Come si scrive un racconto? E quali sono i libri che insegnano a scrivere un racconto?

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di Giulio Mozzi

[Una lezione di “scrittura creativa” scritta, un po’ di tempo fa, per un convegno della Fondazione Mondadori].

Come si scrive un racconto? E quali sono i libri che insegnano a scrivere un racconto?

Devo fare una premessa. Tutti noi siamo, fin dalla nascita, immersi nelle storie. Siamo appena nati, non capiamo ancora niente, e già i genitori ci raccontano delle storie. Siamo bambini, e già cominciamo a inventare storie ri-raccontandoci, re-inventando, ampliando, modificando le storie che ci sono state raccontate (io, tanto per fare un esempio, quando avevo otto anni, da grande volevo fare il Sandokan). Siamo adolescenti, e cominciamo a sentire il desiderio di scrivere per conto nostro, senza interferenze altrui, la Storia Più Importante: e cioè la Storia Futura Della Nostra Vita. Siamo adulti, e cominciamo a raccontare storie ai bambini. Siamo vecchi, e tutto ciò che ci resta è la nostra storia, e la voglia di raccontare storie a chiunque ci stia a sentire…
Torniamo a casa dal lavoro, la prima domanda che ci si scambia è: «Com’è andata?», e subito siamo lì a raccontarci le storie del lavoro, dell’ufficio, dell’autobus, della strada. Conosciamo una persona nuova, attraente, e subito cerchiamo di raccontarle storie che ci rendano attraenti. E così via.

Quindi, per tagliare corto: tutti noi siamo capaci di raccontare una storia. Possiamo mancare della pazienza necessaria a metterla per iscritto; possiamo non considerare il raccontare storie cosa così importante da perderci le sere e le domeniche; possiamo considerarci raccontatori di storie comuni e qualunque che non potrebbero interessare nessuno se non noi stessi e i nostri cari; ma, comunque, di raccontare storie siamo tutti capaci.

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La domanda: «Come si scrive un racconto?» ha dunque, come prima risposta: «Si scrive un racconto come si racconta una storia all’amico, al consorte, allo sconosciuto. Tal quale».
E non venitemi a dire che ai bambini si raccontano storie che già sappiamo, o che le storie che raccontiamo ai nostri cari quando torniamo a casa sono «storie vere». Non è così. Sempre – ripeto: sempre – quando raccontiamo una storia la trasformiamo, la aggiustiamo, facciamo il possibile perché diventi più bella. Anche quando raccontiamo qualcosa che ci è successo, d’istinto sistemiamo il racconto in modo che ne spariscano i tempi morti, le battute di dialogo insignificanti, tutto ciò che non è a nostro giudizio interessante.
La «forma-racconto» è bene impressa nella nostra mente. È, oso dire, una delle forme principali del nostro pensiero.

Esiste il verbo «racconteggiare»? No, non esiste. Tuttavia, se qualcuno usasse il verbo «racconteggiare», noi capiremmo al volo il senso della parola: «andare raccontando, magari con interruzioni e e soste e pause e deviazioni, ma arrivando comunque alla fine»; così come «passeggiare» significa «muovere il passo, magari con interruzioni e soste e pause e deviazioni, ma arrivando comunque alla meta (cioè tornando al punto di partenza)». La parola «racconteggiare» è perfettamente comprensibile, benché non sia mai esistita prima d’ora, perché è stata fabbricata secondo le corrette regole della morfologia.
Voi conoscete le regole della morfologia? Magari sì; ma suppongo che i più direbbero: «No». Confesso: nemmeno io le so. Le so per istinto, le so perché le ho interiorizzate per benino (sono quarantasei anni che parlo, leggo, scrivo) e, per così dire, non ho nemmeno bisogno di saperle per formare, se ne ho voglia, una parola nuova.
Allo stesso modo siamo capaci di raccontare storie; anche se non sapremmo dire come si fa. Possediamo l’istinto, non una vera e propria conoscenza della cosa.

Allora potremmo dire: tutti raccontiamo storie; tutti possediamo l’istinto del racconto; non tutti abbiamo davvero conoscenza dell’arte del raccontare.

