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Le dieci vere ragioni per cui la letteratura anglosassone sforna capolavori a manetta, e quella italiana no

9 commenti

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. Siamo sicuri che la letteratura anglosassone sforni capolavori a manetta? Non è che, semplicemente, hanno un buon ufficio stampa?

2. Da Wikipedia, s.v. Lingua inglese: “Si calcola che i parlanti inglese come lingua madre siano circa 400 milioni, mentre sono circa 300 milioni coloro che lo parlano accanto alla lingua nazionale o nativa. Sono infine circa 200 milioni quelli che lo hanno appreso a scuola, in paesi dove questa lingua non è in uso”. Quanto all’italiano, invece, “le stime della Società di Linguistica Internazionale valutano che al mondo esistano circa 61,7 milioni di persone in grado di parlare italiano: 55 milioni di questi sono residenti in Italia e 6,7 sono residenti all’estero” (sempre Wikipedia, s.v. Lingua italiana). Supponendo che il genio letterario sia uniformemente distribuito, e considerando che molti autori di lingue “minori” scrivono in inglese e non nella lingua materna per una quantità di buone ragioni (così come Franz Kafka scelse di scrivere in tedesco, o molti scrittori nordafricani scelgono il francese ec.), ci si può dunque aspettare che la letteratura in lingua inglese produca capolavori (e anche spazzatura, sia chiaro) in numero da sei a otto volte superiore alla letteratura in lingua italiana.

3. La numerosità dei parlanti e leggenti inglese fa sì che un autore in lingua inglese abbia un pubblico potenziale immediato (cioè: non mediato dalle traduzioni) assai più numeroso di un autore in lingua italiana: per tagliare con l’accetta, quello che in lingua italiana potrebbe essere un autore da 5.000 copie a libro, in lingua inglese sarebbe un autore da 30/40.000 copie a libro. Ne consegue che nelle aree di lingua inglese, o almeno nei paesi più ricchi come Uk e Usa, è assai più facile che in Italia arrivare alla scrittura come professione, principale se non esclusiva. E scrivere stando comodi, si sa, è più comodo.

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4. L’Italia è, si sa, una repubblica fondata sull’autodenigrazione. Chiunque affermi di sentirsi “orgoglioso di essere italiano”, o qualcosa del genere, viene più o meno automaticamente bollato come fascista. Le parole “nazionalismo”, “nazionalista” e simili hanno, da noi, un sapore negativo. Se vi sono dei nazionalismi in Italia, sono in realtà dei nazionalismi anti-italiani, o se preferite anti-unitari. E’ evidente invece che per i cittadini dell’Uk (vabbè, tolti gli scozzesi) il nazionalismo è un fatto positivo, e che gli Stati uniti d’America si autoconcepiscono come una specie di “popolo eletto”. E’ quindi molto, molto difficile, anche per un ottimo ufficio stampa, convincere gli italiani che qualcosa di italiano (cibo a parte) sia buono.

5. Proprio perché l’inglese, come prima lingua, o seconda lingua, o lingua studiata a scuola, lo parlano in tanti, se viene pubblicato un capolavoro in lingua inglese se ne accorgono in tanti. Chi si accorgerà, invece, che so, della pubblicazione di Più segreti degli angeli sono i suicidi, di Gian Marco Griffi? Non so se è un capolavoro (ai posteri ec.), ma mi sento sicuro se dico che è un’opera che merita attenzione. Così come sono sicuro se dico che è un’opera che merita attenzione Il suicidio di Angela B. (eh sì, oggi siamo allegri) di Umberto Casadei. Ma a New York non lo sanno, e a London nemmeno: figurarsi a Milano.

6. Per ragioni che si potrebbero spiegare dettagliatamente in poche paginette (ma non ho voglia né tempo di scriverle ora: dovrei fare un bignami di ciò che tutti studiano alle superiori) l’idea attuale italiana di “capolavoro” include un sentimento elitario. Se i capolavori letterari del Novecento italiano sono, per dire, La cognizione del dolore di Gadda o La beltà di Zanzotto, per tacere di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo o della Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli, allora stiamo freschi. Gli statunitensi ci mandano Jonathan Franzen o Don DeLillo, che avranno tutta la complessità che si vuole (il secondo soprattutto) ma si leggono senza particolari difficoltà (esempio: sono scritti in inglese, non in gaddese o in zanzottese o in darrighese o in manganellese); ci mandano Philip Roth, eccetera, e sono sempre libri magari un po’ scomodi ma che non richiedono la decifrazione della pagina. Dall’Uk arriva McEwan, figurarsi: sarà disturbante l’immaginario, ma si capisce tutto. Invece un libro italiano che voglia aspirare a essere un capolavoro deve cominciare col far violenza alla lingua. Di tanti romanzi che trovo piacevolissimi ed emozionanti sento dire, da amici che fanno parte (come me) della Repubblica delle Lettere: “Sì, ma non c’è scrittura“. Io mi son letto tutto Barthes tre volte, di cui una dall’ultima parola alla prima, eppure non mi è ancora chiaro che cosa diavolo s’intenda, in queste conversazioni, per “scrittura”. E infatti l’élite è sempre lì a ragionare di Tommaso Landolfi, con la sua lingua-wunderkammer, e magari si dimentica del povero Bontempelli, dalla lingua limpidissima: per tacer di Piero Chiara. Se poi si è donne, ancora peggio: non basta nemmeno scrivere La storia o Menzogna e sortilegio per sottrarsi all’accusa di “cedere” alla “letteratura popolare”; e non so quanti appartenenti all’élite ho incontrato, che disprezzano il lavoro di Margaret Mazzantini senza averlo mai letto (eh già: lei è donna, bella, ricca, attrice, con marito figo, e per di più figlia di un padre repubblichino).

