Prove pratiche di scrittura e vita

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di Valentina Durante.

Leggo in Distratti dal silenzio di Stefano Dal Bianco:

Se si vive e si scrive dimenticando di coltivare una distanza tra poesia e vita, magari in nome di una presunta superiorità della poesia, di ciò che l’esercizio della poesia ci permette di intravedere – a barlumi, a momenti –, si ottiene il risultato opposto alla visione auspicata: si assolutizza la poesia come il momento vero, essenziale dell’esistenza, deresponsabilizzando così l’etica del nostro stare al mondo. Credo sia un retaggio romantico. Ma la poesia è pur sempre un manufatto umano come tanti. È preziosa se serve a noi, a innalzare il nostro grado di consapevolezza nella vita. Altrimenti rischia di diventare un imbroglio”.

(Su Prove di libertà, 2013)

Mi chiedo: in quali e quanti modi scrittura e vita si compenetrano a vicenda? Intuitivamente, la compenetrazione è anzitutto tematica e di contenuti – il ciò che si dice –, perché noi possiamo parlare solo di ciò che appartiene alla nostra vita e di cui abbiamo fatto esperienza. Il senso della frase “Tutto è autobiografia” è da intendersi forse alla lettera: non posso prescindere da ciò che è descrizione (grapéin) della mia vita (bíos) che faccio da me (autòs), dove questo faccio da me ha senso duplice – tanto la scrittura – scrivendo, quanto la vita – vivendola. L’atto o meglio l’abitudine dello scrivere entra a far parte della nostra quotidianità, in una scansione temporale dove le ore, i minuti, i secondi, sono cellule tutte di pari valore, riempite da attività di diversa natura: ma le cellule temporali sono a-gerarchiche e l’ora dedicata a preparare la cena non ha in sé minore dignità di quella passata alla scrivania a buttar giù quattro cartelle di romanzo. Per paradosso, coltivare una distanza tra scrittura e vita per come la intende Dal Bianco coincide con l’accettazione della scrittura come costituto naturale della vita stessa. E nel momento in cui ci abituiamo a considerare la scrittura (Dal Bianco parla di poesia, ma passatemi la generalizzazione) come semplice (che non vuol dire banale), “manufatto umano” succedono secondo me due cose. La prima è che ci sentiamo sgravati del senso di responsabilità che ci fa credere, in quanto autori, di essere investiti di una qualche sorta di missione morale imposta dall’esterno, quando il nostro soggetto, il nostro centro, dovrebbe essere uno solo: la nostra idea di mondo, quale che sia. Deresponsabilizzando la scrittura, noi ri-responsabilizziamo “l’etica del nostro stare al mondo”, perché ricollochiamo il nostro impegno morale nel territorio che più gli compete.

Il secondo effetto di questa distanza è più pratico e forse interessante: nell’osservare la scrittura come una delle tanti parti della nostra vita, possiamo tra queste parti rintracciare analogie e affratellamenti non solo tematici e contenutistici – l’autobiografia nel senso che si diceva – ma anche formali. Detto altrimenti: è possibile che vi sia una qualche relazione fra il modo in cui scriviamo ciò che scriviamo e il modo in cui viviamo così come viviamo? E: se la scrittura può “innalzare il nostro grado di consapevolezza nella vita”, perché non può accadere anche l’inverso? Perché la nostra vita – l’osservarla, il conoscerla nei suoi aspetti abitudinari e perciò meno grandiosi – non può innalzare il nostro grado di consapevolezza nello scrivere?

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Da sempre trovo appassionanti le vite degli artisti – scrittori, pittori, musicisti, fotografi eccetera. Non parlo di biografie – è nato lì, è morto là, si è ha sposato con, ha divorziato da, ha scritto la tale e la talaltra opera – ma della registrazione della quotidianità minuta, fatta di abitudini, obblighi, rituali, relazioni e, perché no, anche fisime e idiosincrasie. Beethoven contava uno per uno i grani di caffè che andavano a costituire la sua colazione: sessanta per tazza, tanti quanti i secondi in un minuto e i minuti in un’ora. Ecco che nella mia immaginazione un Beethoven assonnato, accigliato, davanti alla sua tazza e a un metronomo scandisce gesto per gesto, chicco per chicco, secondo per secondo, tic toc tic toc tic toc. Thomas Mann scriveva solo al mattino e se un’idea, uno spunto, un giro di frase gli si presentava alla mente dopo l’una doveva aspettare fino al giorno successivo. Mahler non tollerava che qualcuno lo vedesse o gli rivolgesse la parola prima che iniziasse a comporre, dunque la servitù doveva fare ogni sorta di acrobazia per occuparsi di lui senza correre il rischio d’incontrarlo. Louise Bourgeois diceva di se stessa: “La mia vita è regolata dall’insonnia”. E della sua arte diceva: “Lavoro come un’ape operaia, eppure mi par di non ottenere quasi niente”. Mi sembra che le due frasi siano l’una il rifesso dell’altra: la frustrazione per il sonno mancato si rispecchia nella frustrazione data dalla (presunta) inadeguatezza dell’opera. Lo stretto legame fra scrittura e corsa in Haruki Murakami è divenuto paradigmatico, mentre l’immagine che ho (che abbiamo?) di Jane Austen la vede in un salotto, mai sola, intenta a nascondere i fogli sotto il lavoro di ricamo che tiene in grembo, al primo bussare di un ospite.

