Scrivere il perturbante

Una lezione gratuita di Giorgia Tribuiani

La narrativa perturbante, in letteratura così come nelle altre arti, viene spesso assimilata alla narrativa di stampo orrorifico, inserita nell’ampia categoria delle opere cosiddette «di genere».
Il perturbante, tuttavia, teorizzato nel celebre saggio di Freud e poi ripreso in chiave psicanalitica oltre che artistica, segue un proprio filone basato sulla perdita delle coordinate da parte dell’individuo, prende linfa dalle paure più ataviche ed esistenziali e offre alla sua trattazione in letteratura e nell’arte una serie di caratteristiche fondanti che, se non ne delimitano categoricamente i confini, quantomeno rendono più immediata l’identificazione.

In questo video Giorgia Tribuiani, ideatrice del corso di scrittura creativa Il perturbante, introduce le caratteristiche principali delle narrazioni perturbanti e presenta alcuni esempi tratti dalle opere letterarie di E.T.A. Hoffmann e Stanisław Lem.

Il corso Il perturbante fa parte del Laboratorio del mistero, diretto da Giorgia Tribuiani: un percorso annuale composto da più moduli frequentabili anche separatamente. I corsi dell’annualità 2025-2026 sono questi:

_Tecniche e stili del mistero (completato).
_Immaginare, trasfigurare (in corso).
_Il perturbante (dal 3 marzo 2026).
_Costruire personaggi perturbanti (dal 14 aprile 2026).
_Fratture del reale: scrivere tra universi paralleli e dissonanze (dal 26 maggio 2026).

Cosa leggere per scrivere storie del mistero

di Giorgia Tribuiani

Il consiglio è di cominciare, se non si sono già affrontati, dai fondamentali: Il perturbante di Sigmund Freud (nel volume Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Bollati Boringhieri), con il suo ricco catalogo di casi perturbanti e con l’analisi del racconto di E.T.A. Hoffmann L’uomo della sabbia, è anche un’utilissima sistematizzazione di tutti i primi studi dedicati alla materia; La letteratura fantastica di Tzvetan Todorov (Garzanti), vera e propria pietra miliare, è invece il testo perfetto per approfondire le riflessioni sull’esitazione di fronte alla crepa nelle leggi di natura.

Dato questo punto di partenza, consiglio come terza lettura Il soprannaturale letterario di Francesco Orlando (Einaudi), un testo utile, grazie ai puntuali riferimenti a opere del fantastico e del perturbante, a trovare subito un riscontro letterario per i vari concetti.

Per esplorare la differenza tra orrorifico e perturbante, e quindi tra le differenti tipologie di paura, un saggio prezioso è Il perturbante. Paura e inquietudine nel quotidiano di Davide Borghetti (Csa Editrice): troverai in questo libro anche una trattazione più approfondita del concetto di «Uncanny Valley» inventato dallo studioso giapponese Masahiro Mori, oltre che un’interessantissima sezione dedicata alla musica perturbante. Dato il suo carattere scientifico, potrebbe essere interessante abbinarne la lettura a quella dei visionari saggi teorici contenuti nel volume Teoria dell’orrore di H. P. Lovecraft (Bietti), una delle principali fonti di ispirazione anche del mio manuale di scrittura creativa Scrivere il perturbante (Dino Audino Editore).


Dal momento che le riflessioni di Thomas Ligotti riprendono e sviluppano in alcune direzioni quelle di Lovecraft, consiglio di procedere poi alla lettura della raccolta di interviste Nato nella paura e del saggio La cospirazione contro la razza umana (entrambi per il Saggiatore) subito dopo quella dei testi teorici lovecraftiani. Segnalo qui l’utilità di procedere a queste letture con sottomano il volumone H. P. Lovecraft. Edizione annotata (Mondadori), a cura di Leslie S. Kinger, dove i testi di Lovecraft sono accompagnati da un ricchissimo apparato di note e commenti.

Dalla saggistica di Lovecraft e Ligotti completerei poi la triangolazione della paura approdando a Stephen King: Danse macabre (Sperling & Kupfer) è un saggio dedicato al fantastico, all’orrore e al sinistro che trova le ragioni della propria bellezza anche nel continuo rimando non solo alla scrittura ma anche al cinema e alla quotidianità. Potresti leggerlo abbinandolo al volumone di Georg Beham, Il grande libro di Stephen King. La vita e le opere del re del terrore (Mondadori) e al recente interessante ritratto di King di Luca Briasco, Il Re di tutti (Salani).

Ragionare anche sulle altre arti è, a mio avviso, uno dei modi migliori per dare nuova ricchezza espressiva alla propria scrittura, per esplorare nuove possibilità narrative. Per questo, oltre ai libri degli autori appena menzionati, consiglio la lettura del saggio Nel cuore del fantastico di Roger Caillois (Abscondita), che approfondisce il discorso sul fantastico, appunto, prendendo esempi a piene mani dal mondo della pittura, e The weird and the eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo di Max Fisher (minimum fax), che riprende diversi importanti concetti (in particolare è trattato splendidamente quello di “soglia”) affrontandoli anche in relazione al cinema e alla musica.


Altri importanti riferimenti sul perturbante e sul fantastico potrai poi trovarli nel saggio Il fantastico di Remo Ceserani (il Mulino), che applica le riflessioni di Todorov, specie nell’ultima parte, a esempi e modelli più vicini al nostro tempo, e nei volumi Il fascino discreto dell’orrore. Psicologia dell’arte e della letteratura fantastica di Aldo Carotenuto (Bompiani), Il linguaggio della notte di Ursula K. Le Guin (Editori Riuniti), Corpi magici. Scritture incarnate dal fantastico alla fantascienza di Anna Pasolini e Nicoletta Vallorani (Mimesis) e Fantasia & fantastico di Sandra Petrignani (Camunia: raccoglie interviste a Dario Argento, Italo Calvino, Umberto Carpi, Margherita Hack, Paolo Volponi e altri).

Ma non potrei chiudere questa breve bibliografia saggistica senza passare per Edgar Allan Poe: concludo quindi con il piccolo ma interessante volumetto La filosofia della composizione (disponibile in varie edizioni; molto bella quella in Il corvo. La filosofia della composizione, Bur Rizzoli, illustrazioni di Gustave Doré, introduzione e traduzione di Mario Praz).

Venti dritte preziosissime sui nomi dei personaggi

di Giulio Mozzi

1. Se il vostro romanzo (o racconto ec.) ha intenti realistici, evitate i «nomi parlanti», cioè quelli che alludono a qualche caratteristica fisica o psicologica del personaggio. Non è necessario che un personaggio molto pigro si chiami dottor Malavoglia (se siciliano; o Babao, se veneto), che il giocatore di scacchi si chiami Alfieri o Della Torre, che lo scopatore seriale si chiami Uccello (come Paolo), che l’impiegata dell’anagrafe si chiami Laura Modulo. Il fatto che dei Malavoglia esistano (non solo nel romanzo di Verga); il fatto che Alfieri e Della Torre siano cognomi assai diffusi (Uccello un po’ meno, prevalentemente in Campania e Sicilia); il fatto che io abbia conosciuta un’impiegata dell’anagrafe che effettivamente si chiamava Modulo: tutte queste non sono buone ragioni. Peraltro, attenzione: se associate il cognome Alfieri a Vittorio Alfieri, e quindi ad Asti sua città natale, sappiate che ci sono più Alfieri a Napoli che in tutto il Piemonte; i Della Torre invece sì, sono prevalentemente piemontesi, in subordine lombardi, e assenti nel Sud.

La battaglia di San Romano, di Paolo Uccello (dipinto tra il 1435 e il 1440).

2. Se invece il vostro romanzo non ha intenti realistici, il discorso è diverso. In un romanzo (un ciclo di romanzi) potentemente allegorico come Dune di Frank Herbert non è un problema se un uomo concepito e allevato per essere un grande generale si chiama Miles Teg («miles» in latino significa «soldato»; «teg», così a naso, mi pare quella radice latina che si trova in parole come «proteggere, tetto, tegumento, tegola, tegame, tigella» ec.: e il personaggio è, in effetti, come militare, molto più un protettore che un conquistatore); e non è un problema se un altro soldato, dotato di folti capelli neri e ricci, si chiama di nome Duncan (di origine gaelica, significa «guerriero scuro» o «testa scura»; deriva dalla combinazione degli elementi «donn», scuro, e «cath», guerriero: dice Wikipedia). Nel Nome della rosa di Umberto Eco il nome del protagonista Guglielmo di Baskerville allude sia al filosofo Guglielmo di Occam (sì, quello del rasoio) sia al romanzo Il mastino dei Baskerville, di Arthur Conan Doyle (con protagonista Sherlock Holmes); e la sua spalla Adso da una parte ricorda foneticamente Watson (la spalle di Sherlock), e dall’altra è ciò che il nome dice: è un testimone («adsum», «ci sono, sono presente, testimonio» dal verbo latino «adesse»). E così via.

3. Notiamo però, già che ci siamo, che i nomi parlanti possono essere parlanti in diversi modi. Prendiamo, per esempio, i sette nani di Biancaneve: Pisolo, Gongolo e Brontolo rimandano direttamente a un tratto caratteriale; Mammolo passa invece attraverso la metafora della viola mammola, simbolo della timidezza, e Eolo attraverso il nome del dio dei venti secondo la mitologia greca; Dotto è dotto, ma questo – diversamente da Pisolo, Gongolo e Brontolo – non è un tratto caratteriale bensì una caratteristica acquisita (Dotto avrebbe avuto lo stesso carattere anche se non avesse avuta la possibilità di studiare e diventare dotto); il nome di Cucciolo non segnala un tratto caratteriale ma, semplicemente, la giovane età. Notiamo che nell’edizione originale del film disneyano Cucciolo è Dopey, che non significa «cucciolo» bensì «sempliciotto»; Eolo è Sneezy, dal verbo «to sneeze», starnutire, e non ha quindi nessun riferimento mitologico; Mammolo è Bashful, che significa semplicemente «timido». La varietà che c’è nei nomi italiani, in somma, non c’è nei nomi originali, tutti legati direttamente ed esplicitamente a tratti caratteriali.

4. Se il vostro romanzo ha intenti realistici, state attenti ai nomi ridicoli e, in generale, ai nomi troppo reboanti. Vale il principio: tutto ciò che è troppo visibile ha bisogno di una spiegazione; e nei romanzi le spiegazioni non sono – in genere – particolarmente attraenti. Vale anche un altro principio: tutto ciò che è troppo visibile ha bisogno di una conseguenza; e se il vostro personaggio si chiama, che so, Dejaniro Stupazzoni o Mariavergine Tarantelli, prima o poi qualcosa dovrà conseguirne. Non, per piacere, una scena in cui qualcuno, deliberatamente o no, storpia il nome. So che nella vita le cose vanno diversamente (a me è capitato di stare, tanti anni fa, in un gruppo di lavoro in cui gli altri tre si chiamavano Scannagatta, Scanavino e Schiappacasse): ma il mondo reale e quello dei romanzi sono cose diverse, molto diverse.

5. Se il vostro romanzo non ha intenti realistici, o almeno non ha intenti realistici nel senso più convenzionale dell’aggettivo, potreste anche fregarvene di tutto ciò che ho detto finora. Il protagonista del romanzo Digressione di Gian Marco Griffi si chiama Arturo Saragat: «come il quinto presidente della Repubblica», spiega lui stesso più o meno ogni volta che deve dichiarare ufficialmente il proprio nome e cognome. In un romanzo lungo più di mille pagine il lettore legittimamente si aspetta che prima o poi il cognome Saragat produca delle conseguenze. E invece no. A parte qualche storpiatura, «Non si preoccupi, dico io, sbagliano sempre, e per un momento mi passa per la testa l’idea di elencare tutti i cognomi che le persone mi hanno attribuito erroneamente, da Ararat a Sandokan, da Sargassi a Sarabanda», p. 396, dove – come si saranno accorti i lettori attenti – ciascuna di queste storpiature rimanda a qualcosa che effettivamente c’è nel romanzo.

6. Un esempio interessante è quello del romanzo I quindicimila passi, di Vitaliano Trevisan, dove si racconta di un uomo che va a piedi da un paese alla città; attraversando una zona che un tempo era stata bosco, e oggi è tutta urbanizzata. Nel romanzo compaiono personaggi che si chiamano Boschiero, Dal Bosco, Magnabosco, Boschetti e simili. La cosa ha senso sia perché il romanzo non è esattamente un romanzo realistico (è, per così dire, la trascrizione di un delirio: quindi noi percepiamo la voce che parla come svincolata da un impegno di verità), sia perché quei cognomi sono effettivamente comunissimi e diffusi nel territorio in cui il romanzo è ambientato.

7. I nomi ridicoli possono funzionare in un romanzo del tutto non realistico, e in particolare nei romanzi umoristici. Per esempio, Il marito in collegio di Giovanni Guareschi comincia così: «Ci fu a suo tempo, chi fece notare al signor Saffo Madellis che i casi erano due: o egli aveva sbagliato nome, o aveva sbagliato sesso. Non si sa che cosa rispondesse il nostro gentiluomo: è peraltro certo che il signor Saffo Madellis riuscì a trovare una Leonida Foulard, nobilissima fanciulla, e la sposò: ristabilendo in un certo senso l’equilibrio». Spassosa è anche la presentazione, in Agosto moglie mia non ti conosco, di Achille Campanile, di un personaggio – un cameriere dell’albergo «La vigile scolta» – di nome Arocle, così vergognoso del proprio nome da preferire di essere chiamato con epiteti insultanti:

Quando Andrea Malpieri e suo padre Gedeone entrarono nel vestibolo della “Vigile scolta”, affollato di villeggianti in attesa dell’ora di cena, un omaccione, che passeggiava davanti alla porta della Direzione seguito da cinque giovinotti, chiamò:
“Arocle!”.
Il cameriere, che stava nel corridoio, si fece rosso come un peperone e non si mosse. Egli si vergognava del suo nome. E aveva torto, perché, pur essendo Arocle un nome non troppo comune, non ha nulla di vergognoso. Ma tant’è. Quest’uomo, che sarebbe stato felice di chiamarsi ben altrimenti – era un suo antico sogno – si vergognava come un ladro, quando lo chiamavano a nome in pubblico, e si metteva a guardare il soffitto, per far credere che chiamassero un altro. Inutile precauzione, poiché tutti ormai sapevano che si chiamava Arocle e di Arocli non c’era che lui tra Palermo e Le Havre, da che l’unico altro Arocle – un vecchio irragionevole – era morto di crepacuore, a causa del proprio nome. Anzi, il cameriere della “Vigile scolta” era ormai popolare, in virtù di questo nome. […]
L’omaccione che passeggiava gridò:
“Animale!”.
“Comandi!”, fece Arocle, irrompendo nella sala».

8. Se il vostro personaggio è un geometra di nome Luca Rossi, evitate di fare cose del tipo (avviso: l’esempio è esagerato, ma mica tanto: cose così se ne trovano a bizzeffe nei romanzi pubblicati): «Quella domenica Luca si svegliò di buonumore. Il cielo era sereno e non faceva troppo caldo. Il giorno ideale per una bella passeggiata, pensò il geometra. Fece una doccia prima bollente, poi fredda. Rossi si sentiva il corpo fremere d’energia»: un modo un po’ arzigogolato per dire che il personaggio è il geometra Luca Rossi. Naturalmente è diverso il caso in cui il personaggio, per intuibili ragioni, venga chiamato diversamente da diversi personaggi: «Luca si presentò il martedì mattina negli uffici della Costruzioni Generali. “Buongiorno, geometra”, lo salutò la ragazza della reception, “avviso subito l’architetto”. Chiamò con l’interfono: “Giovanni? C’è il geometra Rossi”. Nel corridoio apparve un omone trafelato in maniche di camicia. “Luca! Come butta?”, “Niente male, via”. Verdi  prese Luca sottobraccio e “Marta”, disse alla receptionist, “ci fai portare due caffè?”». Dunque la receptionist è Marta X, Luca fa Rossi di cognome ed è geometra, e l’architetto fa Giovanni di nome, Verdi di cognome, ed è un omone. Tutto questo è lecito, ma bisogna stare attenti a non confondere il lettore.

9. Negli anni Sessanta (e, tra i ritardatari, anche nei Settanta) andavano molto di moda certi personaggi che si chiamavano A., F., M., eccetera, o magari anche C, così, senza nemmeno il punto (nel romanzo Tristano di Nanni Balestrini: che peraltro è molto bello, e lo consiglio a tutti). Una volta mi fu presentato un dattiloscritto nel quale tutti i personaggi si chiamavano X. Se fate cose di questo genere, dovete averci delle gran buone ragioni, ed essere pronti a spiegarle per benino al vostro editore. E comunque non è detto che un personaggio che si chiama K. sia più letterario di uno che si chiama Emilio. Nel romanzo breve Le continuazioni di Marco Candida abbiamo un terzetto di personaggi (un uomo e due donne) il cui nome cambia in continuazione – senza nessuna ragione narrativa precisa – così come cambiano, di nome e d’aspetto, i luoghi della vicenda. L’esperimento, inaspettatamente, non pone nessun ostacolo alla lettura: si capisce ben presto che, nell’intenzione dell’autore, l’importante non è l’identità dei personaggi ma quella della loro relazione.

10. Generalmente il nome serve a individuare il personaggio; ma si può anche scegliere di dare ai propri personaggi dei «nomi anonimi», cioè dei nomi che si facciano notare il meno possibile. La cosa è meno facile di quello che sembra, se non altro perché i cognomi sono spesso legati a luoghi, e i nomi sia ai luoghi sia alle generazioni. Lo Cascio è un cognome qualsiasi in Sicilia, ma non in Trentino; e il contrario vale per Moser. I Vincenzo prevalgono al Sud, prevalentemente in Campania, mentre i Giorgio prevalgono in Lombardia. Il nome anonimo per eccellenza, Mario Rossi, è inutilizzabile perché è appunto il nome anonimo per eccellenza. Però tenete conto che in linea di massima – spero che le ragioni siano evidenti – la presenza di un Lo Cascio a Torino non ha bisogno di spiegazioni, mentre quella di un Pautasso a Agrigento forse sì. Conosco tre Amedeo Savoia non piemontesi (un trentino, due siciliani) e non di famiglia regale: tutti e tre con bisnonni o trisnonni – ecco spiegato il fatto – trovatelli. Se volete un bell’esempio di nominazione accuratamente territoriale, e nel contempo non disturbante, leggete (è un bellissimo romanzo) Effetto domino di Romolo Bugaro: Rampazzo, Colombo, Guarnieri, Fabris, Carraro… una sequenza di cognomi pertinentissimi al territorio veneto, eppure non esageratamente marcati.

11. E già che ci siamo: non è indispensabile che un personaggio veneziano intercali continuamente un «ciò», che uno triestino chiami le ragazze «mule», che uno salentino chiami i bambini «vagnoni», che uno lucchese per dire che una cosa la sanno tutti dica «la sa anche il maiale», e così via (in particolare, non tutti i romani de Roma dicono in continuazione «sti cazzi» e «me cojoni»). Ricordiamoci che Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, quelli dei Promessi sposi, se fossero stati personaggi reali si sarebbero espressi in lombardo.

12. Non solo i cognomi, ma anche i nomi hanno una pertinenza geografica. Per esempio, metà circa delle Ornelle italiane sta nella Pianura Padana; un altro otto per cento sta nel Lazio (che, ospitando la capitale, è una regione tutta per conto suo per ’ste cose). Il quaranta abbondante per cento dei Nicola sta tra Puglia e Campania, più un altro otto per cento in Lazio (per la ragione già detta). Dei Vincenzo e dei Giorgio ho scritto prima. Eccetera. Però un Ambrogio Brambilla a Milano può essere troppo pertinente e quindi macchiettistico; un Antonio Zanon a Padova non fa problema (perché Antonio è un nome meno marcato di Ambrogio).

13. I nomi non hanno solo una geografia, ma anche una storia e – soprattutto – un profilo di classe. Un personaggio che ha dieci anni nel 2012 può tranquillamente chiamarsi Giulia; uno che nel 2012 ne ha cinquanta ha bisogno probabilmente, per chiamarsi Giulia, di appartenere a un ceto piuttosto alto. Un Kevin figlio di Thomas sarà quello che potete immaginare (e speriamo che la madre non si chiami Sue Ellen). Nel 2001 è stata eletta una Luana alla Camera dei deputati, ed è stata una felice novità. Ma la realtà, non mi stancherò mai di ripetere, è una cosa; la finzione credibile un’altra.

Linda Grey nei panni di Sue Ellen (telefilm Dallas).

14. All’interno di una famiglia – o di un ambiente ristretto – è probabile che i nomi dei personaggi seguano una loro qualche logica. Un giorno, in una fumetteria, sentii un padre richiamare così il figlio che stava stuzzicando la sorellina (entrambi sui quattro-cinque anni): «Odino, lascia stare Iside!». Concorderete che «Salvatore, lascia stare Iside» o «Odino, lascia stare Carmela» sarebbero stati più incongrui. Una Natascia sarà congruamente – o forse troppo congruamente – sorella di un Ivan; ma se un Ivano fosse fratello di un Alessandro o di un Nicola probabilmente nessuno ci farebbe caso. Una volta lavorai su un romanzo familiare i cui personaggi si chiamavano Elisabetta, Anna, Giuseppe, Ruben, Ester, eccetera; chiesi all’autore come mai avesse usato solo nomi di origine ebraica, benché nella narrazione non ci fosse alcun riferimento all’ebraismo, e lui cascò dal pero: ecco, questo non deve succedere (poi cambiò tutti i nomi).

15. I soprannomi sono spesso stucchevoli, proprio perché o sono eccessivamente parlanti, o perché chiedono irresistibilmente una pedissequa spiegazione. D’altra parte, le spiegazioni vengono spesso immediatamente dimenticate dal lettore. Chi si ricorda perché Replica Van Pelt (o Ripresa, in altre traduzioni), il fratello minore di Lucy Van Pelt (sto parlando di Peanuts) si chiama così?. Manzoni non dice perché il Griso (un evidente soprannome) si chiama così: e fa bene, anche perché non serve molta immaginazione per arrivarci da soli (vita illegale, bisogno di nascondere la propria identità ecc.), benché «Griso» non sia di per sé parlante. Sparafucile (nel «Rigoletto» di Verdi) sarebbe invece, c’è poco da fare, troppo parlante per un romanzo realistico; ma all’opera va benissimo.

16. Se il vostro romanzo è di fantascienza, non necessariamente i personaggi (quelli appartenenti alla specie umana, almeno) devono avere nomi strani, tipo AZ409 o Qwfwq. Oggi sono comuni dei nomi che si usavano già duemilacinquecento anni fa: quindi in un romanzo ambientato nel 4515 potremo avere tranquillamente un Giuseppe (o Joseph, o Josip, ecc.) o una Maria (o Mary, o Miriam, Mariah ecc.). Come si chiamerà il bambino?

