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L’effetto Dunning-Kruger e la sindrome dell’impostore in letteratura

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di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

Sono ventisette anni, ormai, che pubblico libri; e ventisette anni che, in diverse situazioni (come insegnante in corsi di scrittura, come consulente di case editrici, per lavori di editing ec.), mi trovo a dover valutare (allo scopo di insegnare, editare, correggere ec., o per deciderne la pubblicabilità) opere letterarie altrui. E’ uno sporco lavoro, ne convengo, ma qualcuno deve pur farlo; e tutto sommato sono riuscito, finora, a camparci. Il futuro è avvolto nelle nebbie epidemiche, e quindi non pensiamoci.

Per dare un’idea della consistenza del mio lavoro, e quindi del “campione” sul quale si basano le considerazioni che seguono (dico “campione” tra virgolette perché in realtà non ho quasi mai – se non per un anno, sedici anni fa – tenuto un conto preciso delle osservazioni), dirò che per un quindicennio circa ho ricevuto in lettura da due a quattro opere letterarie inedite al giorno; che per molti anni (non gli ultimi) sono riuscito a guardarle pressoché tutte (e per “guardare” intendo: leggere la lettera di presentazione, l’eventuale soggetto dell’opera presentata, qualche pagina) e a leggerne da cima a fondo un’ottantina all’anno. Nei corsi di scrittura creativa incontro (cioè: ci passo insieme almeno una trentina di ore) più o meno un centinaio scarso di persone nuove all’anno. Ogni anno ho fatto cinque o sei lavori di editing importanti (cioè: non semplici ripuliture di un testo). Ho lavorato per gli editori Theoria (1997-1999), Sironi (2001-2008), Einaudi (2008-2014), Marsilio (2014-2020), Laurana (2011-ora).

Allora: la mia impressione è che nell’universo di chi produce letteratura (e intendo: l’universo di chi scrive romanzi, racconti, novelle, poesie, poemi, opere teatrali et similia: a prescindere dalla qualità, dalla pubblicazione e tutto il resto) siano molto diffuse – e non di rado intrecciate – tanto la sindrome dell’impostore quanto l’effetto Dunning-Kruger.

La sindrome dell’impostore è “una condizione psicologica particolarmente diffusa fra le persone di successo, caratterizzata dall’incapacità di interiorizzare i propri successi e dal terrore persistente di essere esposti in quanto impostori” (Wikipedia). La definizione – che è una definizione informale: la sindrome dell’impostore non è citata nel Dsm – fu proposta nel 1978 dalle studiose Pauline Clance e Suzanne Imes (per approfondire: l’articolo originale). Non si tratta solo di, per così dire, scarsa autostima; ma proprio della convinzione che, se ho successo, l’intero mondo si sia messo d’accordo per farmelo credere; e che si sia messo d’accordo per pietà, per compassione, per non farmi stare male, perché io in realtà non valgo nulla. In caso di insuccesso, l’insuccesso è la pura e semplice prova della mia condizione di impostore. Ovviamente chi soffre di questa sindrome tende a sottrarsi a quelle prove che potrebbero confermare positivamente le sue qualità.

Giorgia Tribuiani, Bottega di narrazione, Corso di scrittura di base, Scrittura creativa, Creative Writing

L’effetto Dunning-Kruger, definito appunto da David Dunning e John Kruger, è quello per cui le persone che non hanno competenza in un certo ambito tendono a sovrastimare le proprie competenze proprio in quell’ambito lì e, in particolare, tendono a non riuscire ad accorgersi della propria incompetenza; mentre, al crescere delle competenze, cresce anche il dubbio sulle proprie competenze. L’uomo della strada, per dirla in soldoni, sa perfettamente come si possono risolvere – in pochi giorni e a costo zero – le questioni della pandemia, della crisi economica e del malfunzionamento delle istituzioni; chi invece abbia competenze epidemiologiche, economiche o istituzionali sarà molto molto più cauto. Addirittura, “il possesso di una reale competenza può produrre la distorsione inversa, con un’affievolita percezione della propria competenza e una diminuzione della fiducia in sé stessi, poiché gli individui competenti sarebbero portati a vedere negli altri un grado di conoscenza equivalente al proprio” (Wikipedia; l’articolo originale è qui e può essere vostro per 14,95 dollari).