7. Non voglio proporre un’estetica revisionista. Non voglio rivoluzionare il canone. Anche a me D’Arrigo interessa più di quanto m’interessi Mazzantini (ma Bontempelli m’interessa più di Landolfi, e Morante più del Pasolini che l’accusò di feuilletonismo). Faccio anch’io parte di quella élite, per quanto scorbuticamente. Ma faccio notare che per chi, oggi, in Italia, abbia voglia di investire nello scrivere, c’è un “orizzonte d’attesa” del tutto diverso da quello che c’è negli Stati uniti d’America o in India. E l’idea che un prodotto “alto” debba consistere in un (più o meno pronunciato) “scarto” dalla “norma”, mentre non possa consistere in una efficiente attuazione della norma stessa, è ben radicata. Ricordo un episodio dal Giornalino delle famiglie di Giovanni Guareschi (compatìtemi, le mie letture fondative son queste). La collaboratrice familiare scopre che Giovanni ha scritto dei libri. Se ne fa prestare uno. Lo restituisce qualche giorno dopo con la battuta che riporto a memoria: “Lui scrive di cose che tutti sanno con parole che tutti capiscono. Questa non è cultura”. (La competenza nella lingua di questa donna è tale, che si rivolge a Margherita con il “lei”, e a Giovanni – poiché è maschio – con il “lui”: ma la sua idea di “cultura” è la medesima dell’élite).

8. A questo punto, suppongo che tra lettrici e lettori aleggi la domanda: “E dunque?”. E dunque, lo stato di fatto è questo, delineato sommarissimamente, e ne va preso atto. Il “peso politico” della lingua inglese è aumentato moltissimo nell’ultimo secolo, facendo fuori il primato francese: quanti romanzi francesi del Novecento avete letti, in confronto ai romanzi di lingua inglese? Certo, la Francia d’oggi non può esibire una sequenza del tipo Balzac, Hugo, Zola, Goncourt, Flaubert, Proust, Gide. Ma vorrà dire qualcosa, in termini di “peso politico”, se La vita istruzioni per l’uso di George Perec non riesce a diventare, in Italia, un romanzo di quelli che “si devono leggere”, né Francis Ponge un poeta indispensabile (è, tra l’altro, pochissimo tradotto). L’ipotesi è: che ci siano “capolavori”, e mettiamo alla parola tutte le virgolette che vogliamo, che restano “invisibili” al lettore italiano. E se ce ne sono in Francia, non ce ne saranno anche in Italia?

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9. Nel senso comune, un “capolavoro italiano” è prima di tutto un libro palloso da leggere. Il discredito che circonda I promessi sposi, tanto per fare l’esempio che chiunque farebbe, è impressionante. Certo: la lettura di opere anche sette-ottocentesche tradotte è più agevole, perché la traduzione – per una quantità di ovvie ragioni – punta all’italiano attuale (provate a confrontare una traduzione d’oggi del Viaggio sentimentale di Yorik, di Laurence Sterne, con quella di Ugo Foscolo). Ma sospetto che ci sia molto di pregiudizio. (Anni fa convinsi un’insegnante – di italiano -a leggere un libro che lei aveva sempre disprezzato preventivamente, David Copperfield di Charles Dickens: iniziò con molta riluttanza, e poi si entusiasmò così tanto che ogni mattina mi mandava via sms le sue impressioni sui capitoli letti la sera).

10. E poi, alla fin fine, dove sono tutti questi capolavori? The Sot-Weed Factor o Giles Goat-Boy, or, The Revised New Syllabus, di John Barth, chi li ha letti? Sono pure stati tradotti, uno da Luciano Bianciardi e uno da Luciano Erba, ma dovete cercarli usati (e anche a caro prezzo). Siamo sicuri sicuri che Hemingway sia un grande del Novecento? Che David Foster Wallace abbia fatto qualcosa di nuovo? (Si può fare del bello senza fare del nuovo, sia chiaro). E che Stoner sia un “romanzo perfetto”? (Poi qui sarebbe da fare un discorso sulla epicizzazione – vedi il numero 4 -, ma i dieci punti a disposizione sono finiti).

