Come e perché mi sono avvicinato all’autofiction e alle altre scritture del sé / 4, Consapevolezze, possibilità

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Simone Salomoni, docente della Bottega di narrazione - Scuola di scrittura creativadi Simone Salomoni
docente della Bottega di narrazione

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Le letture e gli studi, tuttora in corso, mi hanno portato a non scrivere una riga fino al 1° ottobre del 2017 (me lo ricordo perfettamente perché era il giorno in cui il Papa venne a Bologna, la città in cui abito) e a interrogarmi su cosa voglio essere io all’interno, ma anche all’esterno del mio testo. Io in quanto Simone Salomoni essere umano che racconta delle storie. Ho messo insieme alcune consapevolezze:

1) Non m’interessa mettermi nel testo con nome e cognome per poi dichiarare che è tutto finto per autorizzarmi a dire cose che diversamente mi vergognerei di dire. Io – mi rendo conto – essenzialmente scrivo per aumentare il senso di disagio che ho, sempre e da sempre, nello stare al mondo. Se un testo non produce in me disagio, se – la faccio breve – penso di parlarne senza vivere una sensazione di ansia e angoscia, attualmente, non mi interessa scrivere quel testo;

2) per vergognarmi e sopravvivermi, però, devo avere la certezza di essere stato il più onesto possibile; non di avere detto la verità, tanto può essere solo la mia verità, ma di essere stato onesto. Essere onesto per me, significa scrivere non con l’intenzione di non fare del male, ma con l’intenzione di tentare di fare del bene: non di liberarmi da un’ossessione, ma di liberarmi e liberare. Ovviamente nel risultato si può fallire, quella che non dovrebbe mai fallire è l’intenzione;

3) sono autorizzato a modificare come voglio la mia vita, attribuire ogni azione o pensiero a un personaggio che porta il mio nome e il mio cognome, ma non posso modificare più che tanto la vita delle persone che coinvolgo nel romanzo trasformandole in strumenti; posso rubare dalla mia vita quello che voglio, ma dalle vite altrui posso rubare solo le porzioni che in qualche modo mi riguardano;

4) se devo prendere dalla mia vita preferisco mettermi nel testo col mio nome e il mio cognome, altrimenti avrò sempre l’impressione di imbrogliare. Se in Quattro fallimenti avevo una sorta di ID, Sergio Schiavi e una sorta di SUPER EGO, qualcuno nel mio testo deve chiamarsi Simone Salomoni e dovrà funzionare come una sorta di EGO;

5) decreto la supremazia dalla vita sull’arte. Ovvero: devo pormi l’obiettivo di creare un effetto concreto, immaginare un cambiamento di prospettiva nella vita del primo destinatario dell’opera; ancora un volta: devo essere consapevole che posso fallire, l’effetto che voglio creare può fallire o essere contrario all’intenzione, ma quando scrivo devo avere in mente l’intenzione;

6) al di là dello spunto autobiografico quello che mi interessa davvero raccontare, il cuore della mia poetica, potrei dire, riguarda la costruzione, la dilapidazione, la moltiplicazione dell’identità. Se non sono una persona sola non posso scrivere solo di me, ma devo scrivere dei vari me. Questa presa di coscienza è stata per me fondamentale; voglio continuare a scrivere, ma non voglio scrivere due volte la stessa storia e soprattutto non voglio mentire dicendo di non averlo fatto.

Jonathan Wolstenholme, Bottega di narrazione, scrittura creativa, creative writing, autofinzione, autofiction, autobiografia, scrivere di sè
La vita impaginata
autobiografia, autofiction e dintorni
un corso con Simone Salomoni

Dalle letture fatte, e dalle frequentazioni avute, e dai ragionamenti maturati, ho poi estratto alcune possibilità che ho provato a mettere in pratica nella scrittura del romanzo Lo spettacolo carnale:

1) scrivere senza vincolarmi alla pseudoautobiografia (come avevo fatto – di fatto – in Quattro fallimenti), all’autofiction (esempio: ricorrendo a un paratesto giustificativo o narrando prevalentemente in prima persona) o all’autobiografia, modificando in corsa – e in modo esplicito – il patto col lettore;

2) esordire con un’opera non autobiografica nella quale c’è un protagonista che porta il mio nome e il mio cognome e da lì sviluppare ragionamenti coerenti che mi permettano di scrivere altri libri;

3) esplodere il piano metaletterario nel tentativo di espandere i narratori così da: fare raccontare a un narratore che porta il mio nome fatti autobiografici e fatti immaginati (inventati), ma anche fare raccontare a un narratore che non porta il mio nome fatti immaginati (inventati) e fatti autobiografici (fatti autobiografici miei, intendo).

4) fare sì che tutto nella fiction sia parte della fiction, titolo, paratesto, copertina, tipologia di virgolette per il discorso diretto: tutto; poi, certo, ci sono le normi redazionali, la copertina la sceglie l’editore, ma io voglio avere chiaro quello che sto facendo in un’ottica progettuale completa di quello che è il mio lavoro: ancora la supremazia dell’intenzione.

Mi rendo conto che questo lungo discorso a puntate non porta regole, ma mostra esclusivamente la mia diretta esperienza.

Se volete una regola, la sola che ho ricavato, è che l’autofiction, dal mio punto di vista, non esiste. E probabilmente non esistono neanche l’autobiografia e la pseudoautobiografia. Esistono delle scritture del sé, e forse tutte le scrittura sono scritture del sé, ed esistono solo diversi gradi di esposizione dall’autore e diversi risultati estetici.

Io, per me, ho capito che se voglio raccontare una storia che sia anche la mia storia devo mettermi in gioco fino in fondo, in qualche modo dovevo entrarci dentro con tutto il corpo, con tutte le mie identità compresa – addirittura – quella che porta il mio nome e il mio cognome. Diversamente non mi sentirei mai soddisfatto. Per me scrivere è una pratica fisicamente faticosa, mi dà consapevolezza del corpo, come una corsa, come una performance. Per sentire il mio corpo, per dirmi stremato e soddisfatto per lo sforzo, devo uscire da me persona e creare un me personaggio, anzi dei me personaggi.

Forse se decidiamo di parlare di noi, di mettere in pagina il nostro vissuto dobbiamo essere consapevoli del ritmo che vogliamo e possiamo e siamo disposti a sostenere, altrimenti rischiamo di scoppiare; dobbiamo ricordarci che il nostro vissuto non è solo nostro, che inevitabilmente coinvolgeremo altre persone e che mascherarci non significa necessariamente proteggerci o proteggerle; che non siamo obbligati e proteggerle e proteggerci, ma che scrivere tendendo a mente il bene di qualcuno è forse più utile e più difficile e più interessante che scrivere per l’esclusivo nostro proprio bene.

David Foster Wallace, autore che ho letto ma che non ha esercitato su di me grande influenza e non mi ha mai sedotto pienamente, diceva che la grande arte si ha quando riusciamo a fare parlare la parte di noi che ama e non quella che vuole soltanto essere amata.

Posso dire di essere d’accordo.

[In cima all’articolo: Johannes Gumpp, Doppio autoritratto allo specchio]

1 comments on “Come e perché mi sono avvicinato all’autofiction e alle altre scritture del sé / 4, Consapevolezze, possibilità”

  1. Simone De Beavoir a proposito dell’ INVITATA scrisse di avere utilizzato la scrittura per uccidere sulla carta chi non aveva potuto uccidere nella realtà riferendosi chiaramente alla sua rivale in amore nel rapporto con Sartre.
    E’ un concetto simile?
    Buona giornata

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