Nel mio piccolo – e, ripeto, senza tenere conteggi: sto facendo dell’impressionismo, non della statistica – ho osservato che le persone che mi sottopongono in lettura i testi di qualità più scarsa (ovvero: con importanti incertezze linguistiche, grande uso di cliché, buchi di trama a non finire, assenza di relazioni di causa ed effetto negli eventi narrati, e così via) sono quelle che più difficilmente accettano il giudizio negativo. La reazione al giudizio negativo può essere

– delegittimante: “Chi cazzo sei tu per esprimere un giudizio sul mio lavoro”,
– accusatoria: “Non hai capito niente”,
– condiscendente: “Adesso ti spiego tutto per bene e capirai”,
– passivo-aggressiva: “E io che avevo tanta fiducia in te…”,
– incredula: “Non riesco a capire. Non riesco a crederci”,
– volonterosa: “Farò il possibile per migliorare il mio lavoro”,
– insistente: “Dimmi come posso migliorare, dove posso ritoccare il testo”,
– fiduciosa: “Ieri ho letto il tuo giudizio, stanotte ho sistemato il romanzo, te lo rispedisco”,
– prona: “Farò (sul testo, ovviam.) tutto ciò che vorrai pur di avere un tuo giudizio positivo.

Tutte queste reazioni respingono il giudizio negativo, non ne prendono atto. Se un romanzo non ha né capo né coda, c’è poco da fare, anzi: non c’è niente da fare. Ci sono – parlo per esperienza, quindi con tutti i limiti della mia esperienza – opere letterarie con margini di miglioramento e opere letterarie senza margini di miglioramento.

A occhio direi che non c’è una relazione precisa tra bagaglio culturale e presenza dell’effetto Dunning-Kruger. In linea di massima, quegli autori che visibilmente hanno alle spalle molte letture, e magari anche una certa cultura letteraria, tendono a rispondere al giudizio negativo con reazioni delegittimanti o accusatorie; mentre gli autori che non hanno una particolare cultura letteraria alle spalle tendono a rispondere al giudizio negativo con reazioni insistenti, fiduciose o prone.

Entrambe le estremità della scala sono legate a un’incapacità a valutare la propria im/competenza. Se questo è evidente nelle reazioni delegittimanti, lo è anche in quelle da volonteroso in giù: la fiducia nella possibilità di migliorare il proprio lavoro si basa sull’ignorare la complessità dell’impegno e la misura delle proprie capacità.

Sintomatica dell’effetto Dunning-Kruger in atto è la risposta, a qualunque osservazione puntuale su un errore presente nel testo, “L’ho fatto apposta”. Inutile far notare che una scelta può essere adeguata o inadeguata a prescindere della sua intenzionalità. Inutile ricordare la saggezza di Quèlo: “La risposta è dentro di te, solo che è sbagliata”.

Ora, se è ben sensato che la persona dotata di competenze si esprima spesso con il beneficio del dubbio (come abbiamo imparato da Karl Popper, “un’ipotesi o una teoria ha carattere scientifico soltanto quando è suscettibile di essere smentita dai fatti dell’esperienza”, Treccani) e abbia coscienza non solo di ciò che sa ma anche dei limiti del proprio sapere (Socrate!), tutt’altra cosa è la sindrome dell’impostore. Che appartiene a chi non solo sistematicamente sottovaluta le proprie capacità e/o competenze ma addirittura attribuisce ogni riconoscimento acquisito a una sorta di universale “complotto compassionevole”.

Scrittura creativa, Creative writing, Editing, Consulenza narrativa, Consulenza letteraria

E’ ovvio che la sindrome dell’impostore conduce, alla lunga, all’autoavveramento delle profezie: la persona incapace di riconoscere il proprio ruolo nei successi raccolti deciderà di astenersi da tutte quelle attività che possono condurre al successo. Come in una sorta di effetto Rosenthal autoinflitto, la persona dotata ma incredula della propria dotazione finirà per negarsi le occasioni di apprendimento, di formazione, di affermazione, e così via, fino a diventare effettivamente una persona poco competente (per mancanza di approfondimenti e aggiornamenti) e poco considerata.

