Dieci metodi sicuri per trovare un buon titolo per il tuo romanzo, nessuno dei quali funzionante

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di Giulio Mozzi, direttore della Bottega di narrazione

Uno. Basta una semplice ricerca con chiavi del tipo «come si sceglie il titolo di un romanzo», «come trovare il titolo per il mio romanzo», e simili, per scoprire che la rete letteralmente rigurgita di buoni consigli. Armati della consapevolezza che «la gente dà buoni consigli […] se non può più dare il cattivo esempio» (De André, Bocca di rosa), proviamo a fare una ricognizione. Proverò a spiegare alla fine perché tutti questi metodi non funzionano.

Due. Cominciamo con il metodo più spiccio: due soli consigli. Lo propone il sito di «Io scrittore», il concorso-torneo per inediti organizzato dal gruppo editoriale Gems (cioè: Guanda, Longanesi, Garzanti ec.):

Consiglio numero uno: il metodo Hemingway. Ernst Hemingway i titoli dei suoi romanzi li sceglieva così: «Faccio un elenco di titoli dopo aver finito il racconto o il romanzo – a volte addirittura cento. Poi inizio a cancellarli, e a volte li cancello tutti.»
Consiglio numero due: il metodo copiancolla. Prendete le classifiche dei bestseller degli ultimi anni. Volendo, potete restringere la selezione al genere del vostro romanzo e alle relative classifiche. Copiate pazientemente i titoli e contate le parole che ricorrono con maggiore frequenza. Scegliete i termini che meglio si adattano al vostro romanzo e combinateli meglio che potete: otterrete così un titolo che punta dritto ai vertici della classifica.

Lasciando stare che forse «copia-incolla» o almeno «copiaincolla» è un po’ più corretto di «copiancolla» (che a me ricorda irresistibilmente la mazzancolla), mi pare evidente che il primo suggerimento è una banalità (chi è che non fa liste di titoli, se non è soddisfatto del titolo attuale?) e che il secondo (non mi soffermo sul suo cinismo) può portarvi a scegliere un titolo non distinguibile da tanti altri titoli, quindi non memorizzabile (una delle indubbie funzioni di un titolo è: farsi ricordare; i pubblicitari, con un lieve anglicismo, parlano di «memorabilità») e quindi pessimo dal punto di vista del marketing. Altro che «puntare dritto ai vertici della classifica».

Tre. «10 modi per scrivere un titolo memorabile» s’intitola appunto una pagina del sito scritturacreativa.org, diretto da Michele Renzullo. Renzullo propone dieci tipi di titolo, ciascuno con qualche esempio (per brevità, riporto un solo esempio per titolo):

Giocati sull’ossimoro (Caos calmo).
Basati sulla sinestesia (Rumore bianco).
Con focus sul protagonista (Lo straniero).
Ambigui (Giro di vite).
Con doppia interpretazione (L’amica geniale).
Forti e che richiamano il genere o un’atmosfera (I milanesi ammazzano al sabato).
Che giocano su paradossi (Nati due volte).
Giochi di parola / calembour (Castelli di rabbia).
Che giocano coi numeri (Mattatoio numero 5).
Inaspettati / strani (Guida galattica per autostoppisti).

E conclude, Renzullo, raccomandando di «prestare attenzione principalmente a due cose: che il titolo non sia fuorviante; che assomigli, o sia proprio uguale a un titolo di un romanzo già esistente» (e ci auguriamo che nella seconda raccomandazione sia saltato per errore un «non»: «che non sia proprio uguale», ec.).

La maggior parte dei «modi» proposti da Renzullo prescindono dal contenuto o dalla forma del romanzo e si concentrano sul puro e semplice effetto di sorpresa. Io ci andrei cauto. Per esempio, Castelli di rabbia (il primo romanzo di Alessandro Baricco) è un puro gioco di parole (per carità, non privo di un riferimento al contenuto del romanzo). Io, sarà questione di gusti, lo trovo francamente brutto (mentre il romanzo è bello), come in generale trovo brutti, e noiosi, i titoli che sgomitano per farsi notare.

Diversamente, Nati due volte (l’ultimo romanzo di Giuseppe Pontiggia) è sì un titolo paradossale, ma fondato su solide radici: l’episodio di Nicodemo nel Vangelo di Giovanni (capitolo 3):

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui».
Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodemo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».
Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Gli replicò Nicodemo: «Come può accadere questo?».

