Dieci buoni motivi per non leggere i classici (rumoresque senum severiorum / omnes unius aestimemus assis)

2 commenti

di giuliomozzi

1. I classici paralizzano. Leggi, che ne so, Al poco giorno ed al gran cerchio d’ombra di quel mostro che era Dante Alighieri o La princesse de Clèves di Madame de Lafayette, e ti domandi: “Sarò mai capace, non dico di fare altrettanto, ma di fare qualcosa che possa stare dignitosamente accanto a questa roba qua, o almeno nelle vicinanze?”. E ti rispondi, di solito, che no, non ne sarai capace: mai. E la tua risposta è vera. E così getti la spugna.

2. I classici sono noiosi. E’ un luogo comune, certo, ma è un luogo comune che contiene più verità di quella che i soloni in genere gli concedono. Per dire: fino a una certa altezza (sbrigativamente: fino all’avvento di ciò che scolasticamente si chiama “Romanticismo”), la bellezza di un’opera veniva comunemente misurata (e non uso a caso il verbo) in rapporto alla corrispondenza tra quell’opera (nei suoi elementi tanto formali quanto contenutistici) e un certo numero di opere-modello, astrattamente ridotte a un canone precettistico. Noi, oggi, che essendo postromantici ancora romantici siamo, se non altro nell’attribuzione di valore all’originalità e alla novità che bene o male istintivamente ci accomuna tutti, quella bellezza là stentiamo a percepirla. Tant’è che tra i classici più popolari si annovera una quantità sorprendente di opere che, all’epoca loro, furono percepite come devianti (da chi le aborrì) o fortemente innovative (da chi le apprezzò). Il Don Chisciotte, per dirne una.

3. “Se nelle scienze dure non conoscere i fondamenti è uno stigma gravissimo, in ambito letterario è blasone di freschezza, fondamento di ispirazione autentica, motivo di orgoglio vitalistico”, scrive (qui) la scrittrice (in versi e in prosa) e critica letteraria Gilda Policastro. Ma siamo sicuri dell’equazione tra “classici” e “fondamenti”? Io tenderei a essere d’accordo con Policastro, anche se ho il sospetto che poi, se ci mettessimo, per dire, io e lei, a stilare la lista dei fondamenti, rischieremmo di cordialmente accapigliarci.

4. Ecco: ho scritto lista dei fondamenti per non scrivere: canone. Ma proprio pochi giorni fa Matteo Marchesini, intervistato da Andrea Caterini per Il Giornale, ha detto: “Canone è una parola magica e minacciosa. Ciò che resta ha a che fare con un valore, ma la definizione di questo valore dipende molto dalla storia che sta fuori dai testi; e anche la meno cruenta, si sa, è storia di eserciti e di vincitori. A me interessa il rapporto tra cultura e potere. È un tema vecchissimo e sempre nuovo, soprattutto quando si contrabbanda per oggettivo ciò che non lo è. Che il gusto mio o di altri sia diverso da quello di qualche canone prevalente, non importa granché. Ma importa sapere di quale cultura, di quale organizzazione dei poteri e della società è frutto e sintomo quel canone. E di quali rimozioni” (qui). Il titolista ha riassunto brutalmente: “Il canone? Figlio del rapporto tra cultura e potere”, e io sono quasi più in sintonia con il riassunto brutale del titolista che con ciò che più sfumatamente dice Marchesini. E quindi:

5. Un buon motivo per non leggere i classici, e forse proprio il buon buon motivo, è che la compilazione del canone, quindi della lista dei classici, è appunto un’operazione di potere; e alle operazioni di potere bisogna stare attenti. Basta guardare un’antologia scolastica. Per carità, non sono più i tempi in cui nei programmi scolastici (quelli che oggi non ci sono più) l’unico poeta del quale si facesse esplicitamente il nome, obbligandone la lettura per il valore formativo e patriottico dei suoi versi, era Giosue Carducci. Però, però, la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis è dura a morire, ed essendo (o parendo) la storia letteraria l’unica storia nazionale disponibile per l’Italia, eccetera. E poi: come si sfugge a secoli di petrarchismo, di monolinguismo, ancora eccetera eccetera. Tuttavia l’ignoranza ci mette appunto nelle mani del potere. Quindi bisogna leggere i classici, conoscerli per filo e per segno, per comprenderne (anche) l’uso che ne fa il potere – e quindi liberarsi dai classici come strumenti del potere. Non “conoscerli per evitarli”, ma “conoscerli per evitarne un certo uso”.

