La letteratura non dice la verità, ma parla della verità (appunti)

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di Giulio Mozzi

[Questi appunti furono scritti per un intervento a un convegno che si svolse il 7 maggio 2002].

Confesso che non so bene da che parte cominciare. Il titolo ufficiale di questo intervento è: «Parlare della verità. Una questione accuratamente rimossa nella letteratura novecentesca». In realtà io non ho nessuna voglia di mettermi a raccontarvi del come, quando e perché la questione del “parlare della verità” sia stata, se effettivamente è stata, rimossa nella letteratura novecentesca. Così in generale, per di più, non ho molta voglia di parlare della letteratura novecentesca. Il Novecento, grazie al cielo, è finito; a me piace pensare che sia morto e sepolto; che buona parte di ciò che così amabilmente lo caratterizzava – il primato della nevrosi, lo scetticismo universale, l’eterno ritorno dell’arte per l’arte, e così via – sia, ora, nel 2002, definitivamente finito. Così come si dice di un uomo, che «è finito».

Il fatto è, tra l’altro, che io non sono un letterato; nel senso, che non mi intendo di letteratura. La letteratura non è il mio oggetto di studio. Non sono particolarmente competente in letteratura. Se dovessi veramente parlare della letteratura novecentesca, potrei essere in serie difficoltà. Certo: non sono un selvaggio, e non voglio fare qui la figura del selvaggio; nemmeno, per così dire, per figura. È che da un bel po’ di tempo mi gira per la testa questo pensiero: che ciò che noi oggi, così, generalmente parlando, chiamiamo «letteratura», è solo una porzione di ciò che chiamiamo «letteratura» quando parliamo del tempo passato. Il Principe di Machiavelli è letteratura? Senz’altro, sì. Lo si studia a scuola nel programma di letteratura (oltre che in quello di filosofia, e comunque più in quello di letteratura). Ma oggi come oggi difficilmente accetteremmo l’idea che i libri, che so, di Giovanni Sartori o di Galli della Loggia siano «letteratura». Non è una questione di qualità. È una questione, mi pare, proprio di natura.

Bene. Questo che cosa c’entra con il tema della giornata? C’entra. Perché a me questa identificazione – ormai s’è capito – della letteratura con la narrativa d’invenzione, è una cosa che non mi convince. Non mi ci so rassegnare. Mi sembra un impoverimento della nostra idea di letteratura. E mi domando che cosa ci sia sotto questo impoverimento.

Mi domando quale eredità ci abbia lasciata in Novecento. Dirò di peggio: mi domando quale eredità mi abbia lasciata il Novecento. Che cosa è rimasto, del ribollire di idee della e sulla letteratura che c’è stato durante tutto quel secolo, che cosa è rimasto che io possa ancora usare, adoperare, fare mio, piegare ai miei scopi. E più me lo domando, più mi rispondo: assai poco. E perché? Perché, durante tutto il Novecento, l’idea che la letteratura potesse servire a uno scopo è stata espulsa. O, se è stata ammessa, è stata ammessa per gli scopi privati, privatissimi: per cui si ammette, che so, che il tale scrittore possa avere adoperata la scrittura, consapevolmente o no, per risolvere o sublimare il proprio conflitto col padre. Bene. Questo non è certo uno scopo che io, da lettore, possa condividere. Se l’illustre Tizio aveva il problema di risolvere o sublimare il suo conflitto col padre, quello era un problema suo. Se scrivere libri meravigliosi gli è servito anche a quello, ben venga; e sono lieto; complimenti vivissimi. Ma a me, che cosa me ne viene?

(Pensate all’editore Einaudi, che quando pubblica Se questo è un uomo di Primo Levi o il Diario di Anne Frank li mette nella collana di saggistica. Come se non fosse anche, se non addirittura proprio la bellezza di quelle opere a farne opere importanti, e a determinare la loro diffusione pressoché universale in Occidente).