Quattro. Nel blog di YouCanPrint si trova una pagina piena di suggerimenti. Il principale è: «Un buon titolo di un libro deve essere P.I.N.C.»:

Per aiutarti a ricordare gli aspetti più importanti a cui il titolo deve rispondere, ecco un trucco: P.I.N.C.
Un titolo deve fare una Promessa, o essere Intrigante o rispondere ad una Necessità o semplicemente indicare un Contenuto.
Non ci sono delle regole ferree per trovare il titolo perfetto, ma queste quattro caratteristiche sono quelle che ritroviamo più comunemente tra i titoli dei libri di maggior successo.
Oltre a ciò, il tuo titolo ha bisogno di un gancio, una combinazione di parole che catturi davvero il lettore e lo costringa volerne sapere di più.

Parole come «trucco» o «regole ferree» a me fanno venire la mosca al naso; e raccomandare che il titolo sia «una combinazione di parole che catturi davvero il lettore» è un po’ come dire che per fare un buon titolo bisogna fare un buon titolo. Ciò detto, l’idea di «promessa» non mi pare sbagliata. «Intrigante» è un’idea vaga, «necessità» e «contenuto» sono secondo me caratteristiche di titoli di opere non narrative (es.: Andreini, La conduzione dei generatori a vapore) e possono comparire in titoli di opere narrative solo per gioco (es. Amurri, Come ammazzare la moglie e perché) o per allegoria (Del Giudice, Atlante occidentale).

Riflettiamo dunque sulla «promessa». Che può anche essere esplicitamente nominata nel titolo. I promessi sposi contiene, senz’altro, una promessa: che tutto girerà attorno al fatto che, come avrebbe detto Bruno Pizzul, Renzo e Lucia «hanno il problema di sposarsi». La promessa di Friedrich Dűrrenmatt è appunto la storia di una promessa, e la domanda che guida il lettore è: sarà mantenuta? Anche titoli antichissimi come Genesi e Apocalisse (che significa alla lettera: Svelamento) contengono una promessa: ti racconto come è nato il mondo, ti svelo come – dopo una ricapitolazione di tutta la storia – finirà. Alla ricerca del tempo perduto è la storia di una ricerca che non si sa se troverà il proprio oggetto (lo troverà, ma sarà diverso da come atteso): una promessa c’è, e sarà delusa (ma solo dopo qualche migliaio di pagine). Riflettere sulla «promessa» è quindi anche un riflettere su quale sia il dispositivo drammatico del proprio romanzo, il nocciolo di storia che tiene su tutto.

Cinque. Sempre nel sito del concorso «Io scrittore» si trova una pagina con non più solo due ma ben sette consigli per scrivere un buon titolo. Eccoli (li riporto scorciando un po’):

1) Cercate il vostro titolo nel vostro libro e, soprattutto, fatelo cercare ad altri. Un lettore fidato leggendo il vostro romanzo potrebbe trovarvi dentro, nascosto in qualche frase, il titolo perfetto.
2) Cercate il vostro titolo nei libri che leggete: Che tu sia per me il coltello, titolo di un bel romanzo epistolare di David Grossman, è tratto da una lettera di Franz Kafka a Milena Jesenská: «E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso».
3) Cercate il vostro titolo tra i versi dei poeti: spesso ci sono versi che isolati possono diventare dei titoli perfetti.
4) Non dipende certamente dalla bellezza del titolo se il vostro manoscritto verrà pubblicato o meno da una casa editrice.
5) Non ci sono regole per il titolo giusto. Se fate un giro in libreria, potrebbe sembrarvi che ci siano delle regole perché la maggior parte dei libri che vedete esposti le rispettano. Ma si tratta di un’illusione, perché qualora ritornaste due anni dopo in quella stessa libreria vi trovereste altre regole. L’errore maggiore sarebbe scegliere il titolo con la speranza di accodarsi a una moda, per poi magari vedere il proprio libro uscire in libreria quando quella moda è già passata.
6) Il titolo non deve ingannare il lettore. Racconta Umberto Eco nelle Postille a Il nome della rosa: «Il mio romanzo aveva un altro titolo di lavoro, che era l’Abbazia del delitto. L’ho scartato perché fissa l’attenzione del lettore sulla sola trama poliziesca».
7) Tentate di non pensare al titolo fin quando non avete finito il romanzo e se avete già un titolo in testa non fate l’errore di affezionarvici troppo. Per ogni libro ci sono tanti, e diversi, titoli perfetti.