17. Non è necessario che ogni personaggio abbia un nome. Io stesso ho scritto un racconto nel quale un giovane apprendista è chiamato «l’apprendista» e basta, un altro nel quale un magistrato è chiamato «il magistrato» e basta. Ma allora l’attributo del personaggio diventa come un nome parlante, anzi di più: diventa un nome allegorico. E va trattato con le opportune cautele, perché un personaggio con una componente allegorica rischia sempre di risultare schematico, banale o ideologico. Manzoni, per una volta esagerando, ci ha dato sia un anonimo (l’autore del manoscritto che finge di ricopiare-tradurre-adattare) sia un Innominato: e a nessuno sfugge quanto quell’innominazione contribuisca alla forza del personaggio.

18. Immaginate un romanzo nel quale i personaggi femminili si chiamino: Ada, Sara, Vera, Dina, Anna, Lola, Nico. Vi sfido, dopo quattordici pagine, a distinguere a prima vista queste povere donne l’una dall’altra. Idem per i cognomi: se infilate così, senza troppo badarci, un Santi, un Denti, un Vinci, un Tenti, e così via, oppure un Mozzi, un Bozzi, un Tozzi, un Nozza, i vostri lettori si disorienteranno; e non vi vorranno bene, per niente; dovranno farsi uno specchietto coi nomi, e non ve ne saranno grati. Tanti anni fa feci il servizio civile in un collegio-orfanatrofio gestito da una piccola confraternita religiosa. Alla confraternita appartenevano tre donne di nome Maria: venivano chiamate – seguendo evidentemente l’ordine del loro arrivo – «Maria prima», «Maria nova» (= nuova: «nova» va pronunciato alla veneta, con la «o» chiusa, non alla toscana con la «o» aperta) e «Maria ultima». Quando ne arrivò una quarta, che aveva un carattere molto particolare, divenne presto «Maria stramba».

19. Attenzione all’articolo. «Secondo la norma dell’italiano standard, l’articolo prima del prenome non va usato», dice secco il servizio di consulenza della Crusca (articolo di Raffaella Setti): e quindi si dice «Gianni, Nicola, Maria, Concetta» e non «il Gianni, il Nicola, la Maria, la Concetta». Tuttavia, nota subito Setti, «la sicurezza di una regola apparentemente tanto semplice e lineare viene immediatamente scalfita dagli effettivi usi dell’italiano parlato contemporaneo, nonché da illustri esempi della nostra letteratura passata e presente»: e si va da «ricorditi di me che son la Pia» (Dante, Purg. v, 133» a «si è aperta la portiera, è caduto giù l’Armando» (Jannacci-Fo, «L’Armando»). L’uso e il non uso dell’articolo davanti ai nomi (con modi diversi per i maschili e i femminili) è variamente diffuso in Italia: anche qui varrà un criterio di realismo, e naturalmente le scelte del narratore potranno essere diverse da quelle dei suoi personaggi (cioè nei dialoghi).

20. Per quanto riguarda l’articolo davanti al cognome, ancora la Crusca: «L’articolo, in questo caso, sembra conferire un certo distacco, per cui la persona citata per cognome, appunto, viene così collocata lontano da chi parla o scrive»: quindi l’articolo può marcare una distanza formale o di ruolo o di potere («Sentiamo cosa ha da dire il Mozzi», dice il giudice in tribunale convocandomi a testimoniare), e naturalmente può essere usato anche in modo ironico; o può segnalare che stiamo parlando di un personaggio storico, magari illustre («il Manzoni» lo diciamo tutti, Benedetto Croce scriveva normalmente «lo Hegel» – ma evitava l’articolo in un titolo come «Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia di Hegel» -, o che stiamo facendo una metonimia («Hai letto il Manzoni?», per dire «Hai letto il romanzo di Manzoni “I promessi sposi”?»). Mi ricordo, dai tempi in cui lavoravo in una libreria scientifica (anni Novanta), quando ci faceva ridere che un trattato di epatologia scritto dal professor Giorgio Verme, pubblicato da Utet, fosse da tutti chiamato «il Verme».

«BoJack Horseman», Raphael Bob-Waksberg e le diverse rappresentazioni del sé

di Simone Salomoni

Qualche sera fa ho iniziato a guardare la serie televisiva BoJack Horseman. Per la settima volta. Cinque stagioni per dodici episodi e una sesta e ultima stagione da sedici episodi per un totale di settantasei episodi (ai quali andrebbe per completezza aggiunto l’imperdibile speciale di Natale). Ogni episodio ha una durata di venticinque minuti, millenovecentoventicinque minuti complessivi, trentadue ore.

Ora. In tempi di piattaforme che rilasciano ogni giorno nuovi contenuti, cosa spinge un essere umano a guardare sette volte la stessa serie televisiva? Si potrebbe rispondere: l’ossessione; ma preferisco dire: lo studio oppure la letteratura.

Gli americani, invece, hanno questa ossessione per il Grande Romanzo Americano. Non so se sia un’ossessione degli scrittori stessi, forse no, fatto sta che da più o meno un secolo si attende, appunto, il Grande Romanzo Americano, neanche fosse il Messia; pare ci abbiano provato Roth, Pynchon, De Lillo, Foster Wallace, forse anche King – sono tempi di riabilitazione letteraria per il re dell’horror –: tutti sembrano aver fallito. Pochi, soprattutto, sembrano essersi accorti che il Grande Romanzo Americano, infine, è arrivato, ed è stato scritto da un giovane sceneggiatore di nome Raphael Bob-Waksberg (qui sotto): l’autore, appunto, di BoJack Horseman (e di una pregevole raccolta di racconti, Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata, tradotta da Marco Rossari per Einaudi).


La cosa spaventosa è sempre la stessa: chi tanto aspetta il Messia, poi non sa riconoscerlo.

Da adepto innamorato di Henry Miller ho da sempre un atteggiamento prevenuto, anche snobistico, nei confronti del cinema e delle narrazioni per immagini; e dire che le manipolo, ci lavoro, partecipo a concorsi; eppure non riesco a vederle come una forma d’arte soddisfacente, pare sempre stia lì a inseguire, è sempre passiva, rende passivi, dà molto chiedendo poco, e questo mi rende diffidente: tanto che quando leggo romanzi che si rifanno a forme che compendiano le immagini (oramai sono tanti, troppi), ci vedo sempre una rinuncia all’ambizione, e quindi all’attitudine artistica, non trovo mai una sorpresa, una innovazione, neanche piccola, dovrebbe essere il cinema a inseguire e invidiare la letteratura, così è da sempre, non il contrario.

E allora come mai BoJack Horseman mi ha avvinto, sedotto al punto da indurmi a cominciarla per la settima volta?

La risposta, come scrivevo sopra, è semplice: BoJack Horseman non è una serie televisiva, è un romanzo, è addirittura il tanto atteso Grande Romanzo Americano. È così programmaticamente un romanzo che il primo episodio della prima stagione si intitola: «La storia di BoJack Horseman, capitolo uno».

Raphael Bob-Waksberg, è evidente, voleva scrivere un romanzo, per scrivere un romanzo ha rinunciato a scrivere una serie televisiva (il romanzo è una forma) e nella quinta stagione ha avvertito l’esigenza di mettere in scena, oltre al processo creativo, l’intento programmatico: scrivere una serie televisiva non come si scrive una serie televisiva ma come si scrive un romanzo.

Nella quinta stagione entra in scena il personaggio di Flip McVicker (entra in scena sul finale della quarta stagione, invero: due veloci comparsate), aspirante scrittore e autore della sceneggiatura di una serie televisiva intitolata Philbert. Per il ruolo di Philbert – il protagonista della serie televisiva Philbert inserita dentro BoJack Horseman, che è una serie televisiva – viene scelto BoJack Horseman, l’uomo-cavallo protagonista di BoJack Horseman. La scelta fortemente metanarrativa non è neutra, smuove il pensiero, è come trovarsi d’improvviso dentro i romanzi più illusori di Philip Roth (spesso omaggiato in BoJack Horseman, per altro): mi riferisco in particolare a La controvita e Operazione Shylock. A rendere più sofisticata l’operazione, poi – appunto – è proprio il personaggio di Flip McVicker, essere umano fisicamente somigliante al giovane Bob-Waksberg (in BoJack Horseman coesistono esseri umani e animali antropomorfi, ricordiamolo), insicuro e vendicativo, disposto a rubare pezzi della vita di BoJack – sul set di Philbert la casa di Philbert viene realizzata esattamente come la casa di BoJack – in nome e per il bene del suo spettacolo.

[Qui sotto: un fotogramma della serie televisiva BoJack Horseman in cui Flip McVicker, autore della serie televisiva Philbert (a sinistra) discute con BoJack Horseman (a destra), che in Philbert interpreta il ruolo di Philbert. Da notare che Flip McVicker – vedere la foto sopra – somiglia parecchio, fisicamente, a Rapahel Bob-Waksberg, autore della serie televisiva Bojack Horseman – mentre BoJack Horseman non gli somiglia per niente].

Ma perché Rapahel Bob-Waksberg dopo quattro stagioni sente il bisogno di mettere in scena, trasfigurare sé stesso nel personaggio di Flip McVicker, sente il bisogno di corrompersi, compromettersi con una rappresentazione di sé spietata quanto l’industria cinematografica hollywoodiana?

Se accantoniamo la semplicistica ipotesi della vanità, che spesso e sempre a torto viene invocata quando assistiamo a operazioni letterarie di questa raffinatezza, possiamo avanzare l’ipotesi che Raphael Bob-Waksberg abbia sentito l’esigenza di esplicitare il suo manifesto artistico, il tipo di opera d’arte da lui costruita: romanzo, non serie televisiva, e di volerlo fare diminuendo, per quanto possibile, il grado di trasfigurazione; e mettendo in scena un alter ego pronto a dare voce al suo pensiero. Nel corso del decimo episodio della quinta stagione, infatti, Flip, alla serata di presentazione di Philbert, dopo avere bruscamente allontanato dal palco BoJack Horseman, l’attore che impersonifica Philbert nella serie televisiva Philbert (dopo cioè che Bob-Waksberg, lo sceneggiatore della serie televisiva Bojack Horseman ha fatto allontanare dal palco BoJack Horseman, il protagonista della sua creazione artistica), si prende tutta la scena e rivolgendosi direttamente al pubblico dice: «Ecco il primo capitolo, e notate che ho detto capitolo, non episodio, perché vedo questa serie più come un romanzo che la serie televisiva di Philbert».

Per arrivare alla bellezza, alla giustizia e alla verità – i fini ultimi di qualsiasi opera d’arte e forse di qualsiasi vita vissuta, così scriveva grosso modo Simone Weil – a volte è necessario allontanarsi dalla propria vita, trasfigurare molto, come si dice oggi, altre volte è necessario trasfigurare meno, o addirittura rinunciare alla trasfigurazione, altre ancora è necessario accettare di rientrare in un sé più empirico, anche dopo esserne usciti, anche dopo essersene allontanati molto. Non c’è un meglio e un peggio, un giusto o sbagliato, c’è l’opera: che in arte è la sola cosa che conta.

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Se vi interessa ragionare attorno alla molteplicità dei modi in cui in un romanzo – la forma letteraria più ibrida che sia mai esistita – si può arrivare a scrivere di sé, potreste prendere in considerazione la possibilità di frequentare il corso intitolato appunto «Le scritture del sé», ideato e condotto per la Bottega di narrazione da Simone Salomoni. Qui trovate il programma completo.

«Il conte di Kevenhüller» di Giorgio Caproni

di Giulio Mozzi

Il primo libro di Giorgio Caproni che lessi fu Il conte di Kevenhüller, pubblicato da Garzanti nel 1986. Avevo ventisei anni, le collane di poesia dei grandi editori erano ancora vive (Lo Specchio di Mondadori, la «collana oliva» appunto di Garzanti, la «bianca» Einaudi che ancora esiste; anche Lo Specchio sopravvive, ma mi sembra una collana dall’identità piuttosto incerta – cosa che non impedisce l’uscita, di tanto in tanto, di opere notevoli), e fino a quel momento le mie letture di poesia contemporanea avevano esplorato sostanzialmente due ambiti: la Neoavanguardia (Gruppo 63 e dintorni, ma soprattutto Balestrini Porta Pagliarani) e la galassia di scritture in un modo o nell’altro riferibili a La parola innamorata, un’antologia curata nel 1978 da Giancarlo Pontiggia (niente che fare con il romanziere Giuseppe) e Enzo di Mauro (il cui concetto a me pareva essere, più o meno: dopo la desertificazione prodotta dalla Neoavanguardia, possiamo ancora tentare la via della lirica?; peraltro uscì nella collana Materiali di Feltrinelli, tempio della Neoavanguardia). Ah: in mezzo c’era stato il Galateo in Bosco di Zanzotto, del quale probabilmente ero riuscito a leggere anche Pasque.


Di Caproni fino a quel momento conoscevo, per via scolastica, forse solo la poesia che conoscono tutti: il «Congedo del viaggiatore cerimonioso». Che mi era sembrata, come dire?, bella sì, ma non capace di soddisfare il mio desiderio di cose che mi sembrassero appartenere davvero al tempo in cui vivevo – a me, quindi. Tant’è che il libro che la conteneva, e che s’intitolava appunto Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, lo avevo ben visto, in libreria, tante volte (all’epoca i libri duravano un po’, anche un bel po’, in libreria: la prima edizione del Congedo è del 1965), e lo avrò anche sfogliato: ma non mi era mai venuto in mente di comperarlo; né avevo comperato il Tutte le poesie fatto uscire nel 1983 da sempre da Garzanti.

Perché dunque comperai Il conte di Kevenhüller? Vi parlo di quarant’anni fa, quindi non considerate particolarmente attendibile la mia testimonianza. Comunque: da un lato, di questo sono certo, mi colpì che un poeta che aveva già dato fuori il suo Tutte le poesie – e che quindi, nella mia immaginazione, stava già più con i morti che con i vivi – pubblicasse un altro libro (un libro postumo pubblicato in vita? un raschiamento del barile? una nuova giovinezza?); dall’altra, e anche di questo sono certo, mi stupì che il libro si aprisse con la riproduzione di un «Avviso», dato il 14 luglio 1792 (terzo anniversario della Rivoluzione francese: ma, questo, l’«Avviso» non lo diceva), firmato appunto dal conte di Kevenhüller: «Avviso» che invitava la popolazione a una «generale caccia con tutti gli Uomini d’Arme della Comunità», allo scopo di scovare e accoppare una «feroce Bestia di colore cenericcio moscato quasi in nero, della grandezza di un grosso Cane, e dalla quale furono già sbranati due Fanciulli».


Ammetto: caddi nell’inganno finzionale. Persi un po’ di tempo, nell’unico modo in cui mi era possibile nel 1986, a cercare notizie sul Conte. Andai alla Biblioteca civica, la cui sala di lettura aveva forse venti posti e un parquet scricchiolantissimo; feci con l’addetto (che se ne stava oltre una finestrella nella parete, più spesso serrata che aperta) una laboriosa trattativa per poter consultare qualche repertorio biografico dei primi dell’Ottocento; non trovai nulla. Che la Bestia fosse una creatura immaginaria – un po’ come il drago dell’«Uccisione del drago» di Buzzati –, era per me scontato; che lo fosse anche il Conte… Ma mi arresi: o Caproni s’era inventato tutto, o il Conte e la sua Bestia erano personaggi così minori da non aver lasciate tracce – se non quell’«Avviso». L’ultimo atto fu di andare col libro in un negozio di antiquariato (in via Sant’Andrea, a Padova, dove abitavo) specializzato in stampe. Chiesi al titolare se quella riproduzione gli sembrava una riproduzione di una stampa autentica. In pochi minuti mi spiegò – assai gentilmente – che era impossibile, per una serie di ragioni tipografiche e di usi linguistici che ora non ricordo più. Tornai a casa non so più se sollevato e deluso, e cominciai veramente a leggere.

Il conte di Kevenhüller è il libretto di una piccola opera di teatro musicale. Comincia dichiarando il fondale della storia («L’acciaio. / Il ghiacciaio», il luogo dell’azione («In ogni dove») e i personaggi: «Alcuni Io. / Quasi mai io. / Altri Pronomi. / Nomi. /Parti secondarie: / le stesse del Discorso». Poi comincia, con testi più o meno brevi, a narrare: «L’AVVISO del Conte fu accolto / quasi con frenesia. / Il sangue dà sempre allegria», e poi fa parlare alcuni personaggi, «alcuni Io», non sempre lo stesso «io»: li fa parlare soprattutto della frustrazione di non trovare, non vedere, nemmeno intravvedere la Bestia: «Gettai il fucile. Rientrai / – di stizza – all’osteria. / La Bestia, o era fuggita via, / o non esisteva». Ma poi: «No, il Conte non stravedeva. / Anzi, aveva avuto fiuto, il Conte. / Giorno: il 14 luglio. /Anno: quello tra Il Flauto Magico, / a Vienna, e, a Parigi, il Terrore. / In lui, non il minimo errore / di calcolo. Anche se non esisteva, / la Bestia c’era».

Rimasi affascinato. Affascinato dalla capacità di Caproni di mettere su un teatro immaginario, così vivo e agitato; affascinato da quei versicoli brevi, nervosi, sparsi nel bianco della pagina, nei quali i personaggi si dichiaravano a fatica, come per forza, quasi contro sé stessi; affascinato da quelle rime, spesso «facili» ma sempre, almeno per me, forti come schioppettate (tanto per stare in tema di caccia). E affascinato, infine e soprattutto, dal talento di Caproni nel far muovere tutti attorno a un personaggio inesistente, la Bestia, che pian piano si rivelava per quel che era: non un’allegoria, ma un simbolo: «La Bestia che cercate voi, / voi ci siete dentro»; «(La Bestia che bracchiamo, / è il luogo dove ci troviamo)»; «Presta bene orecchio, / amico, a quel che ti dico. / Tu miri contro uno specchio. / Sparerai a te stesso, amico»; «La preda mi passò in un lampo / davanti agli occhi. Bionda. / Nera. Senza lasciare orma. / Non ebbi nemmeno il tempo / di spianare il fucile»; «Mi piacciono i colpi a vuoto. / I soli che infallibilmente / centrino ciò ch’enfaticamente / viene chiamato l’Ignoto». Fino alla conclusione: «Inutile, per salvarli, / sparare alla morte. / Doveva esser altra / la mira. Mille volte più scaltra. / Catturare – ma vivo! – / il Desiderio di Morte».

Chiusi il libro. Andai in libreria, e comperai il Tutte le poesie del 1983. Se foste curiosi anche voi di Caproni, ora c’è un nuovo Tutte le poesie, definitivo e completo (Caproni è morto nel 1990) disponibile nei Grandi Libri Garzanti e appena ristampato. Un migliaio di pagine, un formato comodo, un’utile introduzione di Stefano Verdino e – alla fine – un’interessante raccolta critica (una quarantina di pagine); zero commento, ma per leggere Caproni non serve (non che non sia ostica, la sua poesia, a volte; ma chiede solo di essere letta con pazienza), trenta euro. E – com’è che si dice? Ah sì: «Lo divorerete».

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All’opera di Giorgio Caproni è dedicato il corso «Scrivere in versi 2 / 2026», condotto per la Bottega di narrazione da Giovanna Frene. Leggi il programma dettagliato.

Qui sopra: Giorgio Caproni in una fotografia di Dino Ignani.

«L’odore del sangue» come idea di letteratura

di Simone Salomoni
[Simone Salomoni insegna da diversi anni nella Bottega di narrazione, occupandosi in particolare di quelle scritture che hanno che fare con il racconto di sé. Ha pubblicato nel 2023 presso AlterEgo il romanzo operaprima. Qui sopra, un acquerello di Giosetta Fioroni].

L’odore del sangue è un romanzo di Goffredo Parise scritto nel 1979 e pubblicato nel 1997, undici anni dopo la morte dell’autore.

Il romanzo, ma sarebbe più opportuno parlare di libro, racconta la storia di Filippo e Silvia, una coppia di cinquantenni sposata da venti. Fra loro vige un accordo di non esclusività affettiva e sessuale («“non esistono diritti di esclusiva tra le persone”, una evidente bugia; su cui però costruivo un intero comportamento saggio, sociale, cinico», p. 11 dell’edizione Bur) ma l’approccio alle relazioni extraconiugali dei due è piuttosto differente: se Filippo frequenta altre donne per fuggire alla noia e affermare il proprio maschile, Silvia sembra farlo solo per rispondere al marito. L’equilibrio sul quale si regge il matrimonio cambia quando Silvia si innamora disperatamente di un giovane fascista, soggiogata dalla sua prepotenza e volontà di dominio su di lei.

Una storia di pruderie borghesi anni Settanta, a riassumere la trama. In realtà L’odore del sangue è ben altro. Cesare Garboli, nella bella prefazione, informa il lettore che Parise ha scritto il romanzo di getto, nel 1979, senza quasi apportare correzioni, e che dopo averlo terminato lo ha sigillato con piombini e ceralacca per riaprirlo solo sette anni dopo, due mesi prima di morire:

All’uscita del romanzo il critico Franco Cordelli mette in dubbio la datazione avanzata da Garboli, e sostiene che la stesura doveva essere successiva e influenzata da un fatto di cronaca avvenuto a Bologna nell’83, l’uccisone dell’artista e docente dell’Accademia di belle arti Francesca Alinovi da parte di un giovane studente con il quale aveva una relazione amorosa, evento che aveva molto colpito Parise.

Garboli, amico di Parise e curatore del romanzo, continua però a sostenere la posizione presentata nella prefazione e la natura autobiografica del romanzo uscito postumo:

Si dice spesso che l’opera è una cosa e l’autore è un’altra, che è necessario separare l’opera dal suo autore, ma cosa intendiamo dire quando affermiamo ciò? Se da un lato difendo la completa autonomia dell’arte rispetto a ogni altra cosa, persino al suo autore, dall’altro ritengo improbabile che un autore possa scrivere come se non avesse un vissuto.

Filippo, psicoanalista e io narrante del romanzo, oltre che protagonista, come l’autore ha viaggiato nel Sud-Est asiatico, ha acquistato e ristrutturato una casetta isolata sulle rive del Piave (a Ponte di Piave, in provincia di Treviso; oggi lì ha sede la Casa di cultura Goffredo Parise), ha un matrimonio giovanile alle spalle, non ha conosciuto il padre biologico ed è stato riconosciuto dal marito della madre. Ma non solo. Silvia, la moglie di Filippo, fa parte dell’ambiente culturale e borghese della Roma degli anni Settanta: come Giosetta Fioroni, artista e compagna storica di Parise (nel 2018, a Roma, è nata la Fondazione Goffredo Parise e Giosetta Fioroni, per tutelare il patrimonio intellettuale dei due artisti), molto vicina al gruppo artistico dei cosiddetti «ragazzacci di Piazza del Popolo» (Mario Schifano, Tano Festa e altri). In questo senso l’ultima pagina è struggente

Infine, ma forse c’è altro, non è difficile trovare punti di contatto anche fra Paloma, l’amante venticinquenne di Filippo, e Omaira Rorato, l’ultima giovanissima infatuazione di Parise.

