Metodo pratico per scrivere una poesia brutta

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

Precisazione: questo non è l’unico metodo disponibile. È uno dei tanti. Potrei azzardare: uno dei più sicuri. Ma, ripeto, non l’unico.

1. Prendete un sentimento. Prendete un sentimento vostro; un sentimento vero; un sentimento che vi viene di tanto in tanto. Non fate sforzi, non cercate di provocare forzatamente in voi un sentimento. Non è importante che il sentimento sia un sentimento grande, non è importante che il sentimento sia un sentimento universale, non è importante che il sentimento sia un sentimento di quelli che oggi si portano bene. È importante che sia un sentimento vero e vostro (magari immaginario, eh; ma comunque vero e vostro).

2. Provate a ricordare in quali occasioni quel sentimento vi è venuto, o lo avete immaginato. In quali circostanze. A contatto con quali persone, oggetti, luoghi, momenti del giorno o della settimana o del mese o dell’anno. (Cominciate ad annotare).

3. Toglietevi dalla testa di parlare direttamente del sentimento; e, in particolare, toglietevi dalla testa di parlare del sentimento del sentimento (cioè del modo in cui sentite il sentimento). Il vostro sentimento, in realtà, non interessa a nessuno. Ciò di cui dovete parlare, se vi interessa scrivere una poesia, sono appunto le persone, gli oggetti, i luoghi, i momenti in cui quel sentimento vi è venuto, o vi è venuto di immaginarlo.
È ovvio che potete descrivere anche voi stessi: siete voi il centro percettivo di tutto; potete descrivervi mentre vi muovete nello spazio, mentre vi capita qualcosa nel tempo, mentre entrate in contatto con certe cose o con certe persone. Potete anche – azzardo – nominare il sentimento, ma non potete mai – mi raccomando – il sentimento del sentimento.
La scommessa è chiara: se saprete descrivere (o «rievocare», se preferite) quelle persone, quegli oggetti, quei luoghi, quei momenti, se riuscirete in somma a far sorgere nella mente di chi vi leggerà delle immagini di persone, di oggetti, di luoghi, di momenti simili a quelli che in voi hanno fatto sorgere il sentimento, allora è possibile che un sentimento, forse simile al vostro o forse diverso dal vostro, forse simile al vostro ma sentito diversamente, ma comunque un sentimento, sorga nella mente di chi leggerà la vostra poesia.

4. Provate dunque a descrivere. Scrivete in prosa. Scrivete un appunto per voi: circostanziato, preciso, dettagliato, ma per voi. Non abbiate paura di andare per le lunghe.

5. Lasciate riposare. Tornateci su dopo qualche giorno. Cancellate tutto ciò che vi sembrerà inautentico. Aggiungete, se c’è da aggiungere. Ricordatevi sempre di parlare il meno possibile del vostro sentimento, e assolutamente mai del sentimento del sentimento. Potete parlare, certo, di quello che vi passa per la testa quando provate quel sentimento: ma – ecco la parola chiave – non dovete cercar di esprimere il sentimento.

6. Lasciate riposare ancora, tornateci su ancora, eccetera. A un certo punto, se tutto va bene, avrete la sensazione che tutto quello che c’era da dire lo avete detto. Quello è il punto in cui potete cominciare a fare dei versi.
Ricordate che la principale differenza tra un testo in prosa e un testo in versi sta in questo: chi legge un testo in prosa si aspetta che ci sia tutto, e che tutto sia collegato; chi legge un testo in versi si aspetta che qualcosa sia omesso e lasciato alla sua intuizione o immaginazione, che qualcosa sia solo accennato, e che i legami tra le cose nominate non siano del tutto esplicitati.
Il momento dell’andare a capo è importante: l’«a capo» è un salto, una piccola vertigine, e lì chi vi legge è disposto ad accettare un vuoto, una mancanza di connessione esplicita, un appello alla sua capacità di intuire e immaginare.