È sempre divertente trovare, in una lista di regole, quella che dice: «Non ci sono regole». Ricorda la famosa enciclopedia cinese citata (inventata) da Borges (nel racconto L’idioma analitico di John Wilkins), che suddivideva gli animali in « (a) appartenenti all’Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati, (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi in questa classificazione, (i) che s’agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche». Ma in realtà il suggerimento al punto 5 è serissimo e validissimo: le mode sono effimere, tra la scrittura e la pubblicazione di un’opera narrativa possono passare anni, e fare qualunque cosa perché «è di moda» è sbagliato. Certo, ogniqualvolta un certo titolo ha molto successo si vedono fiorire le imitazioni (quante copertine con il titolo che sembra scritto con un gesso sul muro, dopo il successo di Tre metri sopra il cielo? Quante Storie della buonanotte dopo il successo di quelle per bambine ribelli?), ma la faccenda dura poco, pochissimo tempo (e, in genere, il successo di questi «cloni» è minimo).

Comunque: il metodo numero 1 è serio e serissimo: è capitato molte volte, a me, di proporre come titolo di un libro che stavo editando una frase o una locuzione trovata nel libro stesso. Idem per i metodi 2 e 3 (che sono lo stesso metodo): il mio primo libro, nel lontano 1993, s’intitolava Questo è il giardino: due parole semplicissime, ma trovate in una poesia di Claudio Damiani. Il metodo 4 è vero: gli editori sono abituati ad aver che fare con titoli orrendi (e anche a controproporne di altrettanto orrendi, sia chiaro). Il metodo 6 è ovvio: si può ingannare solo per gioco (se date a un racconto di sette pagine il titolo Storia universale di tutte le cose, non ingannate nessuno, al massimo vi fate prendere per un imitatore di Borges). Il metodo 7, boh: ho visto titoli nascere prima che fosse scritta una riga del romanzo, e arrivare fino alla pubblicazione; ho visto romanzi cambiare titolo dozzine di volte; io stesso ho scritto libri con ben chiaro in testa il titolo, che funzionava come principio-guida, mentre in altri casi il titolo l’ho trovato solo all’ultimo momento. Mantenersi indecisi, lasciarsi aperte le strade, non fissarsi, questo sì; ma «tentare di non pensarci», questo no.

Sei. Nel sito Libroza Carmen Laterza, che si presenta come «scrittrice indipendente», offre una lista di brevi consigli (e, vi assicuro, è l’ultima che vi propongo). Un titolo deve essere (riporto i consigli e non le spiegazioni: sono chiarissimi):

Breve.
Semplice.
Memorizzabile.
Coerente con il genere.
Coerente con il contenuto.
Originale (con moderazione) («Non significa strano a tutti i costi»)

e il metodo per trovarlo segue «11 semplici regole»:

Analizza il tuo progetto.
Non fissarti sul primo che ti viene in mente.
Parti dal contenuto del libro.
Lasciati ispirare («Potresti trovare il titolo perfetto in un libro che stai leggendo, in un film che stai guardando, in un’opera d’arte che stai osservando»).
Fai un elenco dei titoli migliori («Rileggi più volte il tuo libro e fai una lista dei migliori titoli che ti vengono in mente. In questo gioco di brainstorming, prendi spunto dai titoli dei romanzi che trovi nelle librerie, lasciati andare e sii creativo»).
Leggi a voce alta.
Sii breve e conciso.
Chiedi consiglio.
Seleziona.
Controlla che non sia già stato usato.
Fai test e prove (con «amici o lettori di fiducia»).

Che dire? Niente da dire. A parte l’ingenua incitazione «Sii creativo», tutto sanissimo e ordinato buonsenso. Sul fatto che il titolo debba essere breve mi permetto un dubbio, perché alcuni titoli che amo molto sono piuttosto lunghi. Ma è bene che un titolo lungo possa essere citato solo in parte. Per esempio il romanzo La buona e brava gente della nazione di Romolo Bugaro (molto bello) può essere citato (e, per esempio, richiesto in libreria) anche solo con le parole La buona e brava gente; e ho sentito con le mie orecchie e ho visto con i miei occhi un cliente chiedere il libro La solitudine, e il libraio porgergli subito quella dei numeri primi. Però è vero, una o due parole sono sufficienti per fare un titolo: bastino Orgoglio e pregiudizio, Delitto e castigo, Guerra e pace e Cime tempestose a provarlo.

