L’italiano scritto è una lingua artificiale, dunque usiamola artificiosamente

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di Giulio Mozzi, direttore della Bottega di narrazione

Mi capita sott’occhio un vecchio articolo del sito «Homo Laicus» (https://tinyurl.com/6e6nhnea), dove leggo:

«Il Manzoni è il principale artefice della neolingua che tutti noi siamo costretti a scrivere (anche se per il parlato nazionale si dovranno attendere i discorsi del duce, la filmografia e soprattutto la nascita della televisione). Ancora oggi i “Promessi sposi” sono, insieme alla “Commedia” dantesca, un testo base di tutte le superiori, con grandissimo tedio dei nostri ragazzi, che avvertono molto lontane dalle loro quelle problematiche.

«S’egli si fosse limitato al “Fermo e Lucia” [così s’intitolava la prima redazione manoscritta del romanzo] i lombardi oggi gli sarebbero infinitamente grati. Invece ha voluto strafare, facendo parlare i suoi protagonisti con un fiorentino intellettuale, del tutto astratto (ancorché svecchiato rispetto a quello Trecentesco, ancora dominante a quel tempo e contro cui aveva già tuonato il Foscolo). Pensava di voler creare qualcosa di utile a livello nazionale e invece aveva tesi più retrive dello stesso Dante, che aveva scritto nel suo “De vulgari [eloquentia]” di cercare una lingua comune scegliendo dal meglio di tutte e non imponendo d’autorità una su tutte, come invece fece lui da senatore, prono al centralismo sabaudo, spalleggiato dalla Crusca.»

Questo testo è a modo suo divertente per le bestialità che contiene. Per esempio:

– non si capisce perché una lingua composta «scegliendo dal meglio di tutte» sarebbe meno artificiale di una lingua basata sull’uso vivo fiorentino, e perché una lingua basata sull’uso vivo del fiorentino sia «del tutto astratta» rispetto a una lingua-collage: sarà piuttosto il contrario;

– la proposta linguistica della Crusca, basata sul fiorentino scritto del Trecento (per i più rigorosi) e comunque sul prestigio letterario (come proponeva a es. il Tommaseo), era completamente diversa da, e opposta a, quella manzoniana (e, volendo, più simile a quella dantesca); tanto che le due commissioni istituite dal ministro Emilio Broglio nel 1868 per avviare la compilazione di un vocabolario-modello ben presto litigarono: il ministro deciderà di stare dalla parte di Manzoni;

– non si capisce perché chiamare in causa il «centralismo sabaudo», visto che l’unità linguistica è un’esigenza comune a tutti gli stati nazionali, se non altro per decidere in che lingua scrivere le leggi e interrogare gli imputati nei tribunali;

– il «Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze», promosso e curato dal citato ministro Broglio e da Giovan Battista Giorgini, comincerà a uscire nel 1870 a dispense, che usciranno con qualche irregolarità fino al completamento dell’opera nel 1897 (Manzoni muore nel 1870): e sarà il primo «vocabolario dell’uso» pubblicato in Italia, depurato dagli arcaismi cruscanti e ricco di parole non testimoniate dall’uso scritto o letterario: il modello, insomma, per i più diffusi vocabolari d’oggi (lo Zingarelli, il Devoto-Oli ec.). Notiamo che quel «nòvo» nel titolo segnala da subito, battaglieramente, una scelta filofiorentina assai più radicale di quella del Manzoni stesso, che scriveva «nuovo»;

– tra il 1861 e il 1874 esce, in otto giganteschi volumi, il «Dizionario della lingua italiana» di Tommaseo e Bellini; opera più scientifica e meno divulgativa, per così dire, rispetto a quella di Broglio e Giorgini, assai meno centrata sull’uso vivo fiorentino e tuttavia decisamente più moderna rispetto al vocabolario della Crusca, tanto da contenere esempi linguistici tratti da scrittori contemporanei (lo stesso Manzoni, per esempio). Questo dizionario avrà grande successo e contribuirà a determinare le sorti della lingua italiana scritta assai più di quello di Broglio e Giorgini (lo adotterà lo scrittore linguisticamente più influente del Novecento, Gabriele D’Annunzio).

Domanda: a una persona che voglia scrivere, poniamo, un romanzo, serve a qualcosa sapere tutte queste cosucce? Non mi arrischierò a sostenere che è indispensabile saperle (anche se questo è il pensiero che ho nel cuore), ma mi limiterò a dire che sì, serve a qualcosa, anzi, serve parecchio.

1. Intanto, serve a capire che la lingua italiana non è un oggetto banale. Non è qualcosa che possiamo dare per scontato. Ha una sua storia, è quello che è in conseguenza di determinati — e ben noti: basta studiare un po’ — eventi storici. Non sono più i tempi in cui a dire «nuovo» in un contesto nel quale tutti dicono (fiorentinamente) «nòvo» si rischia il duello a pistolettate; ma studiando la storia della lingua (e della «questione della lingua») si impara che non esiste, neanche nella scelta di una sillaba, innocenza storica e politica.

2. Poi, serve a capire che la lingua italiana scritta, piaccia o non piaccia, è una lingua artificiale. È nata dal lavoro di scrittori, studiosi, compilatori di vocabolari, ministri: ciascuno dei quali aveva, più o meno chiaro, un proprio progetto linguistico (anche qui: addio innocenza politica). Alessandro Manzoni, per dire, non parlava nella lingua in cui scrisse «I promessi sposi»: usava il dialetto milanese per gli affari quotidiani, il francese per la corrispondenza colta, e un italiano non certo di dizione fiorentina per conversare con i non lombardi.

3. Poi, serve a capire che, proprio perché l’italiano scritto è una lingua artificiale, chi scrive ha grandi possibilità di scelta: ha molta libertà. Ma la libertà è cosa ben diversa dall’incoscienza. Passare qualche quarto d’ora al giorno a studiare i vocabolari, fermarsi sulle parole ignote e ancor più su quelle supposte note, eccetera, aiuta a comprendere le possibilità e i limiti della molta libertà.

4. Infine, serve a capire che se fin dall’inizio la lingua italiana scritta è stata una lingua artificiale, non ha senso aspirare a una sua naturalità. Casomai il contrario. Scrivere «come si parla» è un artificio come un altro, un po’ come l’abbigliamento studiatamente «casual». E certo: come nell’abbigliamento esistono l’alta moda e il prêt-à-porter, la ricerca e il taglio classico, la bizzarria e la semplicità, così nello scrivere si può usare una quantità di registri diversi. Cercando sempre di sapere che cosa esattamente si fa.

Se queste considerazioni vi interessano o incuriosiscono, considerate la possibilità di frequentare il corso Fondamenti di stile, organizzato da Bottega di narrazione e Photo Ma.Ma. Edition, da me condotto con l’affiancamento di Manuela Mazzi. Qui trovate il programma dettagliato. Le iscrizioni sono aperte.

[Nella foto in alto: una pagina dal Dizionario dei sinonimi della lingua italiana di Niccolò Tommaseo].