(Ne so qualcosa. La mia convinzione di essere poco abile nelle relazioni sociali mi ha portato negli anni a ridurre sistematicamente le relazioni sociali; la mia convinzione di non essere uno scrittore mi ha portato negli anni a disinvestire dalla scrittura – ci sarà una ragione se ci ho messo ventitré anni per venire a capo del mio primo romanzo, ci sarà una ragione se devo mettere all’opera tutto il mio autocontrollo per non reagire aggressivamente a un complimento generico, ci sarà una ragione se cerco sempre di attribuire ad altri i meriti relativi a ciò che faccio, e così via. Naturalmente pronunciare le parole “sindrome dell’impostore” serve solo a dare un nome alla cosa; non a spiegarla né a porvi rimedio).

Mi domando se la circolazione nel mondo delle lettere dell’effetto Dunning-Kruger e della sindrome dell’impostore sia maggiore che in altri ambiti (o che in altri ambiti artistici). La mia impressione è che la relativa facilità dell’atto dello scrivere – bastano carta e penna, tastiera, eccetera – e il gigantesco lavoro di scolarizzazione fatto negli ultimi settant’anni abbiano portato a un ingente aumento di coloro che tentano la scrittura. In questo non vedo niente di male, anzi vedo un sacco di bene. Mentre ricondurrei l’aumento di diffusione dell’effetto Dunning-Kruger a qualcosa di più generale che sta avvenendo nelle società occidentali: piaccia o non piaccia, per esempio, il successo del Movimento 5 stelle si fonda proprio sul discredito della competenza. Non che l’abbiano inventato loro: ma il fenomeno è gigantesco. Un italiano votante su tre, all’incirca, alle ultime elezioni ha votato per certe persone proprio perché non avevano nessuna competenza; e ancora oggi il Movimento sta discutendo sulla famosa regola dei “due mandati”, ovvero su come escludere dagli incarichi istituzionali i propri membri non appena si siano fatti una certa competenza. (Provate ad applicare il medesimo criterio alle Olimpiadi: dopo aver partecipato a due edizioni, fuori).

Quanto alla sindrome dell’impostore, al di là che dipenderà dalla storia umana, forse familiare, di ciascuno, secondo me la sua diffusione nel mondo delle lettere può essere spiegata con la sempre crescente pressione al successo. Negli anni Novanta, quando io cominciai a pubblicare, i libri d’esordio erano osservati con interesse e curiosità; e si poteva raggiungere lo statuto di autore anche pubblicando con un editore piccolo e/o vendendo un pugno di copie. Oggi c’è poco da fare: o si diventa un “caso” o non si è nulla – oppure: si ha la percezione di essere nulla. Per di più, trent’anni fa c’era un istinto sociale tra gli scrittori, c’era un cercarsi e leggersi e discutere e così via (con tutti i suoi difetti, la prima Nazione indiana fu una più che decente incarnazione di questo istinto); oggi mi pare che la Repubblica delle lettere sia collassata, e che nel suo territorio si agitino bande e gang in strenua competizione. Le stesse librerie di grande superficie, che solo vent’anni fa offrivano vastissimi assortimenti, oggi stentano a conservare memoria dei cataloghi; l’indice di rotazione comanda tutto; e se si osa proporre delle opere che offrano un minimo di resistenza, che chiedano un’attenzione concentrata al lettore, si rischia di essere accusati di produrre “una letteratura arrogante che odia i lettori” (come ha scritto in un recente sfogo il peraltro eccellente poeta Franco Arminio).