Il punto, però, non è entrare nel vissuto di Goffredo Parise e delle persone che gli sono gravitate intorno; e mi rendo conto che sto correndo il rischio di apparire come una specie di Fabrizio Corona delle patrie lettere, con l’aggravante che l’autore di cui sto parlando non può rispondere.

Nel 1979 Parise era uno scrittore affermato: aveva vinto il premio Viareggio nel 1965, era stato selezionato per il Campiello nel 1969, nel 1982 avrebbe vinto lo Strega e sarebbe finito ancora in cinquina al Campiello con Sillabario n°2.

Per quale motivo un autore di questa levatura ed esperienza, dallo stile impeccabile, pur consapevole di avere scritto un romanzo disperato sull’amore e sul sesso, sulla malattia e la morte, sulle più profonde pulsioni sadomasochiste avrebbe deciso di chiuderlo in una busta e non aprirlo per i successivi sette anni, rinunciando di fatto, complice l’aggravarsi della propria salute, a rimetterci mano?

L’odore del sangue è infatti un romanzo pieno di imperfezioni, ci sono ripetizioni di intere parti, incongruenze di luoghi, è a tutti gli effetti un semilavorato, contiene i difetti tipici delle prime stesure scritte di getto. Ma è, ancora di più, un romanzo scritto in stato di Grazia, fra i più potenti che mi sia mai capitato di leggere; e la potenza è più rara della bellezza, che pure è rara. L’odore del sangue è un libro impavido, incosciente, psiche e animo umano vengono costantemente notomizzati con una spietatezza che investe ogni personaggio, primo fra tutti Filippo:

La sua natura imperfetta, spuria, non finita mi ha così portato a ragionare su un’antica questione: ma in letteratura conta più il «cosa» o il «come», cioè conta più cosa si racconta o come lo si racconta? O, se vogliamo dirla in altro modo, in letteratura è più importante la storia (anche se preferisco parlare di «immaginazione») o la scrittura (anche se preferisco parlare di «stile»)?

L’odore del sangue diventa così un romanzo che ogni scrittore o aspirante tale, ma anche, ogni editor o aspirante tale dovrebbe non solo leggere ma conoscere approfonditamente. Oggi gli autori progettano romanzi insieme a editor (intesi come coloro che lavorano sul testo e non come coloro che scelgono i testi per conto degli editori), agenti, o altri professionisti dell’editoria. Non c’è nulla di male, è buono e sano cercare una guida, volere un confronto; è un atteggiamento fruttuoso e un segno di rispetto verso il proprio lavoro e verso il lettore , cercare di cavarci fuori tutto ciò che si può cavare.

Il problema è quando non c’è niente, o quasi, e allora si prova ad ammantare il poco con i lustrini della scrittura e gli imbellettamenti dello stile: fingendo di ignorare che lo stile, quando rimane fine a sé stesso, conduce a una bellezza laccata, estetizzata, priva di profondità, incapace di incidere il buio con la ferocia della luce.

Non so. Ho l’impressione che la letteratura abbia voluto cedere al cinema il magistero della narrazione, che questa concessione abbia prodotto un vuoto che non può essere colmato con la sola immaginazione, e che allora si sia cercato di riempirlo con l’ipertecnica, l’iperstile, le torsioni sintattiche estreme e i punti e virgola (che per altro adoro) sempre al posto giusto; ho l’impressione che si finga di ignorare che la bella scrittura non può essere il fine di un romanzo, ne è al contrario il prerequisito; leggere L’odore del sangue, sapere che è una prima stesura, uno scartafaccio, una bozza, ci ricorda anche questo.

E allora, mi chiedo, cosa rimane oggi al romanzo, anzi al libro: la scrittura o la storia? lo stile o l’immaginazione? Per come la vedo io, né l’una né l’altra, mi straccio la veste e resto nudo.

Perché per quanto mi riguarda, per quella che è la mia attitudine, la partita per la letteratura futura si gioca sulla verità, quella verità feroce che, al di là del sempre poco interessante dato biografico, fa sentire al lettore l’odore del sangue.

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Il corso Le scritture del sé, ideato e condotto da Simone Salomoni per la Bottega di narrazione, inizia l’11 febbraio 2026. Qui trovate il programma dettagliato.


Scrivere con naturalezza

Com’è che talvolta la nostra voce ci suona male? O che abbiamo tutto in testa – storia, narratore, punto di vista, personaggi, persino un’idea di montaggio – ma la scrittura stenta a partire?

Ecco dieci possibili problemi che producono l’impasse (o, quando ci rileggiamo, una sensazione di fastidiosa stonatura) e qualche suggerimento per risolverli: non espedienti pronti all’uso, soluzioni infallibili o (Carver docet) trucchi «da quattro soldi» – quelli li lascio volentieri agli imbonitori –, ma, confido, spunti per avanzare nella scrittura con un pizzico di consapevolezza in più.

È un vizio frequente in chi scrive da poco tempo e cerca di darsi sicurezza: la convinzione che per fare della Letteratura (rigorosamente con la lettera maiuscola) occorra ostentare una lingua che sia riconoscibile subito e da chiunque come letteraria: infiorata cioè di preziosismi, aulicismi e arcaismi – oggi sempre più spesso anche di astrattismi e specialismi – e organizzata in una sintassi ambiziosamente ipotattica. Una lingua che si butta addosso l’abito della festa, col rischio che si veda che non è abituata e ci si muove male.

In realtà, la «bella scrittura» seduce volentieri anche gli intellettuali di grosso calibro: dominatori della pagina quali dovrebbero essere i critici, i teorici e gli studiosi della letteratura, i fini traduttori… Spesso colpevoli – scriveva Italo Calvino, che contro queste aberrazioni aveva scatenato, come ben si sa, una battaglia personale – di «un amore malposto per una lingua astratta e immobile» (Mondo scritto e mondo non scritto, Mondadori 2022).

Va detto che questa immobilità deriva, più che dai testi della tradizione letteraria, dall’italiano polveroso e ingessato di scolastica memoria dove le parole pare debbano sempre agghindarsi a prescindere. Il caso più citato è quello del verbo «andare» che diventa «recarsi» (ed è così citato che a volte mi vien da scrivere «recarsi» a bella posta, giusto per sentirmi un po’ punk; e infatti: «Così, quando venne il giorno, presi la moto e mi recai all’appuntamento»: Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini, Laterza 2010), ma – se vi va – nel suo Manuale di stilistica (Vallecchi 2024) Luigi Matt compone una brevissima ma ficcante lista.

Però attenzione: è altrettanto deleterio censurarsi se il gusto per il barocco ci appartiene; se lo abbiamo talmente coltivato e fatto nostro che lo sentiamo prossimo a quella sorgività che Andrea Zanzotto associava al dialetto. Scrive ad esempio Michele Mari, autore noto per le sue disinibite, consapevoli e perciò pacificate ricercatezze: «Da tempo la lingua letteraria è diventata in me una seconda natura anche molto sensuale, e quindi usandola non ho la sensazione di paludarmi o di raffreddare quello che sto dicendo. […] Certo non mi ritrovo in giudizi del tipo: Michele Mari è proprio bravo, si vede che mette un’attenzione certosina nella scelta delle parole. Mi fa anche un po’ arrabbiare perché a me la parola esce così, come un sospiro, e può essere la parola più rara del mondo ma non l’ho scelta, è lei che è arrivata nel pensiero insieme alla cosa» (in: Scuola di demoni. Conversazioni con Michele Mari e Walter Siti, a cura di Carlo Mazza Galanti, minimum fax 2019).

«Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Scrivi la frase più sincera che sai»: è un prelievo da Festa mobile di Ernest Hemingway; insieme alla metafora dell’iceberg, forse una delle sue citazioni più gettonate quando si parla di scrittura creativa, per la forza dell’idea che sembra suggerire: quella di una scrittura senza pose e senza filtri, una scrittura per l’appunto sincera. Sorta di «poetica della naïveté» scambiata per naïveté poetica – però messa a buon frutto. È anche un esempio di quanto sia rischioso pigliare frasi a sentimento dai romanzi decontestualizzandole, visto che Festa mobile è – programmaticamente – un testo di autofiction ante litteram, dove si crea fin dall’esergo un rapporto agonistico fra piano della «fantasia» e piano della «realtà».

Infatti: «Tutti dicono che Hemingway aveva un grande orecchio per il dialogo ed è vero. Ma nella vita reale la gente non parlava come nei racconti di Hemingway. Almeno, fino a quando non ha letto Hemingway!». A dirlo è Raymond Carver (in: «Compressione e controllo: Carver, la poesia e il racconto. Intervista a Raymond Carver» di L. McCaffery e S. Gregory, in R. Carver, Tutte le poesie, a cura di W. L. Stull, minimum fax 2021) ed è abbastanza ovvio che qui sta parlando di Hemingway tanto quanto sta parlando di sé, della propria scrittura.

Quando v’invitano a diffidare degli autori iperletterari o «troppo intelligenti» perché questa consapevolezza, questa intelligenza, sarebbero fattori che ostacolano una buona e sana prosa narrativa; quando sentite magnificare la forza di una scrittura un po’ grezza, un po’ coatta e fieramente ignorante, una scrittura che vorrebbe essere sorgiva e naturale – autentica –, diffidate a vostra volta. Spesso sono scritture che escono da un labor limae forsennato. O, se spontaneità davvero c’è, questa può riguardare al massimo le prime prove, quando si è artisticamente implumi e, com’è giusto, piuttosto inconsapevoli. Ma poi si continua a scrivere, e a scrivere, e a scrivere: e scrivendo la consapevolezza – piaccia o non piaccia – a un certo punto arriva, quand’anche fosse solo un prendere atto che la verginità delle prime volte è ormai perduta. Tocca allora rimboccarsi le maniche, lasciar da canto le pretese di scrivere con il cuore in mano, ricordarsi che ormai da decenni l’autenticità è diventata un mito adoperato per vendere merce – dunque compromesso con il mainstream in tutte le vie possibili –, e trovare il nostro personale e unico modo di dominare la forma.

Con ciò non si negano i momenti di grazia, le sessioni di lavoro in cui par che la scrittura venga fuori da sola e quasi a nostra insaputa, ma è più facile che sia la grazia di un corpo ben allenato (dalla tecnica, dalla retorica), la leggerezza di piuma del ballerino con le dita dei piedi fracassate dagli addestramenti.

Tutti cominciamo a scrivere calcando le orme di qualcun altro. Di più: tutti cominciamo a scrivere perché innamorati, mossi da un istinto passionale e possessivo verso i testi che abbiamo amati, e li abbiamo amati al punto da volercene appropriare attraverso l’impresa del loro rifacimento. C’è una pulsione erotica alla base dello scrivere – nessuno mi distoglierà mai dal pensarlo. Il che spiega perché diversi narratori e poeti affianchino allo scrivere un’attività di traduzione portata avanti anche solo per proprio conto: è un tentativo di prossimità, il palpare con le mani il corpo del testo a occhi chiusi (chiusi perché non potremo mai accedere compiutamente all’intenzione di chi lo ha scritto) per sentire e sapere com’è fatto. Nell’etimologia di sapere – latino: «sapĕre» – c’è un riferimento molto carnale al percepire sapore e odore: l’uomo saggio, l’uomo dotato di cognizione, il connoisseur, è colui che ha buon naso e gusto fino.

Accade ora che, obbedendo al richiamo esercitato da una forma altrui (una particolare andatura, un certo procedere per immagini, un’ingegnosa soluzione di montaggio…), nel mentre tentiamo di appropriarcene e di rifarla, piegandola alle necessità dei nostri contenuti, provochiamo in essa una trasformazione che – se abbiamo lavorato bene – ci conduce assai lontano dalla sorgente di partenza: che a quel punto diventa irriconoscibile, perfino – a distanza di un po’ di tempo – da noi stessi che l’abbiamo adoperata. Siamo partiti imitando e ci ritroviamo a destinazione con un lavoro che è distintamente nostro: originale.

Questo non è più imitare, ma fare nostro in modo perfetto e compiuto. In altre parole, rubare: «I poeti immaturi imitano; i maturi rubano; i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno di diverso. Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui fu avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione. Un buon poeta prenderà di solito a prestito da autori remoti nel tempo, o alieni di lingua o diversi d’interesse» (T.S. Eliot, Il bosco sacro, Bompiani 2010).

Un consiglio: se quando scrivete avete l’abitudine di appoggiarvi molto a ciò che leggete, se sentite l’esigenza di sintonizzarvi con le voci altrui per far sì che la vostra vi parli abbastanza forte da permettervi di partire, fatelo senza problemi: è uno dei modi migliori di creare, forse il più naturale. Però, una volta arrivati alla fine della prima stesura, impegnatevi a tenere fermo il testo per un po’ – qualche settimana, qualche mese – prima di buttarvi a capofitto nella revisione. Solo prendendo la necessaria distanza dallo scritto – dimenticandovene – riuscirete a intervenire con mano ferma su quanto prodotto per liberarlo dalle influenze più evidenti delle voci altrui: vi sono servite da guida e senza di loro forse non sareste andati da nessuna parte, ma ora è giunto il momento di camminare da soli. E magari – sperabilmente – di fungere da guida a vostra volta per le scritture altrui.

Se l’imitazione è la prima forma di erotismo inventivo, c’è una voce da non imitare mai ma proprio mai: ed è la nostra. Quando tiriamo per così dire i remi in barca ripiegando nella ripetitività familiare e stanca, nell’automatismo del ben fatto.

Scrive Cesare Pavese nel Mestiere di vivere (8 novembre 1938): «Non si può conoscere il proprio stile, e usarlo. Si usa sempre uno stile preesistente, ma in un modo istintivo che ne plasma un altro attuale. Lo stile presente si conosce solo quando è passato e definitivo e si torna a scorrerlo interpretandolo, cioè chiarendosi come è fatto. Ciò che stiamo scrivendo è sempre cieco. Se ci viene bene (se cioè dopo, ritornandoci, lo stimeremo riuscito) non possiamo per il momento sapere. Semplicemente lo viviamo e va da sé che le astuzie, gli accorgimenti che vi spendiamo, sono un altro stile composto in precedenza, estraneo alla sostanza di quello attuale. Scrivere è consumare i cattivi stili adoperandoli. […] Dunque non c’è tecnica? C’è, ma il nuovo frutto che conta è sempre un passo avanti sulla tecnica che conoscevamo e la sua polpa è quella che ci nasce via via sotto la penna a nostra insaputa».

La voce non è un’espressione statica: non può, perché siamo noi – esseri umani prima ancora che scrittori – a non vivere staticamente. A ogni nuovo progetto narrativo siamo costretti ad accollarci una certa quantità di rischio: non potremo mai essere sicuri che riuscirà, e poco conta se ci sentiamo corazzati da anni e anni di esperienza, e da una tecnica ormai consolidata. Se non accettiamo di rischiare, di prescindere almeno un po’ da questa tecnica che adoperiamo ora come baluardo, ora come sedativo, nella peggiore delle ipotesi ci aspetta il fallimento; nella migliore la maniera.

La voce non funziona? In verità, e soprattutto se non siamo più alle prime armi, è forse più una specie di noia quella che ci prende di fronte alla pagina, una sorta di stanchezza che rende il nostro procedere faticoso se non impossibile. Tutto ci sembra già visto, già tentato, già detto – ormai usurato. Pavese dice: non lo sembra, è. Fa parte del gioco artistico. È il renderci noto del nostro stesso mistero che ci impone di crearne uno nuovo, di inventare una forma diversa.

La forma non è la semplice bella copia di un pensiero che vogliamo porgere al lettore, la forma è essa stessa pensiero, in un inverarsi a noi misterioso. Come la farfalla, essa ha vita breve. Il suo è un equilibrio precario e difficilissimo a realizzarsi: suggere dai fiori del presente per creare un futuro che, nell’istante stesso in cui viene immaginato, deperisce. Sta in questo continuo obbligo alla reinvenzione la grande fatica – e la grande bellezza – per chi scrive e continua a farlo.

Nel suo ormai autorevole saggio Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio (Quodlibet 2011) il critico Daniele Giglioli evidenzia come la narrativa degli ultimi vent’anni si sia spesso costruita intorno al paradigma vittimario: «Io sono ciò che ho subito. E se non ho subito non sono nulla». Per queste narrazioni Giglioli adopera, evidenziandola già nel sottotitolo, l’etichetta di «scrittura dell’estremo»: una narrativa che, pur non riducendosi «a un repertorio tematico» o a «soluzioni stilistiche di oltranza espressiva», proprio in questi temi e in questi stili deputati all’oltraggio in fondo si sostanzia: «La sua predilezione per la violenza, per il sangue, per la morte […] Per il complotto, per il tradimento, per il segreto, per la paranoia».

Con una differenza rispetto alla ricerca del brutto e del grottesco che avevano contrassegnato il realismo ottocentesco di Courbet e Flaubert prima e il modernismo e le avanguardie poi: oggi «il segno aspira allo stesso statuto della cosa» e il disgustoso, il deviante, il folle, l’abbietto, pretendono di essere non più semplici oggetti di rappresentazione, ma agenti capaci di provocare «la stessa reazione che scaturirebbe dalla cosa rappresentata» perché «la crudeltà è garanzia di autenticità».

Eccoci di nuovo all’autenticità e alle sue seduzioni (ne abbiamo già parlato al punto 2). Nella cassetta degli attrezzi di una scrittura che è sempre più potentemente ripiegata sull’io, il racconto del trauma, e dunque la scrittura «dell’estremo» o «disturbante», sembrano essere diventati una scelta spesso quasi obbligata. L’«essere fuori scena» dell’oscenità in quanto immonda è stato annullato perché i codici espressivi di questa prosa estremizzata ed estremizzante possono (e ripeto: possono) essere ricompresi in un’architettura del senso che li rende in qualche misura consolatori; se vogliono insomma essere garanzia di autenticità, lo sono all’interno di un palinsesto in cui l’autenticità ci viene implicitamente prescritta poiché vendibile.

In sintesi: se le nostre scelte stilistiche abbracciano la scelta estremista assecondando un’urgenza che proviene dal nostro immaginario, facile che la voce ne esca solida, compatta e non gratuita. Ma se i codici «disturbanti» li adoperiamo passivamente, senza alcuna reinvenzione, e solo in virtù di una loro presunta qualità sovversiva – perché ci sembra che si distanzino dal mainstream, che ci diano una patina di letterarietà, un feeling con la nicchia – rischiamo di non dire nulla che in fondo già non si sappia, e di non mostrare nulla che in fondo non sia stato già visto. E di essere del tutto innocui.

Il bacino della nostra immaginazione non è infinito. Sono infinite le forme con cui possiamo sperimentare perché non c’è potenzialmente limite alla combinazione delle scelte stilistiche, ma il nostro immaginario, essendo una personale selezione del mondo combinata con un personale punto di vista sul mondo, si muove entro recinti limitati. Parafrasando il buon Manzoni: lo sguardo, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

Prendiamo Walter Siti: dato il suo indiscusso talento si sarebbe portati ad attribuirgli la capacità di scrivere veramente di tutto; scrittore, oltre che studioso e critico, non padroneggia forse egli la tecnica al massimo grado? Eppure Siti non ha problemi a confessare la sua incapacità, in quanto omosessuale, a creare personaggi femminili forti e credibili: «I personaggi di donne che funzionano nella mia scrittura sono sempre vecchie o menomate da una malattia, comunque devono essere infelici e irrisolte. Una donna nel pieno esercizio della sua femminilità è evidentemente per me un mondo inarrivabile, e non lo posso raccontare. La sento molto come una deprivazione, anche in termini creativi: essendo un romanziere, uno che ha bisogno di mettere le mani in pasta nella società, il fatto di escludere quasi metà della popolazione mondiale è un grosso limite. Penso di non avere il diritto di parlare delle donne, le conosco troppo poco» (nel già citato: Scuola di demoni).

A un certo punto dobbiamo arrenderci all’evidenza: continuiamo a scrivere, nel farlo la nostra tecnica si irrobustisce, la lingua si affina, monta la nostra ambizione di poter raccontare qualunque cosa, eppure ci rendiamo conto di fallire perché, per quanto ci sforziamo, sentiamo di essere credibili soltanto dietro a certe maschere. Le altre risaltano sulla pagina nel loro essere personalità d’accatto, finzioni così poco finte – giacché scontano le debolezze di una immaginazione di seconda mano – da non riuscire a sembrare vere. Se la scrittura è specchio rivelatore, la sua veridicità (e perciò terribilità) sta proprio in questo: nel suo farci vedere riflessi non in ciò che immaginiamo, ma in ciò che non riusciremo mai a immaginare. Scrivendo ci definiamo per sottrazione e per esclusione, nell’incapacità di trovare nella nostra mente, nella nostra vita, nel nostro essere, la materia adatta a comporre davvero ogni tipo di storia – e dobbiamo accettarlo.

Ogni epoca storica ha i suoi generi, i suoi temi, le sue scelte stilistiche e anche i suoi personaggi prediletti: pensiamo solo alla frequenza con cui compare la prostituta o la donna del demi-monde nel romanzo dell’Ottocento, o l’inetto in quello del primo Novecento. Riconoscere e prendere atto della tendenza che va per la maggiore – esserne consapevoli – è però ben diverso dall’assoggettarvisi supinamente.

Attenzione: intendo questo assoggettamento in senso biunivoco, sia come adozione che come respingimento a prescindere.

È un dato di fatto che oggi, nella narrativa letteraria, quella titolata ad accedere ai premi più blasonati, tendano a imporsi narrazioni di cose vere raccontate da una prima persona con funzione autenticante. Un io testimoniale: è accaduto perché mi è accaduto, è vero (di nuovo: autentico) perché io vi ho assistito. Questo ha dato la stura, si dice, a un’invasione di memoir, autofinzioni e narrazioni non di rado vittimistiche incentrate sul trauma (ne abbiamo parlato), o in alternativa di biofiction (biografie finzionali) in cui l’autore parla d’altro per parlare di sé (ma non è sempre stato così? «Lettore, sono io stesso la materia del mio libro» scriveva Michel de Montaigne nella premessa ai suoi Saggi).

