Dieci buoni motivi per leggere romanzi italiani (o, almeno, per non leggere romanzi stranieri), se si vuole scrivere un romanzo (italiano)

One comment

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

[Qui sopra: due rappresentazioni “pittoresche” dell’Italia].

1. Il primo motivo è una faccenda di orizzonte. Cito dal saggio di Franco Moretti Planet Holliwood, incluso nel libro A una certa distanza (Carocci 2020, ed. or. americana 2013): “Nel caso delle letterature meno forti [rispetto a quelle anglofrancesi] – il che significa quasi tutte le letterature dentro e fuori l’Europa -, l’importazione di romanzi stranieri non significa solo che la gente legge molti libri stranieri, significa anche che gli scrittori locali sviluppano un’insicurezza sul modo di scrivere i propri romanzi. Le forze del mercato modellano il consumo e anche la produzione: esercitano una pressione sulla forma stessa del romanzo, dando origine a una vera e propria morfologia del sottosviluppo” (p. 80).

2. Tante volte mi trovo di fronte ad aspiranti scrittri o scrittori che, purtroppo, dispongono di un’esperienza di lettura tipicamente coloniale: hanno letto molti romanzi statunitensi contemporanei, qualche altro romanzo proveniente dai quattro angoli del mondo e diventato famoso e/o importante perché molto apprezzato negli Usa, e sono convinti che la forma-romanzo universale, o l’unica forma-romanzo possibile nella contemporaneità, sia quella che hanno conosciuta in questo modo. Per queste persone è oggi impensabile scrivere senza avere un fantasmino di Philip Roth o Don DeLillo o David Foster Wallace appollaiato sulla spalla, come un super-Io o un senso di colpa. Indubbiamente la letteratura narrativa italiana, oggi, è molto meno forte – molto meno forte, politicamente, nella Repubblica mondiale delle lettere – di quella statunitense. Ma: non sarà che è molto meno forte perché, appunto, le scrittrici e gli scrittori italiani hanno “sviluppato un’insicurezza” e, anziché tentare di fondarsi sulla propria tradizione culturale, tentano di infilare i loro contenuti in forme che non sono adatte a contenerli?

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3. Che poi: un contenuto, per essere tale, deve essere riconosciuto come tale. E: da cosa si riconosce un contenuto? Ovviamente, dalla sua disponibilità a farsi contenere in una forma. Ovvero, la “pressione” che la cultura colonialista esercita sulle forme finisce col determinare anche che cosa noi riconosciamo cone contenuto degno di essere narrato. Basta passare qualche ora davanti alla tv “per tutti” per scoprire che ciò che viene lì valorizzato, della cultura italiana, qui in Italia, è ciò che negli Usa viene percepito come interessante, ovvero come esotico. L’immaginario statunitense fa dell’Italia un Paese di gente che canta, cucina, ha che fare con la mafia, vive in piccoli paesi e ha la nonna in casa: questo immaginario statunitense è fedelmente riflesso nei programmi televisivi più popolari. Non molto tempo fa, in un incontro tra agenti letterari, domandai – fingendomi più ingenuo di quel che sono – che cosa determinasse la traducibilità di un romanzo italiano; mi fu risposto, per prima cosa: “Che sia ambientato a Venezia! O almeno a Palermo! O negli anni Sessanta!”; e poi mi fu spiegato per benino come le storie basate sul familismo amorale (un approccio sociologico oggi piuttosto screditato, accusato sostanzialmente di confusione tra cause ed effetti) avessero un appeal maggiore. Nel momento in cui pensai “Adesso mi citano Il padrino“, citarono Il padrino.

4. Quindi: il richiamo alla tradizione – questo articolo è, voglia o non voglia, un richiamo alla tradizione – non è un richiamo all’Italia contadina, all’Italia dei cento campanili, all’Italia vernarcolare, all’Italia economicamente socialmente culturalmente eccetera arretrata, eccetera eccetera. No: è l’esatto contrario. (Domandatevi perché Pier Paolo Pasolini sia stato così corposamente importato negli Usa. Risposta: perché con estrema facilità può essere ridotto al pittoresco. Guardate la copertina del libro qui a fianco. E domandatevi quanto c’entri il pittoresco col successo americano del neorealismo italiano…).

5. Adesso non intonerò la manfrina secondo la quale la cultura italiana, l’arte italiana, eccetera, benché misconosciute, sarebbero in realtà l’avanguardia dell’avanguardia, il fior da fiore, il meglio del meglio, e così via: no. Quanti artisti o intellettuali italiani hanno effettivamente una risonanza internazionale? Ora che la generazione degli anni Trenta è quasi tutta scomparsa, ci restano giusto un paio di direttori d’orchestra, un architetto, un regista (che però ha fatto del rovescio del pittoresco, e quindi – temo – ancora del pittoresco, una parte importante della sua poetica), un paio ancora di artisti visivi, e forse poco altro. Ma si tratta di provare a rovesciare il paradigma: la letteratura italiana non è poco visibile, poco percepibile, perché oppressa dalla cultura colonialista: la letteratura italiana è poco visibile e poco percepibile perché ha scelto la cultura colonialista. Perché ha fatto dell’orizzonte della cultura colonialista il proprio orizzonte.