Sette. Vado a concludere questa rassegna citando un aspetto che le pagine web citate – e anche quelle che non ho citate – trascurano. Non vi darò un consiglio, ma vi proporrò solo una distinzione.

Un titolo può essere tematico o rematico (per approfondire: Gérard Genette, Soglie, Einaudi 1989 pp. 81-88). È tematico quel titolo che dice di che cosa parla il libro; è rematico quel titolo che dice che forma ha il libro (o che forma hanno i testi che lo compongono).

Per spiegarsi: I promessi sposi è un titolo tematico, perché dice (ed è vero) che il romanzo parla di due promessi sposi. Odi e inni è un titolo rematico, perché effettivamente il libro (di Giovanni Pascoli) contiene componimenti che hanno la forma dell’ode o quella dell’inno (non contiene dunque sonetti, strambotti, madrigali eccetera).

Un titolo può essere contemporaneamente tematico e rematico. Cronache familiari di Vasco Pratolini è tematico (si parla di una famiglia) e rematico (contiene «cronache» di una famiglia, non «la storia di» una famiglia).

Un titolo può giocare tra tema e rema, contenuto e forma, per suggerire al lettore un certo modo di leggerlo. Romanzo di figure di Lalla Romano è molto intensamente rematico: è composto da una sequenza di fotografie, ciascuna accompagnata da un breve testo (non narrativo, piuttosto lirico): la parola «figure» è quindi tematicamente esplicita, perché appena sfogliamo il libro vediamo appunto le figure (ma, si potrebbe ragionare: queste figure sono il contenuto del libro o sono la forma che in esso assume la narrazione?), e la parola «romanzo» non descrive ciò che il libro (formalmente) è (perché senz’ombra di dubbio Romanzo di figure non è un romanzo), ma invita a leggerlo come se fosse un romanzo.

All’inizio del 2021 ho pubblicato un romanzo intitolato Le ripetizioni: un titolo sia tematico sia rematico, perché allude sia alla coazione a ripetere che è propria del protagonista sia all’uso insistito della ripetizione (di parole, ma anche di episodi: ripetizioni con variazioni, ma sempre ripetizioni) nella scrittura e nella narrazione. Il primissimo abbozzo del romanzo s’intitolava Introduzione ai comportamenti vili: anche qui un elemento rematico («introduzione», come in un titolo del tipo Introduzione al calcolo infinitesimale) e un tematico (i comportamenti vili); il secondo abbozzo s’intitolava Discorso attorno a un sentimento nascente: ancora rematico («discorso») e tematico («un sentimento nascente).

Otto. Non mi è parso di trovare, infine, nelle varie liste di suggerimenti reperite qua e là, un tipo di titolo che mi sembra parecchi diffuso soprattutto nell’ambito del noir e del thriller: il titolo in cui è il protagonista o un personaggio a parlare. L’ottimo Io sono la bestia, di Andrea Donaera; il best-seller Io uccido di Giorgio Faletti; parecchi romanzi dell’eccellente Paola Barbato: Non ti faccio niente, Io so chi sei, Vengo a prenderti. Non sarà sfuggito il tono minaccioso di tutti questi titoli: e la minaccia, si sa, in narrativa, è una delle forme più efficaci di «promessa».

Nove. Ora torniamo al titolo di questo articolo. Non vi sfuggirà che è un titolo insieme tematico («metodi sicuri per trovare un buon titolo per il tuo romanzo, nessuno dei quali funzionante») e rematico («dieci»); né vi sfuggirà che è un titolo mendace, ossia che fa una promessa che il testo non mantiene. Non vi ho proposto «metodi sicuri», non ho dimostrato che nessuno di questi è «non funzionante», e per finire non sono «dieci» né i metodi né i punti in cui l’articolo si, come dire?, articola. Ma tant’è: se siete arrivati a leggere fin qui, vuol dire che il titolo ha funzionato (e forse anche l’articolo). Grazie.

[Quelli dell’illustrazione all’inizio sono, ovviamente, titoli di Stato. Ovvero tutt’altra cosa].

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2 comments on “Dieci metodi sicuri per trovare un buon titolo per il tuo romanzo, nessuno dei quali funzionante”

  1. Ahia, grande Mozzi, un errore infinitesimale nella sua come sempre perfetta dissertazione: la citazione di De Andrè è da “Bocca di rosa”, non da “La canzone di Marinella”. Perdonatissimo ma visto che lei giustamente ci tiene alla correttezza delle fonti… Un caro e ammirato saluto. Dada Montarolo

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