Questa coazione all’io e alla realtà che si traduce in un piccolo trend editoriale (sì: piccolo; perché le centinaia di migliaia di copie circolano in zona saghe familiari, romantasy e giallo/noir/thriller pigliatutto) va presa da chi scrive per quello che è: un’opzione fra le molte disponibili. Eventualmente, una delle tante regole che il gusto contemporaneo impone, e che c’impone di sfidarla.

Scrivere di sé vedendosi automaticamente destinati al successo poiché sotto la tutela di un ipotetico mainstream è illusorio. Impedirsi di farlo perché da questa ipotetica tutela ci si sente artisticamente dimidiati in quanto «scrittori alla moda», be’, è autolesionistico. In entrambi i casi a risentirne sarà la voce che sembrerà fatalmente quella di un altro; in una delle nostre imitazioni peggiori, per giunta, perché motivate non da desiderio, ma da semplice calcolo.

Rifiutarsi di essere succubi del contemporaneo non significa legittimarsi a esserne inconsapevoli.

Viviamo nel 2025 (ormai agli sgoccioli): possiamo anche collocarci spiritualmente nella celletta di un monastero benedettino nel Basso Medioevo (dove probabilmente si sentiva Umberto Eco), ma il tempo in cui la nostra scrittura si forma e agisce è quello presente.

Prendiamo a esempio la descrizione. Le lunghissime, ricchissime e sensuose descrizioni di Balzac – magistrale quella di Madame Vauquer e della sua pensione in apertura a Papà Goriot – sono un’autentica festa anche per il lettore contemporaneo, ma non va dimenticato che, quando sono state composte, si rivolgevano a lettori dotati di un bagaglio visuale assai più ristretto del nostro. Al lettore ottocentesco di romanzi gli ambienti, le città, gli oggetti, i personaggi bisognava tratteggiarli con precisione e senza avarizia di particolari affinché si materializzassero davanti ai suoi occhi attraverso l’immaginazione. In quanto a noi, guardiamoci: viviamo in un tempo che ha alle spalle duecent’anni di fotografia, centotrenta di cinema, un secolo di televisione e una trentina d’anni di internet: il nostro corredo di immagini è sterminato. Nominate nel vostro testo una qualunque realtà: facile che il vostro lettore vi sia già stato esposto; se non di persona, almeno attraverso una qualunque riproduzione visiva. E quand’anche non fosse, Google sta lì, a portata di mano (per tacer delle intelligenze artificiali). Significa che dobbiamo abbandonare le descrizioni lunghe e minuziose? Giammai: oggi tutto è possibilità e tutto è scelta, ma di quel che stiamo scegliendo – e del perché lo stiamo scegliendo, del significato implicito che la nostra scelta si trascina dietro che è anche un significato storicamente e culturalmente determinato – dobbiamo renderci consapevoli.

Le descrizioni che duecento anni fa avevano uno scopo anche funzionale – essere uno dei primi strumenti dell’illusione realistica – oggi, venuta meno o ridimensionatasi alquanto quella necessità, vengono subito intercettate dal lettore come scelta espressiva. Man mano che s’inoltra in quegli indugi descrittivi, il lettore capisce che non è tanto la realtà che l’autore intende mostrargli, ma un qualcosa che sta sotto, che sta oltre, al di là. Questo qualcosa allora deve esserci, l’autore deve averlo immaginato: alla descrizione non basta più essere esaustiva e ben fatta, deve anche essere pregnante perché è diventata, nel corso del Novecento, la porta d’accesso per fare dell’altro.

La nostra voce ci chiede di stare putacaso nell’Ottocento, perché è di quel tempo che il nostro immaginario prevalentemente si nutre? Benissimo, stiamoci. Ma non come l’ultimo giapponese che ancora si nasconde nella giungla, ignaro che l’Ottocento è finito. Stiamoci come lo scrittore che lo adopera come una coordinata per la creazione del suo mondo unico e distintivo: astorico ma non antistorico.

Se c’è qualcosa che avvilisce la voce tanto da farla ammutolire o suonare fastidiosamente sbagliata è la pretesa di imporle compiti che non le competono. Quando, cioè, le assegniamo l’incombenza di esprimere ciò che pensiamo anziché permetterle di mostrarci quello che ancora non sappiamo e che la scrittura narrativa dovrebbe farci scoprire.

Spesso – nelle interviste, nelle presentazioni – l’autore viene interpellato alla stregua di un esperto o di un opinionista perché gli viene chiesto di esprimere un pensiero informato ed esaustivo sul tema che ha esplorato nel romanzo. La verità è che, nel suo romanzo, l’autore ha semplicemente (ma non semplicisticamente) esplorato una sua propria immaginazione attraverso la lingua; l’ha esplorata in lungo e in largo, per mesi se non per anni, documentandosi, magari, fino allo sfinimento e alle soglie dell’umana resistenza, ma la sua è una competenza visionaria – ossia creatrice di visioni – e si limita programmaticamente a quell’immaginazione lì e a nient’altro. Senza dubbio quell’immaginazione ha finito per enucleare anche un tema: ma questo, più che un punto di partenza (quando il tema si dà come tale, è raro che sia un buon inizio), è quasi un effetto collaterale, se non una scoperta per l’autore stesso: l’espressione di un personale, determinato punto di vista sul mondo e sull’uomo. Se l’immaginazione che sostanzia l’opera riesce a darsi come rivelazione di una scintilla di verità, è proprio nel suo essere aristotelicamente universale in quanto particolare, ossia legata a quella sua peculiare e specifica forma.

Scrivere la storia di una madre e di una figlia, o di un demansionamento ingiustificato in ufficio, non significa farsi massimi esperti di genitorialità o di mobbing; si è esperti solo della propria visione, anzi, ci si rende esperti attraverso la propria visione e quando accade, per un autore – credetemi –, è già moltissimo. Io so di non sapere nulla più di quanto i miei stessi testi non dicano e di non saperlo dire meglio – o almeno diversamente – di come attraverso i miei testi l’ho detto. Se così non fosse, significherebbe che i miei testi hanno fallito, che quel che i miei testi fanno poteva essere fatto più efficacemente attraverso modi se non persino strumenti diversi: quando perdiamo nella forma, noi autori perdiamo su tutta la linea.

È qui che la voce rischia allora di sfasciarsi, e comunque non è neppure più un problema di voce, quanto piuttosto di necessità e di opportunità. Ha senso che questo mio testo esista? Ho aggiunto qualcosa, illuminato qualcosa, detto realmente qualcosa? Ne è valsa davvero la pena?

L’idea più deleteria quando ci accingiamo ad affrontare un nuovo progetto di scrittura è: o capolavoro, o niente. O la certezza di saper eguagliare i pesi massimi della Letteratura, oppure l’onestà di ridursi a silenzio perché provandoci, esponendoci, sfoderando l’ardire di imporre la nostra voce che certamente non potrà essere all’altezza, finiremo – così spesso la vulgata – per insozzare la fonte d’acqua ove si dissetano i Grandi Autori della mandria con pedigree certificato. Toglieremmo spazio, aria, luce, risorse, visibilità a chi veramente merita. Colpevoli di hybris, nuoceremmo alla Letteratura.

Nel suo saggio Il punto cieco (Guanda 2016) Javier Cercas ascrive i suoi romanzi a quel genere postmodernista che s’impernia su una indecidibilità: la domanda che regge il romanzo (chiamiamola «domanda drammaturgica principale» o «dispositivo drammatico») si presenta come irresolubile o identica alla risposta stessa – dunque come ricerca senza alcun esito che non sia l’atto del cercare in sé –, e il testo non è altro che la traduzione sensibile di questa impasse logica. Cercas porta come esempi e suoi precursori – pensate la tracotanza! – Don Chisciotte di Cervantes (capostipite del genere, o per esattezza della «svolta»), Moby-Dick di Melville e Il processo di Kafka: opere eterne e universali non perché impongono «un senso unico a uomini differenti», ma perché suggeriscono «sensi differenti a un uomo unico»: «È questo che, in gran parte grazie al loro punto cieco, [questi autori] hanno raggiunto i romanzi e i racconti di cui ho parlato; è questo che, con la massima umiltà (ma anche con la massima ambizione), aspirano a raggiungere i miei».

Secondo Cercas umiltà e ambizione non si escludono vicendevolmente; ma anzi guidano il viaggio camminando appaiate. Se l’umiltà ci deriva dal prendere coscienza della difficoltà della meta, l’ambizione ci impedisce di rattrappirci nella modestia.

Dunque fate parlare la vostra voce. Scrivete, fate quello che sapete fare: con onestà. Onestà significa sapersi dire: aspetta, non ancora, non funziona, aspettiamo. È prendersi del tempo ed esigere che anche gli altri te lo diano. Ma onestà è anche – una volta messo il punto alla fine – assumersi una responsabilità piena. Non ci vuole nulla ad accettare supinamente le lodi altrui, non si corre nessun rischio. Ma il riuscire a dirsi: sì, c’è, ci sono, questa è la mia voce, questa sono io e pur con tutte le mie manchevolezze –, è un pensiero che impone un rischio grande, e se si vuol scrivere questo rischio va corso senza farsi sconti.

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Lavorare sulla tensione: il ruolo delle “anticipazioni” nelle storie perturbanti

di Giorgia Tribuiani

(dal retroBottega di settembre 2025 – per iscriverti, clicca qui)

In una narrazione perturbante è importante intervallare gli eventi più inquietanti e spaventosi con eventi ordinari e “a bassa tensione”, così da assicurarci che ogni avvenimento principale possa esercitare fino in fondo la propria influenza sul lettore. Ma come mantenere accesa la curiosità del lettore (quel desiderio di “sapere come va a finire”) anche nelle pagine in cui, dal punto di vista della trama, succede poco o nulla?

Uno dei metodi più efficaci consiste nel “dare un appuntamento” al perturbante.

Ci sono fondamentalmente tre grosse categorie di appuntamenti: temporali, spaziali e narrativi.

L’appuntamento “temporale” più comune è probabilmente la “ricorrenza”: i personaggi sanno che ogni giorno al tramonto i vampiri si sveglieranno e usciranno allo scoperto (pensa all’esempio di Io sono leggenda), che la notte di Halloween accadranno strani eventi, che con la luna piena avverranno le trasformazioni in licantropi, che ogni cento anni una creatura delle tenebre tornerà a chiedere il proprio tributo di sangue e così via.

La particolarità della ricorrenza è quella di concretizzare determinati effetti “ciclicamente”, come fossero eventi naturali, prescindendo quindi da un innesco da parte dei protagonisti. L’esempio opposto è quello che troviamo in film come The ring: anche in questo caso viene dato al perturbante un appuntamento di tipo “temporale” – Samara, la bambina morta che esce dal pozzo, arriverà e ucciderà esattamente «sette giorni» dopo la telefonata – ma è necessario, perché la telefonata avvenga e perché inizi il countdown, che i personaggi vedano il video maledetto.

Differente è, poiché di solito non prevede orari e giorni così specifici e precisi, l’appuntamento di tipo “spaziale”. Si tratta in questo caso di quell’attesa che viene generata, per fare qualche esempio, dalla porta da non varcare, dall’ala del castello da non esplorare, dalla botola dove non scendere e, più in piccolo, dalla scatola da non aprire o dalla lettera da non leggere. In tutti questi casi è la “proibizione” a generare tensione: noi sappiamo che i protagonisti delle nostre storie proveranno a resistere, ma anche che – perché altrimenti si tratterebbe della classica promessa non mantenuta di cui parlavamo nell’introduzione a questo capitolo – prima o poi cederanno. Non sappiamo quanto dovremo aspettare, ma sappiamo che è solo questione di tempo: pur senza giorno e ora, l’appuntamento al perturbante è stato dato.

Arriviamo dunque alla terza tipologia di appuntamento, che abbiamo definito “narrativa”: si tratta infatti di quella tensione che si genera grazie alle anticipazioni del narratore. Ecco di seguito alcuni esempi.

Un anno Halloween venne il 24 ottobre, tre ore dopo la mezzanotte.
A quell’epoca, James Nightshade, che abitava al 97 di Oak Street, aveva tredici anni, undici mesi e ventitré giorni. Il ragazzo che abitava alla porta accanto, William Halloway, aveva tredici anni, undici mesi e ventiquattro giorni. Entrambi stavano per raggiungere i quattordici anni: già i quattordici anni tremavano nelle loro mani.
E poi vi fu quella settimana d’ottobre in cui divennero adulti di colpo e non furono mai più giovani…[1]

Si tratta degli ultimi due paragrafi del prologo del romanzo Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury; paragrafi che ci fanno chiedere: cosa accadrà il 24 ottobre, tre ore dopo la mezzanotte? Con un appuntamento così preciso, con la consapevolezza del fatto che da quel momento in poi i due protagonisti «non furono più giovani», il lettore diventa in grado di accettare pagine e pagine di narrazione più ordinaria senza perdere curiosità.

Il 14 agosto del 2014 Tommaso Rovere, cinque anni e mezzo, fu vittima di tante piccole sfortune che sommate tutte insieme comportarono una sfortuna molto grande.[2]

Il romanzo è Tommaso e l’algebra del destino di Enrico Macioci. Le domande che ci poniamo leggendo l’anticipazione presente in questo incipit, e che generano tensione, sono: di quali piccole sfortune si tratta e, più di tutto, che tipo di «sfortuna molto grande» sta per travolgere il piccolo protagonista? A che punto del romanzo avverrà? Quanto dovrò attendere per saperne di più? La storia si svolge tutta in un giorno, il fatidico 14 agosto in cui il perturbante ha appuntamento, e nel romanzo Macioci cavalca la tensione sottolineando l’orario esatto di tutti gli eventi principali.

Non ebbi alcuna delusione fino al giorno seguente, perché trascorsi ore di vera esaltazione facendo conoscenza con la più piccola dei miei allievi.[3]

Nel romanzo Giro di vite di Henry James l’appuntamento è leggermente più implicito, ma comunque molto chiaro: tutto sembra andare per il verso giusto nella prima giornata di lavoro della protagonista, tuttavia – sembra confidare il narratore al lettore – il giorno successivo accadrà qualcosa di rilevante.

Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti.[4]

L’ultimo esempio è l’incipit del romanzo Il condominio di James Graham Ballard. Qui, come accade anche nel romanzo Invisible Monster di Chuck Palahniuk, più che dare un’anticipazione il narratore sceglie di avviare la propria narrazione in un momento storico posteriore rispetto agli eventi, per poi tornare indietro con un flashback. L’effetto comunque è molto simile a quello degli esempi precedenti: il lettore non può che chiedersi quali eventi straordinari abbiano modificato la natura di un uomo tanto da convincerlo a «mangiare il cane» come fosse la cosa più normale a questo mondo – non vorreste saperlo anche voi?


[1] Ray Bradbury, Il popolo dell’autunno, op. cit.

[2] Enrico Macioci, Tommaso e l’algebra del destino, Società Editrice Milanese, 2020.

[3] Henry James, Giro di vite, op. cit.

[4] James Graham Ballard, Il condominio, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2003.

Dalla prima idea alla revisione finale: otto suggestioni per affrontare la stesura di un racconto (o romanzo)

di Valentina Durante

(dal retroBottega di settembre 2025 – per iscriverti, clicca qui)

1. Partiamo dalle idee. La miglior definizione di invenzione narrativa la trovo in L’officina della parola, a cura di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi: «una reazione a qualcosa che avviene fuori di noi e che attiva qualcosa dentro di noi» (1). Ora: poiché questo dialogo fra il dentro di noi e il fuori da noi non è programmabile (tutti sanno quanto sia difficile inventare a comando), può essere sensato esporci a una grande varietà e quantità di sollecitazioni abituandoci ad appuntare subito quel che viene in mente, anche e soprattutto quando non sappiamo che farne: ma soltanto perché quel qualcosa ci attrae, ci incuriosisce, ci interessa e magari, con il tempo, ci ossessiona (il che è sempre un ottimo segno).

Uno scrittore che aveva la buona abitudine di prendere appunti era Nathaniel Hawthorne: nei suoi taccuini annotava brevi soggetti (es. «Una storia che mostri come noi tutti offendiamo e siamo offesi, e ci vendichiamo l’uno dell’altro»), ma anche singole frasi o pure e semplici immagini (es. «L’orma insanguinata di un piede nudo scoperta su una strada in città»). Fra i tanti semi che non hanno fruttificato – scrivere del resto significa accettare di produrre una consistente quantità di scarto – troviamo anche lo spunto per il suo romanzo più famoso, La lettera scarlatta: «La vita di una donna che, secondo l’antica leggenda coloniale, fu costretta a portare sempre la lettera A cucita sul vestito, come pena per aver commesso adulterio».

2. Pratica sempre meno diffusa nella sua dimensione di scrittura privata (oggi tutto è istantaneamente socialmediale e dunque pubblico), la regolare compilazione di un diario può costituire un ottimo allenamento nei periodi di fiacca inventiva o, viceversa, l’occasione per mettere fieno in cascina quando siamo visitati da frotte di idee nessuna delle quali abbastanza convincente da attecchire subito in un lavoro più strutturato. Nei Diari di Franz Kafka compaiono numerose prove di narrazione (certo, trattandosi di Kafka, sono stilisticamente già fatte e finite per quanto limitate alla natura di frammento), mentre il Diario di Sylvia Plath è costruito come un repositorio di spunti che l’autrice avrebbe sviluppato in seguito, tanto nel suo unico romanzo La campana di vetro quanto nelle poesie.

3. Invenzione e scrittura non vanno considerati due momenti cronologicamente distinti – prima s’inventa e poi si scrive –, ma due bacini strettamente comunicanti che si alimentano a vicenda; e se è cosa buona resistere alla tentazione di buttarci sulla pagina a ogni barbaglio di storia per lasciare che l’immaginazione si irrobustisca nella nostra mente (perché? Ma perché una volta messo in forma il testo si lascia modificare con difficoltà o soltanto dopo che è trascorsa una certa quantità di tempo, e troppa fretta può bruciare idee in potenza anche assai buone); se allenarsi alla pazienza è dunque sacrosanto, è altrettanto vero che scrittura e vita sono interdipendenti – si scrive ciò che si vive, si finisce per vivere ciò che si scrive –, anche e soprattutto mentre lavoriamo a un progetto narrativo.

Nel Mestiere di scrivere Carver racconta della volta in cui un certo Nelson fece la sua comparsa non prevista in un suo racconto; e non fu – considera Carver – per nulla un male: «Non molto tempo fa a Syracuse, dove abito, ero nel bel mezzo della stesura di un racconto quando ha squillato il telefono. Ho risposto. All’altro capo del filo c’era la voce di un uomo, chiaramente nero, uno che si chiamava Nelson e che chiedeva di una festa. Aveva sbagliato numero, gliel’ho detto e ho riattaccato. Sono tornato al mio racconto. Ben presto, però, mi sono accorto che stavo introducendo nella storia un personaggio nero, un personaggio piuttosto sinistro di nome Nelson. Da quel momento, la storia ha preso una piega diversa. Per fortuna, lo capisco adesso, e in qualche modo l’avevo capito anche allora, era proprio la piega giusta.» (3)

4. Non si tratta solo di simultaneità della vita rispetto alla scrittura, ma di generatività della scrittura stessa. Hai presente quei momenti – che qualcuno definisce «stati di grazia» – in cui le dita sembrano andarsene per conto loro e alla rilettura ti capita di trovare nel testo (e con una certa sorpresa, consideri, una sorpresa tutt’altro che sgradevole) qualcosa di inatteso, parole che mai avresti immaginato di saper scrivere e forse persino di immaginare? Giuseppe Pontiggia osservava che «Scrivere non è trascrivere, ma è scoprire quello che la penna rivela. […] è qualcosa di diverso da una rielaborazione meccanica o trascrizione o trasposizione di quello che si è pensato, ma è veramente un viaggio nell’ignoto.» (4)

Grazie alla neuronarratologia oggi sappiamo che, ben lungi dall’essere una semplice messa in forma del pensiero, la scrittura funziona come una vera e propria estensione della nostra mente, una sorta di dispositivo ragionante esterno. Quando scriviamo, noi ci troviamo realmente all’interno di un processo a noi in parte ignoto e non soltanto perché i nostri pensieri ci si schiariscono man mano, ma perché, proprio in quanto pensieri, essi si fanno man mano all’interno del nostro fare. I pensieri producono parole tanto quanto le parole producono pensieri e in tale incessante e fruttuoso interscambio si sostanzia la natura misteriosa, illusionistica della scrittura in quanto cooperazione fra mente e corpo, fra la mano che traccia segni su un foglio (oppure li digita su una tastiera) e la mente che da questi segni si lascia istantaneamente modificare.

5. Ognuno di noi funziona in maniera diversa. Secondo il filologo Siegfried Scheibe esistono due tipi di scrittori: i cosiddetti «scrittori mentali», capaci di comporre un intero romanzo in testa prima di mettersi a scrivere, e gli «scrittori su carta», che si affidano maggiormente alla scrittura in quanto dispositivo esterno. Questi ultimi sono forse i più sensibili alle capacità di attrazione esercitate da una forma, perché in fin dei conti si può iniziare a scrivere a partire anche da lì: non per esplorare o sviluppare un’idea, ma per fare uso dello stile o delle scelte strutturali di un altro autore in un processo che è sì inizialmente imitativo ma – strada facendo, soprattutto se lavoriamo bene – diventa di completa reinvenzione, indubitabilmente nostro e originale.

T.S. Eliot iniziò a scrivere poesia a quattordici anni imitando l’Omar Khayyam nell’adattamento inglese di Fitzgerald (non il Francis Scott del Grande Gatsby, bensì l’Edward FitzGerald primo e più famoso traduttore inglese della Rubʿayyāt di ʿUmar Khayyām): «mi ispirò» scrive Eliot, «alcune quartine molto lugubri e disperate e ateistiche in quello stile». Quindi passò a imitare Ben Jonson e infine – nei suoi due ultimi anni a Harvard – Baudelaire, Laforgue e Gautier: «Studiavamo il lavoro degli altri. […] Dopodiché io mi chiedevo: “Ho niente di utile da dire in questa forma?” [Ecco una domanda preziosa, una domanda «da scrittori» di fronte alla bellezza dei testi altrui]. Così sperimentavamo. La forma dava impeto al contenuto.» (5)

6. Si abbonda in prima stesura e poi si taglia? Anche qui, dipende da autore ad autore. Potrei citarti diversi narratori a sostegno sia della pratica dello sfoltimento che di quella dell’espansione (i primi due sulla punta della lingua: rispettivamente Juan Rulfo – per non chiamare in causa sempre il solito Hemingway – e Marcel Proust), ma trovo interessante considerare i poeti. Tutti siamo al corrente della robusta cura dimagrante che Ezra Pound somministrò a The Waste Land di T.S. Eliot:

«Cosa tagliò Pound da The Waste Land, parti intere?