6. In questi giorni sto rileggendo un classico (i classi “si rileggono”, non “si leggono”, si sa). Ma se vi dicessi che classico è, magari orripilereste. Ebbene: sto rileggendo, dadi alla mano, Il giuoco dell’oca di Edoardo Sanguineti. Obbedendo alle indicazioni della quarta di copertina, tiro i dadi e salto da una all’altra delle centoundici “case” che costituiscono il libro. E me lo leggo, ovviamente, con quello spirito da enigmista che mi vien su davanti a certi libri: ho assunto (e non ne ho le prove, anche se ho tanti indizi) che ogni “casa” sia la descrizione di un’immagine che potrei conoscere, un’immagine davvero esistente, descrizione straniante e fuorviante e delirante e per l’appunto enigmistica, e cerco di riconoscere. In treno mi guardavano come fossi matto, a tirare dadi sussurrando “il congegno abbia gioco”, e saltabeccare di qua e di là e di su e di giù per il libro. Ma mi ha attaccato bottone, al proposito, una ragazza che stava leggendo, di suo, nel sedile accanto, Rumore bianco di Don DeLillo, che pure a modo suo è candiato alla classicità (mi pare). Quindi: i classici fanno incontrare gente con cui parlare, ma per parlare bisogna smettere di leggerli.

7. Mi viene in mente come la categoria “musica classica” contenga, almeno secondo l’uso che ne fanno i più, praticamente tutta la musica prima delle canzonette. Ecco: credo che l’abuso della parola “classico” non faccia tanto bene alla lettura dei classici: intendo, al modo in cui li leggiamo. Anch’io ho abustato, temo, usandola per Sanguineti e DeLillo. Si potrebbe forse (seguendo in questo quel gran genio e matto di Ezra Pound) sostituirla con quella di “innovatori”. I libri da leggere, diceva Pound, sono quelli che introducono delle innovazioni nella letteratura. Per questo, ad esempio, lui stimava (sovrastimava, secondo il concetto usuale di “classico”) il poeta francese Jules Laforgue. Per valutare le innovazioni introdotte da Laforgue basta considerare che T.S. Eliot cominciò a scrivere poesia sostanzialmente (e lo dichiarò lui stesso senza remore) imitando Laforgue. Senza Laforgue non avremmo avuto Gerontion o Prufrock, per dire. Vi pare poco?

8. In effetti, per riuscire a leggere un classico è quasi indispensabile riuscire a percepirne la forza innovativa. Solo in questo modo i classici passeranno da “i libri che si devono leggere” (uffa!) ai “i libri che è utile leggere”, perché sono appunto, come si diceva, dei “fondamentali”: non fondamentali della stasi, ma del cambiamento.

9. Il segreto desiderio mio è di diventare uno scrittore minore. Non un classico di quelli che si mettono sul piedistallo, ma uno scrittore di quelli che, per carità, la sua opera nel complesso non è magari poi questo gran che, ma c’era una cosa, una cosettina, una certa cosuccia, che lui ha fatto ed è diventata patrimonio comune.

10. I classici non vanno letti. Vanno adoperati. Anche con cinismo, se càpita.

[E se avete avuta la pazienza di leggere fin qui, magari potreste farmi anche la gentilezza di dare un’occhiata al bando del Corso fondamentale di narrazione, che si terrà nei primi mesi del 2018 a Milano e a Cagliari. Grazie].

2 comments on “Dieci buoni motivi per non leggere i classici (rumoresque senum severiorum / omnes unius aestimemus assis)”

  1. 1) “Giosue Carducci” -> “Giosuè Carducci”
    2) “Però, però, la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis è dura a morire, ed essendo (o parendo) la storia letteraria l’unica storia nazionale disponibile per l’Italia, eccetera.” -> la seconda parte, da “ed essendo” in poi, non ha un senso compiuto, ma forse è effetto voluto, dato che anche la frase successiva “E poi: come si sfugge a secoli di petrarchismo, di monolinguismo, ancora eccetera eccetera”, non concludendosi con un punto interrogativo, non ha valore assertivo.
    3) “[…] ho assunto (e non ne ho le prove, anche se ho tanti indizi) che ogni “casa” sia la descrizione di un’immagine che potrei conoscere, un’immagine davvero esistente, descrizione straniante e fuorviante e delirante e per l’appunto enigmistica, e cerco di riconoscere.” -> “e cerco di riconoscerla”, oppure “e che cerco di riconoscere”.
    4) “Anch’io ho abustato, temo, usandola per Sanguineti e DeLillo.” -> “Anch’io ho abusato […]”
    5) “passeranno da “i libri che si devono leggere” (uffa!) ai “i libri che è utile leggere” […]” -> “passeranno da “i libri […]” a “i libri […]”

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