Dieci romanzi-capolavoro che gli aspiranti scrittori italiani devono assolutamente evitar di leggere

20 commenti

di giuliomozzi

[Vedi anche: Dieci scrittrici (alcune delle quali grandissime) che le aspiranti scrittrici italiane dovrebbero guardarsi bene dall’imitare].

1. Ulisse, di James Joyce. Le banali avventure di un insegnante precario e di un venditore di inserzioni pubblicitarie nella provinciale Dublino del 1904. Una storia completamente priva d’interesse narrativo, che cerca di rendersi interessante a forza di gàbole stilistiche, delirii sgrammaticati, astrusità gesuitiche, vani virtuosismi, freddissimi calembour, e un’insistitissima frustrazione del lettore. Qualunque aspirante lettore che (senza capirci, come peraltro tutti, un accidente) si convinca che quella, e solo quella, è la Letteratura con l’elle maiuscola – è destinato al disastro.

2. Qualunque opera di Charles Bukowski. Un eccentrico stilista postelegrafonico elevato a modello di maledettismo esistenziale per giovinetti piccoloborghesi paghettadipendenti. Nulla, ripeto: nulla fa più male.

3. Infinite Jest, di David Foster Wallace. L’aspirante scrittore che se ne innamori, e che cerchi di imitarlo, fa (∞ – 1) volte su ∞ la figura di chi, avendo giusto presa in mano la racchetta il giovedì, pretenda di presentarsi il sabato a Wimbledon.

4. Trilogia di New York, di Paul Auster. I giochini metanarrativi del bel Paul mostrano la corda abbastanza presto (in quest’opera, va detto, meno che in altre): l’aspirante scrittore che se ne faccia attrarre finirà inevitabilmente con l’impiccarcisi.

5. Trilogia della frontiera, di Cormac McCarty. Il genere narrativo più noioso mai inventato in Occidente, ovvero il western (celebre la definizione: “Passano diecimila volte sempre davanti alla stessa roccia, entrano diecimila voltes sempre nello stesso saloon, sparano diecimila volte sempre allo stesso pellerossa…”), qui viene trasfigurato quasi metafisicamente. L’opera è in sé è meravigliosa. Per chi non abbia mai fatto tutta una tirata da Omaha a Tucson, l’imitazione è letale.

6. Il vecchio e il mare, di Ernest Hemingway. Un uomo in barca cerca di pescare un pesce; non ce la fa; punto. Per questo romanzo breve o racconto lungo il vecchio Hem si beccò il Nobel: e questa è la prova che nessuno, neanche gli svedesi, è infallibile. Meglio applicarsi a studiare Jerome K. Jerome, che almeno di uomini in barca ne metteva tre (per tacer del cane), e c’era un po’ di conversazione.

7. I detective selvaggi, di Roberto Bolaño. Pur raccontando sempre grosso modo la medesima storia (peraltro fantasmagorica e strepitosa), Bolaño riuscì a non ripetersi mai: ogni sua opera, pur possedendo sempre quella specifica pulsione ritmico-narrativa, ha una forma diversa. Chiunque cerchi di ripetere una delle forme bolañiane, quindi, è automaticamente antibolañiano.

8. L’arcobaleno della gravità, di Thomas Pynchon. Dire che non ci si capisce nulla, è essere generosi. Peraltro non è sufficiente scrivere qualcosa di cui non si capisce nulla, per trasformarsi in Thomas Pynchon (che almeno, nelle scene di rissa, di sesso e di gran bevute – meglio ancora nelle scene in cui dopo una gran bevuta metà dei personaggi fanno rissa e l’altra metà fa sesso -, raggiunge risultati rispettabilissimi).

9. Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore?, di Raymond Carver. Idolatrato negli anni Novanta, passato di moda nel momento preciso in cui i diritti di pubblicazione in Italia sono passati dalla strafighettissima minimum fax alla ministeriale Einaudi, ha fatto più danni di quanti ne contino i suoi detrattori. Storie nelle quali non accade niente, dialoghi nei quali non si dice niente, relazioni affettive prive di qualunque gesto d’affetto: non appena comincia ad accadere qualcosa, Carver s’interrompe e ti lascia a bocca asciutta. Ottimo maestro solo per quegli aspiranti scrittori che non sanno come fare a far finire le loro storie.