Un paio di mesi fa, alla Biennale di Venezia (bookshop dei Giardini; all’Arsenale non c’era), mi sono imbattuta in un catalogo strutturato come un album di figurine e dal titolo accattivante: (des formes de vie). (des formes de vie), curato dell’artista francese Franck Leibovici, è una ricognizione di pratiche di vita degli artisti, non necessariamente artistiche. Leibovici ha coinvolto una settantina di nomi chiedendo loro di descrivere, rappresentare o esporre i reperti della quotidianità che sorregge la loro arte, anche quando il legame appare del tutto arbitrario. Il catalogo si apre con una pagina bianca interrotta da due sole frasi:

 

“getting the goldfish to become aware of the water”

 

«(souvens-nous que “forme”, “fourme” et “formage” ont la même racine)»

bruno latour, enquête sur les modes d’existence, la découverte, 2012

 

Qui si dichiara subito ciò di cui si intende parlare:

– il contesto del fare artistico: l’acqua nella quale il pesce si trova a nuotare, che lui ne abbia consapevolezza o meno;

– la pratica artistica come pratica quotidiana, prosaica, quella prossimità etimologica tra forma, forma di formaggio e formaggio stesso.

Leggiamo dall’introduzione:

Spesso, quando mi trovo di fronte a un’opera d’arte, mi domando quale forma di vita ci stia dietro. In altre parole, quale forma di vita l’artista ha dovuto mettere in atto perché la realizzazione dell’opera si rendesse possibile. Ma mi pongo anche la domanda inversa: quale forma di vita promana dall’opera che sto guardando? Ad esempio, se si tratta di una realizzazione imponente è probabile che abbia richiesto parecchio denaro e degli assistenti; e può anche darsi che parte del lavoro sia stato affidato a esterni. […] D’altro canto, quando guardo un disegno mi chiedo se l’artista ci si dedica ogni giorno e se ha bisogno solo di una matita e di un pezzo di carta; sono strumenti poco impegnativi, a-tecnologici, ma che presuppongono un determinato modo di lavorare. […] Penso sia importante abituarsi a considerare l’opera d’arte non come un semplice suppellettile da piazzare sopra il caminetto o a decorazione di una stanza o in una sala di museo, ma come un processo, una maniera di rendere conto di un processo, una tappa, in sostanza un modo di registrare le cose in un dato momento, una forma che si costruisce attraverso un fare. Mi dico che un’opera d’arte è, sopra tutto, un’indicazione della forma di vita del suo autore che, rifiutando di accettare passivamente le forme che gli sono state proposte da altri, ha cercato di inventarne una sua propria”.

(la traduzione è mia)

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Da tempo ho notato uno stretto legame fra il mio modo di scrivere e il mio modo di camminare; non parlo di ritmo o andatura, ma di qualcosa di più strutturale che riguarda l’atteggiamento di osservazione del mondo. Percorro quasi tutti i giorni la stessa strada di mezza campagna, eppure confesso che non sarei in grado di descriverla: non saprei descrivere la singola casa, il singolo albero, il singolo cancello, il singolo pezzo di siepe, il cartello che indica il nome della via – che ovviamente conosco, ma come qualcosa che so, non come qualcosa che ho guardato con intenzione. Ciò che vedo non viene realmente visto, perché è annebbiato dall’abitudine. Se dico albero, riportando ciò che pur si è depositato nella mia memoria, non mi riferisco a un preciso albero e neppure all’idea di albero, bensì a una sensazione di albero, un lavorìo di sensi diversi che mi restituisce il tutto come macchie di colori, di suoni, di odori, di una certa qualità dell’aria e gradazione di temperatura. Se il paesaggio è, come è, una costruzione umana, il mio si struttura qui per rarefazione. Nel contempo, sono massimamente attenta al mio corpo che cammina: il poggiare a terra di tallone, pianta e dita, il variare delle consistenze dell’asfalto, il tendersi dei muscoli delle cosce, dell’addome, dei glutei, l’oscillazione delle braccia, la tenuta del collo, la dirittura dello sguardo e il ritmo della respirazione. Ho massima consapevolezza della temperatura, del vento, degli odori, dell’umidità dell’aria, e soprattutto dei pensieri che sto facendo, un rumore mentale che all’inizio scorre indistinto ma che presto si precisa in frasi nitide, ben fatte, che molto mi dispiace di non poter trascrivere (quanto vorrei, mi dico allora, un registratore di pensieri!). In queste passeggiate rituali mi considero una camminatrice sia concentrata che distratta. Cito ancora da Dal Bianco:

La distrazione è un modo particolare di guardare il mondo, che non è quello di chi sta con la testa fra le nuvole, non è il contrario di attenzione, bensì di concentrazione. Rappresenta un modo percettivo fondamentale della scrittura: la concentrazione su un oggetto permette di individuarlo con precisione ma sfocando sul contesto; mentre la visione “distratta” è quella che mantiene a trecentosessanta gradi l’attenzione contemporaneamente su tutto. Ciò che perdi in termini di precisione lo guadagni in consapevolezza relazionale: a venire alla luce non sono tanto le “cose”, ma i rapporti fra le cose, lo spazio, l’aria che c’è tra una cosa e l’altra”.

(L’autore, il genere, il pubblico, 2015)

Ho scoperto il legame fra il mio camminare e il mio scrivere, o per meglio dire la mia (forma di vita) nel suo essere funzionale alla scrittura. La concentrazione, il mio sguardo sul corpo mentre attraversa il paesaggio, è la scelta della parola limpida e corretta, dove le cose vengono nominate con la massima economia di significanti perfettamente aderenti al significato. Precisione e non evocazione. Non albero ma quercia, betulla, frassino, cedro, pino, palma, salice. Ancora meglio, non fiore ma rosa, e non rosa ma quella precisa varietà di rosa. La distrazione, il mio sguardo sul paesaggio che il corpo attraversa, è il lavoro sul ritmo, sul suono e sull’intonazione, dove mi concedo piccole inversioni per rallentare la lettura, pur senza deviare troppo scombinando del tutto la sintassi usuale. O dove lascio che le frasi esondino articolandosi in concatenazioni ritornanti, per sollecitare una determinata temperatura formale. Nell’insieme, si tratta di un rapporto figura / sfondo, dove la figura è messa a fuoco e lo sfondo non è messo a fuoco, anche se è proprio la sfocatura dello sfondo a permettere alla figura di “uscire” e di non sfocarsi.

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La vita inevitabilmente precede la scrittura perché, diceva Wallace Stevens, una vocazione presenta la sua materia ancor prima di possederla. E se scrivendo a volte finiamo per anticipare la vita stessa, producendo quelle immaginazioni che rendono credibile l’incredibile, questo non elide il primigenio rapporto di consequenzialità. La differenza non è dunque fra l’esserci o il non esserci di questo rapporto, ma fra il saperlo riconoscere oppure no: la scrittura non è un aspetto a-normale della vita, e l’immaginazione è il potere della mente sulla potenzialità delle cose (sempre Stevens), dunque ha necessità delle cose, della realtà, per potersi produrre.

Fra i tanti suggerimenti che si danno agli scrittori in casi di impasse o di crisi creativa c’è quello di legarsi alla sedia e scrivere ugualmente – il Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli alfieriano. Oppure c’è chi invita a distrarre l’attenzione bloccata facendo tutt’altro – una torta, portare a passeggio il cane, lavare i pavimenti, pagare un bollettino di conto corrente in posta. Oggi vi propongo questo: cucinate una torta, portate a passeggio il cane, lavate i pavimenti o andate in posta a pagare un bollettino o a ritirare un pacco, eseguite una delle tante azioni che eseguite ogni giorno senza farci troppo caso, e in quella gestualità ricercate la gestualità della vostra scrittura. Cercate di rintracciare nella vostra vita non solo la materia del vostro scrivere, ma anche la vostra forma – spontanea, naturale, intima; e ogni gesto, ripensato, acquisterà la sua reale carica di responsabilità artistica.

 

E di arte, scrittura, vita e forma parleremo nel nostro “Scritto ad arte”, il primo corso-laboratorio che fa uso delle arti figurative come strumento per immaginare, inventare e comporre un testo letterario. Comincia a febbraio 2020 e il bando sta qui.

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[Le immagini che contrappuntano l’articolo fanno parte di Règles et techniques utilisées en 1972 par un enfant de 9 ans di Christian Boltanski. Boltanski ha cercato di riappropriarsi delle procedure di alcune pratiche quotidiane – qui orientate al gioco – facendosele mostrare e spiegare dal suo nipotino di nove anni.]

 

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