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Dieci buoni motivi per rimandare sine die la scrittura del proprio capolavoro

9 commenti

di Giulio Mozzi

1. Sei sicuro che sarà un capolavoro? Lo sai, lo sai, che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Quest’opera tu te la rigiri nella mente da anni, da decenni, per così dire da una vita; e hai studiato molto, moltissimo, per sentirti in grado di scriverla: ti sei documentato, hai imparato l’arte del combattimento genoku (ti serviva), sei diventato un vero esperto del mercato della filatelia nei Paesi del blocco di Varsavia negli anni Sessanta (era indispensabile), hai approfondito le tue conoscenze di filosofia mesmerica e di iconologia mercatista (non potevi fare senza), ti sei letto una montagna (non molto incantata, a dire il vero) di romanzi uto-ciclo-meta-distopici (c’era poco da fare, era necessario); hai dodici raccoglitori Aquila pieni di documenti, ventiquattro quaderni Pigna con le Regioni (scrivi solo su quelli, e con la stilografica) pieni di appunti. E tuttavia. Sei sicuro che sarà un capolavoro?

2. Di capolavori, si sa, è pieno il mondo. Non c’è stagione letteraria che non abbia il suo capolavoro. Non c’è il genere letterario che non abbia il suo capolavoro. Le recensioni, i post in Facebook, le fascette, sono pieni di affermazioni spavaldissime: “Il più bel romanzo di formazione a sfondo complottista ambientato in Brianza negli ultimi dieci anni: un capolavoro”, “Finalmente anche la narrativa uto-ciclo-meta-distopica di tradizione molisana ha il suo capolavoro”, “Evelyn Zannier ci ha finalmente dato, con Il cuore è una pentola a pressione che fischia come il treno che ti riporta a casa il capolavoro della letteratura gastro-erotico-ferroviaria ambientata in Romagna”; e chi più ne ha più ne metta. In un mondo nel quale si grida così facilmente al capolavoro, nel quale assistiamo a una feroce segmentizzazione della capolavorità, che senso ha darsi lo scopo, e l’obiettivo, di scrivere un vero e proprio capolavoro, un capolavoro che sia tale e basta, senza aggettivi, senza circoscrizioni generiche o localistiche? Il capolavoro vero e autentico, il capolavoro e basta, quello che prende a burla e a schiaffi la letteratura circostante e la fa diventare di colpo tutta un’altra cosa (pattume, per esempio), non interessa a nessuno. Nessuno ne vuol sapere niente. E allora, perché affaticarsi a scriverlo?

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3. Che poi: capolavori, capolavori… E’ forse di capolavori, che ha bisogno la letteratura? Per dire: l’Ulisse, chi l’ha letto? E i Karamazov, chi ci è arrivato in fondo? E i Miserabili, chi è stato capace di resistere? E Orcynus Horca, qualcuno ha mai capito esattamente in quale lingua sia stato scritto? Ma per carità, per carità. Il lettore d’oggi (e anche la lettrice, si capisce) ha bisogno di libri che gli parlino come ci si parla da uomo a uomo (e anche da donna a donna, si capisce), di libri che siano alla sua altezza, di libri che non pretendano d’insegnargli la rava e la fava dell’universale cosmologia dello spirito umano. Libri alla mano, libri che raccontino ciò di cui tutti fanno esperienza, che mostrino come l’uomo qualunque (anche la donna, certo, anche la donna qualunque) possa affrontare e superare, con fatica ma con speranza, le avversità della vita quotidiana. Perché tutti, sa?, davvero tutti, anche noi, anche lei, siamo fatti della stessa sostanza della vita quotidiana – che è tutto.

4. Quante ne conosci, di persone convinte di aver scritto un capolavoro, se non addirittura il capolavoro, e che non sono riuscite nemmanco a pubblicarlo, e se l’hanno pubblicato non sono riusciti a venderne nemmanco una copia, e se ne hanno venduta qualche copia (alla zia, all’amico di una vita, al professore di italiano del liceo…) non sono mai riusciti a sentirsi dire da nessuno e nemmanco una sola volta la fatidica frase: l’ho letto? E tu, che ci hai provato, invero, a leggerne qualcuno, di questi pretesi capolavori, che cosa hai pensato? Eh, che cosa hai pensato? Hai pensato – dillo! – che era meglio, alla fin ine, se restavano inediti, che vendere tre copie era il loro destino, che la zia e l’amico di sempre e il prof del liceo erano stati, duole dirlo, ad acquistarne una copia ciascuno, addirittura troppo buoni. Su, confessa. E adesso che hai confessato, ammetti: per quanto questi autori di pretesi capolavori ti sembrino tanto differenti da te (non sono bravi come te, sicuramente; non hanno la tua speditezza e proprietà di lingua; non hanno quella culturaccia che ti sei fatto tu prima alle scuole, dove eri lo sgobbone della classe, e poi studiando per conto tuo, indefessamente, notturnamente, sabbaticamente, domenicalmente); eppure – ammetti! – in questi che alla fin fine ti sembrano degli illusi, degli incapaci di giudizio su di sé (e sulla propria opera, quindi), a volte addirittura dei pazzi, un pochettino – amettilo! – ti ci riconosci. In fondo, come minimo sei un ossessivo anche tu. E hai paura, paura. Di assomigliare troppo. Di assomigliare davvero. A quelli là.