10. I promessi sposi, di Alessandro Manzoni. Lui e lei vogliono sposarsi, un cattivone si mette in mezzo; seguono fughe, travestimenti, tradimenti; intervengono cattivi cattivissimi, buoni buonissimi, e perfino un cattivissimo che diventa buonissimo; alla fine, grazie a un dio che per amor degli uomini infligge loro una terribilissima peste, tutto si risolve: e si va a nozze. L’unica cosa che si salverebbe è la storia della monaca di Monza, ma avrebbe dovuto scriverla Stephen King. Romanzo ai suoi bei dì rivoluzionario, rapidissimamente istituzionalizzato e scolarizzato, oggi definitivamente ammuffito. Da non imitare. A meno che non vogliate diventare come il Mozzi.

E magari, se avete letto fin qui, provate a dare un’occhiata anche al bando per l’annualità 2017-2019 della Bottega di narrazione. Grazie.

20 comments on “Dieci romanzi-capolavoro che gli aspiranti scrittori italiani devono assolutamente evitar di leggere”

  1. …ed io che mi sono fatto due palle leggendo l’Ulisse due volte. Sa, non volevo essere da meno rispetto ad altri che ne ostentavano l’altissimo valore letterario! Beata mia ignoranza, tornerò a leggere Dylan Dog!

  2. per quel che riguarda joyce ne ho avuto a basta con gente di Dublino, ha voglia mia moglie a dirmi di mettere a fuoco la simbologia ecc, di McCarty ne salverei più di uno e per questi lo considero Maestro, hai voglia tu, Mozzi a dire di no pensa a “Oltre il confine” o ” Il buio fuori”…che considero opere eccellenti. Il Manzoni ha dato una bella mano alla letteratura Italiana,è pur vero che trattasi di una bega d’amore, ma le pagine dell’innominato? e quelle della peste? e delle inutili grida rivolte ai bravacci…insomma, caro Giulio, certamente sei in gamba nel tuo, ma se riduciamo ogni opera scritta con lo stesso sarcasmo, potremmo anche dire che la “Divina” è il viaggio di un tipo allucinato. Ciao e tante cose buone.

  3. “ Giovedì 15 dicembre 2000 – « Maggio 1945 – […] In piazza San Fedele, intorno al monumento di Alessandro Manzoni, cresce altissima l’erba. Distrutto e quasi cancellato in un bombardamento l’edificio sinistro della questura, la chiesa si iscrive baroccamente nel cielo, più netta e più aerea. Sono scomparsi nel ventre degli uomini tutti i colombi che cingevano di voli la statua del poeta e irriverenti più d’ogni altro volatore si posavano a lordare il suo capo. Per lo spostarsi dell’aria la statua si è mossa sul plinto pur senza precipitare: la lastra su cui il poeta punta i piedi è venuta innanzi sulla base, sicch’egli sta in bilico, come in un pericoloso esercizio d’acrobatismo. » (Francesco Flora, Viaggio di fortuna, 1945) “.

  4. Il gioco scherzoso suggerito da Giulio, uno scrittore a mio avviso geniale e pungente, è piacevole e fa riflettere. I libri certo sono un po’ come i cibi, ognuno ha i propri gusti, ma prima di dire che una cosa non piace bisogna almeno assaggiarla. Se non ho capito male più che evitare quei “capolavori” citati nella lista c’è l’invito a leggerli e soprattutto a capirli…poi chissà ad evitarli. Ma insomma l’importante è leggere, leggere, leggere.

  5. Non l’ho letto, Wwayne (non sono particolarmente attratto da King: non perché non sia bravo, ma perché il suo immaginario mi dice poco. Ho letto “It”, “L’ombra dello scorpione”, “Cose preziose”, “Misery” e forse nient’altro).

  6. Ti viene facile affondare i primi nove, perché in fondo dici la verità con la scusa di scherzare. Manzoni no, si vede che non sei spontaneo: l’apprezzi troppo.

  7. Infatti leggendoli ti passa la voglia di scrivere 🙂 e io aggiungerei, per la botta finale, “Le perizie” di William Gaddis 🙂

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