7. Lasciate riposare, tornateci su, lasciate riposare, tornateci su. Quando il vostro testo in versi avrà la chiarezza e la nitidezza di una fotografia in cui si vede tutto, e tutto è a fuoco, e tuttavia non si coglie subito la ragione per cui il fotografo abbia voluto fotografare proprio quelle cose lì, quel paesaggio lì, quella casa lì, o magari quelle cose insignificanti lì, eccetera – allora forse la vostra poesia sarà finita.

8. Volete un esempio? Facciamo un esempio. «Alle volte, quando vado a fare quattro passi in campagna, salgo su per un piccolo colle che se ne sta quasi per conto suo in mezzo alla pianura. Arrivato in cima, mi siedo sotto a un albero e mi guardo intorno. Sono circondato dal paesaggio, ma non lo vedo: perché, stando io seduto, la vegetazione mi fa schermo: come una siepe. E così, da sotto l’albero, mi metto a immaginare che cosa potrebbe esserci al di là di quella vegetazione. Mi immagino di tutto: territori sconfinati, distanze incommensurabili, un mondo deserto dagli uomini e pieno solo di silenzio. Mi fa compagnia, se c’è un po’ di arietta, il rumore delle foglie agitate dall’arietta; e mi viene da confrontare questo rumore sottile con quel silenzio che appunto mi immagino appena al di là della vegetazione e via via, fino all’orizzonte, all’infinito. Così quasi mi incanto, e mi vengono dei pensieri enormi: penso all’infinità dello spazio ma anche del tempo, e penso alla brevità del tempo della mia vita, alla piccolezza della mia vita, e anche però all’intensità della mia vita, che in quel momento sento molto grande. Questo confronto tra grande e piccolo, il piccolo colle e il grande orizzonte, la vita grande in me che sono piccolo, mi dà anche un po’ di paura; ma è una paura che contiene un piacere, se non addirittura una paura che dà piacere».
«Ma come», direte voi, «questo testo è pieno di sentimento». Nossignori, tutt’altro: questo è un testo che descrive le azioni del personaggio-io, le sue azioni fisiche (va a passeggio, si siede, si guarda attorno, ascolta) e le sue azioni mentali (immagina, fa paragoni). Non parla del sentimento. Al massimo posso concedervi che vi accenna, ma in maniera elementare («ho un po’ paura», «mi piace»).

9. Da questo testo in prosa può nascere un testo in versi. Per esempio, una persona dotata di un vero talento poetico potrebbe scrivere qualcosa del tipo:

10. A questo punto, potrebbe venirvi voglia di chiudere il tutto con un tocco finale, con un fuoco d’artificio, con una gomitata al lettore, con un verso memorabile. E magari scriverete:

Ma poi, tornati in voi stessi, lo cancellerete subito. Non c’è bisogno di offrire tutto questo sciacquìo sonoro al lettore, non c’è bisogno di impressionarlo. La poesia è già perfetta così. Anzi, potrebbe già finire con «…e il suon di lei», e sarebbe ancora meglio.

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Se sei curiosa/o della poesia, se ti interessa avvicinarti alla lettura della poesia senza paludamenti, se vuoi cominciare a conoscere la poesia che si scrive nel nostro tempo, il ciclo d’incontri «Leggere la poesia», condotto da Giovanna Frene e Giulio Mozzi per la Bottega di narrazione, può essere una buona occasione. Nove incontri, uno al mese, per incontrare nove autrici e autori e nove libri importanti per la poesia d’oggi: da «Ora serrata retinae» di Valerio Magrelli a «Giardino della gioia» di Maria Grazia Calandrone, da «Firmamento» di Vico M. Bonito a «Shelter» di Marco Giovenale, da «La mente paesaggio» di Laura Pugno a «Ritorno a Planaval» di Stefano Dal Bianco, e altri. Il programma dettagliato è qui.

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