5. Disgraziatamente hai l’abitudine di comperare libri usati. Frequenti le bancarelle, i mercatini, qualche libreria di antiquariato. Non sei un bibliofilo né un collezionista: la passione per i libri usati ti è nata quando ti sei accorto che certi autori degli anni Ottanta e Novanta, per tacer dei Sessanta e Settanta, non si ristampavano più; e a te parevano comunque interessanti, ti incuriosivano. Dunque sei diventato un frughino, uno che cerca, uno che si diverte a scovare, in mezzo a tutta quella marmaglia di libri impolverati, qualcosa di buono. Ma al divertimento, talvolta si unisce una forma d’angoscia. Quanti libri, quanti! E quanti autori – ci hai fatto un po’ l’occhio – che al loro tempo erano stimatissimi, e vendevano tantissimo, e si riteneva scrivessero capolavori a raffica, e oggi sono invece dimenticati, perduti, seppelliti negli scatoloni da Un libro due euro, tre libri cinque euro, sconosciuti al grande pubblico, al pubblico più ristretto dei lettori forti, a chi scrive di libri nei giornali, alla bibliotecaria della biblioteca che frequenti, a quelli che cercano i libri introvabili su Rai3, nel programma Fahrenheit. Sic transit gloria mundi. Meglio consumare l’esistenza nel tentativo di scrivere un’opera immortale che forse non riuscirà nemmeno a nascere, e se nascerà sarà speditissimamente dimenticata, o meglio sorseggiare un Pernod al Caffè del Lungomare, in una di queste splendide e già quasi fresche sere d’agosto?

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6. In realtà l’hai già scritto. Tuttavia – sei una persona onesta – sai che quello che hai scritto non è un capolavoro. Non lo è proprio. Al massimo è un buon lavoro, un lavoro apprezzabile, un lavoro con qualche pregio e qualcosa di interessante. E sai – lo sai, perché sei una persona onesta – che nei due anni, tre anni, negli anni in cui ci hai lavorato, hai dato il meglio di te. Hai lavorato tanto, hai dato il meglio di te, e non hai scritto un capolavoro. Dunque, perché illudersi che sia tale? Ora cercherai un editore. Magari lo troverai. Magari la tua opera sarà bene accolta. Magari qualuno, su un giornale importante, su un blog rinomato, scriverà che hai scritto un capolavoro. Tu non ci crederai. Saprai che cosa hai fatto, e ti concederai l’orgoglio di aver dato il meglio di te.

7. I capolavori non esistono. I capolavori sono solo una categoria merceologica. Il semplice fatto che l’epoca presente abbonda e sovrabbonda di capolavori annunciati, di libri che hanno già vinto i maggiori premi letterari ancora prima di essere pubblicati, di libri che il giorno stesso in cui arrivano nelle librerie vengono recensiti trionfalmente da tutti i maggiori giornali – solitamente da collaboratori che sono anche autori della medesima casa editrice, chissà come mai -, eccetera, fa capire che il concetto stesso di “capolavoro” è in crisi; anzi, forse è ormai da buttare. Ormai, se di un’opera ancora mesi prima che esca si parla già come di un capolavoro, come di un libro necessario e magari anche definitivo, chi legge davvero per leggere – e non per svagarsi o per darsi delle arie da intellettuale sa già che probabilmente quell’opera non varrà il peso della carta sulla quale è stampata. E quindi: perché mai desiderare di scrivere un capolavoro? Perché mai desiderare di essere assimilati a quella roba là?

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8. La verità è che quello del romanzo-capolavoro è ormai un genere letterario preciso. Le sue caratteristiche sono: una certa mole (e va detto che da Infinite jest in poi l’asticella si è alzata parecchio), una certa aria da non-romanzo (oggi, nell’esplosione barocca del contemporaneo, vanno molto i romanzi-trattato, i romanzi-anatomia, i romanzi-saggio, i romanzi-catalogo, i romanzi-qualunque-cosa-che-non-sia-un-romanzo), una certa facilità alla dislocazione spaziotemporale (difficile, difficilissimo, scrivere un capolavoro di provincia: non sono più i tempi di Madame Bovary), una certa dose di metanarrazione (il tentativo, si sa, è di reggere il confronto con i film di Christopher Nolan), eccetera eccetera. Siamo all’istituzionalizzazione del capolavoro. Non è ancora stato pubblicato un manuale su Come si scrive un romanzo-capolavoro, ma ormai i tempi sono maturi. E dunque, perché volersi accodare a questa già lunga coda? Piuttosto che un capolavoro, se si aspira a una gloria non effimera, non sarà più opportuno tentar di scrivere un libro storto, deviante, incompleto, fumoso, marginale, strambo, breve, difettoso, eccetera eccetera, ma che lasci un segno in chi lo legge – come un’unghia che colpisca la carne?

