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Dieci sistemi sicuri per rappresentare efficacemente un personaggio assassino psicopatico

4 commenti

di Giulio Mozzi

1. Più o meno uno su quattro dei romanzi inediti che mi vengono proposti (su un totale di più di mille l’anno) è un romanzo che prevede la presenza di un personaggio assassino. Più o meno sette su dieci di tali romanzi prevedono che il personaggio assassino sia un personaggio assassino psicopatico. La cosa, considerata la rarità degi assassini in generale, e degli assassini psicopatici in particolare, mi è sempre sembrata curiosa; come curioso mi è sempre sembrato che, alla fin fine, l’unico delitto considerato letterariamente dignitoso sia l’assassinio (con poche luminose eccezioni, come a es. Il sottolineatore solitario di Marco Bosonetto). Anche sorvolando sulla banalità di scippi, taccheggi, borseggi, furti in appartamento, truffe porta a porta, eccetera, mi colpisce il fatto che in letteratura le rapine a mano armata si portino ormai così poco; mentre aspetto ancora di leggere un romanzo inedito nel quale la caccia al colpevole sia caccia al colpevole d’uno stupro (che è un delitto ben più frequente dell’assassinio).

2. Che poi la grande maggioranza dei personaggi assassini sia costituita da personaggi assassini psicopatici, mi sbalordisce. Sarà che ho conosciuto un po’ di assassini, in vita mia, e nessuno di loro mi è sembrato un assassino psicopatico. Ma il problema, in fondo, non è un problema di realismo. E’ un problema di gestione del personaggio. Il personaggio assassino psicopatico è, per dirla in breve, un personaggio che è condannato a fare una cosa sola (uccidere) e che fa quella cosa senza una motivazione plausibile (in quanto è psicopatico).

3. Qui so già che mi si farà l’obiezione: in realtà, quel personaggio assassino psicopatico lì, ci ha avuto quel certo trauma nell’infanzia, quell’altro ha fatto la guerra del Viet-Nam, quell’altro ancora è stato tartassato ingiustamente dal fisco, e così via. Certo, certo. Il punto è che una motivazione plausibile è una motivazione che non sia generica. Non tutti quelli che hanno avuto traumi nell’infanzia sono diventati assassini psicopatici, non tutti i reduci della guerra del Viet-Nam sono diventati assassini psicopatici, non tutti i tartassati ingiustamente dal fisco diventano assassini psicopatici: anzi, di ciascuna categoria, a pochissimi tocca questo amaro destino.

4. Una motivazione plausibile non è una motivazione che “spiega” genericamente la possibilità per un certo personaggio di compiere un certo atto; è una sequenza di eventi, collegati tra loro da relazioni di causa ed effetto, che portano quel tal personaggi a considerare quel certo atto come un atto realisticamente possibile, addirittura desiderabile o conveniente. L’uomo che diventò Batman vide assassinare i propri genitori; ciò spiega, se si vuole, la sua sete di vendetta; ma che tale vendetta debba compiersi mettendo su tutto quell’ambaradam di rifugio segreto, costumi, Batmobile, tecnologie specialissime, eccetera eccetera, nelle storie di Batman non è mai dato saperlo. E’ per questa ragione che il personaggio, in tempi recenti, è così tornato in auge: perché mentre il suo desiderio di vendetta, o di giustizia se volete, è narrativamente ovvio, tutt’altro che ovvio è il suddetto ambaradam. Il dispositivo drammatico delle storie di Batman è racchiuso in una domanda: perché un uomo, volendo vendicarsi, (e va ben: volendo fare giustizia), lo fa in moto così complicato e dispendioso? Vabbè che ci ha i soldi, ma con i soldi si può anche commerciare in barbabietole, investire in castelli della Loira, collezionare tintoretti.

