Quanti artisti riuscite a indovinare? (un gioco serio)

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di Valentina Durante

Guess the artist è un gioco di carte uscito nel 2017 per la Laurence King Publishing, una casa editrice specializzata in libri e giochi sulle arti figurative. Ideato da Robert Shore, consiste di un mazzo di sessanta carte, ognuna delle quali presenta sul fronte tre disegni che rimandano a un artista – per soggetto, motivo iconografico, aneddoto di vita vissuta o tratto fisico. Sul retro della carta i tre indizi vengono spiegati e l’artista svelato. Il gioco sta, com’è ovvio, nell’indovinare.

Vi propongo sei carte e a seguire le sei soluzioni, per concludere con il senso di tutto ciò (senso che riguarda non solo l’arte ma anche lo scrivere).

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Ecco le soluzioni:

  1. Michelangelo Buonarroti. Le due mani che si toccano alludono alla Creazione di Adamo nella volta della Cappella Sistina. Quello basso a destra è un blocco di marmo: dalle cave di Carrara Michelangelo sceglieva di persona i marmi migliori e più adatti alle sue esigenze. In basso a sinistra troviamo lo stemma della casata dei Medici, mecenati con i quali l’artista ebbe un rapporto lungo e però anche contrastato.
  2. William Turner. Il treno che corre è quello di Pioggia, vapore e velocità. La violenza degli elementi era tema assai caro ai pittori romantici e Turner lo celebra in Il naufragio. Barche da pesca che tentano di salvare l’equipaggio. L’ultimo indizio è più criptico: Turner è noto come “il pittore della luce” e Ruskin arrivò a definirlo un “adoratore zoroastriano” del sole.
  3. Andy Warhol. In basso a sinistra, con la ciminiera fumante, una factory. La decolletè rossa allude alle scarpe che Warhol disegnò per il negozio I. Miller di New York, nella sua iniziale carriera come grafico. Alla sedia elettrica dentro una stanza vuota l’artista dedicò una serie di serigrafie a partire dal 1963 (Electric Chair).
  4. Tracey Emin. Il letto sfatto rimanda all’opera My Bed. La tenda a My tent, nota anche come Everyone I Have Ever Slept With. Il neon Stuck, stuck, stuck allude a un movimento, antitetico al concettualismo degli Young British Artists, del quale Emin ha involontariamente ispirato il nome: Stuckism.
  5. Michelangelo Merisi (Caravaggio). La testa in basso a destra è quella del Battista (in Salomè con la testa del Battista, ma anche in Decollazione di San Giovanni Battista). La testa a sinistra è quella di Medusa (Scudo con testa di Medusa). In alto a sinistra troviamo la Canestra di frutta.
  6. Gian Lorenzo Bernini. Il disegno in basso a destra rimanda all’origine del termine “barocco”: pare derivi dal portoghese “barroco” che indica una perla irregolare. L’angelo è quello dell’Estasi di santa Teresa d’Avila. Infine la Basilica di San Pietro: Bernini si occupò della sistemazione della piazza tra il 1657 ed il 1667.

Ho sottoposto Guess the Artist a nove persone appassionate e intenditrici di arti figurative. Nessuna ha indovinato tutte le sessanta carte (ma c’è chi ci è andato vicinissimo) e gli errori sono stati variegati sia per numero che per qualità. Alcune carte hanno richiesto più concentrazione e hanno provocato maggiori dubbi, altre si sono rivelate più semplici. Una carta però è stata indovinata da tutti senza la minima esitazione:

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È Yayoi Kusama. Ci sono il suo inconfondibile caschetto rosa shocking, i suoi inconfondibili pois e le sue inconfondibili zucche. Ma forse che le due mani di Michelangelo non sono altrettanto inconfondibili? O la Medusa di Caravaggio? O la nave sconvolta di Turner? Dettagli ben più famosi, di artisti ben più famosi.

Mi sono interrogata sul motivo e, benché nove persone non siano un campione significativo e il mio esperimento non più che un aneddoto, me ne sono uscita con questa risposta: nella carta di Yayoi Kusama ci viene mostrata una forma; in tutte le altre carte no.