9. Moby-Dick di Melville fu riconosciuto per quel che è, e cioè effettivamente un capolavoro, cinquant’anni dopo la pubblicazione. Nel frattempo, come s’usa, Melville era defunto. Considerata la speranza di vita in Occidente, ottanta e qualcosa, le condizioni sono chiare: solo scrivendo (e pubblicando) un capolavoro prima dei trent’anni si corre con ragionevole certezza il felice rischio di vederlo riconosciuto come tale (di vederlo riconosciuto come tale con un giudizio storicamente assodato: di vederlo riconosciuto come tale per sempre; non si parla, qui, della gloriola mercantile di cui ai punti 2, 5, 7, 8) nel corso della propria vita, e di godersi il riconoscimento (spiritualmente e anche materialmente: Nobel, ec.). Le autrici e gli autori di quarant’anni sono avvisati: sono al limite, forse già al limite).

10. Come tutti avranno capito, l’autore di questo articolo condivide veramente uno solo dei punti di vista qui esposti; e tuttavia condivide qualcosa di tutti i punti di vista qui esposti. Come ciò sia possibile, lo la signora qui sotto. (Il disegno in cima all’articolo, invece, è di Pablo Picasso, che lo realizzò per un progetto di edizione illustrata de Il capolavoro sconosciuto di Honoré de Balzac).

Polimnia, la Musa della retorica
Polimnia, la Musa della retorica

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9 comments on “Dieci buoni motivi per rimandare sine die la scrittura del proprio capolavoro”

  1. Caro Mozzi, è sempre un piacere leggere i suoi incoraggiamenti. Io sono uno dei tanti autori di un romanzo inedito: un capolavoro, of course (siamo dalle parti di Sotto il vulcano, eh, mica ninna nanne dell’ombelico). Che dice, non aver mai pubblicato prima e avere un’età prossima all’attesa media di vita dei maschi italiani mi saranno d’aiuto nella ricerca di un editore e, se pubblicato, di un Grande Critico che gridi al capolavoro? Con simpatia e stima.

  2. Con la medesima premessa del Francesco che ha scritto ieri, ossia che leggerla, Giulio, è sempre una piacevole esperienza, il punto più riuscito e condivisibile è certamente l’undicesimo.

  3. caro Mozzi, nella speranza di scriverlo il capolavoro si può almeno essere onesti. Lavorare con scrupolo pagando di persona senza seguire le mode e se si sbaglia, pazienza.
    Il capolavoro sconosciuto di Balzac può essere letto come il desiderio di raggiungere l’assoluto, come interpreta Donà in -Di un’ingannevole bellezza-:
    ” Non bisognava mirare all’ effetto pittorico; ma cercare una sola cosa :la vita”,
    (Pigmalione o Michelangelo irritato perché il suo Mosè non parla) la delusione è insostenibile per Frehofer e rivela una certa presunzione ma la straordinaria opera di Alberto Giacometti ci insegna che già lo sforzo, l’ansia di raggiungere una verità può essere sufficente a farlo il capolavoro.
    Sono convinto con lei che la presunzione è una brutta bestia, il dubbio è fondamentale ma i suoi “incoraggiamenti” purtroppo non scalfiranno minimamente chi è convinto di averlo scritto il capolavoro.
    La ringrazio e leggo sempre con piacere i suoi interventi.
    Rosario Morra

  4. Rosario, una delle mie attività principali è: tenere a bada la presunzione che abita in me. E temo di non essere l’unico ad avere il problema.

  5. Chi non ha la presunzione per coinquilina? Qualunque mestiere si faccia, in qualunque campo e con qualunque strumento, con la penna, le mani, la cazzuola, con tutti e tre o con nessuno, ritengo che chiunque possieda un po’ dello strumento più importante, che è sempre e comunque la testa, almeno una volta nella propria vita abbia pensato di saper svolgere il proprio lavoro meglio di chiunque altro. D’altro canto dove c’è contatto c’è confronto – anche se oggi stanno provando a toglierci l’uno e l’altro -, e dove c’è confronto, prima o dopo, almeno un pizzico di presunzione affiora in ognuno di noi.

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