Sì. C’era una lunga parte che parlava di un naufragio. Non capisco più che cosa avesse a che fare con tutto il resto, ma si rifaceva, credo, al canto di Ulisse nell’Inferno. Un’altra era un’imitazione di Rape of the Lock [poema eroicomico di Alexander Pope]. Pound mi disse: “Non vale la pena cercare di fare ciò che altri hanno fatto nel modo migliore possibile. Fai qualcosa di diverso.» (6)

Forse meno note sono invece le espansioni di Andrea Zanzotto. Confrontiamo a es. la prima e l’ultima stesura di alcuni versi tratti da Galateo in bosco (1975) (7):

Prima stesura:

ahi un corpo durissimo
con milioni di punte
una statuetta di milioni
di punte di ogni tipo
pronta
là, a resistere al
bisturi […],

Stesura finale:

ho messo a nudo e crudo un corpiciattolo strambo e durissimo
          con miliardi di acuzie
              di ogni guisa penetranza sadizie dovizia
           una statuina miliardaria
           pronta là – orribilmente immobile e morta, nel suo essere in agguato,
           pronta a far saltare il bisturi pronta –

Nella versione definitiva – ed è la prima cosa che balza agli occhi – il testo è aumentato in estensione, non diminuito; inoltre, le scelte lessicali, dunque l’immaginazione evocata alla lettura, si sono fatte più ricche, ricercate e precise. Compare un io agente («ho messo a nudo e crudo») e l’oggetto di cui si parla – il «corpo» divenuto «corpiciattolo» – è ora «strambo» oltre che «durissimo» (e dove l’avrà notata Zanzotto questa stramberia? Nell’immagine originaria rievocata dalla rilettura dei versi già scritti, oppure ex novo nei versi stessi? Eccola, la qualità fattrice della scrittura di cui si diceva); le «punte» sono diventate «acuzie» (ricerca di massima precisione: oggi si parlerebbe di scrittura «chirurgica») e la loro qualificazione si espande, sia per descrittività che per forza immaginifica (da «punte di ogni tipo» a «di ogni guisa penetranza sadizie dovizia»); la «statuetta» è adesso una «statuina» e se ti sembra una differenza trascurabile – dopotutto sono entrambi diminutivi di «statua» – osserva che il ritmo è completamente diverso e si trascina dietro una diversa sfumatura semantica: una statuetta è un soprammobile e basta, mentre la statuina evoca il famoso gioco delle «belle statuine», che poi è diventato anche un modo di dire: «stare immobile, non agire, non parlare, per lo più estraniandosi dal contesto in cui ci si trova» (De Mauro).

7. Il concetto è chiaro: esistono tantissimi modi per produrre immaginazione e dunque scrittura. Per mia esperienza con gli allievi (oltre che con me stessa), c’è, da un lato, chi immagina e scrive in maniera lenta e meticolosa, per piccoli passi: è come se entrasse in una stanza ammobiliata ma completamente buia facendosi strada con l’aiuto di una torcia elettrica per illuminare man mano piccole parti di ciò che lo circonda. Questo «scrittore-esploratore» descrive quel che vede poco per volta e solo dopo averlo esaurito del tutto passa a illuminare la parte di spazio successiva. Il risultato finale sarà un testo con un’immaginazione già tutta completa e non di rado sovrabbondante, dove il lavoro di revisione imporrà presumibilmente (anche se non necessariamente) dei tagli.

Dall’altro lato ci sono invece scrittori che prima di entrare nella stanza accendono la luce, ma per un tempo insufficiente a illuminare nel dettaglio il suo contenuto. Cominceranno dunque col descrivere ciò che emerge a una prima impressione generale lasciando alle stesure successive – che spesso sono più d’una – il compito di rifinire la specificazione e di allontanarsi dalla genericità; tenendo conto (ed è questo il bello) che a ogni rilettura l’interno della stanza verrà re-immaginato a partire non da quanto ci si ricorda, ma da quel che si sta leggendo.

Nel corso-laboratorio «Tengo famiglia: scrivere di padri, madri, figli, ecc.» in partenza il prossimo 11 settembre ogni partecipante lavorerà a un proprio testo a cominciare dall’ideazione per concludere con l’editing. Il tema – le relazioni famigliari – intende fornire semplicemente uno spunto di massima, ed è stato scelto perché abbastanza circostanziato da stimolare l’immaginazione, ma sufficientemente ampio da non frustrarla. Le prime quattro lezioni saranno dedicate all’esposizione ragionata a sollecitazioni diverse: lettura e commento di opere di narratori classici e contemporanei ma anche visione di opere d’arte figurativa, cinematografica e performativa così da favorire quel dialogo fra dentro e fuori utile a far sprigionare la scintilla dell’invenzione. Funzionali allo scopo saranno dei brevi esercizi di scrittura da svolgersi all’impronta. Seguiranno quattro settimane di pausa da dedicare alla scrittura e alla lettura dei testi altrui, per poi ritrovarsi in aula per gli ultimi quattro incontri dedicati alla discussione dell’editing preventivamente svolto dalla docente.

Per informazioni e iscrizioni:

(1) Stefano Brugnolo, Giulio Mozzi, L’officina della parola, Sironi, 2014.
(2) Nathaniel Howthorne, Tutti i racconti, trad. di S. Antonelli e I. Tattoni, Donzelli, 2014.
(3) Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, trad. di Riccardo Duranti, Einaudi, 1997.
(4) Giuseppe Pontiggia, Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere, Belleville, 2016.
(5) Intervista a T.S. Eliot di Donald Hall, in: Thomas S. Eliot, La terra desolata. Quattro quartetti, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, 1995)
(6) Ibidem.
(7) Francesco Venturi, Tra i materiali genetici del Galateo in bosco in Francesco Carbognin (a cura di), Andrea Zanzotto. Un poeta nel tempo, Edizioni Aspasia, 2007.

Perché leggere i contemporanei (per scrivere)

di Valentina Durante

(dal retroBottega di aprile 2025 – per iscriverti, clicca qui)

Il titolo è furbetto: ricalca quello di un famosissimo articolo di Italo Calvino – Perché leggere i classici – comparso su «L’Espresso» il 28 giugno 1981 e ripubblicato dieci anni più tardi in apertura all’omonima raccolta postuma di saggi. È furbetto e forse anche incongruo dato che i contemporanei – e per quanto alcuni per posa lo neghino – in fondo li leggiamo tutti: e se non per piacere, almeno per farci un’idea su quello che gira. Qui, però, la disanima che in Calvino maschera un’esortazione (Essù, leggiamoli questi benedetti classici!) è rivolta specificatamente a chi scrive e non riguarda tanto una lettura da lettori, fatta per puro e disinteressato godimento («Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest’aria prima di morire”» così Calvino citando Cioran a chiusura e a summa dell’articolo), ma una lettura – passatemi il termine – strumentale, che fa uso dei libri come si farebbe uso di un qualsiasi strumento di lavoro. E strumento per cosa? Ma per capire com’è fatto un testo, per studiare le soluzioni adottate dagli altri autori in reazione a specifici problemi compositivi e progettuali, per rendere la scrittura altrui parametro, sorgente e pungolo per la scrittura propria. In breve, leggere i contemporanei allo stesso modo in cui si leggono i classici. Perché farlo?

1. Per leggere con maggior profitto i classici stessi

Per quanto i classici ci appaiano e spesso ci vengano presentati come opere che trascendono i tempi, non soltanto la loro natura, ma anche la loro ricezione è storicamente e culturalmente determinata. Calvino ha ragione: «Un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire» ma è il contemporaneo – ossia ciò che al classico è posteriore – che ne ricrea i significati e talvolta persino la forma. Vediamolo con un esempio: esiste un classico più classico (dunque a-temporale, dunque auto-evidente, dunque incontestabile e incorruttibile) della Gioconda? Eppure, il mito di Monna Lisa si consolida in un momento ben preciso: alla fine dell’Ottocento, quando Walter Pater (in: The Renaissance – Studies in Art and Poetry; the 1893 text) interpreta la donna rappresentata da Leonardo sulla scorta del modello femminile della famme fatale, irresistibile quanto peccaminosa fonte di perdizione che tanto suggestionava scrittori e artisti (maschi, of course) dell’epoca. Pater vede nella Gioconda «l’animalismo della Grecia, la lussuria di Roma, il misticismo del Medio Evo con la sua ambizione spirituale e i suoi amori ideali, il ritorno del mondo pagano, i peccati dei Borgia»; la tratteggia come creatura «più vetusta delle rocce tra le quali siede; come il vampiro, fu più volte morta ed ha appreso i segreti della tomba». Questa – va da sé – non è davvero la Monna Lisa di Leonardo. Questa, al limite, è la Nanà di Èmile Zola, la prostituta d’alto bordo che fa perdere la testa ai parigini, sintesi di estasi e traviamento. È – quella di Pater – una visione tipicamente fin de siècle in cui immutabilità del classico e spirito contemporaneo si saldano per comunicarsi con intensità nuova al pubblico del tempo e non solo: elaborando anche un paradigma per tutte le riletture successive, siano queste consonanti con l’interpretazione decadente prateriana oppure in dissacrante antitesi (una fra tutte: la Gioconda con i baffi di Marcel Duchamp). Dunque: tenersi a distanza sdegnosa dai contemporanei per rinchiudersi nella paradigmatica torre d’avorio dei classici, convinti che questo ci aiuterà a scrivere un’opera non destinata a passare (tanto quanto non passano – non periscono – le grandi opere della tradizione) significa rinunciare a capire i classici stessi, il cui presupposto è proprio quello di una continua, inesausta e perciò fertilissima suscettibilità alla reinvenzione.

2. Perché il presente non è il passato

È tanto ovvio che a volte ce ne scordiamo. Così terrorizzati dallo stigma di essere o anche solo di apparire “alla moda”, dimentichiamo che – come dice Adorno – “a causa della propria dimensione artigianale tutta l’arte ha qualcosa del cieco fare”. Tutta l’arte – e dunque anche la scrittura in quanto arte – possiede cioè un nocciolo di verità che aspira all’eterno e al sovrastorico ma la sua polpa, la materia e la qualità di superficie è sempre protesa all’oggi: soggiace alle tecniche, ai modi, ai generi, agli stili e sì: diciamolo, anche alle mode del contemporaneo. Vietarsi di approfondire questo fare che è cieco e caduco e perciò stesso imprescindibile (come si può parlare dell’uomo e della sua caducità se non affondando le mani nella palta della caducità stessa?); tenersi distanti dal contemporaneo significa allontanarsi dalle sorgenti del fare stesso, e questo i grandi autori lo sanno benissimo: “Grandi artisti da Baudelaire in poi sono stati in combutta con la moda; laddove l’hanno denunciata sono stati smentiti dagli impulsi del loro stesso lavoro. […] Anche artisti come Richard Strauss, forse persino Monet, hanno perso in qualità quando, apparentemente contenti di loro stessi e di quel che avevano conseguito, hanno perso la capacità dello slancio storico e del far propri materiali più progrediti.”

3. Perché il presente non è il passato

Sì, again. Non lo è perché questo specifico presente – quello in cui viviamo dalla fine degli anni Settanta a oggi – è diverso sia dal presente a suo tempo vissuto dai Romantici (dunque il secolo in cui il genere romanzo ha raggiunto la sua conformazione più tipica), sia dal presente vissuto dai Modernisti (i quali – leggi Proust, Joyce, Kafka, Woolf, Mann ecc. – hanno composto opere-caposaldo con le quali ci confrontiamo utilmente anche oggi); è diverso – profondamente diverso – perché è cambiato il modo con cui ci si accosta a quel che è venuto prima. Per noi contemporanei cresciuti a pane e postmoderno, il passato è un immenso luna park. Ancora meglio: una cassetta degli attrezzi ben fornita contenente tecniche, generi, forme, motivi, temi e stili da usare liberamente e disinibitamente. Tutto è diventato lecito perché negli ultimi cinquant’anni è caduto quel “canone del proibito” o “dell’interdetto” (di nuovo chiamiamo in causa Adorno) con il quale si poneva un veto sulla possibilità di fare arte allo stesso modo delle generazioni precedenti, la normatività del «Il faut être absolument moderne», «bisogna essere assolutamente moderni», di Rimbaud, frase eletta a mantra dalle avanguardie (ed è questo semmai a contare, più che il conio rimbaudiano vero e proprio) in cui si dava per scontato che generi, tecniche, stili ecc. con il trascorrere del tempo appassissero come piante in inverno diventando forme non più servibili. “Non è possibile scrivere come vent’anni fa” decretava Alain Robbe-Grillet: ma si era negli anni Sessanta, ancora preda del furor sperimentalista. Oggi non lo siamo più. Oggi quel furor lo abbiamo superato o rassegnatamente placato e sappiamo che ci è dato di scrivere (anche) come venti, trenta, cinquanta, cento, duecento anni fa (è sotto gli occhi di tutti la persistente fortuna del romanzo storico che riprende Morante e perciò le strutture ottocentesche), e di poterlo fare in modo originale perché questo è il nostro modo di essere contemporanei. Dunque sì: dobbiamo leggere e studiare i contemporanei e il loro rapporto con la storia della letteratura per poterci inventare una nostra maniera di stare nella tradizione.

4. Perché il presente è anche il passato

E lo è non solo perché (vedi sopra) ne facciamo spudoratamente uso. Il presente è passato e il passato continua a essere (infestare il?) presente perché noi – contemporanei e ipertecnologici e ormai virtualizzati – pure seguitiamo a sguazzare nel brodo di coltura di quel Romanticismo che Isaiah Berlin ha definito “il maggior mutamento singolo verificatosi nella storia dell’Occidente” (per chi vuole approfondire: Fuga dal Romanticismo); superiore – a quanto pare – anche allo stesso Internet grazie al quale pure questo articolo sta viaggiando (e non sono forse eroi romantici Steve Jobs, Bill Gates e i vari pirati della Silicon Valley?) Non è mica un fattore da poco. Significa che siamo qui ma siamo anche lì, e che nel nostro essere lì siamo individui convinti che una vita in tutto o parzialmente dedicata all’arte (alla scrittura) come espressione di sé e della propria unicità sia una vita senza dubbio ben spesa, ricca di senso. Mai, prima del Romanticismo, era accaduto che un simile pensiero si diffondesse con tanta virulenza. Mai, prima del Romanticismo, una civiltà umana aveva destinato una tale ammirazione agli artisti e alle persone creative in genere. Noi siamo ancora lì, ma lo siamo a distanza di più di duecent’anni rispetto al tempo in cui tale idea è stata maturata, dunque con modi e forme schiettamente contemporanei. La contemporaneità è una tensione fra un paradiso perduto ma continuamente vagheggiato – il mito dell’artista come intellettuale e vate, con una forte proiezione avanguardista – e la terrestrità di un presente costretto spesso ad accontentarsi della minutaglia pratica per quanto dallo scintillio virtualissimo – hai aggiornato le stories con l’uscita del libro, il blurb, la rece, la promo della prossima presentazione?). Autofiction, non fiction, scrittura dell’estremo e narrazione del trauma sono alcune delle forme della narrativa contemporanea originate da questa tensione: giova conoscerle, e non meno giova conoscerne il retroterra.

5. Per fare esercizio di coerenza (o di umiltà)

Se pensiamo che i contemporanei scrivano robaccia, che siano prezzolati lavoratori nella vigna del mercato e che quanto viene smerciato in libreria o nei più deprecabili canali online sia buono al massimo per ingannare il tempo ma in nessun caso può essere utile allo studio (dato che si studia tassativamente sui classici), noi, scriventi che aspiriamo a comporre e pubblicare un’opera che va da sé verrà diffusa nei circuiti suddetti, esattamente come andremmo a posizionarci? Come gli autori di quella stessa robaccia che noi per primi stigmatizziamo reputandola indegna, oppure come gli unici in grado di staccarsi dalla meschina qualità di tutto il resto?

6. Per addestrare la nostra autonomia di giudizio

Beh: facile leggere i classici. Facile, cioè, addentrarsi in un testo di complessità magari estrema ma con la certezza che ci stiamo confrontando con una – bollino di garanzia – Grande Opera: una di quelle che si leggono e si rileggono; che si impongono come indimenticabili mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale; che recano tracce di altre Grandi Opere precedenti essendo a loro volta dispensatrici di tracce; che provocano la critica ma allo stesso tempo se la scrollano di dosso; che le si conosce a memoria o magari solo per sentito dire, ma che pur quando straconosciute le si ritrova a ogni lettura nuove, inaspettate, inedite e che pur leggendole la prima volta dopo averle sentite citare a iosa le si scopre e con gradevole sorpresa comunque nuove, inaspettate, inedite; che ci aiutano a definirci in rapporto a loro oppure in contrasto, che amiamo fino all’ossessione (senza mai sentirci folli: sono classici!), o che odiamo nella stessa maniera viscerale (anche qui, senza tema di follia: sono classici! dunque ineludibili a prescindere; anche quando, o soprattutto quando, oggetto di passioni divergenti); che sono infine depositarie del nostro sommo piacere e del nostro sommo diritto all’inutilità, la nostra aria di flauto mandata a mente prima di ingollare un buon bicchiere di cicuta. Ma proviamo a fare tutto ciò con i contemporanei: opere che ancora non hanno beneficiato di una consacrazione (se mai l’otterranno), che non sono entrate stabilmente nel canone (che ancora non c’è, e se anche c’è non è stabile), che non possono vantare una ricca e incontestabile bibliografia critica e la sicurezza di un giudizio già elaborato e sedimentato da parte della koiné. Sono semplicemente loro: le opere. E ci siamo noi, che dobbiamo attraversarle senza uno straccio di mappa o cascarci dentro senza paracadute, esercitando la nostra piena libertà di giudizio nel decretarne l’eventuale rilevanza (o il contrario). Leggere i contemporanei come se fossero classici ci allena al senso di responsabilità e alla tolleranza del rischio che servono (anche) per dirsi autori.

7. Per sperimentare la caducità

Si dice che niente sia utile quanto una visita alle bancarelle di libri usati per prendere atto della nostra probabile se non quasi certa impermanenza come autori. Prendere in mano copertine strinate e polverose scorrendo l’indice su nomi degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta può farci toccare letteralmente con mano la volatilità di un passato che non è poi così distante – quello dei nostri nonni e dei nostri genitori (parlo per me che sono prossima ai cinquanta). Eppure, proprio perché di loro si tratta – e non di noi –, a prodursi non è un reale senso di sgomento, quanto piuttosto una quieta forma di nostalgia; il vagheggiamento alato di tempi in cui la lettura era, almeno per le classi istruite, occasione di svago prediletta e la letteratura il principale strumento di formazione culturale e morale del singolo. Eh, sì: decisamente altri tempi. Il profumo della carta e dell’inchiostro, magari le rilegature con le pagine ancora incollate, scrittori di lustro trasformatisi in tanti Carneade, ma del resto, quanti decenni sono ormai trascorsi? Pare davvero un’altra epoca, che in fondo nemmeno ci tocca, non ci riguarda pienamente. Provate ora a prendere in mano romanzi o raccolte di racconti anche solo di dieci, venti, trent’anni fa. Giovani promesse poi eclissatesi, nomi al tempo acclamati e (si pensava) consolidati in un perenne posto al sole e che oggi, passando il famoso dito indice sopra la copertina o sullo schermo del telefono (il mercatino neppure occorre, ché oggi la caducità viaggia ancora meglio nelle lande spazzate dal vento del digitale), ti ritrovi a pensare: Ah, sì. Lui (lei). Che fine ha fatto, perché non se n’è più sentito parlare? È tremenda la percezione di quanto siamo tutti sospesi a un filo, o in bilico tra i fasti del qui-e-ora e il buio siderale di una quasi completa eradicazione. È tremendo ma salutare perché ci aiuta a mettere le cose in prospettiva. A renderci conto che, se anche non pubblichiamo subito, non importa. Se anche non pubblichiamo come vorremmo, non vendiamo quanto sperato o persino preventivato (grave errore! mai preventivare nulla), oppure manchiamo il podio, la classifica, la cinquina, la terna, la segnalazione e la nomination e il premio consolazione e i punti fedeltà con il borsone-palestra in omaggio, non importa, perché comunque siamo tutti, tutti (o quasi) destinati a passare. E dunque: barra dritta e ricordarsi di ciò che conta e del motivo per il quale stiamo facendo tutto questo, ossia la scrittura. Non c’è niente altro. Non deve importarci nient’altro. L’oblio di libri stampati giusto l’altro ieri – oblio contro il quale non possiamo fare niente, o se qualcosa in definitiva pochissimo – sta lì a ricordarcelo. E allora leggiamo (anche) i contemporanei, ché rinforzano il sistema immunitario – quando occorre.

Il corso «Scrivere nel contemporaneo» si propone di condurre una ricognizione delle forme narrative che si sono imposte nel panorama letterario italiano a partire dalla fine degli anni Settanta e fino ai giorni nostri. Non si tratta di un corso accademico di storia o di critica della letteratura, ma di una sintetica full immersion pensata per chi scrive – dunque con un orientamento quanto mai concreto e pragmatico – allo scopo di dare una buona occhiata a quel che siamo stati nel nostro passato più recente e che siamo per tanti aspetti anche adesso. Come si costruisce un dialogo che non suoni artefatto? Come si descrive un personaggio senza apparire didascalici? Quanto sintetizzare nei sommari e come gestire utilmente il montaggio? Cosa significa in un testo essere coerenti e che rapporto s’instaura fra realtà e realismo, tra fatto e fiction? Non esistono risposte univoche, perché in scrittura non esistono regole che un qualche autore non abbia in un certo punto del tempo violato, e con successo. Esistono però delle risposte contingenti e storicamente determinate, perché tutti, e a prescindere da eventuali e quanto mai legittime ambizioni di eternità, scriviamo nel tempo presente rivolgendoci a lettori che lo sono altrettanto; e descrivere un personaggio inondati come siamo da ogni sorta di sollecitazioni visive e attraverso ogni sorta di canale (di questo già si è detto), non può che richiedere modi e forme diverse da come si descriveva nel 1925 o nel 1825. O meglio: si può, ancora oggi, descrivere come si descriveva nel 1925 o nel 1825, ma l’intenzione e l’effetto saranno completamente differenti.

Consta di sei incontri da tre ore ciascuno (19-21), a distanza su Zoom, a partire da giovedì 8 maggio.

Per il dettaglio delle singole lezioni e le modalità di iscrizione: Scrivere nel contemporaneo.

