Non si scrive per sé

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di Giulio Mozzi, direttore della Bottega di narrazione

C’è una bella poesia di Thomas Stearns Eliot (cito dall’edizione Bompiani delle Opere, a cura di Roberto Sanesi, secondo volume, p. 1.530):

Una dedica a mia moglie

A cui devo la gioia palpitante
Che tiene desti i miei sensi nella veglia,
E il ritmo che governa il riposo nel sonno,
Il respiro comune

Di due che si amano, e i corpi
Profumano l’uno dell’altro,
Che pensano uguali pensieri
E non hanno bisogno di parole
E si sussurrano uguali parole
Che non hanno bisogno di significato.

L’irritabile vento dell’inverno non potrà gelare
Il rude sole del tropico non potrà mai disseccare le rose
Nel giardino di rose che è nostro ed è nostro soltanto

Ma questa dedica è scritta affinché altri la leggano:
Sono parole private che io ti dedico in pubblico.

Credo di essere del tutto incapace di scrivere senza un pubblico davanti. Non so se è esibizionismo; se lo è mi sta bene. Una frase che ho sentita dire spesso, sia da scrittori cosiddetti professionisti sia da scrittori cosiddetti della domenica, ossia: «Io scrivo soprattutto per me», mi sembra quasi insensata. Sarà banale – ne chiedo scusa – ma devo dire: scrivere, come parlare, è un atto di comunicazione; se non scrivo rivolgendomi a qualcuno, sono come uno che parla da solo in una stanza vuota (e se lo fa spesso, qualcuno chiamerà la neuro). Non voglio dire solo che, mentre scrivo, cerco di immaginarmi una sorta di lettore ideale o di lettore-tipo che legga quello che scrivo; voglio dire che proprio mi interessa che un lettore reale, in carne e ossa, ci sia; e se penso che non ci sia, non scrivo.

Se un attore dichiarasse di preferire, per i suoi spettacoli, un teatro vuoto o semivuoto, piuttosto che un teatro pieno, tutti gli darebbero del matto o dello strasnob. Invece pare che per chi fa libri ci sia come qualcosa di sconveniente nel voler “riempire il proprio teatro”. Mi spiego. Questa è un’opinione che non condivido:

«È bene che lo scrittore non si preoccupi di piacere al pubblico. Lo scrittore ha una vocazione da seguire ed è bene che la segua disinteressandosi per quanto può del successo. La letteratura è una cosa, l’industria culturale e dell’intratteni­mento è tutt’altra cosa; la qualità di un’opera è una cosa, il successo di quell’opera presso il pubblico è tutt’altra cosa. Se lo scrittore concede qualcosa, anche pochissimo, alle esigenze dell’industria o a quelli che si ritenga siano i gusti del pubblico, quel qualcosa resta nell’opera come una macchia».

Si può non condividere questa opinione? Forse no, tanto trasuda buon senso e moralità; ma io preferisco non condividerla perché quest’opinione fa passare, dà per scontato, un contenuto che non condivido: e cioè che il lavoro di chi scrive sia un lavoro che si dà senso da sé. Non voglio negare che lo scrivere si faccia quasi sempre in solitudine: nella tranquillità della propria stanza, come si usa dire (benché conosca persone che scrivono abitualmente al bar, o in treno, o sul lavoro durante l’ora di pausa); voglio negare che lo scrittore abbia una sorta di vocazione da seguire e che il compimento della vocazione gli basti.

La persona che scrive è una persona che ha una cosa da dire a un’altra persona. Non è detto che questa «altra persona» sia immediatamente e sempre identificabile con «un pubblico»; ma possiamo supporre che, se una persona ha una cosa da dire a un’altra persona, questa cosa possa detta anche ad altre persone. Ciò che Eliot dice a sua moglie, lo dice anche a noi: le sue sono appunto «parole private» dedicate alla moglie «in pubblico». In sostanza:

  1. credo che l’atto stesso di scrivere nasca dall’esistenza di un’altra persona alla quale ci si rivolge; senza l’altra persona, niente scrittura;
  2. credo che il rivolgersi ad altre persone oltre a quella che ci sta a cuore possa essere considerato un’interessante opportunità, ma non possa in nessun modo essere considerato una «vocazione» o un «compito». È una decisione che chi scrive può prendere o no.

Tutte le parole che scriviamo, in somma, possiamo considerarle «parole dedicate a un’altra persona»; e possiamo anche scegliere tra dedicarle privatamente o pubblicamente.

[Testo tratto dal libro di Giulio Mozzi Parole private dette in pubblico, Fernandel 2002].

[Nella fotografia in alto: lui non è Thomas Stearns Eliot, e lei non è la moglie di Thomas Stearns Eliot].

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