[Nell’immagine in cima all’articolo: Manetta].

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9 comments on “Le dieci vere ragioni per cui la letteratura anglosassone sforna capolavori a manetta, e quella italiana no”

  1. The Sot-Weed Factor o Giles Goat-Boy, or, The Revised New Syllabus, sono qui, in edizione originale italiana. E The Sot-Weed Factor ha attraversato 50 e passa anni sostanzialmente nuovo, nel suo cofanetto rigido cartonato. Vien da dire, libri così non ne producono più.

  2. Vorrei sempre leggere pezzi così, soprattutto se arrivano da maestri come te, perché la sensazione di combattere contro i mulini a vento è talmente forte che dopo un po’ diventa estenuante. Se propongo una buona storia con una buona scrittura ma che non fa parte né di un genere né, come scrivi, “fa violenza al linguaggio” non viene presa in considerazione o viene accolta con scetticismo una volta pubblicata. L’elitarismo sta nuocendo da troppo tempo a questo Paese, non perché esiste di per sé ma soprattutto perché per via la sua presenza tende indirettamente a generare uno scudo duro di qualunquismo che non è né divulgazione né amore per le storie né letteratura onesta (in relazione al linguaggio), invece di abbracciare più pezzi di mondo. Il più delle volte questo scudo duro diventa solo esaltazione del cliché e contestazione, ma si sa che a generalizzare non si va mai da nessuna parte, perciò chiudo. Grazie per l’articolo. Rossella

  3. La riflessione di Mozzi individua due diverse questioni, quella del grande peso politico della lingua inglese (2, 3, 5, 8) e quella della concezione “elitaria” (6, 7). La prima e’ un fatto storico di cui dobbiamo cercare di capire le conseguenze, come fa Mozzi in questo breve scritto. Serve a criticare opinioni non ben fondate o, dove necessario invece, a mettere in luce qual e’ la loro radice. E’ un lavoro opportuno e doveroso e fa bene Mozzi a proporlo anche nella forma snella di questo scritto, perche’ arriva subito. Naturalmente al predominio culturale e politico di una lingua si puo’ rispondere leggendo e scrivendo nella nostra e cosi riconoscendola portatrice di valori. Piccolo aneddoto: una giovane studiosa italiana che aveva scritto un articolo su un filosofo italiano da pubblicare su rivista italiana alla richiesta di scriverlo in italiano ha opposto diniego e lo ha scritto in inglese. Perfino le citazioni dei testi del filosofo, apparsi nella 1a edizione in Italia erano citati nell’edizione inglese, ma almeno su questo abbiamo preteso che indicasse l’originale italiano. Per dire che potere condizionante ha la supremazia culturale di quella lingua! Quindi, direi, che se siamo convinti che anche la lingua italiana e’ stata ed e’ capace di creare bellezza e piacere e pensiero, dobbiamo sostenerla e promuoverla, leggendo, scrivendo, criticando ma, naturalmente, anche accogliendo e comprendendo.
    La questione del sentimento elitario e’ piu’ complessa. Personalmente penso che la “novita’” sia importante, ma non coincidente con il valore letterario tout court che e’ fatto di tante cose. Quindi un romanzo puo’ essere bello e non innovativo e viceversa, oppure magari essere bello e innovativo, non necessariamente bello perche’ innovativo. Pero’ cio’ che e’ innovativo spesso e’ interessante.
    Infine, forse anche la cultura di lingua inglese ha cambiato un po’ la nostra concezione, non piu’ cosi’ tanto elitaria. Quanta letteratura americana e’ piu’ vicina a una fruizione piu’ allargata numericamente? Forse non solo perche’ sono un paese grande e popoloso, ma per una peculiarita’. O no?

  4. Mamma mia che sbaglio, Lorenzo! Grazie, ho corretto.

    Angela: forse anche perché esistono molti più libri stranieri che libri italiani.

    Stefania: il motto dice che “non tutto ciò che è nuovo è anche bello, e non tutto ciò che è bello è anche nuovo”. Io sono incuriosito dal nuovo, ma sono contento quando trovo un’opera letteraria bella, anche se non contiene niente di nuovo. Sono convinto che un’élite che persegua il nuovo e che coltivi e promuova gusti diversi da quelli dominanti faccia semplicemente il suo lavoro da élite.

  5. Ottimo articolo. Essenziale, chiaro e ricco di informazioni. Condivido quasi tutto. Sottolineerei che in Italia chi scrive deve essere considerato un letterato e un intellettuale per non cadere nel disprezzo degli addetti ai lavori. Mentre nella letteratura anglosassone gode di pari dignità creativa lo scrittore di pancia che sa dire d’istinto e arrivare in profondità senza parlarsi addosso. Complimenti per il decalogo.

  6. Giulio, ho letto il tuo libro e, oggi, i nomi dei 12 dello Strega. Che contentezza!

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