Allora credo che la felice condizione in cui ci troviamo, noi che abbiamo più o meno quarant’anni [scrivevo tredici anni fa, ve lo ricordo – nda], che abbiamo acquisito “diritto di parola”, che facciamo libri e altre cose, la nostra felice condizione è quella di poterci liberare dall’idea che la letteratura non abbia altri scopi che quelli strettamente letterari. In realtà non è che si respiri tanto quest’aria, oggi come oggi. Quando mi trovo con i miei cosiddetti “colleghi”, cioè con altri scrittori quarantenni, vedo che si finisce quasi sempre, irresistibilmente, col parlare di letteratura. E se non è di letteratura che si parla, si parlerà comunque cose che contornano la letteratura: i libri, i soldi che vanno e vengono per i e dai libri, le librerie, gli editori, gli editor, gli uffici stampa, e tutte quelle menate lì. E c’è sempre quello che a un certo punto si alza a dire, tutto infervorato, che sì, vabbè, il mondo ci è ostile: ma noi comunque affermiamo il valore della letteratura. E io penso, invariabilmente: che noia!

Mi accorgo che sto girando attorno al tema. A questo punto, dovrei dire quali mai potrebbero essere, questi scopi non strettamente letterari che la letteratura avrebbe. E dovrei dirlo in maniera tale da connettere il riconoscimento – soggettivo – di questi scopi con i temi della presente specifica giornata di studio e riflessione. Così mi tocca dire, banalmente e brutalmente: sospetto, signori miei, che la letteratura serve a parlare della verità. Precisazioni immediate: a. non serve a “dire la verità”, che tutt’altra faccenda; b. non serve a “comunicare la verità”; eccetera eccetera. Serve a parlare della verità, più o meno come, ieri, in treno, viaggiando da Padova verso Roma, con i miei compagni di viaggio ho parlato di questo e di quello.

Mi sono accorto da tempo che la parola «verità» genera scandalo. Quando si sospetta che uno pensi di sapere la verità, subito lo si aggredisce. Alla chiesa cattolica, ad esempio, nessuno rimprovera di avere certe opinioni sul mondo così com’è e come dovrebbe essere; le si contesta, semmai, il diritto di pensare che tali opinioni siano vere. Ma semplicemente il fatto di pensare che una verità, da qualche parte, ci sia: già questo insospettisce. Non è mica semplice, parlare della verità.

Quando dico: «Credo che una verità ci sia; e dubito assai che riuscirò a conoscerla», generalmente non riesco a farmi capire. Mi si dice: ma come, se pensi che ci sia una verità, come fai a pensare di non poterla conoscere? Non è forse lo stesso che pensare che una verità non ci sia? Evidentemente, per me, non è lo stesso; ma vedo che la cosa generalmente risulta incomprensibile. Oppure mi si dice: ecco, vuoi imporre la tua verità. Ma come potrei, pensate, imporre una verità che non conosco? Come posso imporre qualcosa che non so cos’è?

Penso che la letteratura serva a parlare della verità, cioè di qualcosa che interessa tutti. Della verità, ovviamente, non si occupa la sola letteratura: anche la filosofia, la teologia, l’economia, il marketing, la scienza delle costruzioni, la fisica tecnica, eccetera; tutti si occupano della verità. Tutte le discipline sono alla ricerca di una verità. Ma la letteratura – sorpresa! – dispone di una differenza. Banalmente: per la letteratura, non è indispensabile trovare, acquisire e comunicare la verità. La letteratura, ad esempio, si accontenta a volte di produrre «verità inventate»; vere e proprie «finte verità», che per chi adopera la letteratura vanno benissimo.

