100 lezioni di scrittura creativa / 8

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].




Buongiorno. La settimana scorsa avevo promesso qualche esempio di imitazione – di imitazione ben riuscita, s’intende – tratto da Oceano mare di Alessandro Baricco. Ma l’altro giorno, in un laboratorio di scrittura a Bergamo, ho parlato appunto di imitazione – che è, avrete capito, un mio cavallo di battaglia .: e c’è stato un coro di proteste. «Ma se io imito», mi è stato detto, «dove va a finire la mia originalità?». L’originalità non c’entra, io penso. Ma per spiegarmi devo prenderla alla larga.

Noi tutti scriviamo in una lingua: la lingua italiana (si può anche scrivere in dialetto, o in lingue miste; ne riparliamo alla fine). Questa lingua, la lingua italiana, non ce la siamo mica inventata noi: l’abbiamo ricevuta, imparata. I genitori, gli adulti, i coetanei, i libri, i giornali, la televisione, la radio: tutti ci hanno insegnata la lingua italiana. È ovvio però che la lingua italiana la parliamo ciascuno di noi a modo suo. Ogni scrittore ha una sua lingua più o meno riconoscibile; ciascuno di noi, anche nel parlato più intimo, familiare e incontrollato, ha suoi propri modi di dire, giri sintattici, parole, articolazioni del discorso.

Esiste poi un mito romantico: quello dello scrittore – del poeta, in particolare – che “reinventa” la lingua in cui scrive. Lo scrittore secondo l’immaginazione romantica non parla la lingua, per così dire, dei comuni mortali; parla una lingua che gli viene dritta dal cuore, o dalla pancia, o dalla musa, o da dio, o dall’ispirazione, o da chissaddove. Bene: questa immaginazione romantica era certamente opportuna a suo tempo: la lingua letteraria di allora, tra fine Sette e inizio Ottocento, era una lingua molto stilizzata, molto regolata, molto scelta, e quindi anche molto limitata, molto ideologica (inconsapevolmente ideologica, ma ideologica), molto – diciamolo – letteraria. Lo scrittore romantico sentiva giustamente il bisogno di trovare, ossia inventare, un’altra lingua letteraria: che fosse, appunto, meno letteraria, o addirittura per niente letteraria.

Ma i tempi cambiano. Alessandro Manzoni fu uno scrittore romantico – vabbè, il romanticismo in Italia è stato una cosa all’acqua di rose, in confronto agli sfracelli dei tedeschi: ma Alessandro Manzoni è stato romantico nei limiti del possibile in Italia: era già scandaloso, ricordiamocelo, che avesse eletto a protagonisti del suo romanzo due «vili meccanici», due poveracci, anziché principi e re – e costruì una lingua romantica così ben fatta, così efficiente, così ben funzionante, che dopo lui tutti, o quasi tutti, divennero manzoniani. La rivoluzione si era compiuta. Dopo il tempo dell’innovazione era venuto il tempo dello sfruttamento dell’innovazione acquisita: fino alla rivoluzione successiva… (ho un tantino semplificato; portate pazienza).

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Che c’entra questo con l’imitazione? C’entra tanto. La tradizione letteraria – cioè il mucchio di tutti i testi scritti prima che noi scrivessimo i nostri – è uno sterminato magazzino di parole, di frasi, di giunti sintattici, di forme della narrazione, di metri, di rime; tutto questo magazzino, noi possiamo immaginarlo come una lingua: la lingua della narrazione e della poesia. Ogni momento noi, anche quando ogni sera raccontiamo al coniuge com’è andata la giornata, attingiamo senza pensarci su, senza nemmeno accorgercene, a questo sterminato magazzino: esattamente come attingiamo ogni momento, senza pensarci su e senza nemmeno accorgercene, al magazzino delle parole.

Naturalmente quando scriviamo, soprattutto se vogliamo scrivere un’opera letteraria, stiamo bene attenti alle parole che scegliamo. Ma quando usiamo, per dire, la parola «casa», non è che ci sentiamo poco originali: la parola «casa» è stata usata da tutti gli scrittori d’Italia, per secoli, e noi li imitiamo usandola ancora; ma non sentiamo questo come una perdita di originalità. Possiamo, certo, scegliere di non usare proprio la parola «casa» bensì un’altra parola o espressione più adatta ai nostri scopi: «magione», «dimora», «edificio», «abitazione», «appartamento», «nido familiare», «cuccia», «ostello», «baracca», «home sweet home», «prigione», «gabbia» ecc.: ma così facendo continuiamo ad attingere al grande magazzino del lessico italiano – o accettato in Italia -: ciascuna di queste parole o espressioni è stata adoperata da altri scrittori e/o parlanti prima di noi.

Allo stesso modo – così chiudo il ragionamento – possiamo pensare che quando imitiamo forme del testo, schemi narrativi, articolazioni della storia ecc., non facciamo altro che usare il magazzino delle narrazioni come se fosse un magazzino delle parole; e nel riusare, adattata alle nostre esigenze, una forma di testo già usata, non facciamo niente di diverso da quando diciamo, come tanti altri hanno detto, «casa» o «appartamento».

Un paradosso: se volessimo parlare una lingua veramente nostra, una lingua che venga veramente dal cuore o dalla pancia o dalla musa o da dio, probabilmente parleremmo una lingua comprensibile solo a noi stessi. Così, se volessimo usare forme di testo, schemi narrativi o articolazioni della storia che vengano direttamente dal cuore ecc., probabilmente comporremmo una narrazione comprensibile solo a noi stessi.

Si tratta, in somma, di pensare alla narrazione come a un luogo di compromesso: tra la voce divina che «ditta dentro» e l’elementare desiderio, o esigenza, che ciò che scriviamo sia comprensibile ad altri. Naturalmente possiamo prenderci delle libertà: possiamo miscugliare la lingua italiana con i dialetti o con altre lingue, possiamo articolare la storia in maniere strane e bizzarre, possiamo attingere a tradizioni linguistiche e narrative diverse dalla nostra.

* * *

Queste cose ho dette nel laboratorio di Bergamo, domenica scorsa; e sembrava quasi che si fossero tutti convinti, finché non me ne sono uscito con questa parolaccia: «compromesso». Apriti cielo! Ma del compromesso, per l’appunto, parleremo la settimana prossima; e quanto agli esempi da Oceano mare, aspetteranno. State bene.

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