I libri dei quali vi parlerò ora – brevemente, poche frasi per ciascuno – sono libri che, secondo me, aiutano a raggiungere una vera e propria conoscenza dell’arte del raccontare.

(L’arte del raccontare, peraltro, è un’arte e non una scienza. Quindi non è descrivibile in termini razionali. Si va comunque per suggerimenti, immagini, tentativi).

Il partito preso delle cose di Francis Ponge (Einaudi) è un libro di poesia, benché sia scritto in prosa. Contiene dei brevi testi ciascuno dei quali tenta di descrivere un oggetto, di solito un oggetto del quale più o meno tutti possiamo avere esperienza diretta: la pioggia, il bicchier d’acqua, il ginnasta, il pane. È un libro molto bello (ed è un vero peccato che di Ponge, oggi, in Italia, sia disponibile praticamente solo questo libro; mentre una bellissima raccolta di suoi testi, uscita a suo tempo nella collezione Lo Specchio, con traduzioni di Ungaretti e altri, non si ristampa più da tantissimo). Ponge descrive gli oggetti non solo in quanto tali, cioè oggetti nel mondo, ma anche in quanto oggetti del discorso. La sua esplorazione non si limita all’oggetto così come possiamo osservarlo, toccarlo, annusarlo: ma arriva, attraverso avventurosissime esplorazioni del vocabolario e della tradizione letteraria, all’oggetto come “centro gravitazionale” attorno al quale ruota una costellazione di parole (e quindi di significati). È quindi istruttivo, per chi voglia raccontare, leggere questo libro: perché insegna che ogni nostra parola ha, oltre la vita che le pertiene in quanto “dice” qualcosa, anche una vita come parola in quanto tale, ossia come un “dire” autonomo.
Ma vi invito a leggere questo libro di Ponge solo come viatico per poi leggere un altro suo testo: Tentative orale, non disponibile in italiano (nelle Oeuvres complètes pubblicate nella Pléiade, è nel II volume). Questo testo, detto da Francis Ponge difronte ad alcuni amici, registrato e poi trascritto, è un «tentativo», appunto, di descrivere il modo di produzione di testi come quelli raccolti nel Partito preso delle cose. Ed è una lettura tra le più istruttive per chi voglia raccontare storie: perché parla dell’affrontare un qualsiasi oggetto, un qualsiasi fuori-da-me, come di un affacciarsi sull’abisso. Per chi (cioè per quasi tutti) è abituato a usare le parole come se non avessero alcun peso, a nominare gli oggetti come se nominarli fosse ovvio, Tentative orale è un adeguato correttivo.

Io devo molto alle poesie di Antonio Porta. E perciò, tra tanti altri libri che raccontano il «come si fa» della produzione poetica, ne scelgo appunto uno suo. S’intitola Nel fare poesia, lo pubblicò Sansoni (ora è fuori commercio; si trova nelle librerie a metà prezzo, ancora) ed è un libro molto semplice: Porta ha scelto un certo numero di poesie sue, lungo tutto l’arco della sua produzione, e per ciascuna ha scritto un breve testo che ne spiega la genesi: non solo la genesi, diciamo così, “contenutistica” («Ho voluto scrivere su questo per queste ragioni, spinto da queste emozioni», eccetera), ma soprattutto la genesi “formale”. Porta è stato un grande sperimentatore di forme poetiche (e prosastiche). Leggendo questa sua “autoantologia autocommentata” si impara una cosa: che la forma di uno scritto, di qualunque scritto, non è mai ovvia; e che se si impara a porsi il problema della forma – a sentire la forma come un problema – si è già imparato quasi tutto l’imparabile.
Adesso dico una cosa che potrà sembrare una bizzarria: il problema della forma non è un problema formale. Il problema della forma è un problema morale. La moralità non sta nelle cose che diciamo (scriviamo), ma nella forma che scegliamo per dirle (scriverle). Non porsi il problema della forma significa essere, né più né meno, immorali.