La letteratura è in grado di parlare di una verità che non conosce e tantomeno possiede; è in grado di parlare della verità pur liberandosi dalla preoccupazione di possederla. Per un immunologo, ad esempio, è difficile agire in assenza di verità; una qualche verità – provvisoria, parziale, tutta da controllare ecc. – un immunologo deve avercela; altrimenti, non è in grado di agire; oppure agisce a tentoni, e non si sente soddisfatto di sé. Per la letteratura la questione si pone in tutt’altro modo; pensiamo, ad esempio, che durante tutto il Novecento sono abbondati i libri che proprio tematizzavano la difficoltà, l’indicibilità della verità. Il guaio è stato, casomai, che questi libri, o meglio i loro autori, anziché ritrovarsi tutti contenti della libertà di parlare della verità pur senza possederla, si sono fatti prendere dall’angoscia. Hanno tentato di conquistare la verità e possederla, ad esempio, per quantità: non sarà un caso se tanti libri fondamentali del Novecento sono così grossi (La ricerca del tempo perduto, L’uomo senza qualità, Ulisse ecc.); e non sarà un caso se questi libri tendono a essere, o se non lo sono a presentarsi, come libri incompiuti. La ricerca del tempo perduto è incompiuto, L’uomo senza qualità, è incompiuto… anche Ulisse è, diciamocelo, un libro che è stato finito solo perché c’erano delle scadenze editoriali, degli impegni presi, e degli amici che insistevano. Sennò, James Joyce sarebbe ancora lì…

Vi sto proponendo dei volgari paradossi? Io non credo. Non mi sarei presentato qui, se pensassi di avere da proporvi solo dei paradossi. Ma poiché sono un narratore, per mia fortuna, e non un letterato, non mi sento tenuto a venir qui a dirvi la verità – non quella assoluta, eh! Ma quella di uno studioso ecc. – , ma sono venuto qui a parlarvi della verità, e dei miei rapporti con lei.

Umberto Eco: ogni romanzo implica una cosmologia. Questa è una cosa che ogni narratore sa.

Ora: il narratore realistico ha il mondo davanti a sé; ha degli strumenti per conoscerlo, che sono strumenti che gli vengono dalle altre discipline. Émile Zola – che, tra parentesi, io ammiro sconfinatamene – si è trasformato di volta in volta in un economista, in un operatore di borsa, in un sociologo, in un esperto di marketing ecc. ecc., per scrivere i suoi vari romanzi. Ha scritto vari romanzi assai belli (Nana, L’Assommoir, Germinal, Le ventre de Paris, Le “Bonheur des Dames” ecc.); ma se volessimo dire che cosa rende grandi i suoi romanzi, diremmo forse che è la loro attendibilità scientifica? Il loro essere quasi o quasi come dei saggi di economia, finanza, sociologia, marketing ecc.? No, diremmo che quei libri sono belli – scusate l’elementarità della parola “belli” – casomai per il loro contenuto di immaginazione… non perché riproducono un mondo / il mondo, ma perché immaginano un mondo…

Il narratore fantastico s’inventa un mondo alla settimana. Il narratore realistico è vincolato al mondo che c’è. È così? Siamo sicuri che è così? Su che cosa lavora il narratore fantastico? Non lavora forse sulla percezione che abbiamo del mondo?

Il narratore realistico sta al mondo che c’è. Ma vista la varietà di epistemologie – parziali, occasionali, “di situazione” ecc. – delle quali oggi disponiamo, il narratore realistico (cioè provvisto, portatore di un’istanza realistica) sembra poter anche lui moltiplicare i punti di vista, o gli approcci epistemologici, o “gli sguardi” (così si dice oggi) sulla realtà. Senza privilegiare questo o quello, senza decidersi, contaminandoli, facendoli cozzare l’uno contro l’altro, adoperando l’uno per smentire o trasformare o annientare l’altro. Questo è, mi si dice, il postmoderno. Per cui tutte le immaginazioni che facciamo sul mondo, un’immaginazione per ciascun punto di vista, per ciascuna epistemologia, per ciascuno “sguardo” disponibile, alla fin fine non sono altro che “maschere del nulla”. Il mondo resta inconoscibile, e stop.

