100 lezioni di scrittura creativa / 9

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno, buongiorno. Scrivere questa puntata è stato veramente difficile, tra un’influenza e l’altra. Perciò se dico bestialità non prendétevela. Dicevo: se volessimo parlare una lingua veramente nostra, una lingua che venga veramente da dentro di noi (dal cuore o dalla pancia, o magari dalla musa o da dio…), probabilmente parleremmo una lingua comprensibile solo a noi stessi. Esiste, e ricompare qua e là in continuazione (anche Dante s’interrogava su quale fosse la lingua di Adamo ed Eva…), il mito di una lingua originaria, una lingua profonda, una pre-lingua comune a tutte le persone esistite esistenti e future, seppellita dentro ciascuno di noi, trasmessa – diremmo oggi – via Dna, sottostante a tutte le differenti lingue effettivamente parlate. Bene: colui che chiamo «l’artista romantico» va giusto in cerca di questa pre-lingua che, da nessuno effettivamente parlata, dovrebbe essere comprensibile a chiunque.

Dove la trova, l’artista romantico, la pre-lingua? Ovvio: dentro di sé: nel profondo di sé. E come fa a trovarla? Ovvio: liberandola da tutte le post-lingue, scartavetratando le incrostazioni che la storia umana (la pre-lingua è quasi inevitabilmente pre-umana, esterna alla storia) le ha depositate sopra.



Ecco allora due paradossi. Uno: l’artista romantico troverà dentro di sé, nel suo profondo, la lingua sua propria; e identificherà magicamente questa lingua sua propria con la pre-lingua che sottostà a tutte le lingue effettivamente parlate. Due: l’artista romantico disprezzerà la lingua «comune», nel senso di: «quella che si parla e si scrive tutti i giorni»; e cercherà invece una lingua «comune», nel senso di: «originaria e sottostante a tutte le lingue».

C’è insomma una contraddizione insanabile tra due desideri che stanno in chi racconta storie – come, credo, in qualsiasi artista -: il desiderio di esprimersi e il desiderio di comunicare. Con «esprimersi» intendo lo «spremere fuori da sé» (questa è l’etimologia) ciò che si ha dentro di più proprio, intimo e privato. Con «comunicare» intendo invece il «trovare qualcosa di comune» con l’interlocutore (il lettore): ossia, a ben vedere, l’esatto contrario.

Corsi di scrittura creativa
Il bando 2015-2016
Se mi pesto il dito col martello, urlo: l’urlo è certamente originario, comune a tutti; appartiene certamente alla pre-lingua (l’urlo non è nemmeno una vera e propria parola); esprime certamente ciò che in quel momento io ho di più mio, intimo e privato (un male cane). Possiamo dunque dire che con l’urlo io «mi esprimo». Mia moglie, due stanze più in là, sentirà l’urlo: ma che significato gli darà? In fin dei conti un urlo di «urrà!» non è così diverso da un urlo di dolore. E comunque, dall’urlo in sé, non si capisce di che dolore si tratti: un dolore fisico? un dolore morale? un dolore divino? (Certo: prima i colpi di martello; poi l’urlo, e i colpi che si interrompono; mia moglie capisce tutto, non è mica scema; ma la sua mente sfrutta i dati di contesto, decifra non l’urlo ma la situazione – che contiene, come un oggetto e non come una parola, anche l’urlo).

Quando, due giorni dopo, racconto l’incidente a mio cognato esibendo il ditone imbozzolito di garze, naturalmente lo faccio sorridendo: perché, insomma, pestarsi un dito col martello nell’appendere un quadro, è da idioti; e se non racconto la cosa sorridendo, se cioè non mi mostro superiore agli avvenimenti, se non eseguo un trattamento ironico della narrazione dell’incidente, se non metto una distanza tra il me che racconta e il me che agisce nel racconto, rischio di fare appunto la figura dell’idiota. Con mio cognato, non deve succedere. Se racconterò bene, lui capirà tutto: capirà perfino che sto raccontando ironicamente perché non voglio passare da idiota; ne dedurrà che io sono sì stato idiota per un istante – quanto bastava per pestarmi un dito – ma che poi mi sono subito ripreso, e attualmente ho messa la testa a posto. Non lo farò più. Il mio racconto quindi «comunica», in quanto tiene conto dell’interlocutore, della mia relazione con lui, delle sue reazioni al mio stesso racconto, eccetera.

* * *

Nello scrivere, nel narrare, siamo continuamente tirati da questi due desideri: dal desiderio di esprimerci, ossia di cacciare degli urli, e dal desiderio di comunicare, ossia di intavolare una relazione con il lettore. La contraddizione non è sanabile; la volontà di sanarla produce afasia. Nemmeno il giusto mezzo, che è come una neutralizzazione di entrambi i desideri, è una soluzione sensata. La soluzione sensata è, secondo me: accettare la contraddizione, accettare di essere tirati da due desideri contraddittori, tentare di farli coesistere.

C’è chi è di natura più portato all’espressione, chi più alla comunicazione. Dante adopera tutte le parole che gli capitano a tiro, Petrarca seleziona scrupolosissimamente il suo lessico. Il Manzoni ci racconta la sua storia nel modo più normale possibile, il Gadda racconta le sue storie in modi così bizzarri da non essere nemmeno capace di portarle a conclusione. Ma la scelta della comunicazione non impedisce a Manzoni di trovare di tanto in tanto espressioni fortissime («La sventurata rispose», cap. X); e la scelta dell’espressione non impedisce a Dante di essere di tanto in tanto addirittura elementare («La bocca le baciò tutto tremante», nell’episodio di Paolo e Francesca: frase che potrebbe stare benissimo in un romanzo Harmony).

Tutto questo che ho detto della lingua vale evidentemente, secondo il parallelismo che facevo la settimana scorsa, per le forme e i modi della narrazione. Esistono in noi delle «pre-forme della narrazione»? Chi lo sa, io dico. Magari sì. Psicoanalisti e antropologi potrebbero avere delle idee in proposito. Possiamo cercare di sprofondare in noi per avvicinarle. In confidenza: ogni volta che ne troverete una, di pre-forma, vi accorgerete che ce ne sono altre molto più nel profondo…

Basta, basta. Alla prossima settimana. Dove dovrò parlarvi del classicismo, e toccherà rimandare ancora gli esempi di imitazione tratti da Oceano mare di Baricco. Pazienza.

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