6. Non sto cercando di attribuire delle colpe, sia chiaro. La colonizzazione è un processo storico come un altro, ricorrente; e la storia, come noto, non ha alcun senso. Roma colonizzò mezza Europa a suo tempo, e a nessuno viene in mente di sostenere che sia stato un danno per l’umanità – sarebbe bizzarro anche sostenere che sia stato un vantaggio. Oggi con modi diversi la Cina e l’Islam tentano di colonizzare il mondo, e sarebbe sciocco pensare che ciò possa essere un danno per l’umanità – o un vantaggio. Sono cose che succedono. Lo sterminio delle diversità culturali è avvenuto più e più volte, in quei poco meno di tre milleni di storia della quale abbiamo una conoscenza decente. Ha dunque senso opporsi, opporre resistenza all’avanzata della cultura colonialista? Ce l’ha, ce l’ha, nello stesso modo in cui ha senso che il topo cerchi di sfuggire al gatto. E’ probabilissimo che il gatto vinca, ma sarebbe insensato se il topo, all’apparire del gatto, si offrisse volontariamente alle sue fauci. Insomma: non c’è niente di razionale, è tutta una questione poetica. E comunque tra Tom e Jerry si sa come sono andate le cose.

7. Che cosa è, dunque, la tradizione italiana, se non è la tradizione del pittoresco, della cultura arretrata, delle cento città, del familismo amorale, e così via? Be’: la tradizione italiana è, per esempio, quella dell’Orlando furioso, che con non troppa forzatura si potrebbe descrivere più o meno come il primo romanzo postmoderno nella storia dell’umanità. O quella delle Operette morali dei Giacomo Leopardi (e notate, che sto citando le Operette morali e non i Canti). È quella non solo del Decamerone ma anche del Trecentonovelle, del Cunto de li cunti, eccetera. È quella non del Neorealismo – che tanta fortuna ebbe negli Usa perché, di fatto, ispirato da certa narrativa (Steinbeck?) e da certa fotografia statunitense (facciamo Dorothea Lange, tanto per dare un esempio) – ma del Fellini più felliniano. È quella dei Malavoglia, che furono all’epoca un vero disastro commerciale ma che poi hanno dimostrato di avere più vitalità di tanti altri romanzi (e sembrano, alla rilettura, una premonizione di Faulkner). È quella del teatro di Pirandello, dello splendido isolamento di Grazia Deledda, della violenza di Annie Vivanti, dell’immaginario “dalle pareti lisce” di Massimo Bontempelli, della narrativa deviante di Savinio, dello sperimentalismo di Mario Pomilio, del “vociferare” di Edoardo Sanguineti, della multimformità di Carlo Coccioli, dell’inventiva di Gaia Servadio, eccetera eccetera. Un calderone. Un vero calderone ribollente. (E mi sono limitato alla narrativa, pur includendo il Furioso).

8. Non è che, forse, la nostra tradizione andrebbe un po’ ridisegnata? Non è che forse è il momento di smettere di considerare nostri padri Vittorini e Calvino e Moravia? Non è che ci converrebbe fare, per fare un bel passo in avanti, un gran bel salto all’indietro, per ristrutturare la nostra memoria della letteratura? E, chi lavora nell’industria editoriale, non potrebbe cercare di spostarsi un po’ dal seguire le tendenze al creare le tendenze? Se l’ultima tendenza di rilievo di cui si sia constatata l’esistenza in Italia è la faccenda dei cosiddetti cannibali (1996), più una creazione editoriale che un effettivo movimento – bastava osservare un po’, per vedere che c’era assai poca elaborazione di poetica -, le possibilità sono due: o veramente la letteratura italiana è addormentata da una ventina d’anni, oppure chi di mestiere la studia, la osserva, la pubblica, la produce, eccetera, si è lasciato sfuggire qualcosa. (Il New Italian Epic inventato da Wu Ming 1, 2008-2009, mi pare non abbia lasciato nessuna traccia).

9. Il titolo di questo articolo, o di questa serie di noterelle, è: Dieci buoni motivi per leggere romanzi italiani (o, almeno, per non leggere romanzi stranieri), se si vuole scrivere un romanzo (italiano). Un titolo, si sarà capito, blandamente provocatorio. In realtà il motivo è uno solo, ed è quello detto al punto 1. E i punti dell’articolo non sono dieci: sono, compreso questo, solo nove. Portate pazienza.

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1 comments on “Dieci buoni motivi per leggere romanzi italiani (o, almeno, per non leggere romanzi stranieri), se si vuole scrivere un romanzo (italiano)”

  1. Tanto per cominciare, c’è una meravigliosa raccolta di racconti italiani del ‘900 curata da Jhumpa Lahiri (nata a Londra da genitori bengalesi, vissuta negli Stati Uniti). Innamorata della lingua italiana e della letteratura italiana, ha tradotto e pubblicato per i lettori anglofoni un’antologia; poi ne ha curato anche l’edizione italiana, pubblicata un anno fa per Guanda.

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