5. Ma come, mi dice un lettore, si parlava di assassini psicopatici, e lei mi tira fuori un giustiziere come Batman? Vuole forse insinuare che l’uomo che divenne Batman era uno psicopatico?
Direi di sì. E, come tutti i personaggi psicopatici (qui allargo il discorso: ma faccio presente che, dei personaggi psicopatici che mi tocca di incontrare nei romanzi inediti che esamino, la quasi totalità è costituita da personaggi assassini psicopatici), è un personaggio difficilissimo da gestire, perché le sue azioni (non la sua azione in generale, ma ogni sua singola azione particolare) sono spesso non motivate. Un personaggio psicopatico, nell’immaginario diffuso tra gli autori (per ora) inediti, e direi anche tra quelli editi, è un personaggio che può fare qualunque cosa: è quindi un personaggio ingovernabile, un personaggio per il quale un’azione vale l’altra, un personaggio che può compiere l’atto A o quello non-A con sovrana indifferenza.

6. Veniamo dunque ai consigli. Se proprio volete dotarvi di un personaggio assassino psicopatico, cercate almeno di evitare il grosso degli stereotipi. Gli stereotipi del personaggio assassino psicopatico sono, così al volo:
– emettere risate agghiaccianti del tutto a sproposito;
– avere la fronte imperlata di sudore;
– portare sempre con sé, e consultare spesso, una fotografia della mamma (della quale il personaggio è orfano; in alternativa lei può averlo abbandonato, da piccolo, nelle mani di un padre beone e violento);
– essere maschio (i personaggi assassini psicopatici donne sono statisticamente infrequentissimi);
– parlare al telefono con voce roca, possibilmente telefonando da un luogo dove piove;
– camminare arrancando, e tuttavia velocissimamente;
– abitare in una baracca del Midwest o in un seminterrato di Nuova York;
– uccidere in modo inutilmente complicato, o comunque con strumenti bizzarri: la cara vecchia Beretta, al personaggio assassino psicopatico, gli dà noia;
– essere privo di patente per la guida dell’automobile;
– nutrirsi di junk-food;
– avere manie religiose indeterminate (cioè: parla e straparla di Dio e simili, eventualmente di angeli, ma non si esprime in maniera precisa a es. sul filioque o sul monofisismo);
– e così via.

7. Rispondete alla domanda (della quale sono debitore a Massimo Cassani): “Ecco due maschi sui trentacinque; uno dei due è biker, l’altro è un funzionari dell’Unipol; quale dei due è tatuato da capo a piedi?”.
Se rispondete “il biker”, avete perso. Un personaggio biker tatuato da capo a piedi è un normalissimo, aspecifico personaggio biker; un personaggio funzionario dell’Unipol tatuato da capo a piedi è un particolarissimo, interessantissimo personaggio funzionario dell’Unipol.
Allo stesso modo, tutte le caratteristiche che possono rendere interessante il vostro personaggio assassino psicopatico sono quelle che non pertengono necessariamente (almeno nell’immaginario corrente) a un personaggio assassino psicopatico. (Attenti però al rischio del ribaltamento meccanico: l’assassino psicopatico di bambini che è buon padre di famiglia è troppo, troppo scontato). Non basta che non ridacchi, che non cianci di Dio e Shopenhauer, che non cammini arrancando: deve avere, il vostro personaggio assassino psicopatico, qualcosa che lo renda interessante non in quanto assassino psicopatico, ma in quanto personaggio umano.

8. E qui veniamo al dunque. Nessuno ama il personaggio assassino psicopatico. Il personaggio assassino psicopatico è il personaggio emblematico del Nemico, dell’Altro Assoluto, del Diverso Da Noi, del Ciò Che Non Vorremmo Mai Essere E Tuttavia Abbiamo L’Incubo Che Potremmo Diventare, e così via. In sostanza, ogni volta che create un personaggio assassino psicopatico, da qualche parte nasce un Matteo Salvini.
Il personaggio assassino psicopatico è dunque, e oserei dire senza scampo, protagonista di una letteratura tipicamente reazionaria. Non mi vengono in mente romanzi con assassino psicopatico progressisti, o anche soltanto liberal. Se qualcuno ne conosce, segnali nei commenti.