Narrare il perturbante, Bottega di narrazione, Scrittura creativa

12 comments on “L’effetto Dunning-Kruger e la sindrome dell’impostore in letteratura”

  1. Ma il famoso romanzo (intorno a sentimento nascente, giusto?) uscirà un giorno o è stato definitivamente abbandonato?

  2. caro Mozzi, la ringrazio per questo testo estremamente interessante e sincero, lei si chiede se
    “… la circolazione nel mondo delle lettere dell’effetto Dunning-Kruger e della sindrome dell’impostore sia maggiore che in altri ambiti (o che in altri ambiti artistici). La mia impressione è che la relativa facilità dell’atto dello scrivere… “.
    Conoscendo il mondo dell’arte figurativa posso garantire che l’effetto dunning-kruger è molto presente perché se la musica, la scrittura o la danza pretendono una competenza che si può insegnare con programmi consapevoli che, se non garantiscono la poesia rendono facilmente riconoscibile il il dilettantismo
    “… nelle arti plastiche non c’è più mestiere… Non possono esserci master class di pittura semplicemente perché non c’è più maestria… Ma che cosa si può -insegnare- oggi in una scuola di Belle Arti, che non ha più nulla da trasmettere se non i lacci del mercato? ” scrive inascoltato Jean Clair.
    Certo chi vuole ancora lavorare con scrupolo non rischia la sindrome dell’impostore solo perché il successo semplicemente non c’è e i dubbi, l’ansia di un lavoro controcorrente rischiano di azzerare ogni autostima ed è solo una testardaggine che può apparire stupidità che ci costringe a lavorare ancora. Grazie
    Rosario Morra

  3. Post davvero molto interessante e non limitato alla letteratura.
    Secondo me tutto potrebbe rientrare nell’ambito del principio di autorità, inteso qui in senso filosofico e fondato su due elementi: competenza e verità (o onestà, se preferite). Mentre per l’effetto Dunning-Kruger si è incapaci di valutare la propria (in)competenza, nella “sindrome dell’impostore”, si nega che l’interlocutore stia dicendo la verità «per pietà, per compassione, per non farmi stare male».
    Difatti oggi, per negare l’autorità in un campo specifico (poesia, scienza, politica etc.), di solito ci si appella alla mancanza -reale o presunta- di uno o entrambi questi “pilastri”.
    Mi chiedo se questo processo, che si traduce in un generale senso di sfiducia, sia più dovuto al maggior numero di persone scolarizzate, oppure all’opera di demolizione dell’autorità svolta da alcuni degli stessi “competenti”.

  4. Non ho scritto questo, Gianni. Ho scritto: “Ci sono – parlo per esperienza, quindi con tutti i limiti della mia esperienza – opere letterarie con margini di miglioramento e opere letterarie senza margini di miglioramento”.

  5. Leggendo quest’articolo mi vengono in mente due frasi: il mondo si divide in persone che dividono immancabilmente il mondo in due categorie di persone e quelle che non lo fanno; un esperto è qualcuno che, evitando ogni piccolo errore, porta direttamente alla catastrofe.

  6. Direi che la prima frase, Gino, è un’affermazione ed è quasi certamente vera: basta che esista una sola persona che divide immancabilmente il mondo in due categorie di persone perché sia vero che il mondo si divide in persone che dividono immancabilmente il mondo in due categorie di persone e quelle che non lo fanno. La seconda frase non è un’affermazione ma una definizione il cui obiettivo politico è, evidentemente, la promozione dell’ignoranza. Mi pare che entrambe non abbiano nulla che fare con il contenuto dell’articolo.

  7. Non sono d’accordo: nella prima c’è un significato che va al di là della logica (che la renderebbe banale e tautologia) e riguarda “il peso” delle sfumature e un po’ di ironia sull’essere troppo rigidi o categorici. La seconda riguarda invece le potenziali conseguenze della pedanteria competente: vedere la polvere nella stanza perché si è abituati a spolverare ma non vedere che il salotto è sull’orlo di un baratro.

  8. [Quote] (Ne so qualcosa. La mia convinzione di essere poco abile nelle relazioni sociali mi ha portato negli anni a ridurre sistematicamente le relazioni sociali; la mia convinzione di non essere uno scrittore mi ha portato negli anni a disinvestire dalla scrittura[/Quote]

    Mi ci trovo totalmente, ho ridotto le relazioni sociali al minimo, le persone mi mettono sempre a disagio e tanto.
    Adoro scrivere, ma la pessima autostima, e cattive amicizie, mi anno allontanato dalla scrittura, che ho ripreso da poco.
    Come vincere il blocco dello scrittore causato da paura?
    Leggo sempre il tuo blog, complimenti e stupendo.

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