Dieci modi sbagliati di scrivere il proprio romanzo autobiografico

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

(dal retroBottega di marzo 2025 – per iscriverti, clicca qui)

1. Già l’idea di scrivere un romanzo autobiografico, anziché un’autobiografia, è in fin dei conti piuttosto curiosa. La differenza tra un romanzo e un’autobiografia è che nel romanzo i patti col lettore sono chiari (“Ti sto raccontando una storia inventata”), e nell’autobiografia i patti col lettore sono altrettanto chiari (“Ti sto raccontando una storia vera”). L’autore di un’autobiografia può essere accusato, prove alla mano, di aver mentito; l’autore di un romanzo può essere accusato di aver scritto un romanzo atroce, ma non di aver mentito. Ma: che cosa sarebbe, dunque, un romanzo autobiografico? Che cosa sarebbe, per la precisione, un romanzo che si qualifica come autobiografico? (Ipotesi di lavoro: un romanzo autobiografico è una forma paracula di autobiografia).

2. Un’autobiografia, per sua natura, o più esattamente per convenzioni storicamente costituitesi del genere letterario (perché anche nelle autobiografie, benché vi sia un impegno a dire la verità, vi sono delle convenzioni), comincia dal principio e finisce col momento presente. Una narrazione autobiografica che non abbia questa forma sarà chiamata piuttosto “memoria” (es. Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu, o La giovinezza di Francesco De Sanctis) o “scritto autobiografico” (es. Walter Benjamin, Scritti autobiografici). Una narrazione autobiografica relativa a un singolo evento sarà piuttosto una “testimonianza” (es. Francesco De Sanctis, Un viaggio elettorale). Un romanzo autobiografico sceglie il proprio arco temporale, invece, al modo dei romanzi: sceglie una tranche de vie del personaggio e a quella si limita. E’ il caso, per esempio di Prima di sparire di Mauro Covacich: dove, nonostante la pretesa di verità espressa nella nota finale (e della cui sincerità il lettore non ha ragioni di dubitare), è chiaro che il semplice fatto di circoscrivere un periodo della propria vita, al centro del quale c’è un evento-chiave, dà al tutto un aspetto irresistibilmente romanzesco.

3. Qui non parleremo della cosiddetta autofiction, se non per ricordare che si tratta di un termine importato dalla lingua francese; quindi va pronunciato alla francese, non all’inglese; o se ne può fare un calco dicendo: “autofinzione”, o “finzione di sé”. Tanto per capirsi: se racconti di aver fatto un viaggio sulla Luna, raggiungendola a nuoto, stai contando una balla, o al massimo una favola; se racconti di aver partecipato all’organizzazion dell’omicidio di J.F. Kennedy, tu che sei nato il 22 novembre del 1963, stai facendo dell’autofiction, ossia una narrazione “in cui l’autore stesso è il protagonista delle vicende di finzione narrate” (Traccani, s.v.). E così, non volendo parlare di autofiction, ne abbiamo parlato: abbiamo fatto una preterizione.

4. Ovviamente non puoi essere tu il protagonista del tuo romanzo autobiografico. Protagonista ne sarà il nonno, la zia, il padre, la madre, il fratello mai conosciuto (un esempio illustrissimo: La vera vita di Sebastian Knight, di Vladimir Nabokov), i debiti di famiglia, la magione avita, e così via. Ricoda: solo le persone la cui vita è priva di qualunque interesse sono convinte che la loro via sia mooolto interessante. Vige nel desiderio di scrivere un’autobiografia una sorta di effetto Dunning-Kruger, “l’insidioso cortocircuito mentale che condanna chi è incompetente a non accorgersi della propria incompetenza” (Annamaria Testa).

5. Se proprio vuoi mettere te stesso al centro del tuo romanzo autobiografico, abbi almeno l’accortezza di non scriverlo in prima persona. In alcuni racconti del libro Cosa voglio da te l’autore Tiziano Scarpa introduce un personaggio, spesso secondario, spesso appena accennato, spesso piuttosto spregevole, che si chiama appunto Tiziano Scarpa. Giulio Cesare scrisse i suoi Commentarii sulla guerra in Gallia e sulla guerra civile usando la terza persona. Boris Schreiber, nel bellissimo romanzo Un silence d’environ une demi-heure, mette in campo tre istanze narrative: “Boris et moi” “Boris sans moi” e “Boris tout seul”, ossia “Borise e io”, “Boris senza di me”, “Boris da solo”: tre modi di nominare il personaggio evitando l’io, e caratterizzandolo secondo la sua evoluzione personale.

6. Peraltro, non sta scritto da nessuna parte che uno debba affidare a sé stesso la narrazione del proprio romanzo autobiografico. Non stiamo parlando del ghost-writing (che talvolta è di altissimo livello, come nel caso di Open, l’autobiografia di Andre Agassi scritta da J. R. Moehringer). Stiamo dicendo che se proprio vuoi raccontare romanzatamente (o romanzescamente: ma non è proprio la stessa cosa) la tua vita o qualcosa della tua vita, puoi sempre affidare la voce narrante, che so: a tua madre, alla tua ex moglie, al figlio che non hai mai avuto, a un tuo omonimo che hai conosciuto per caso durante un blocco ferroviario (siete rimasti per dodici ore l’uno accanto all’altro, al buio, in una galleria; e tu gli hai raccontata tutta la tua vita, e/o lui ha raccontato a te tutta la vita sua, non è chiaro), a un personaggio che è palesemente una proiezione di te ma non è te. Un’esplorazione dell’opera di Philip Roth potrebbe, a questo punto, esserti utile.

Bottega di narrazione, autobiografia, scrittura creativa, creative writing, autofinzione

7. Ma: “romanzare”, che cosa significa esattamente? Significa: dotare di un senso narrativo. le nostre vite, lo sai, non hanno alcun senso narrativo. Hanno lunghe parti noiose, incidenti del tutto casuali (e il caso non sta bene mai in un romanzo), colpi di scena sfasati o sgonfiati, e così via. Soprattutto, non hanno quasi mai un finale degno di questo nome. “Romanzare” significa, pertanto, scrivere la tua autobiografia come se tu fossi già morto. Un buon esempio è quello del signor Palomar, personaggio di Italo Calvino: “Palomar pensando alla propria morte pensa già a quella degli ultimi sopravvissuti della specie umana o dei suoi derivati o eredi: sul globo terrestre devastato e deserto sbarcano gli esploratori d’un altro pianeta, decifrano le tracce registrate nei geroglifici delle piramidi e nelle schede perforate dei calcolatori elettronici: la memoria del genere umano rinasce dalle sue ceneri e si dissemina per le zone abitate dell’universo. E così di rinvio in rinvio si arriva al momento in cui sarà il tempo a logorarsi e ad estinguersi in un cielo vuoto, quando l’ultimo supporto materiale della memoria del vivere si sarà degradato in una vampa di calore, o avrà cristalizzato i suoi atomi nel gelo d’un ordine immobile. “Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante, – ensa Palomar, – e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine”. Decide che si metterà a descrivere ogni istante della sua vita, e finché non li avrà descritti tutti non penserà più d’essere morto. In quel momento muore”.

8. Visto che nel romanzo autobiografico, a differenza che nell’autobiografia, non vige, o non vige del tutto, il patto di verità, tanto vale mentire. Mentire, però: non inventare. Attenzione. Se ti dico che ho lavorato per sette anni, negli anni Ottanta, presso la Confartigianato veneta, dico la verità. Se ti dico che ho lavorato per cinque anni, negli anni Ottanta, presso l’Agenzia Pubblicitaria Pallino di Padova, invento. E come si fa a mentire, allora? Si mente non negando nessun fatto vero, non mutando alcun fatto vero, ma semplicemente cambiandone il senso e significato. Se ti dico che purtroppo, negli anni Ottanta, per sette anni ho lavorato presso la Confartigianato veneta, quel “purtroppo” contiene la menzogna. Perché io lì, benché non siano state tutte rose e fiori, ci sono stato anche bene, e ho imparato una quantità di cose. La menzogna, insomma, non si annida nei fatti ma nella loro percezione, nella loro coloritura.

9. Scritto sul corpo di Jeannette Winterson è un romanzo scritto in prima persona nel quale nemmeno si capisce se a raccontarci la storia è una donna o un uomo. Des hommes illustres di Jean Rouaud (tradotto in italiano col titolo Fermi così) è un romanzo autobiografico nel quale il protagonista è il padre del narratore: narratore che peraltro mai e poi mai, in nessuna pagina, dice “io”. Le Vite di uomini non illustri di Giuseppe Pontiggia sono, con tutta evidenza, una raccolta di tutte le vite che l’autore non ha vissuto: potremmo definirle un’autobiografia mancante.

10. Insomma: un romanzo autobiografico si può fare, eccome se si può fare, ma è prudente considerare che non è detto che la nostra vita sia poi così interessante, né è detto che la nostra persona sia poi così interessante. E ciò che distingue il romanzo dalla narrazione autobiografica è non solo il diverso patto col lettore sulla realtà dei fatti, ma anche la forma stessa della narrazione. Un romanzo autobiografico può anche assomigliare moltissimo a un’autobiografia, purché non sia l’autobiografia dell’autore.

I dieci concetti fondamentali del montaggio narrativo

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. Niente è più noioso di una storia raccontata dal principio alla fine. Vabbè, l’ho sparata grossa. Proviamo a riformulare: Esistono seri rischi che una storia, se raccontata dal principio alla fine, risulti tutto sommato noiosa. Ma forse no, non ci siamo ancora. Terzo tentativo: Niente è più noioso di una storia nella quale non si capisce che cosa è importante e che cosa no. “Alt”, direte, “ma questo, che c’entra col montaggio?”. Appunto: il montaggio è esattamente ciò che serve a far capire che cosa in una storia è più importante e che cosa meno. In particolare: serve a far capire che cosa non è importante per nulla (come lo si capisce? facile: non viene raccontato) e che cosa è importantissimo (come lo si capisce? facile: viene raccontato quando meno te l’aspetti). Pertanto:

2. Per fare un buon montaggio di una storia, bisogna aver chiaro che cosa è importante e che cosa no. Avete presente quegli articoli, nel web, in cui metà delle parole sono in neretto, come se fossero importantissime? Sì, certo. E avrete notato, che più le parole in neretto si infittiscono e più si confondono l’una con l’altra? A-ha. Guardate questo articolo qui, invece: ci sono dieci frasi in neretto, tutte a inizio capoverso, ciascuna preceduta da un numero. Questo semplice fatto dà all’articolo un aspetto ordinato; gli dà una scansione. Voi sapevate già, prima ancora di aver letto una sola parola, che avreste trovato in ogni capoverso un concetto, e che questi concetti sarebbero stati in qualche modo in ordine e/o in progressione. Poi: il capoverso precedente, avrete notato, finisce non con il punto fermo ma con un due punti; segno inequivocabile che i due capoversi sono legati da una qualche consequenzialità. E così possiamo dire che

3. Il montaggio, benché lo si esegua tagliando il testo, serve soprattutto a creare legami. Mettiamo che io vi racconti, nelle prime quindici righe di un testo, la storia di una donzelletta che vien dalla campagna, recando un mazzolin di rose e viole. Poi metto una riga bianca, e continuo raccontando di quella volta che Beppe, Gino e io prendemmo la vecchia Millecento del babbo di Gino e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Pelago. A questo punto il lettore non può che chiedersi: che relazione c’è tra la donzelletta e la Millecento? Che cosa lega questi due eventi, che sembrano non avere nulla che li leghi? Ora, non è detto che il lettore l’indovini subito (soprattutto se siamo proprio all’inizio del testo, quindi ancora in penuria d’indizi). E può darsi che, trecentosettantadue pagine dopo, non ricordi molto chiaramente quella domanda. Ma una buona narrazione, ripeto: una buona narrazione, a quella domanda lì dà risposta. E dove? Il più tardi possibile, naturalmente. Perché, infatti,

4. Il montaggio serve a ritardare la conclusione degli eventi e la risposta alle domande. C’è una frase che si cita sempre, riferendola a un qualche grande romanziere, mai il medesimo (perché in realtà nessuno sa chi l’abbia detta per primo, e nemmeno si sa se un primo ci sia stato, e, nel caso, se sia stato davvero un grande romanziere): “Un buon romanzo è fatto di un inizio e di una fine, e di un sacco di roba ficcata nel mezzo per tenerli più distanti possibile”. Se ci pensate, anche la frase che avete appena letta è fatta allo stesso modo: comincia con “C’è una frase”, ossia facendo una promessa, e finisce con la frase, ossia con il mantenimento della promessa; e in mezzo c’è della roba che serve a tenere il più possibile distanti, e tuttavia legati, la promessa e il suo mantenimento. Da questo esempio dovrebbe intuirsi che

5. Il montaggio è frattale, cioè si ripete e rispecchia nelle macrostrutture (la narrazione) e nelle microstrutture (fino alle frasi). Ciascuna scena ha un suo montaggio, e il montaggio di ciascuna scena deve essere coerente, ossia rispecchiarlo e ripeterlo, con il montaggio dell’intera storia. In altre parole: non è che, una volta scritta la storia dal principio alla fine, possiate prendere le forbici e zac!, zac!, zac!, dopo aver tagliato e isolato ciascuna scena, rimontare il tutto, e via. No. Quando avrete finito di tagliare zac! zac! e di reincollare ogni scena in un posto diverso da dov’era prima, dovrete rivolgervi nuovamente alla scrittura, e riscrivere ogni scena, se non ogni frase, avendo in mente il montaggio, l’ordinamento complessivo. In un buon romanzo non esiste differenza o distanza tra narrazione e scrittura. Il movimento delle domande e delle risposte, delle promesse e dei mantenimenti, dev’essere armonico in tutta l’opera. Certo: potrete avere andature diverse in diverse parti dell’opera, così come in un’opera musicale possono succedersi, che so, la forma-sonata, il rondò, il minuetto, e magari una nuova forma-sonata. Ma tutti i conti devono tornare, e se nelle prime note il destino bussa alla porta, nelle ultime qualcuno dovrà aprirgli.

6. Il montaggio serve a raccontare contemporaneamente più storie. Tutti conoscono il “montaggio alla Griffith”, o montaggio parallelo, consistente nell’alternare eventi di una storia con eventi di una storia più o meno parallela e contemporanea – due storie che, nel migliore dei casi, convergono su un unico evento finale. Ma provate a pensare alla scena “All’idea di quel metallo” del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini (musica) e Cesare Sterbini (libretto); e in particolare al momento in cui Figaro e il Conte d’Almaviva cominciano a cantare ciascuno per conto proprio (il punto esatto è qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Rond%C3%B2). Nella regia di Dario Fo alle due storie in cui è immerso ciascun personaggio si somma addirittura una terza storia, ossia il cambio di scena.

Se l’opera non vi piace (ma avete torto) potete assaggiare questo esempio dei Pink Floyd: Jugband Blues. Una banda dell’Esercito della salvezza venne convocata in studio, e fu detto loro di suonare quel che gli pareva.

7. Il montaggio, insomma, non è necessariamente solo distinzione; può essere anche sovrapposizione. Il romanzo di Gaia Servadio Il metodo (Feltrinelli 1970: non l’avete mai sentito nominare, lo so, ma è molto bello), per esempio, è diviso in tre parti. La seconda parte è scritta in forma di pièce teatrale. A un certo punto la scena si sdoppia: qualcosa avviene in una sala, qualcosa su un soppalco che affaccia sulla sala. Il testo è stampato su due colonne: in una abbiamo ciò che avviene nella sala, nell’altra ciò che avviene sul soppalco. Vi pare artificioso? Può darsi; all’atto pratico, cioè alla lettura del romanzo, risulta efficacissimo. Un capitolo di Ulisse di Joyce (questo l’avete sentito nominare, vero?) è composto da una quantità di microcapitoletti, ciascuno con un proprio titolo, ciascuno contenente per così dire un’istantanea di qualcosa che avviene da qualche parte nella città di Dublino. Vi sono microcapitoletti che contengono il medesimo evento, colto da punti di vista diversi, o in istanti leggermente diversi. Vi sembra bizzarro? Ma, scusate, avete mai visto un film di Cristopher Nolan? (Uno facile, per esempio: Dunkirk).

8. Il buon montaggio non mette in scena sé stesso, e se avete mai visto un film di Christopher Nolan avete già capito cosa intendo dire. Il flusso della narrazione deve pur sempre apparire, a chi legge, naturale. Il montaggio non è innaturale. Il montaggio è logico, solo che la sua logica non è quella narrativa. Il montaggio mette le informazioni nell’ordine in cui vogliamo che il lettore le recepisca: e non è scritto da nessuna parte che questo ordine debba coincidere con l’ordine della narrazione. Domanda: come si fa a decidere in quale ordine vogliamo che il lettore recepisca le informazioni? Risposta: pensiamo all’ordine in cui le immagini appaiono nella nostra mente, man mano che inventiamo e costruiamo una storia. Alla fine il teatro dovrà essere tutto allestito nella mente del lettore, il più possibile simile al teatro che si è creato nella nostra mente. Di solito non c’è nessuna relazione visibile tra l’ordine con cui gli elementi della storia ci vengono in mente e l’ordine della narrazione. Analogamente, può non esserci nessuna relazione visibile tra l’ordine della narrazione e l’ordine in cui le informazioni vengono presentate al lettore. Vi sembra un indovinello? Lo è.

9. Il romanzo e il cinema sono due cose completamente diverse, le serie televisive e il romanzo si assomigliano. Quasi tutti noi siamo vittime di un’idea di montaggio che è quella del cinema, e tendiamo ad assimilare il montaggio cinematografico al montaggio narrativo del romanzo. Niente di più sbagliato. Un film, anche se lungo, spesso non ha una consistenza narrativa maggiore di quella di un racconto. Se vogliamo del “cinema romanzesco” dobbiamo rivolgerci piuttosto alle serie televisive (ci sono eccezioni? sì, ci sono; e allora? sono eccezioni). Il principio del progressivo rilascio delle informazioni è sfruttato al massimo nelle serie televisive. Tutti conoscono la battuta attribuita a Cechov (e stavolta penso che l’attribuzione sia giusta): “A teatro, quando si alza il sipario, se alla parete della stanza è appeso un fucile, prima della fine del terz’atto [cioè della pièce] quel fucile dovrà sparare”. Nelle narrazioni lunghe e complesse ci sono moltissimi fucili appesi a innumerevoli pareti – e tutti, in un artistico e imprevedibile ordine, dovranno sparare. Naturalmente si può anche fare l’esatto contrario: disseminare la storia di fucili che non sparano, o di colpi sparati da nessun fucile. Ma è molto più difficile (eventualmente, cercate informazioni sul McGuffin).

10. La fine della narrazione non è necessariamente la fine della storia. Se avete una certa età vi ricorderete i telefilm del tenente Colombo: dei gialli nei quali, nella prima scena – quella che precedeva la sigla – veniva mostrato esplicitamente il delitto. Si guardava dunque la puntata sapendo già chi era il colpevole; il mistero stava nel modo in cui il tenente Colombo sarebbe riuscito a sgamarlo. Ecco: l’idea, molto diffusa, che il montaggio serva a nascondere informazioni al lettore, è completamente sbagliata. Un lettore (o uno spettatore) può sapere tutto della storia, può anche sapere fin dall’inizio come andrà a finire, può anche conoscerla per conto proprio, e tuttavia – se il montaggio è ben fatto – la tensione non mancherà. Perché la sostanza di una storia non è costituita dagli avvenimenti, ma dalla forma della storia stessa.

A che cosa serve il dialogo nelle narrazioni?

di Edoardo Zambelli

(dal retroBottega di febbraio 2025 – per iscriverti, clicca qui)

Chiarire in poche righe quali siano le funzioni del dialogo in un testo narrativo è praticamente impossibile: servirebbe un corso a parte, e in effetti ce ne sono. È però possibile tracciare almeno un paio di linee guida fondamentali: un buon dialogo dovrebbe dire (al lettore, si intende) qualcosa sui personaggi che parlano, sulla relazione che li lega, sulle loro intenzioni, sul mondo che gli sta intorno; e contemporaneamente dovrebbe anche far andare avanti la storia, a piccoli o grandi passi non importa, l’importante è che proceda.

Insomma, in una maniera o nell’altra un buon dialogo deve passare informazioni al lettore. Il difficile è far sì che questo passaggio avvenga senza risultare sfacciato.

Va da sé che il dialogo non è uno strumento esclusivo di un genere più che di un altro. Non esistono il dialogo noir, il dialogo di fantascienza o quello horror. Si può però pensarne un utilizzo su misura a seconda della storia che si vuol raccontare. Per esempio, un ragionamento specifico si può fare sulle narrazioni gialle noir e affini, che sono un po’ il regno del mistero, della reticenza, della menzogna: in generale, delle informazioni nascoste.

Prendiamo «I sicari», un celebre racconto di Ernest Hemingway. A parte poche, essenziali indicazioni di messa in scena, la narrazione poggia interamente sul dialogo. Ci sono due individui, Al e Max, che entrano in una tavola calda, si siedono e vogliono ordinare da mangiare. A parte loro, nel locale ci sono il gestore, George, un avventore, Nick Adams (personaggio ricorrente nei racconti di Hemingway) e il cuoco di colore, Sam, in cucina.

Il centro dell’attenzione è tutto sui due nuovi arrivati, Al e Max. Non sappiamo chi siano e cosa vogliano. Però ne intuiamo subito la minaccia. Le loro battute di dialogo sono cariche di aggressività e strafottenza, ma allo stesso tempo danno anche l’idea di calma e assoluto controllo della situazione. Ecco quindi che Hemingway col solo utilizzo del dialogo ci dice tutto quello che dobbiamo sapere di loro, pur senza dircelo esplicitamente. Detto in altra maniera: sappiamo (o intuiamo) che Al e Max sono due criminali. E lo sappiamo per quello che dicono ancora prima che facciano effettivamente qualcosa. Qui di seguito un breve estratto, per chiarire meglio tutto quel che si è detto finora:

«Hai qualcosa da bere?» chiese Al.
«Acqua minerale, aranciata, chinotto» disse George.
«Ho detto qualcosa da bere.»
«Solo quello che ho detto.»
«Che vita in questa città!» disse l’altro.
«Com’è che si chiama?»
«Summit.»
«Mai sentita?» Al chiese all’amico.
«No» disse l’amico.
«Cosa fate, qui, la sera?» domandò Al.
«Mangiano» disse l’amico. «Vengono tutti a mangiare qui.»
«Giusto» disse George.
«Così tu lo trovi giusto?» Al chiese a George.
«Certo.»
«Tu sei un dritto, no?»
«Certo» disse George.
«Be’, ti sbagli» disse l’altro ometto. «Vero, Al?»

Adesso facciamo un rapido calcolo. Il racconto, nell’edizione Einaudi de «I quarantanove racconti», è lungo dieci pagine. Al e Max restano in scena per sette. Ce ne vogliono tre perché dicano a Nick di passare di là dal banco e lo leghino poi in cucina assieme al cuoco (la prima azione criminale vera e propria), e ce ne vogliono cinque perché dichiarino le loro intenzioni («uccideremo uno svedese»). Questo significa che nelle prime due, due pagine e mezza si limitano semplicemente a fare chiacchiere. Eppure proprio in quell’apparente nulla c’è già tutto quello che verrà dopo.
E lo svedese, chi è? Alla fine lo ammazzano oppure no? Non è importante. Quello che importa è imparare a ragionare sul dialogo, sulle sue funzioni, così da costruirne uno che sia efficace e utile ai fini del racconto che abbiamo in mente. Come? Esercitandosi, provando e riprovando.

