria, qualunque cosa provenga dal mio corpo si riverserà in questa lingua. Se il mio orizzonte di possibilità è una lingua di potere, o una lingua di sottomissione, qualunque cosa provenga dal mio corpo si riverserà in questa lingua. Solo e soltanto nel momento in cui divento consapevole di questo il mio stile e la mia lingua avranno qualche chance di diventare «scrittura».
8. A questo punto, l’idea stessa di un corso dedicato allo stile può sembrare paradossale. E infatti non ha senso un’attività didattica nella quale si dica agli allievi: «Devi scrivere così». Ha senso, invece, una pedagogia che punti sia a migliorare la competenza tecnica nella scrittura sia a mostrare come la competenza tecnica sia, in sostanza, una via verso la libertà. La Sagrada Familia di Barcellona, opera di Antoni Gaudì, è sicuramente un esempio di libertà al massimo grado: tanto da sembrare ad alcuni l’opera di un genio folle. Ma la cosa più straordinaria di quell’edificio è che… sta in piedi. E ci saranno stati calcoli su calcoli per permettergli di stare in piedi. Senza tutti quei calcoli, nisba follia.
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Se vi interessa ragionare e lavorare sullo stile, sulla lingua, sulla scrittura, con qualcuno che la vede in questo modo, allora forse potrebbe interessarvi frequentare il corso «Fondamenti di stile letterario» che Giulio Mozzi e Greta Bertella condurranno per la Bottega di narrazione dal 10 febbraio 2027. Per chi si iscrive entro il 15 dicembre è previso un prezzo di favore.