Gli indizi di Guess the Artist portano la firma di Craig Redman e Karl Maier (Craig & Karl), due illustratori di origine australiana con uno stile caratteristico, basato sulla sintesi e sulla semplificazione. I loro disegni sono costruiti con colori piatti, accesi e netti, contornati da uno spesso tratto nero e animati da pattern a righe o a pois. Con questa loro impronta Craig & Karl hanno donato alle carte una sorta di codice uniforme, che non tiene per nulla conto dello stile pittorico o installativo dell’artista che vogliono significare. Il come viene annullato per far emergere il cosa: tema, motivo iconografico, dato biografico e così via. I due indici che nella prima carta si sfiorano vogliono evocare Michelangelo per il loro essere due indici che si sfiorano, non per il modo in cui questo soggetto viene rappresentato. Il come è la deduzione che l’osservatore è obbligato a fare a partire dal cosa.

Yayoi Kusama beneficia di una felice coincidenza: i pois, sua impronta peculiare, combaciano alla perfezione con i pois che connotano lo stile grafico di Craig & Karl. La sua forma non viene annullata dalla loro forma, ma ne risulta anzi potenziata.

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Kusama non è certo più famosa di Michelangelo o Caravaggio o Warhol; ma mentre Michelangelo o Caravaggio o Warhol stanno su quelle carte in una loro dimensione parziale e sminuente (togliete a Warhol il suo stile grafico e non avrete più Warhol, bensì la matrice dell’ispirazione di Warhol, la sua occasione), Kusama vi compare rivolgendo a noi la sua facies più completa dunque comprensibile.

Possiamo applicare lo stesso ragionamento a un’opera letteraria?

Siamo spesso invitati a riflettere sulla similarità che intercorre tra le diverse storie. Alla fine, si dice, tutte le storie raccontate e raccontabili possono essere ricondotte – e perciò ridotte – a una manciata di modelli o storie-base (Forster azzardò che in narrativa non esistono che due trame: “qualcuno parte per un viaggio” e “uno straniero arriva in città”). Vero o falso che sia, quanta varietà e dissomiglianza troviamo invece nelle forme! Un testo è un fatto linguistico: il lessico, il rapporto tra le frasi e la loro lunghezza, i segni di interpunzione, l’abbondanza o scarsità di aggettivi e avverbi e la loro qualità e temperatura e ancora il ritmo, l’aspetto intonativo e persino tutto ciò che del testo possiamo apprezzare in prima istanza visivamente: gli a capo, gli spazi bianchi, la suddivisione in capitoli, eccetera.

Un’opera ci presenta una certa verità sull’uomo e lo fa per approssimazione. Non può trattarsi di una semplice reificazione dell’idea perché nessun avvenimento esteriore può ricalcare in tutto e per tutto il pensiero; ma questo scarto fra cosa pensata e cosa creata, lungi dall’essere un minus rispetto all’invenzione, è territorio misterioso in cui prospera la facoltà generatrice della forma, che è prodotta ma al tempo stesso si produce: quante volte, scrivendo, entrando completamente nel flusso del testo, abbiamo avuto l’impressione che il testo si facesse da sé e che la lingua anziché seguirci ci precedesse?

La forma in un dipinto è linea, colore e superficie – materia; in un testo è lingua – significante saldamente agganciato al suo significato, dove il primo è resa sensibile del secondo e dove il secondo non è semplicemente racchiuso ma anche generato dal primo. Nell’Insostenibile leggerezza dell’essere Kundera parla dei suoi personaggi proprio come di fatti linguistici: questi “non nascono da un corpo materno come gli esseri umani, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora”. L’indice di Dio proteso a sfiorare l’indice di Adamo non è il concetto di due mani che si sfiorano ma un certo rapporto fra linee, pastosità del pigmento, ombreggiatura, persino le crepe che il tempo ha imposto alla superficie. È lì che si riconosce l’opera e ci riconosciamo, in essa, noi che guardiamo.

 

“Scritto ad arte”, organizzato dalla Bottega di narrazione, è un corso-laboratorio che fa uso delle arti figurative come strumento per immaginare, inventare e comporre un testo letterario. Si terrà a Milano, fra la Pinacoteca di Brera e la sede della Bottega di via Tenca 7, per due fine settimana: 22-23 febbraio e 4-5 aprile 2020. Sarà condotto da Demetrio Paolin e Valentina Durante. Per saperne di più.