“La cosa più difficile da insegnare è la pazienza”

One comment

[Questa intervista di Roberta Virduzzo a Giulio Mozzi è apparsa oggi, lunedì 15 giugno 2015, in Cultweek].

Allegoria della Pazienza
Allegoria della Pazienza
La Bottega di narrazione dell’editore Laurana, condotta da Giulio Mozzi e Gabriele Dadati, è nata nel 2010 da un’intuizione di Massimo Cassani. «In Italia ormai ci sono corsi di scrittura creativa un po’ dappertutto (…) manca ancora un posto dove uno possa mettersi a bottega (…) lavorare su un proprio lavoro, essere seguito dal principio alla fine». Da allora, ogni anno venti studenti si cimentano con il proprio progetto narrativo, sperimentando dubbi e difficoltà della scrittura e condividendo con gli insegnanti e i compagni di Bottega ogni fase del processo creativo. Giulio Mozzi ci racconta cosa succede.

Cosa fa o dovrebbe fare un bravo insegnante di scrittura?
Tre cose. Uno, dovrebbe insegnare delle tecniche (che si possono imparare benissimo anche dai manuali, peraltro). Due, dovrebbe aiutare l’allievo a crescere, facendo le solite cose: parlandogli, discutendo dei testi, suggerendogli letture, eccetera. E, infine, dovrebbe in qualche modo proporsi come modello: perché lo scrivere è prima di tutto una pratica, e le pratiche si imparano soprattutto stando a guardare, imitando. La pratica della lettura analitica, la pratica dell’affabulazione, la pratica del “risolvere problemi”, eccetera, fino alla pratica fondamentale: quella della pazienza.

Qual è la cosa più difficile da insegnare?
La pazienza.

Quali sono gli errori più comuni degli studenti nell’approcciarsi a un progetto narrativo?
L’impazienza, che porta a scambiare una semplice idea per un progetto, un abbozzo per una stesura finale, un testo per un’opera.

Frequentando una buona scuola probabilmente si può imparare a scrivere correttamente, ma le idee? Si può insegnare ad avere delle buone idee?
Di idee ne abbiamo tante, tutti. Si può insegnare a sviluppare le idee. E le buone idee si riconoscono dalle loro potenzialità di sviluppo.

Chi frequenta le scuole di scrittura?
Persone. Non necessariamente con grande preparazione letteraria. Di solito con almeno un diploma in tasca: ma se c’è una laurea, può essere anche in giurisprudenza o in fisica atomica.
Alcune scuole accettano solo persone al di sotto di una certa età (non dico “giovani”, perché mi pare assurdo considerare “giovane” un trentaduenne), e questo non ha mai finito di stupirmi.

Secondo un luogo comune ben radicato, i principianti amano raccontare storie autobiografiche. E’ necessario estirpare questo bisogno e come si fa?
Non mi pare necessario. Dovremmo forse “estirpare” Proust?

Quali sono gli scrittori più utili per insegnare a scrivere?
Ma: ogni insegnante ha delle opere che conosce a fondo, molto a fondo, così a fondo da riuscire a ricavarne all’infinito esempi e suggestioni. Io ho sempre per le mani i Promessi sposi, i romanzi di Giuseppe Pontiggia, la poesia barocca, il cinema d’animazione: e li adopero. (Soprattutto i Promessi sposi).

Ci sono dei libri che bisogna assolutamente aver letto prima di imbarcarsi in una narrazione?
L’Iliade e il Genesi. Ovviamente un cinese risponderebbe diversamente.

Alla Bottega di narrazione si viene ammessi presentando un progetto narrativo. Quali sono i criteri di selezione? Quali sono i progetti che vengono scartati senza tentennamenti?
Non abbiamo dei criteri precisi. Scartiamo quei progetti che ci sembrano rivolti più a un tema che a una storia. Scartiamo i progetti strampalati, quelli che ci sembrano casuali, quelli per i quali ci riesce difficile trovare una motivazione.

E’ possibile rintracciare un filo comune tra i progetti?
No. Diciamo che molti progetti hanno una relazione forte con la vita della persone – senza essere necessariamente e pedissequamente autobiografici.

Una giornata tipo alla Bottega.
Ci si trova una volta al mese, per un fine di settimana. Qualche ora di lezione o di lezione/esercitazione su un tema preciso (che cos’è il narratore, come si costruisce una scena ecc.), a volte con un docente esterno; molte ore (nella prima parte dell’annualità) di discussione su storie e trame; molte ore (nella seconda parte dell’annualità) di lettura analitica dei testi, e quindi di riflessione su questioni propriamente di scrittura.

In ogni corso ci sono circa venti studenti, in quanti riescono a finire il proprio lavoro nel corso dell’annualità?
A occhio: cinque. Altri sette-otto ne vengono a capo nel corso dell’anno successivo (e ci si tiene in contatto). A qualcuno serve di più. Qualcuno, purtroppo, si perde.

Qual è il momento di crisi più frequente?
L’inizio, per alcuni. Altri si avvitano nel momento in cui si discute e ridiscute la forma da dare alla narrazione (tipo di testo, genere, trama). Altri faticano a rendersi conto che, mentre credevano di voler raccontare una certa storia, in realtà ne volevano raccontare un’altra.

Tre cose da fare assolutamente quando si intraprende una narrazione.
Esitare prima di buttarsi a scrivere; riflettere molto, immaginare, cercar di completare l’immaginazione. Poi: accumulare letture di opere che abbiano qualche affinità (formale, più tematica) con il proprio progetto. Infine: cercar di definire, all’interno della propria vita, dei luoghi e dei tempi da dedicare alla scrittura.

Tre cose da evitare assolutamente.
La fretta. Poi: la fretta. Infine: la fretta.

Al termine di ogni annualità, la Bottega organizza un incontro durante il quale gli aspiranti scrittori presentano i propri progetti a editori e agenti letterari. Riuscite a scomodare la grande editoria?
Il gruppo Mondadori e il gruppo Rcs sono sempre stati presenti. Il gruppo Gems e Feltrinelli, quasi mai.

Le case editrici investono ancora sugli esordienti?
Sì, ma è cambiato il tipo di investimento. Oggi si pubblicano più primi libri di vent’anni fa (sia in numero assoluto, sia rispetto al numero di titoli pubblicati); ma la selezione secondo il criterio del “successo” è molto più dura. Nel 1993 io diventai uno “scrittore” con 1.200 copie vendute; oggi, se vendi solo 1.200 copie, vieni abbandonato a te stesso.

Progetti pubblicati?
L’inferno avrà i tuoi occhi, di Silvia Montemurro, Newton Compton; La felicità sta in un altro posto, di Sara Loffredi, Rizzoli; Non più notte, di Alessandra Casaltoli, Ets; Il contrario dell’amore, di Sabrina Rondinelli, Indiana; Una famiglia imperfetta, di Nicola D’Attilio, San Paolo; Masnago, di Giovanni Fiorina, Marsilio. Alcune persone che hanno frequentato la Bottega sono attualmente rappresentate da agenzie letterarie importanti. C’è qualche trattativa in corso; c’è qualche autore che ha incontrato un editore e benché non ci sia stata una proposta di pubblicazione ha ricevuto un feedback e sta lavorando…

1 comments on ““La cosa più difficile da insegnare è la pazienza””

  1. Dopo le Dieci domande serie sui corsi di scrittura e narrazione e questa interessante intervista, posso girare una domanda? Quali caratteristiche dovrebbe avere l’allievo ideale? (oltre ad avere pazienza)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...