Ma se provassimo a essere meno autoritari… se provassimo a pensare che tutti questi diversi approcci ci forniscono delle immaginazioni, e che queste immaginazioni sono tutte delle diverse approssimazioni alla verità…

Probabilmente c’è una distanza non maggiore d’un capello tra il narratore postmoderno che produce “maschere del nulla”, e il narratore ugualmente postmoderno che produce “approssimazioni alla verità”. Il discrimine, credo, può essere questo: chi produce maschere sente, per così dire, la nostalgia d’una conoscenza totalitaria, esaustiva, “vera”: non ce l’ha, e ne sente la mancanza. Il narratore approssimante – che in questo senso è pienamente fuori dal Novecento – non ha questa nostalgia. Ha fiducia nelle sue immaginazioni. Naturalmente non pensa di poter “dire la verità”; pensa, al massimo, di poter “parlare della verità”, così come, se mi potete passare il paragone, i trovatori provenzali fiduciosamente parlavano di dame che conoscevano appena, che avevano contemplate solo di lontano, o delle quali avevano soltanto sentito parlare. O che magari, per dire tutto, si erano inventati di sana pianta.

L’importante è questo: rinunciare a “possedere” la verità. Non si “possiede” la verità. Forse si può esserne posseduti; ma di questo non si può parlare umanamente.

Anche il povero Dante Alighieri, che comunque era il più bravo di tutti, a un certo punto si arrende: racconta, descrive, riporta, spiega, usa tutte le parole che ci sono, se ne inventa di nuove apposta, eccetera eccetera, e poi a un certo punto dice: qui mi fermo, arrivo all’indicibile. E naturalmente, l’unica cosa di cui valga veramente la pena di parlare, è quella che rimane indicibile, imparlabile. Le possiamo girare attorno, possiamo approssimarla, fare dei tentativi…

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5 comments on “La letteratura non dice la verità, ma parla della verità (appunti)”

  1. Mi piace molto questa distinzione tra “possedere” la verità e l’esserne posseduti. Penso che il lettore si trovi in posizione analoga a quella dello scrittore: perennemente alla ricerca della verità con la consapevolezza che l’unico modo di parlarne sia, ogni volta, registrare tutte le forme possibili e inesauribili dell’indicibile.

  2. Per un attimo sono tornata con la mente tra le pagine de “Il mondo di Sofia”, romanzo filosofico di Jostein Gaarder (1991). Mi hanno sempre affascinata verità e realtà proprio per la vastità di riflessioni che generano. E a un tratto mi rendo conto che spesso per descrivere il tipo di romanzi che mi piacciono scelgo una definizione molto vicina all’argomento: “Non amo molto le storie vere – dico in genere – ma nemmeno il fantasy. Mi piacciono le storie inventate, ma che devono essere assolutamente verosimili”. Forse capisco meglio i miei gusti, oggi. Appunti molto interessanti.

  3. quando scrivo un romanzo parlo della mia verità, descrivo il mondo come io lo percepisco, come dici tu. non mi preoccupo affatto che sia scientificamente od oggettivamente o sociologicamente vero. ma che mi importa di descrivere qualcosa nella sua oggettività!!, ammesso che esista ed ammesso che io o qualcun altro siamo in grado di osservarla e descriverla. parlo del mio mondo, delle mie esperienze perchè è a quelle che attribuisco un significato, e quel significato è la mia lettura, la mia interpretazione del mondo che mi serve proprio per stare al mondo.

  4. Tutto vero,tutto molto triste. Eppure come è utile,necessario, che qualcuno,come lo scrittore/narratore, svisceri la vita. Si sa che questa ha un limite(tanti limiti),ma quanta ricchezza è trascurata.o ignorata,o travisata.Può essere un comunicatore unico(superiore al filosofo)perchè fa vibrare le corde dello spirito e può così raggiungere tanta umanità. Perchè lo scrittore ha qualcosa di divino!

  5. Incisiva e insieme allusiva, questa tua “vecchia” articolazione tra letteratura e verità.
    Aggiungerò una cosa forse banale, ma ci provo ugualmente.
    Uno scrittore, di fronte alla verità, non può che avere, al massimo, la pretesa di lasciarla accadere. Di porsi in vista di un evento, di un momento, di una possibile avventura, per seguirne le tracce e lasciarsi indicare la strada dal succedersi degli eventi. Che, naturalmente, si presenteranno a chiedere il loro posto.
    Al servizio del divenire e della sua intrinseca incompletezza.

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