Il corso della Bottega di narrazione «Il dialogo», condotto da Giorgia Tribuiani, inizierà il 10 marzo 2025. Le iscrizioni sono aperte. Il programma dettagliato è qui.

Come si regola la velocità di un testo? Scrivere ascoltando il battito del contemporaneo.

di Valentina Durante

(dal retroBottega di gennaio 2025 – per iscriverti, clicca qui)

Il 12 gennaio 1986 il settimanale «L’Espresso» pubblicava una conversazione a più voci sul tema «I giovani scrittori italiani». In qualità di esponenti dell’area cosiddetta «nuovi narratori» erano stati invitati Daniele Del Giudice, Roberto Pazzi, Pier Vittorio Tondelli e Antonio Tabucchi (il quale Tabucchi però teneva a puntualizzare: «siamo seri, io ho più di 40 anni…»). Angelo Guglielmi, Edoardo Sanguineti e Giorgio Manganelli figuravano a rappresentanza della stagione letteraria d’avanguardia incarnata dal Gruppo 63 «ancora al centro di polemiche», mentre Alberto Moravia era stato scelto come simbolico trait d’union, avendo egli attraversato nel suo percorso letterario «sia il ruolo di giovane talento» che quello «di grande scrittore di successo».

Trattandosi di stampa generalista, il grado di approfondimento è quello che è; non mancano tuttavia passaggi gustosi, come quando la «squadra giovani» rimprovera ai vecchi di aver «coperto la propria impotenza e aridità creativa con assurdi giochini sul linguaggio e sugli strumenti espressivi», reclamando oggi (l’oggi del 1986, s’intende) la facoltà di «credere nel piacere di scrivere e di leggere una bella storia» (Pazzi); e la squadra anziani che, se da un lato rivendica la sacrosanta rivolta condotta a suo tempo contro «una narrativa chiusa, non emotiva, moralista»(Manganelli), dall’altro rifiuta ogni obbligo di discepolato («No, guardi che non abbiamo nessuna responsabilità paterna nei suoi confronti. Lei è maggiorenne, si faccia gli affari suoi. Anzi, per piacere, ci rifiuti. Io non sono suo padre, teniamo le distanze, diamoci del lei!» – Sanguineti).

Tra un frizzo e un lazzo e mentre gli intervistatori cercano ora di ricondurre i dialoganti al punto, ora di non sedare troppo gli animi (la polemica fa sempre audience), Daniele Del Giudice se ne esce con questa considerazione semplice e verissima: «Quando io scrivo, so di farlo per un lettore che prima di tutto è uno spettatore. In me, come in tutti, novanta anni di cinema e trenta di tv hanno cambiato i tempi di percezione di una storia.»

Da quel 12 gennaio 1986 sono trascorsi quasi quarant’anni. I novant’anni di cinema sono diventati centotrenta, i trenta della tv settanta; a questi vanno ad aggiungersi una trentina d’anni di Internet e una quindicina di social media che – soprattutto questi ultimi – hanno prodotto cambiamenti la cui portata è ben evidente.

Quando si parla di narrazione, la prima misura che siamo soliti correlare al tempo è la lunghezza del testo: è ovvio che impiegherò di più a leggere duecentocinquanta pagine che a leggerne trenta. In una recensione a Twice-Told Tales di Nathaniel Hawthorne («Graham’s Magazine», Maggio, 1842), Edgar Allan Poe fa alcune utili osservazioni sul tempo di lettura. Le sintetizzo per punti:

1) Quale che sia il tipo di testo – poesia o prosa – è fondamentale «l’unità di effetto o di impressione».
2) Questa unità viene a mancare ogni qualvolta interrompiamo la lettura, dunque vanno preferite le forme letterarie la cui fruizione non superi la seduta: un’ora nel caso della poesia e fino a due ore nel caso della prosa, perché «gli interessi terreni che intervengono nelle pause modificano, annullano, o contrastano […] le impressioni prodotte dal libro.»
3) Tra le forme in prosa, il racconto è dunque «quello che offre indiscutibilmente un migliore terreno per l’esercizio del talento più elevato. [… ] Il comune romanzo presenta problemi a causa della sua lunghezza. […] Poiché non può essere letto in una seduta, si priva da sé, com’è ovvio, dell’immensa forza che gli deriva dalla totalità.»

Poe ci invita qui a riflettere sulla capacità del testo di produrre tensione, che egli non lega ad aspetti puramente intrinseci – dunque alla relazione del testo con un «lettore modello» da esso stesso creato – ma al rapporto che si instaura con il lettore empirico medio; il quale lettore ha, si presume (o presume Poe), una resistenza che non supera l’una o le due ore di concentrazione.

Qual è, oggi, la durata massima di concentrazione dell’individuo medio? Mah. Da qualche anno circola sui social la «leggenda del pesce rosso» che la stimerebbe intorno agli otto secondi: meno di quella di un Carassius auratus. Ma è appunto una leggenda. Di assodato ci sono le continue distrazioni prodotte dallo smartphone (lo controlliamo fino a cento volte al giorno) e la quantità di stimoli – visivi, sonori e testuali – da cui siamo bombardati quotidianamente e che generano un fenomeno noto come «attenzione parziale continua». Non so se esistano dati certi a riguardo, ma sospetto che le due ore di Poe siano oggi parecchio sovrastimate.

Occorre però considerare una seconda variabile, ossia la lunghezza del testo corrispondente a quelle due ore. Detto altrimenti: quante pagine misurerebbe questa famosa «seduta di lettura»?

Si dirà: dipende dal lettore. Esistono lettori più veloci e lettori più lenti. Ma non c’è dubbio che dipenda anche dal testo. Quando respinse per conto dell’editore Ollendorff il manoscritto della Recherche con la poi divenuta celebre sentenza: «Sarò forse duro di comprendonio, ma non riesco proprio a capacitarmi del fatto che un signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno», il buon Monsieur Humblot si era misuratonon con delle semplici «trenta pagine», ma con trenta pagine à la Proust, un autore che predilige un indugio insistito e spericolato.

Introduciamo dunque una seconda metrica: la lentezza o la rapidità. Di solito questa viene correlata alla capacità dei singoli segmenti di far avanzare o ritardare il procedere della narrazione, ossia al rapporto fra Tempo della storia e Tempo del racconto.

In sintesi:

– la scena, il cui strumento principe è il dialogo, è una tecnica isocrona perché la durata degli eventi narrati è uguale alla durata del tempo che serve per raccontarli;
– il sommario(quando a es. il narratore riassume diversi decenni in poche righe) è un segmento il cui tempo narrativo è minore rispetto al tempo realeperché i fatti vengono condensati;
– l’analisi, la descrizione, la digressione, l’introspezionesono tecniche che impongono un rallentamento, perché la durata degli avvenimenti viene dilatata.

Ma se poniamo in relazione solamente Tempo della storia e Tempo del racconto, finiamo per tralasciare la variabile considerata da Poe, e cioè il Tempo di lettura. Quanto tempo vi occorre, ad esempio, per leggere un dialogo di Giuseppe Pontiggia? Pigliamone uno dal romanzo La grande sera. Il contesto: un uomo scompare; amici e parenti si danno da fare per cercarlo e intanto s’interrogano sulle possibili cause della fuga:

« “[…] le cause possono essere tante.”
“Dimmene una.”
“L’età, cara. Il tempo ci inquieta.” Sorrise con un’aria confidenziale. “Si passa dall’eternità ai pochi anni che ci restano.”
“E lo scopre adesso?”
“Adesso lo vive. Prima si limitava a saperlo.”»

I dialoghi di Pontiggia sono battenti, composti per lo più da frasi brevi e dalla struttura sintattica limpida. Ma sono anche costruiti con una padronanza retorica rara e sono densi e sapienziali. Qui la costruzione è giocata su una doppia antitesi («eternità» – «pochi anni» / «vivere» – «sapere») che nel suo rendersi evidente si fa osservare, e per osservare qualcosa ci vuole del tempo. Non è un preziosismo retorico fine a sé stesso, bensì un rallentamento che obbliga il lettore a meditare sulla densità del significato: un conto è sapere che prima o poi tutti moriamo, e un conto è sentire, a un certo punto della nostra vita, che effettivamente funziona così. Sotto queste battute esili si spalanca un buco nero e per uscirne e continuare a leggere ci viene richiesto uno strappo, una volontà orientata, perché se la forma è chiarissima, oscura è la vertigine del significato che essa rende manifesto.

Sopra una frase di Pontiggia potremmo fermarci a meditare delle ore. Il punto è: ne siamo ancora capaci? E: ne avremmo materialmente il tempo?

Non sono domande retoriche ma interrogazioni vere, una presa di coscienza alla maniera di Del Giudice: gli scrittori devono rendersi consapevoli del tempo presente? Sì, no, e se sì quanto?

La narrativa contemporanea si costruisce su tempi rapidi, sull’ibridismo delle forme e sul darsi soprattutto come esperienza emotiva; quando invece «tra Otto e Novecento», osserva Gianluigi Simonetti in La letteratura circostante, essa «si era immaginata soprattutto come esperienza conoscitiva.»

Simonetti cita a riguardo una frase di Pier Vittorio Tondelli: «L’unico spazio che il testo ha per durare è quello emozionale; se dopo due pagine il lettore non avverte il crescendo, e si chiede: “Che cazzo sto a leggere?”, quello che non capisce niente mica è lui, cari miei, è lo scrittore.»

Come già Del Giudice, anche Tondelli si pone il problema della ricezione; e se lo pone – anzi, se lo poneva – in tempi in cui i lettori, l’editoria, la letteratura, il contesto culturale e massmediale non erano ancora così profondamente mutati: lo spartiacque sono stati Internet e i social.

Da lettrice, mi accorgo di accostarmi in maniera diversa a un testo contemporaneo; certe lentezze che nella letteratura del passato mi appaiono anche contestuali all’epoca (una descrizione meticolosa in un romanzo dell’Ottocento ha anche, e banalmente, la funzione di mostrare qualcosa che il lettore presumibilmente non ha mai visto), nel contemporaneo mi si presentano subito come scelte espressive. In altre parole, dalla lentezza e dalla complessità odierne – quando presenti – mi aspetto un surplus di senso (il quale surplus accade tutto nella lingua, un senso linguistico) perché esistono libri utilmente complessi e libri inutilmente complessi, e l’utilità coincide in definitiva con il fatto che, alla lettura, il testo funzioni.

Di fronte a un contesto editoriale terremotato – sempre più libri, sempre meno lettori –, oggidì si sente spesso ripetere: bisogna tornare alla scrittura; intendendo la scrittura per me, per l’autore. Se questo è un invito è al solipsismo, corretto sarebbe allora agire di conseguenza e non cercare affatto la pubblicazione, ossia non cercare un pubblico. Perché, nel momento in cui io, autrice, autore, il pubblico lo ricerco, debbo obbligatoriamente prendere atto che si tratta di un pubblico che vive e legge oggi, un pubblico contemporaneo.

Come si costruisce un dialogo che non suoni artefatto? Come si descrive un personaggio senza apparire didascalici? Quanto sintetizzare nei sommari e come gestire utilmente il montaggio? Cosa significa in un testo essere coerenti e che rapporto s’instaura fra realtà e realismo, tra fatto e fiction? Non esistono risposte univoche, perché in scrittura non esistono regole che un qualche autore non abbia in un certo punto del tempo violato, e con successo. Esistono però delle risposte contingenti e storicamente determinate, perché tutti, e a prescindere da eventuali e quanto mai legittime ambizioni di eternità, scriviamo nel tempo presente rivolgendoci a lettori che lo sono altrettanto; e descrivere un personaggio inondati come siamo da ogni sorta di sollecitazioni visive e attraverso ogni sorta di canale (di questo già si è detto), non può che richiedere modi e forme diverse da come si descriveva nel 1925 o nel 1825. O meglio: si può, ancora oggi, descrivere come si descriveva nel 1925 o nel 1825, ma l’intenzione e l’effetto saranno completamente differenti.

Il corso «Scrivere nel contemporaneo» si propone di condurre una ricognizione delle forme narrative che si sono imposte nel panorama letterario italiano a partire dalla fine degli anni Settanta e fino ai giorni nostri. Non si tratta di un corso accademico di storia o di critica della letteratura, ma di una sintetica full immersion pensata per chi scrive – dunque con un orientamento quanto mai concreto e pragmatico – allo scopo di dare una buona occhiata a quel che siamo stati nel nostro passato più recente e che siamo per tanti aspetti anche adesso.

Consta di sei incontri da tre ore ciascuno (19-21), a distanza su Zoom. Comincia giovedì 8 maggio, ma fino a venerdì 31 gennaio è possibile iscriversi usufruendo del 10% di sconto.

Per il dettaglio delle singole lezioni e le modalità di iscrizione: Scrivere nel contemporaneo.

Conoscere l’editoria

di Giulio Mozzi

(dal retroBottega di gennaio 2025 – per iscriverti, clicca qui)

Sono trent’anni che lavoro nell’editoria, ma confesso che alla semplice domanda «Come scelgono, gli editori, i libri da pubblicare?», non saprei rispondere. O, almeno, non saprei rispondere se non dicendo: «Mettetevi comodi: parlerò per qualche ora». La faccenda, infatti, è complessa.

Intanto: dire «editori», così in generale, è piuttosto vago. Le case editrici non sono tutte uguali. Uno potrebbe dire: «Eh, ma se un romanzo è bello, e magari ha anche l’aria di essere vendibile, qualunque editore vorrebbe pubblicarlo». No, non è così. Ogni editore ha un suo gusto, una sua tradizione, una sua logica; e, inoltre, ogni editore è più o meno strettamente legato a un pubblico che da quell’editore si aspetta un certo tipo di romanzi, un certo tipo di letteratura. E non è detto che l’editore X, benché bravo e bene organizzato e convinto del valore di una certa opera, possa pubblicarla con fortuna.

Faccio qualche esempio facile. Il signore degli anelli, di J.R.R. Tolkien è uno dei romanzi più importanti e più influenti del Novecento. Il primo editore a pubblicarlo in Italia fu Ubaldini-Astrolabio, ben noto i suoi libri di filosofia soprattutto orientale, di psicologia e di psicoanalisi. Ubaldini pubblicò La compagnia dell’anello, prima parte dell’opera, e non ne vendette una copia che fosse una. Tanto che, anni dopo, cedette i diritti di pubblicazione, per una somma simbolica, a Rusconi: che invece lo pubblicò con molta fortuna (poi il catalogo Rusconi fu assorbito da Bompiani, eccetera eccetera).

Semplicemente, Tolkien nel catalogo di Ubaldini ci stava come i cavoli a merenda. In quello di Rusconi, invece, stava benissimo. I lettori di libri Ubaldini difronte a Tolkien dicevano: «Mah! Cosa sarà mai ’sta roba?»; i lettori di Rusconi, invece, ci si capofittarono.

Oppure: Philip Roth e Milan Kundera sono due veri giganti del Novecento. Eppure, in Italia, finché lo pubblicava Bompiani Roth non riuscì a diventare quella «lettura obbligatoria» che diventò poi quando cominciò a pubblicarlo Einaudi. Similmente, Kundera era pubblicato in Italia da Rizzoli, ma diventò un autore davvero famoso, addirittura di culto, solo quando lo pubblicò Adelphi. Nei mesi scorsi Adelphi ha acquisito i diritti per tutta l’opera di Philip Roth: chissà se riuscirà a trovargli un nuovo, ulteriore pubblico, o a proporre di lui un’immagine diversa.

Insomma: una bella casa è una bella casa, ma a noi, quando scegliamo dove abitare, non importa solo che la casa sia bella: importa che sia adatta a noi. Ludovico Ariosto (quello dell’Orlando furioso), quando comperò casa a Ferrara, fece mettere sulla facciata quest’iscrizione: «Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida: parta meo sed tamen aere domus»: questa casa è piccola, ma è adatta a me, non è gravata da ipoteche, ed è tutt’altro che indecorosa; e l’ho comperata con i miei propri soldi.

Anche un libro deve trovare una casa adatta a lui.

Chi abbia scritto qualcosa, mettiamo un romanzo, e abbia il legittimo desiderio di pubblicarla, può essere soggetto alla tentazione di proporla indistintamente a chiunque. Ci sono i grandi editori, quelli che tutti sanno; ci sono i piccoli editori di moda o di prestigio; ci sono gli editori meno noti, ma magari seri; eccetera. «Lo mando a tutti! A qualcuno piacerà…». Ecco, no. Così non si fa.

Intanto, se si decide di mandare a tutti non si ha la possibilità materiale di informarsi bene, di capire a chi – dentro ciascuna casa editrice – rivolgersi; e tantomeno si può seguire poi davvero bene l’avventura del proprio dattiloscritto dentro dieci, venti, trenta case editrici. Nei giorni scorso ho ricevuto un romanzo in allegato a un’email che recava, ben visibili, altri quarantotto indirizzi: c’era di tutto, da case editrici nobilissime a altre strampalate – fino a certe veramente infami, di quelle che esistono solo per spillare soldi agli autori ingenui. Ecco: fare queste cose significa non avere le idee chiare, e per di più farlo sapere a tutti.

Ma come si fa a sapere qual è la «linea», come si usa dire, dei diversi editori? Un sistema molto semplice è: andare in libreria. Andare in libreria, guardare, curiosare, leggere un po’ di titoli, di quarte di copertina, di prime o di ultime pagine. Almeno per gli editori maggiori – quelli che sono più presenti nelle librerie – ci si può fare un’idea facilmente. Se si ha la fortuna di avere sottomano una libreria che dà un certo spazio anche all’editoria indipendente – e ce n’è tante, per fortuna, in Italia – allora anche su editori più piccoli si possono raccogliere informazioni.

Poi: ci sono i giornali. D’accordo, si dice che oggi non li legge più nessuno. Ma non è vero. I supplementi del sabato o della domenica («Tuttolibri», «Robinson», «La lettura», «Il Domenicale») sono utilissimi. Questi supplementi, se proprio siete tirchi, o se dalle vostre parti non ci sono edicole, si possono consultare con comodo attraverso l’iscrizione a una biblioteca che sia connessa a Mlol (Media Library On Line, il maggior servizio di prestito di libri e giornali e riviste in formato digitale).

Infine: negli ultimi vent’anni l’informazione sull’editoria è dilagata nella rete. Si trova di tutto e di più. Magari può essere un po’ noioso distinguere tra l’informazione più seria e quella più dilettantesca; ma via, la prima differenza tra una buona fonte e una cattiva fonte è, in generale, la qualità della scrittura. Un articolo scritto male è poco affidabile; uno scritto bene, è affidabile. YouTube è ricchissima di interviste a editor, scrittori, redattori, editori. Basta un po’ di pazienza.

Infine, può essere utile leggersi un qualche libro di storia dell’editoria, o il rapporto annuale dell’Aie (Associazione italiana editori): tanto per avere uno sfondo sul quale collocare le informazioni che via via raccogliamo.

E, per concludere: potreste anche decidere di seguire il ciclo di incontri Il mondo editoriale, organizzato dalla Bottega di narrazione. Nel corso del quale potrete sentire la voce di storici dell’editoria come Bruno Pischedda (che parlerà delle prospettive dell’editoria in questo ancora nuovo millennio) e Anna Ferrando (autrice di un bel libro sui primi anni di Adelphi); di editori piccoli, medi e grandi (Giovanni Turi di Terrarossa, Claudio Ceciarelli di e/o, Laura Cerutti di Feltrinelli); di agenti editoriali di pregio e fama come Loredana Rotundo e Rita Vivian.

Scrivere in versi – Secondo livello

di Giovanna Frene

(dal retroBottega di dicembre 2024 – per iscriverti, clicca qui)

Il corso Scrivere in versi – Secondo livello, condotto da Giovanna Frene (finalista quest’anno al Premio Strega Poesia con “Eredità ed Estinzione”, Donzelli 2024), si pone un duplice obiettivo: da un lato quello di acquisire una capacità di lettura profonda e competente dei testi della poesia contemporanea, dall’altro quello di imparare a scrivere e valutare con occhio critico la propria poesia.

Perché scrivere ancora poesia? Anche quando, come oggi, la poesia sembra avere perso il suo smalto e la sua potenza nel mondo, le parole dello scrittore e poeta americano Ben Lerner sono una bussola per capire l’inesauribile forza di questa forma d’arte: «Molta più gente si trova d’accordo sul fatto di odiare la poesia di quanta concordi nel definire che cos’è. Neanche a me piace, eppure ho fatto in modo che gran parte della mia vita ci ruotasse intorno, ma questa non la vivo come una contraddizione perché la poesia e l’odio della poesia per me – e forse per voi – sono inestricabili».

Partendo da questo paradosso di un amore-odio per la poesia, quest’anno il focus del corso ruota attorno a due importanti poeti del Secondo Novecento, Andrea Zanzotto e Edoardo Sanguineti, attraverso l’analisi capillare di due tra le loro opere più significative, pubblicate nello stesso anno, il 1978, ossia Il galateo in bosco di Zanzotto e Postkarten di Sanguineti, due libri famosi perché rappresentano in modo chiaro i paradigmi della scrittura poetica dei due autori.

Per scrivere bene poesie bisogna sapere leggere bene le poesie: attraverso l’analisi testuale dei singoli testi e del macro-testo de Il galateo in bosco e Postkarten – analisi che chiamerà in causa anche i corsisti, con le loro suggestioni – e la scrittura imitativa a vari livelli (formale e contenutistico), i corsisti saranno avranno costruito un bagaglio utile anche per la loro propria scrittura. Inoltre, parte del corso sarà dedicata in maniera continuativa all’editing di poesie o di libri di poesia già esistenti, ponendo particolare attenzione alla struttura macro-testuale. Nel caso di libri particolarmente meritevoli, vi sarà possibilità di uno sbocco editoriale.

Per tutte le info sul corso, che si terrà da febbraio ad aprile 2024, cliccare qui.

Il punto di vista in “Mattino e sera” di Jon Fosse

di Claudia Grendene

(dal retroBottega di novembre 2024 – per iscriverti, clicca qui)

Le domande che più di frequente mi vengono poste durante i corsi sulla gestione del punto di vista nella narrazione sono: quanti punti di vista posso usare? Mi conviene usare uno o più punti di vista?

Come per tutti gli altri aspetti della narrazione a quesiti di questo genere non c’è una risposta o, per meglio dire, non c’è un’unica risposta.

È sempre imbarazzante, e tuttavia inevitabile, reagire usando il sempreverde: “dipende”.