9. Il personaggio assassino psicopatico deve essere sconfitto. Di più: deve essere sconfitto. Poiché è un uomo senza mente (un de-mente), non basta colpirlo a morte: bisogna che il suo corpo venga triturato, polverizzato, sciolto nell’acido, spalmato da un rullo compressore, spedito nello spazio, bruciato e così via. Non si tratta infatti semplicemente di far fuori quell’uomo assassino lì: si tratta di far fuori la Paura Indeterminata, e della Paura Indeterminata non se ne può lasciare in giro nemmeno un pezzettino. Altrimenti – avete visto cos’è successo a Freddy Krueger, che non riesce a morire.

10. Infine. Volete sapere perché il romanzo American Psycho di Bret Easton Ellis risultò, a suo tempo (1991) così inquietante? Rispondo: per la sua noiosità. L’autore rinunciò a tutti gli stereotipi e, benché il suo personaggio sia indubbiamente un personaggio assassino psicopatico, riuscì a scrivere un romanzo forte, bello, innovativo, e alla fin fine molto suggestivo. La noia che procura alla lettura è istruttiva: gli psicopatici, come tutti coloro che fanno sempre le stesse cose (il qui presente, per esempio, che sembra capace di esprimersi solo per decaloghi), sono immensamente, infinitamente, misteriosamente noiosi.

4 comments on “Dieci sistemi sicuri per rappresentare efficacemente un personaggio assassino psicopatico”

  1. Gran bel decalogo: mi mancavano. Non so rispondere alla domanda numero otto (non sono pratica di politica, men che meno letteraria 😉 ) però mi hai fatto ricordare una specie di film fatto a puntate brevissime, che un paio di anni fa la tele Svizzera pubblico indicendo una specie di concorso del tipo “trova gli indizi”. Vidi solo la prima puntata che trovai però geniale: lui, assassino seriale – per cui, poro ciccio – psicopatico a modo suo, vuole smettere. Sì, il suo scopo nella vita è resistere alla tentazione, all’impulso di uccidere e magari diventare anche gentile così inizia con l’aurare un’anziana ad attraversare la strada… si intitola Arthur. Io ho trovato l’idea geniale. (Magari esiste già un libro così?). Questo il link: https://www.rsi.ch/web/serie/cultura/arthur/

  2. Non ne sono certa. Mi viene in mente Amabili resti e anche lì mi pare di trovare un assassino stereotipo: il vicino di casa inappuntabile che poi si rivela un incredibile serial killer, con i cadaveri nel seminterrato, la risata agghiacciante, la fronte imperlata di sudore, mi pare ci fosse pure una camminata arrancante per inseguire la vittima, che comunque uccide preparando un’accogliente casa hobbit sotto un campo di grano (progettazione al minimo dettaglio, scavi notturni, gli mancava solo la Dia, poverino). Eppure il lettore (e lo spettatore) non sono lì a chiedersi perché stia uccidendo, quali siano le sue motivazioni (no, non menzionano traumi e nemmeno foto di mamma), ma se lo prendono, se la giustizia (o il karma) farà il suo corso. E quante altre volte in letteratura o al cinema l’assassino è uno psicopatico incensurato residente nel quartiere? Che poi, ripensandoci, anni fa arrestarono proprio dietro casa mia un assassino psicopatico…non aveva pulito le impronte e aveva lasciato il cellulare acceso.

  3. Bravo bravissimo. Ci hai dato una bella lezione. E mi hai fatto sentire in minoranza. In ciò che scrivono non c’è mai uno straccio di assassino. Nemmeno di quelli con la camicia stirata e sotto chissà che cosa. Che poi disegnarlo psicopatico in fondo è allontanare l’idea del male da sé. Se fosse normale? Comune? Schifosamente giustificabile ai più?

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