Ancora un libro di uno scrittore: L’invasione, di Antonio Moresco, pubblicato da Rizzoli. Che va letto se non altro per leggervi un saggio nel quale Moresco se la prende con Italo Calvino a proposito del Labirinto. Calvino, dice in sostanza Moresco, ha allestita, gestita, continuamente rinnovata, dettagliata infinitamente, un’allegoria della scrittura come Labirinto. Bene. Però, dice Moresco, Calvino si è completamente dimenticato del fatto che, nel Labirinto, c’è il Minotauro: una bestia spaventosa per la somiglianza-dissimiglianza che ha con l’uomo, e ferocissima.
Vedo molti ragazzi (più ragazzi che ragazze: le ragazze sembrano avere più coscienza della cosa) avvicinarsi alla scrittura e alla narrazione come se entrambe potessero essere risolte nel puro gioco. Così non è. Sempre, anche quando si parla deliberatamente di niente, si parla del mondo. Sempre il mondo è lì. Nel più incantato e incantevole dei Labirinti o dei Castelli in Aria c’è sempre un Minotauro, identico e opposto a noi, che ci dà la caccia. Questo non va dimenticato. Se leggerete questo libro, non ve ne dimenticherete.

Adesso tiro fuori alcuni libri di artisti che non sono scrittori. Lo faccio perché, curiosamente, gli scrittori sembrano avere più difficoltà a parlare del loro lavoro (del «come si fa», del «come è») che gli artisti della figurazione, della musica, dell’architettura o del cinema.

Futuri impensabili, del musicista e produttore Brian Eno (Giunti) è il diario di un anno di vita e di lavoro (il titolo originale del libro, infatti, è: A Year, Faber & Faber). La cosa più bella è vedere come per Brian Eno (“inventore” dell’ambient music; produttore di gruppi come U2, Talking Heads, Devo; coautore dei più bei dischi di David Bowie; videoartista; collaboratore di artisti figurativi come Mimmo Paladino; eccetera) un’esperienza artistica multiforme si fondi su poche, pochissime idee; e, oserei dire, su poche, pochissime sensazioni. Ed è interessante vedere come Eno affronti ogni aspetto della sua vita, non solo professionale, fondando le sue scelte su queste pochissime idee (sensazioni).
Poi è divertente leggere le pagine di diario dei giorni in cui Eno lavora con gli U2 o con David Bowie; è divertente scoprire come il suo primo problema, quando finalmente si entra in studio per registrare, non siano i suoni, bensì le relazioni tra le persone che lavorano all’impresa; è divertente leggere cronache di eventi artistico-mondani la cui rilevanza mediatica sembra pari solo alla futilità concettuale; ma non è questo, ciò che ci serve di questo libro.
Le pagine da rileggere, dopo averle lette, sono quelle in cui Brian Eno ci ha data l’impressione di essere un uomo pazientissimo.

Comporre l’architettura, dell’architetto Franco Purini (Laterza) è una «prima lezione» (secondo la linea della collana che lo ospita) sulla composizione. Che poi si tratti specificamente di composizione architettonica, non è così importante. Ad esempio, se Purini scrive: «Quando la sua elaborazione si protrae per un periodo consistente, il progetto finisce con il divenire una sorta di ideale sezione delle diverse situazioni che ha attraversato, trasformandosi in qualcosa che, al pari di un fiume, porta alla foce informazioni, suggestioni, eventi, come altrettanti materiali raccolti nel suo corso», dice qualcosa che vale tale e quale per la scrittura. Un testo, se viene lavorato a lungo, finisce col diventare una sorta di «racconto di se stesso», del suo proprio farsi: dall’idea-germe fino al dispiegamento della narrazione. E, se ci saranno lettori che leggeranno unicamente il contenuto del racconto, ci saranno anche quelli – i più attenti – che leggeranno anche il racconto del contenuto.
Il racconto nasce da un’idea-germe, cresce grazie alla scelta di una forma, si nutre di parole che si riferiscono a oggetti e (contemporaneamente) stanno di per sé, si costituisce come edificio misterioso abitato da un animale che temiamo proprio per quanto ci assomiglia… Tutto questo, che lo veda o non lo veda il lettore comune, c’è: nel testo. E tutto questo è il testo.

