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Come e perché mi sono avvicinato all’autofiction e alle altre scritture del sé / 1, Premesse

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Simone Salomoni, docente della Bottega di narrazione - Scuola di scrittura creativadi Simone Salomoni
docente della Bottega di narrazione

Fino al 2015 non mi sono posto il problema di cosa fosse l’autofiction. Sapevo che esisteva, avevo letto i racconti di Giulio Mozzi e – onestamente – non ricordo se Scuola di nudo o Troppi paradisi di Walter Siti, ma non mi ero mai soffermato troppo su cosa fosse e come si facesse autofiction. Non mi era mai passata per la testa l’idea di dare al protagonista di un mio romanzo – immagino più per romanzi che per racconti – il mio nome e cognome.
Però, pur non avendo chiari i meccanismi dell’autofiction, e ritenendomi – sbagliando – un potenziale autore di romanzi in senso stretto – ho sempre avuto grande curiosità per le scritture che potremmo definire del sé.
La mia idea di letteratura credo di averla essenzialmente formata, ovviamente taglio con l’accetta, ma nemmeno più di tanto, su tre autori: Nietzsche, Freud e Svevo. Quindi due filosofi e un romanziere. Svevo mi ha accompagnato per tutta la prima giovinezza. Fu l’autore che portai alla maturità, su Svevo mi sono laureato. Svevo, attraverso Zeno, ha scritto essenzialmente di sé; se non ha raccontato la propria vita, ha comunque dato al suo personaggio le sue nevrosi, per bocca del dottor S. ha messo in dubbio il racconto di Zeno, giudicato inaffidabile. Se avesse scritto la coscienza di Svevo (che ricordo: è lo pseudonimo di Hector Schmitz) avremmo forse avuto non un romanzo pseudoautobiografico, ma autofinzionale.
Un altro artista la cui opera mi ha molto interessato ed ha senz’altro contribuito a formare la mia idea di letteratura e di mondo è stato Fernando Pessoa. Secondo me le scritture del sé, in particolare le scritture autofinzionali sono intimamente legate con l’identità: e Pessoa nella moltiplicazione delle sua propria identità attraverso il suo sistema di eteronomi, ha credo lavorato molto su sé stesso e sulla propria identità.

Perché questa premessa? Perché io ho più o meno sempre avuto l’idea di scrivere romanzi, ho letto ovviamente romanzi e romanzoni di trama, ma il mio interesse giovanile autentico, non addomesticato, inconscio, viscerale, chiamiamolo come vogliamo, si è rivolto maggiormente ad autori che forse non sono romanzieri in senso stretto. Poi, per carità, il Novecento ha di fatto scardinato e ricostruito continuamente le regole del romanzo e ne ha fatto la forma principe della narrazione proprio grazie alla sua plasticità intrinseca, alla sua capacità di adattamento e mutazione; e anche se oggi il romanzo, il buon romanzo, non deve essere romanzesco, ci sono fior di autori, e mi viene da dire che sono la maggioranza, che si muovono perfettamente e con bravura e successo e all’interno di un perimetro più consueto e autori che da questo perimetro cercano in qualche modo di uscire, sconfinare.

Torniamo al 2015. Nel 2015 cosa stavo facendo? Frequentavo la Bottega di narrazione, la scuola nella quale ora insegno. Avevo un progetto che si chiamava Quattro fallimenti e questo progetto era costituito da quattro storie che ricostruivano la vita di un protagonista, Sergio Schiavi, attraverso le testimonianze scritte – non orali: ovvero: tutto nel romanzo era scrittura – della ex moglie Luce – ora novizia – del fratello Secondo – morto suicida in seguito al fallimento dell’azienda di famiglia – e di un’avvocatessa che aveva avuto una relazione con Sergio dopo che egli si era separato della moglie. La terza storia, il terzo fallimento, era dato da un breve romanzo scritto da Sergio, una satira politica raccontata attraverso una voce un po’ sgangherata. Apparentemente, per via di un espediente attraverso il quale Sergio viene chiamata da alcuni personaggi Vanes (ancora il mio interesse per gli pseudonimi), i quattro racconti potevano sembrare abbastanza slegati. C’erano dei rimandi fra i vari personaggi, dei rimandi fatti un po’ alla Paul Auster della Trilogia di New York, quello era il modello. Nell’ultima pagina il gioco veniva svelato, il lettore aveva la certezza che Vanes era Sergio, e che quello che aveva terminato era effettivamente un romanzo.
Ora. L’idea di questo romanzo partiva da uno spunto mio biografico e si nutriva di immaginazione.

Durante la Bottega capitano due cose.

Jonathan Wolstenholme, Bottega di narrazione, scrittura creativa, creative writing, autofinzione, autofiction, autobiografia, scrivere di sè
La vita impaginata
autobiografia, autofiction e dintorni
un corso con Simone Salomoni

La prima è una lezione di Lorenzo Marchese, un giovane ricercatore dell’università di Pisa autore del saggio L’Io possibile. L’autofiction come paradosso del romanzo contemporaneo (Transeuropa), un libro che vi consiglio perché è un’ottima base di partenza per ragionare su questi argomenti, mi è servito anche durante la stesura di questi articoli,

La seconda è una frase di Giulio Mozzi.
Quattro fallimenti aveva un’epigrafe. Cosa che vediamo in molti romanzi. Il fatto un po’ particolare è che la mia epigrafe faceva parte del romanzo (questo dettaglio il lettore lo capisce nel corso della lettura). L’epigrafe era: a mio nonno, artista contadino e analfabeta. Come avevo chiamato questo nonno? Tutti i personaggi lo chiamavano Scheggia, ma il suo nome e cognome – nel romanzo viene scritto, una sola volta, ma viene scritto – era Simone Salomoni. Leggendo il romanzo Giulio mi dice, più o meno: funziona bene, ma il lettore si farà delle domande leggendo il nome dell’autore dopo poco più di un quarto di libro, e quindi io ti invito a farti delle domande a tua volta.
Io incamero l’osservazione, termino il romanzo, e comincio a cercare di capire cosa significa inserire il proprio nome e cognome del romanzo e soprattutto cosa può significare chiamare il protagonista con il proprio nome e cognome.
Metto a sistema una serie di letture – Sant’Agostino, Paolo Nori, Alfieri, Rousseau, Vitaliano Trevisan, altri: sono un lettore molto disordinato – e comprendo che Sergio Schiavi era un mio pseudonimo: gli avevo dato più o meno il mio percorso di vita, il contesto socio culturale in cui ero cresciuto, le mie parure, il mio carattere. Anche il suo alter ego, Vanes Percassi, era un mio pseudonimo: ma in qualche modo rappresentava quello che nel bene e nel male sentivo di potere essere o ero a un livello più intimo, profondo. Se Sergio era me con le mie paure, Vanes era me senza le mie paure. Un po’ come Clark Kent e Superman.
La dico diversamente: comincio a maturare l’idea che Vanes è una sorta di ID e Sergio una specie di SUPER EGO.

(Continua).

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