Mattia Preti, San Luca ritrae Maria, 1532

Burri e Savinio: da due quadri, due forme dell’immaginario

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di Giulio Mozzi

Come tutti, non sono nato scrittore.

Lo sono diventato un po’ alla volta, senza rendermene conto. A quattordici o diciassette anni facevo delle cose che oggi mi tornano utili, ma non le facevo certo con lo scopo di imparare a fare ciò che oggi faccio (e tantomeno con lo scopo di diventare ciò che oggi sono).

Spesso imitavo la scrittura dei libri che mi affascinavano. Scrivevo una specie di diario, fatto di pensieri più che di racconti del quotidiano, e ci scrivevo dentro un mese à la Proust (perché l’unica cosa che mi pareva di capire, o quasi capire, del Proust che cercavo di leggere in francese, era la sua diabolica sintassi) e un mese à la Hemingway (benché la sintassi di Hemingway non mi piacesse per niente).

Tra le tante esperienze formative, quelle che hanno lavorato più oscuramente – ma non meno profondamente – sono state quelle musicali e visive. Forse più che quelle strettamente letterarie.

Mi ricordo, per esempio, il giorno in cui, durante una gita scolastica in non so più quale città, m’imbattei, nel giroscale d’un museo, in un quadro di Alberto Burri. Questo, per la precisione:

Alberto Burri, Sacco 5P, 1953
Alberto Burri, Sacco 5P, 1953

L’insegnante che ci guidava non vi si soffermò. Voleva mostrarci altre cose. Ma difronte a quel quadro, a quelle tele di sacco incollate e bruciacchiate, a quel rosso, io rimasi incantato. Che ci vedevo? Eh: ci vedevo una forma. Una forma che tanto più mi sbalordiva per l’essere stata ottenuta con materiali letteralmente di scarto, rovinati, buttati via. Quasi spazzatura. (Non vi dico il mio stupore quando scoprii che Burri era classificato tra gli artisti “informali”. Ma come!, pensai, proprio lui che genera delle forme così belle!).

La lezione che appresi è semplice: si può generare una forma usando di tutto. Qualsiasi materiale, e anche qualsiasi operazione sui materiali. Valgono i sacchi di juta (ma anche le plastiche, per Burri, le crete ec.) e valgono le bruciature, gli strappi, il colore gettato, e così via. Le cose che abbiamo sottomano tutti i giorni possono servire a creare una forma tanto quanto i materiali nobili e rari.

E infatti, molti anni dopo, quando cominciai a scrivere racconti, non feci altro che lavorare con i materiali della vita quotidiana.

Un altro quadro che vidi da ragazzino, e la cui impressione resta viva in me ancora oggi, è questo di Alberto Savinio:

Alberto Savinio, Oggetti nella foresta
Alberto Savinio, Oggetti nella foresta

Anche qui (ma lo dico, ovviamente, guardando dall’oggi) la lezione è semplice. Savinio mi fece vedere che potevano esistere due ordini di realtà, compresenti, sovrapposti, addirittura compenetrati; eppure distinti. La parte “naturale” di ciò che è rappresentato nel quadro è monocroma, mobile, vagamente irreale; la parte “artefatta” è coloratissima, consistente, balza all’occhio. Ma la doppia realtà può esistere solo perché c’è (lo vedete sotto i pezzi da costruzione colorati) un tappeto. Quel tappeto funziona come un cerchio magico: consente l’esistenza, dentro alla realtà-bosco, della realtà-giocattoli.

Nei miei racconti c’è spesso una doppia realtà. Per esempio, nel racconto Il bambino morto, compreso nella raccolta La felicità terrena, succede questo: un bambino muore all’età di quattro anni; la madre, dopo il funerale, continua a comportarsi come se il bambino fosse vivo: gli prepara da mangiare, lo porta all’asilo e dai nonni, gli parla, eccetera. Il lettore assiste al coesistere di due realtà: quella, che gli è solo dato di intuire (il racconto è in terza persona, ma strettissimamente focalizzato sulla madre: il narratore, piuttosto invisibile, non dice mai che è il bambino non c’è), che potremmo definire “realtà condivisa”, cioè quella che tutti vedono; e quella che potremmo definire “realtà privata”, cioè quella in cui vive la madre.

(E adesso non domandatemi quale delle due realtà sia la realtà vera. Potrei essere seriamente in imbarazzo nel rispondervi).

[Se avete letto questo articoletto con un qualche interesse, allora forse potrebbe interessarvi anche il corso Scritto ad arte, organizzato nella Bottega di narrazione da Valentina Durante e Demetrio Paolin, nel quale si imparerà a fare uso delle arti figurative come strumento per immaginare, inventare e comporre un testo letterario. Se invece cercate qualcosa di più semplice e introduttivo, c’è sempre il Corso fondamentale di narrazione].

[Il quadro in cima all’articolo è San Luca ritrae Maria, di Mattia Preti (1532). Tutti conosciamo Luca come autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli; ma anche lui – come peraltro Alberto Savinio, che fu pure scrittore e musicista – amava praticare diverse arti].

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