La logique des images è un libro del regista Wim Wenders (L’Arche) che raccoglie scritti apparsi, in varie lingue, in diverse pubblicazioni (libri collettivi, riviste, cataloghi ecc.). Ci sono molte pagine teoriche ma, come al solito, io credo che a chi voglia raccontare siano utili soprattutto le pagine memoriali.
Quando ricevette in dono dal padre una cinepresa, il ragazzo Wim Wenders cominciò a girare i suoi primi film. Faceva così: si metteva alla finestra e filmava ciò che accadeva giù in strada. Quando riguardava quei brevi filmati (duravano 4 minuti: il tempo di una bobina in superotto), si sentiva riempire dall’emozione. Come mai? Per la ragione che ormai vado ripetendo e ripetendo: perché la prima scelta è la scelta della forma. Il ragazzo Wim, facendo quei suoi piccoli film della gente giù in strada, stava imparando che cos’è la forma nel cinema. Che è prima di tutto: inquadrare, escludere, includere. Nel cinema una porzione di mondo viene presa, e sta lì come se fosse tutto il mondo. Il cinema è una gigantesca sineddoche: una parte per il tutto. Guardando i suoi piccoli film il ragazzo Wim provava l’emozione di guardare, di pensare come guardabile, tutto il mondo.
Non vi fa lo stesso effetto, una pagina a stampa? Non ciò che è scritto nella pagina a stampa: ma proprio la pura e semplice pagina a stampa?
(Il primo testo del Partito preso delle cose di Francis Ponge s’intitola: «La pioggia». Voi lo leggete, e proprio nel momento in cui state per andare in estasi difronte alla bravura di Ponge nel descrivere la pioggia, vi accorgete che in realtà quel testo descrive una pagina a stampa).

Finisco con un libro fatto da un amico. Dico «fatto», e non «scritto», perché Gudio Guidi è un fotografo (uno dei più grandi fotografi italiani di paesaggio) e il suo libro Between the Cities (Electa) raccoglie le fotografie di un viaggio (svolto a tappe, estate dopo estate) attraverso l’Europa.
Guido dice che fotografare è come «“mettere tra virgolette” un pezzo di realtà». Quando si mette tra virgolette una porzione di testo, si intende dire: che quella porzione di testo non fa del tutto parte di quel testo, in quanto viene da un altro testo (e si useranno allora le caporali, « »); o che quella porzione di testo non va intesa nel suo senso letterale bensì in un senso traslato, che dovremo desumere dal contesto.
Quando guardiamo una fotografia, dunque, dobbiamo ricordare che ciò che stiamo guardando non fa del tutto parte del libro (o della mostra, o della casa) che stiamo guardando, in quanto viene da un’altra porzione di mondo; e dobbiamo ricordare che il senso preciso di quella fotografia non è ricavabile se non attraverso un confronto con il nuovo contesto nel quale quella porzione di mondo ora si trova.
E si torna sempre sullo stesso punto. Le storie, le fotografie (ma anche i pezzi musicali, i quadri, le sculture, gli edifici), sono fatte con oggetti presi dal mondo dell’esperienza e ricollocati nel mondo dell’invenzione. Quando un oggetto viene fatto passare da un mondo all’altro, rimane lo stesso e contemporaneamente cambia. Nell’intuire che cosa sia, questo restare identico e contemporaneamente diventare altro, credo che sia il segreto di ogni arte.

Che è, appunto, intuizione. E nessun manuale vi servirà mai.

10 comments on “Come si scrive un racconto? E quali sono i libri che insegnano a scrivere un racconto?”

  1. Grazie Giulio Mozzi, sicuramente andro in libreria a cercare i libri di Ponge, Porta e Moresco. Punto, senza virgola 🙂

  2. Nel paragrafo che inizia così: “Ma vi invito a leggere questo libro di Ponge” c’è scritto “quasliasi”

  3. Chiedo scusa, è possibile che “Futuri impensabili” sia il titolo corretto del libro di Brian Eno?

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