Gilles Deleuze

Dieci buoni motivi per rileggere un romanzo, anche se l’ho già riletto

3 commenti

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

0. Avviso inutile: questi dieci punti riguardano me. Non intendo consigliare di rileggere certi o certi altri libri. Non intendo neanche consigliare di rileggere. Anche se, confesso, il mio principio è questo: meglio leggere dieci volte lo stesso libro, se è un libro di valore, che leggere un libro di valore e nove libri mediocri. (“Meglio” secondo quale criterio? Secondo quello dell’educarsi, del tirarsi su, del tentar di fare di sé una persona capace di produrre un’opera di un qualche valore).

1. Era tanto bello, ma non me lo ricordo più. L’ho letto nel [inserire una data qualsiasi compresa tra il 1974 e il 2000].

2. Ci ho dato un’occhiata quasi per caso, e mi sono accorto che il ricordo che ne ho non c’entra niente con quello che il romanzo effettivamente è. D’altra parte l’ho letto nel [inserire una data qualsiasi compresa tra il 1974 e il 1990], cosa vuoi che ci capissi a quell’epoca?

3. La verità è che solo a pagina 115 mi sono reso conto di averlo già letto. Non saprei dire quando, però. Forse nel [inserire una data qualsiasi compresa tra il 1974 e il 1985].

4. Mi sono reso conto che, pur avendolo letto tutto a diciott’anni, non ne ricordavo quasi nulla se non due scene. E l’ho riletto, scoprendo che non per nulla proprio quelle due scene lì (il principe Andrej che, ferito e a terra, guarda le nuvole; il primo ballo di Natasha) mi sono rimaste in mente. Che bellezza, ragazzi, che bellezza.

5. Non è che l’abbia riletto, in verità; è che quando l’ho letto ho pensato che quello era l’universo che faceva per me, e ho deciso di abitarci. E così non ho mai smesso di rileggerlo. A pezzi, a tratti, a volumi interi a volte. Certe pagine le ho lette, boh, forse cento volte. E non è un capolavoro della letteratura, eh. La scrittura è sciatta, o è sciatta la traduzione, non so. Però mi sarebbe piaciuto vivere lì. Essere allevato in quel mondo. Diventare quello che non sono, quello che non potrò mai essere: una Reverenda madre del Bene Gesserit. O almeno lavorare presso di loro: che so, come giardiniere.

6. Be’, stiamo parlando de I promessi sposi. Sì, lo so, lo so che il vero libro perfetto non è quello, che il vero libro perfetto della nostra letteratura è l’Orlando furioso dell’Ariosto (mai un passo falso, mai una zeppa, mai una lungaggine, sempre grazia, grazia ovunque); e che nei Promessi di pagine mosce e noiose ce n’è, e c’è tanta oratoria, come diceva il Croce. E tuttavia… Ma non vi siete resi conto di che razza di sintassi sa fare, quell’uomo? E di come mette le virgole? LE VIRGOLE, porca paletta. E quante, anche, ce ne mette. E’ meraviglioso. Se non lo amate, non sapete cos’è l’erotismo. Dico davvero.

7. Il fatto è che ogni volta che lo rileggo ci trovo dentro delle cose che non ci avevo visto dentro prima, e così mi resta sempre il dubbio che a rileggerlo un’altra volta potrei trovarcene delle altre. E’ un mistero. Un mistero non nel senso che non ci si capisce niente (tutt’altro, basta abituarsi a una lingua di sette secoli fa, e rassegnarsi a quelle tre o quattro terzine in tutto davvero indecifrabili – forse più per corruzione dei manoscritti che per vera oscurità), ma nel senso che è senza fondo, è pieno di anfratti, teorie infinite di stanze, armadi da spalancare, cassetti segreti – e ho come la sensazione che ogni volta che ci torno qualcuno abbia spostato tutto, abbia cambiato tutto di posto, perciò devo ricominciare a conoscere dal principio.

8. Comincia con la frase “La verità è…”, e finisce con la frase “…era stato tutto un sogno”. Non so se ne sia mai accorto qualcuno. Forse no, perché i critici letterari badano poco ai romanzi di spie. Eppure, questa storia di un’indagine in cui non si trovano prove, in cui non si trovano indizi, in cui chi sia il colpevole – la talpa, la spia traviata – è in realtà evidente fin dall’inizio, in cui il colpevole viene sgamato con una trappola della cui inutilità tutti sono consapevoli, tranne il povero Peter Guillam, l’ancora adolescente (nell’animo) Peter Guillam, questa storia dell’impossibilità di tradire chi abbiamo amato benché non ci abbia amati e ci abbia pure traditi più e più volte – ragazzi, ogni volta mi va il cuore in agitazione. E ogni volta cerco di trovare un difetto, un errore, una svista: e non ce li trovo. Non ha mai più scritto così, quell’uomo – benché qua e là, in certi altri romanzi, dove George compare, qualche sprazzo ci sia ancora.

9. Semplicemente: la prima volta mi ci sono riconosciuto, e ho pianto. Poi è passato del tempo, sono cresciuto, sono cambiato, e lui – il libro, dico – è cresciuto ed è cambiato con me. Siamo stati sempre vicini.

10. Confesso: non l’ho mai sopportato, il Flaubert. Soprattutto quella sua signora Bovary. Il romanzo di una cretina. Per non parlare di quel Frédéric, un ignavo puro: e pure pretenzioso. E tuttavia: come taglia le scene, accidenti! Come le fa finire all’improvviso, appena non servono più! Che coraggio, che fegato! Tutti a disquisire sul mot juste: accorgetevi, per intanto, che non c’è una sola mezza parola di troppo, una sola mezza riga di troppo, una sola mezza scena di troppo.

[Nella foto in cima all’articolo: il filosofo Gilles Deleuze, letto più volte]

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Scrittura creativa, Creative writing, Editing, Consulenza narrativa, Consulenza letteraria

3 comments on “Dieci buoni motivi per rileggere un romanzo, anche se l’ho già riletto”

  1. Non è forse meglio invece “dimenticare”? Perché non si dimentica niente secondo me; assorbire quel che si è amato e magari neanche accorgersi dell’influenza e andare avanti? Si va avanti comunque, anche rileggendo, ma scoprire luoghi nuovi. E anche i libri che non ti piacciono o pensi non siano granché non ti aiutano un po’ a sapere quello che non vuoi? Non dico solo per scrivere, nella vita.

  2. E’ importante sapere ciò che non si vuole, certo; quando cominciai a scrivere avevo davanti a me, ben chiari, degli esempi positivi e degli esempi negativi (non libri “brutti” in sé; ma rispetto ai quali volevo distinguermi). Mi è successo troppe volte di trarre profitto dalla rilettura, per concordare con l’idea – per quanto suggestiva – della “dimenticanza”.

  3. Grazie della risposta. Non erano domande retoriche: ho scritto il commento dopo aver buttato giù una lista di riletture. Con poesie, singole pagine o paragrafi che riprendi ogni tanto è facile. Forse potrei provare con un solo libro, uno di quelli amati da giovanissimi, come hai consigliato da qualche altra parte.

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