Certi filosofi di stampo idealista, ma non solo, ci hanno insegnato come il nostro sguardo produca la realtà nel modo in cui la percepiamo. Successivamente, anche i fisici quantistici ci hanno spiegato che il processo di osservazione agisce e influenza le microparticelle osservate. Così avviene nei romanzi: la scelta del punto di vista, o dei punti di vista, genera la “realtà” di una narrazione e la determina in ogni suo aspetto: voce, prospettiva, visione del mondo, struttura dell’opera.

Quello su cui dobbiamo quindi interrogarci, in prima istanza, è: quale tipo di realtà voglio rappresentare nel mio romanzo? Una realtà stabile, instabile, realistica, fantastica, unica, molteplice, terrena, ultraterrena? E perché dovrei scegliere quella determinata realtà e non un’altra per questa specifica storia?

Per una migliore comprensione non c’è metodo migliore che analizzare come è stato gestito il punto di vista nelle opere che leggiamo e cercare di comprendere il nesso tra questo e il risultato ottenuto. Nel breve esercizio che segue mi propongo di esaminare l’utilizzo del punto di vista nel romanzo Mattino e sera del premio Nobel per la letteratura Jon Fosse.

Attenzione: l’esercizio rivela qualcosa di importante della trama. I corsivi negli estratti dal testo sono inseriti a solo scopo didattico.

Mattino e sera è un romanzo molto breve (o racconto lungo) che narra una storia semplice: la nascita e la morte del protagonista Johannes, un pescatore in un villaggio sperduto nella Norvegia.

In quest’opera troviamo una macro-gestione del punto di vista con la scelta di due focus principali e, all’interno di ognuno di questi, una micro-gestione attraverso lo scivolamento temporaneo, per brevi e specifici passaggi di testo, in punti di vista secondari.

I due punti di vista principali sono quello di Olai, il padre di Johannes, che è l’occhio che assiste alla venuta al mondo del protagonista, e quello di Johannes stesso ormai anziano.

La scelta delle due focalizzazioni principali dà origine alla struttura della narrazione che si articola, appunto, in due parti: la prima (la nascita, il mattino della vita), la seconda (la morte, la sera).

Prima parte

In questo capitolo, come già detto, va in scena la nascita del protagonista, sotto lo sguardo del padre Olai. L’occhio del padre, nell’economia del romanzo, assolve a due funzioni precise. La prima è quella di fornire dei dati di contesto riguardo al mondo entro il quale Johannes si trova a nascere. La seconda è rappresentare la condizione umana, per la quale la consapevolezza del momento della nostra nascita dipende sempre da uno sguardo esterno a quello del “nascente”.

«questo mondo è governato da un dio minore o dal male stesso, ma non del tutto, perché comunque il buon Dio, pensa Olai mentre è seduto al suo posto all’estremità del tavolo della cucina con la testa tra le mani, no, il buon Dio era arrivato fino a lui, finora, è sempre andato tutto bene e lui amava così tanto sua moglie e sua figlia Magda e non poteva proprio lamentarsi, sì, fino a quando avevano Magda non dovevano lagnarsi del proprio destino ma piuttosto lodare il Signore Iddio perché avevano avuto lei

«ma poi la pancia di Marta aveva cominciato a crescere e così aveva capito che adesso il Signore Iddio aveva concesso loro un altro figlio e quando non c’era più nessun dubbio, avevano ringraziato il Signore Iddio perché li aveva benedetti con un altro bambino e questa volta era un maschio, adesso sarebbe nato il piccolo Johannes, Olai ne era sicuro, e adesso era arrivato il giorno, era arrivata l’ora, e la cosa andava per le lunghe, pensò Olai mentre se ne stava seduto all’estremità del tavolo della cucina con la testa tra le mani»

«verrà alla luce in questo mondo freddo dove sarà solo, separato da Marta, separato da tutti gli altri, sarà solo sempre solo e poi, quando verrà il momento, quando sarà la sua ora, si dissolverà e si trasformerà in nulla e ritornerà là da dove viene, dal nulla al nulla, questo è il corso della vita, per esseri umani, animali, uccelli, pesci, case, recipienti, per tutto quello che esiste, sì, pensa Olai, e poi c’è ancora molto di più, pensa […] il cielo blu, gli alberi a cui spuntano le foglie, il Verbo com’era in principio, come dicono le Scritture, e fa sì che uno capisca, sia nel profondo sia in modo faceto, che cosa è questo altro? già, chi può dirlo? perché sarà lo spirito di Dio presente in ogni cosa a rendere tutto più di un nulla, a trasformarlo in significato e colori […] anche la parola e lo spirito di Dio esistono in tutto, è così, sì, ne è sicuro Olai, ma che sia presente anche la volontà operante di Satana, anche di questo ne è convinto»

Dall’analisi del primo capitolo desumiamo quindi alcuni dati fondamentali. Johannes sta per nascere in una famiglia credente, secondo la quale il mondo è basato su due principi, uno che governa il male, Satana, e uno che governa il bene, il buon Dio. Questo dato, che ci viene trasmesso attraverso i pensieri di Olai, è un presupposto fondamentale affinché tutta la seconda parte del romanzo regga in modo coerente, come avremo modo di comprendere a breve.

Il focus di Olai è rintracciabile nel testo nella ripetizione del verbo pensa; quasi assente, invece, vede in questa prima parte di narrazione. Infatti, Olai è in una stanza diversa da quella dove la moglie Marta sta partorendo, e tutta l’attesa è resa dai suoi vorticosi pensieri. In un passaggio apprendiamo, inoltre, che la madre di Olai è morta di parto, e questo rappresenta un ulteriore motivo di apprensione per il giovane padre, nonché – simbolicamente – mette in scena un momento in cui nascita e morte si toccano. Sul punto di vista principale si innesta un breve slittamento di visuale quando Johannes passa attraverso il canale del parto per uscire nel mondo; in questo punto il focus si sposta sul nascente. Da notare come qui il linguaggio si destrutturi, la voce narrante cambi, si spezzi, si scomponga in vocalizzi, aderendo così alla condizione pre linguistica di un neonato. Si tratta di un segmento testuale che ha l’estensione di due cartelle circa, dopodiché si ritorna al punto di vista principale, Olai.

«e tutta questa pressione sulla testa del piccolo e il buio non è più rosso e morbido e tutti i suoni e quel battere regolare a a ta ta a a a ta a poi a così a a a il fruscio il mormorio a il vecchio fiume e il cullare i a a i a l’acqua i a e poi a tutto sì ss ss a ss uniforme ss e le voci e poi questi suoni terribili e la pressione a a a a e questo freddo la scissione a a […] e le dita o a si contrag i a gono a e tutto a a l’acqua a a tranquilla a a o e il duro brontolio e le voci a a a una a a sì a e poi la luce i a che arriva da laggiù tutto è da un’altra parte a a e non è più presente un gorgoglio e poi un suono e qualcuno lo espelle come dentro le mani e le dita […] e poi calma calma e movimenti tranquilli e il panno morbido e il biancore»

Seconda parte

Tutta la seconda parte del romanzo è lo svolgimento di una giornata, da mattina a sera, di Johannes ormai anziano. È suo il punto di vista principale in questo lasso temporale. Johannes si alza, non ha voglia di tirarsi fuori dal letto, ma quando si mette in piedi si sente più leggero. Le gambe sono leggere. Scende per la colazione e tutto sembra uguale, ma diverso: la luce, il nitore degli oggetti. Le cose appaiono più vicine e allo stesso tempo più lontane. Ci accorgiamo presto che non si tratta di una giornata come le altre, e che lo sguardo di Johannes è mutato e la realtà stessa presenta delle anomalie. Johannes non sente nessun dolore e non avverte nemmeno la fame o il freddo. Fa colazione, ma è come se niente avesse gusto, non c’è sapore buono né cattivo. Mentre Johannes procede nella sua giornata, la barca, la pesca, l’incontro con l’amico Peter (in realtà già morto), il lettore comprende che stiamo leggendo la storia dal punto di vista di un inconsapevole defunto. Il lettore sa che Johannes è morto, Johannes, invece, lo ignora.

«e Johannes nota che c’è qualcosa di diverso anche in esse e chiude gli occhi, che cosa è successo? perché tutto quello che vede è come mutato, adesso guarda le rimesse delle barche, e anche loro sono pesanti e al tempo stesso così stranamente leggere, ma che cosa gli sta succedendo?»

Sei sempre stato un uomo degno di questo nome, Johannes, dice Peter

«e Johannes si ferma di colpo e guarda giù verso il bagnasciuga, fissa proprio il punto dove c’era Peter con indosso la sua tuta da lavoro vecchia e logora e Johannes raggiunge velocemente la battigia e non si sente forse l’odore della pipa di Peter? Ma dov’è Peter? […] ma adesso che fine ha fatto Peter? dove diavolo era finito? pensa Johannes e non capisce «Johannes di colpo sussulta perché non è Peter quello in piedi davanti a lui, vivo e vegeto, ma Peter non è morto? non è morto da molto tempo?»

Dovrà arrivare la sera, quando Johannes si dirigerà verso casa, dopo l’uscita in mare con Peter, e la sua visione dovrà letteralmente attraversare quella altrui, affinché il nostro protagonista si renda conto di non essere più in vita. Lo scivolamento nei punti di vista secondari, in questa seconda parte, avviene in due passaggi precisi: in primo luogo quando Johannes incontra la figlia Signe, che corre verso la casa del padre, allertata dai vicini che non lo hanno visto uscire quel giorno, e nel tentativo di abbracciarla le passa attraverso il corpo. In secondo luogo, durante un dialogo finale con Peter.

«Signe, Signe non mi vedi? urla Johannes e Signe va verso di lui ed entra dentro di lui, e Signe lo attraversa e lui nota il suo calore, ma lei attraversa del tutto, dritto attraverso di lui, pensa Johannes, o Signe pensa che questo, no questo, qualcosa è andato contro di lei, l’ha visto così chiaramente e ha cercato di spostarsi, di allontanarsi ma non è servito a niente, è venuto lo stesso dritto verso di lei e poi, e poi lei è stata costretta a camminare ed attraversare questa cosa ed era così fredda, ma non faceva assolutamente male, era solo fredda e impotente, ed era una cosa terribile, non la deve dire a nessuno perché penserebbero che sia impazzita, pensa Signe»

            «Sei morto stamattina presto, dice [Peter]

E dal momento che io ero il tuo migliore amico, sono stato mandato a prenderti, dice

Ma perché abbiamo pescato i granchi? dice Johannes

Dovevi disabituarti alla vita, qualcosa dovevamo pur fare

Allora è così? dice Johannes

È così, dice Peter»

Concludiamo l’esercizio mettendo insieme tutti i punti di vista presi in considerazione, cercando di evidenziare le diverse funzioni.

Il punto di vista di Olai è necessario a dare testimonianza della nascita fisica del protagonista e a definire il mondo entro cui Johannes vivrà, un mondo retto da Dio e che prevede dunque una vita dopo la morte (presupposto che regge la seconda parte); la focalizzazione sul protagonista è centrale e la sua funzione risulta evidente; il passaggio brevissimo nella mente della figlia Signe ha una funzione speculare al focus su Olai durante la nascita, e cioè testimoniare la morte fisica di Johannes: sarà Signe, infatti, a trovare il corpo del padre nel letto; il dialogo con Peter è funzionale a restituire al protagonista la consapevolezza del passaggio ad una vita ultraterrena, per la quale serve, appunto, lo sguardo di un defunto.

I due punti di vista principali, lo ricordiamo, definiscono la struttura bipartita (mattino/sera) del romanzo. Tutti i punti di vista messi insieme, infine, restituiscono il senso ultimo di questo racconto: ci sono due momenti fondamentali nella vita dell’uomo, la nascita e la morte, e sono due passaggi per i quali la nostra consapevolezza passa attraverso lo sguardo altrui, delle persone che ci stanno vicine, vive o morte.

Tornando quindi alla domanda: quanti punti di vista utilizzare nel mio romanzo?

La risposta più sensata è: quanti ne servono per rappresentare la realtà della tua storia a patto che ognuno di essi abbia una precisa funzione nel testo.

Mattino e sera, Jon Fosse, La nave di Teseo, 2019.

La funzione degli oggetti nello sviluppo di una trama

di Massimo Cassani

(dal retroBottega di ottobre 2024 – per iscriverti, clicca qui)

Nella costruzione di una trama – e per la precisione proprio in particolari suoi snodi – può risultare efficace ragionare sugli oggetti da inserire in una scena, simbolici o funzionali che siano.

Si dice spesso – e con un fondamento di verità – che tutto quanto compare nel perimetro di un romanzo debba avere un significato. Nella costruzione di una messa in scena, dunque, il ragionamento narrativo da compiere non dovrebbe essere soltanto di tipo estetico («metto quel particolare divano perché è bello e sta bene»), ma basarsi anche su considerazioni che offrano “ganci” allo sviluppo della storia («come potrà quel particolare divano essere “usato” ovvero quale significato simbolico potrà veicolare?»)

Troviamo un esempio efficace ne Il cuore nero di Paris Trout di Pete Dexter (Einaudi Stile Libero, 2005).

In estrema sintesi, la storia.

Nell’America razzista fra gli anni Quaranta e Cinquanta, Paris Trout è un rispettabile commerciante della piccola cittadina di Cotton Point. Trout è bianco, benestante, sposato con Hanna, ruvido e pure alquanto incazzoso se qualcuno tocca i suoi interessi. E infatti – nella convizione di doversi far giustizia da sè per aver subito un torto – uccide una innocente quattordicenne di colore.

La scena che ci interessa arriva proprio dopo il femminicidio. In questa scena – la divideremo in “quadri” per esigenze di chiarezza – sono inclusi tre personaggi (Paris Trout, la moglie Hanna e Segraves, l’avvocato dell’uomo) e due oggetti, uno di tipo simbolico (un’arma da fuoco), l’altro di tipo funzionale (una bottiglia d’acqua minerale).

Primo quadro.

In questo quadro vediamo Trout seduto alla scrivania del suo ufficio (siamo nel retrobottega del negozio) che viene raggiunto dall’avvocato Segraves. Sulla scrivania, in posizione marginale, è poggiata una bottiglia d’acqua minerale.

Secondo quadro.

L’avvocato Segraves appoggia una matita vicino alla bottiglia d’acqua minerale (ancora la bottiglia, ma in posizione meno marginale).

Terzo quadro.

Trout prende dal cassetto una Colt automatica (è l’arma con la quale ha ucciso la ragazzina) e l’appoggia sulla scrivania, con la canna rivolta verso la bottiglia d’acqua minerale (attenzione al simbolismo, la canna dell’arma sembra indicare – e non a caso – la bottiglia).

Quarto quadro.

L’avvocato se n’è andato e sulla scena ora c’è la moglie di Trout, Hanna. L’uomo sbatte la Colt sul piano della scrivania, l’arma urta la bottiglia che cade a terra, senza rompersi. I rapporti fra i due sono molto tesi, la donna ha appena chiesto la restituzione di una somma di denaro. Trout chiede a Hanna di andare in negozio a prendere una nuova bottiglia d’acqua minerale e quando la donna torna, il marito la aggredisce e la brutalizza con la bottiglia. Questa violenza unita al femminicidio perpetrato dal marito, spingeranno la donna ad andarsene da casa.

Stop.

Poniamoci per un attimo dalla parte dell’autore nel momento della fase creativa. Qual era l’obiettivo che l’autore voleva raggiungere? Prima evidenza: creare una scena drammatica, una scena di non ritorno nei rapporti fra Trout e Hanna e dunque sceglie questa scena raccapricciante che motivi lo sviluppo della storia in questo senso. Seconda evidenza: gli oggetti inclusi nella scena di questa situazione di non ritorno non hanno alcuna funzione, per così dire, decorativa ma anzi, come si è visto, giocano un ruolo fondamentale. La Colt (che già ha ucciso) sembra addirittura “parlare”, rivolta com’è verso la bottiglia. Come dire: arma d’offesa l’una, potenziale arma d’offesa l’altra (la bottiglia). La bottiglia (urtata non a caso proprio dall’arma) cade dalla scrivania, motivando in questo modo la richiesta (l’ordine) di Trout a Hanna di andare in negozio a prenderne un’altra e creando in questo modo un movimento sulla scena che assecondi come regia, in seconda battuta, l’aggressione.

Per concludere, possiamo riprendere l’assunto iniziale. Nella costruzione di una messa in scena, è sempre utile ragionare narrativamente su come far “agire” gli oggetti che selezioniamo, perché questi stessi oggetti potrebbero aiutarci a condurci (ovvero: a condurre i nostri personaggi) là dove vogliamo, ossia nella direzione che la storia dovrebbe o potrebbe assumere.

Un’ultima considerazione, non secondaria. Può capitare – e capita spesso – di costruire una scena includendo oggetti che coerentemente lì devono stare: una libreria carica di volumi nello studio di un letterato, ad esempio, o dipinti di pregio nella dimora di un amante dell’arte, o ancora mobili dozzinali nel tinello di una famiglia poco abbiente e via elencando; e solo in un secondo momento, avendo l’esigenza di portare avanti la nostra narrazione, ragionare su come far attivare questi oggetti secondo lo sviluppo desiderato. In quegli ambienti immaginati non è da escludere che potremmo trovare qualche utile sorpresa…

Per approfondimenti

Corso: Il ragionare narrativo. La trama, dall’idea allo sviluppo, con Massimo Cassani e Edoardo Zambelli. Bottega di narrazione.

M.Cassani, La trama. Come inventarla, come svilupparla (Laurana, 2018, collana Bottega di narrazione)

Mio figlio voleva sapere tutto sui topi, o: sulla qualità umana dei nostri testi

di Valentina Durante

(dal retroBottega di ottobre 2024 – per iscriverti, clicca qui)

Quando mio figlio era piccolo, facevamo lunghe passeggiate. Percorrevamo le vie pedonali o i sentieri sterrati di Montebelluna – la città dove entrambi siamo nati e viviamo –, e io, come tutte le madri (e, suppongo, anche i padri), nel camminare gli parlavo, o in alternativa gli raccontavo delle storie. Ero partita con le fiabe della tradizione e della mia stessa infanzia – Hansel e Gretel, Il lupo e i sette capretti, I vestiti nuovi dell’imperatore…–, ma, accortami che l’elemento magico riscuoteva scarso successo e pungolava domande che poi mettevano in crisi me («Ma è successo davvero, mamma?» «Beh, no.» «E allora cos’è successo davvero?»), ero passata a riassumergli le trame di alcuni romanzi «da grandi», in cui il patto narrativo era di impianto più realistico.

Un giorno, gli raccontai La peste di Albert Camus.

Gli raccontai della cittadina di Orano, della quale mi preoccupai di specificare reale esistenza ed esatta locazione (nella fu Algeria francese): una città, gli dissi, senza alberi e senza giardini, dove d’estate faceva talmente caldo da non poterci quasi camminare e in autunno pioveva così tanto (ma così tanto), che le strade si riempivano di fiumi di fango e non ci si poteva camminare lo stesso. Gli raccontai dell’improvvisa moria di topi che venivano ritrovati stecchiti a ogni angolo di via, e di come da questa prima pestilenza ne originasse un’altra ben più temibile, una malattia che contagiava e uccideva – stavolta – gli uomini. Dopo questa contestualizzazione condita di quel grandguignol accettabile per un piccolo di cinque anni (che proprio del grandguignol però si esaltava) passai a introdurre Rieux, Castel, Tarrou e Padre Paneloux: sui quali molto contavo di soffermarmi perché erano loro i personaggi, loro gli eroi che avrebbero mandato avanti la storia dandovi un senso di impellenza narrativa e favorendo l’immedesimazione.

Al che, mio figlio mi fermò. Fece una pausa brevissima e disse: «Ma quanti topi vivevano nella città, mamma? Che numero preciso?»

Il numero esatto di topi residenti a Orano all’inizio dell’epidemia di peste: credo di non essermelo mai chiesto. Credo che lo stesso Camus non se lo fosse mai chiesto, tanto più che sarebbe stato un censimento invero singolare da farsi anche solo in immaginazione. Eppure, mio figlio (il quale – va detto per dovere di completezza – ha sempre mostrato interessi più matematico-scientifici che umanistico-letterari) aveva decretato quel numero indispensabile per immergersi efficacemente nella storia trovandola credibile.

Questo fatterello ci mostra due cose.

Uno: a determinare la qualità illusionistica di un testo – ossia la forza che contribuisce ad attirarci e a mantenerci all’interno del perimetro della narrazione – è anche il concorso del lettore; lettore le cui esigenze variano empiricamente da individuo a individuo, e nella lista di questi individui empirici va inserito l’autore stesso nel suo essere, in fondo, anche un lettore (e, sperabilmente, ri-lettore) della sua propria opera. Quante volte vi è capitato di recepire le impressioni a un vostro manoscritto sbalordendo per quanto queste non combaciavano – in poco o anche in molto – con quanto voi avevate inteso dire?

Due: che nel valutare la qualità illusionistica di un testo, particolare attenzione viene destinata al modo in cui sono costruiti i  personaggi, ossia quelle entità umane o antropomorfe dotate di una fisicità, ma anche di pensieri, convincimenti, desideri, emozioni e di una specifica visione del mondo. E non vi sembri strano che al momento di reperire e catalogare mentalmente questi personaggi a un cinquenne importi più dei topi (i quali – come correttamente mio figlio aveva osservato – a Orano «vivevano»), che non di quattro adulti: due medici, il figlio di un diplomatico e un padre gesuita.

Nel suo discendere per linea genealogicamente diretta dalla narratologia, la didattica della scrittura creativa ha mostrato spesso un certo disagio a parlare del personaggio come di un qualcuno che è. Ha preferito piuttosto vederlo come un qualcosa che fa: una funzione testuale condannata ad agire visibilmente all’interno di un sistema. «Show, don’t tell!»: quante volte non ve lo siete sentiti ripetere?

In Introduzione all’analisi strutturale dei racconti, saggio pubblicato nel numero 8 della rivista francese «Communications» (1966) che inaugura la stagione dello strutturalismo francese, Roland Barthes lo dichiara senza mezzi termini: «Fin dalla sua apparizione l’analisi strutturale ha avuto la più grande ripugnanza a trattare il personaggio come un’essenza, anche soltanto per classificarlo.»

Gérard Genette i personaggi li definì «pseudo-oggetti» o – a voler proprio concedere loro lo statuto di esseri viventi (e prendendo a prestito un’espressione di Paul Valéry) – «senza viscere». Alain Robbe-Grillet addirittura il personaggio lo mummificava: «È una mummia ora, ma che troneggia sempre con la stessa maestà – quantunque fittizia – in mezzo ai valori che venera la critica tradizionale.» Un residuato archeologico, insomma, (in)celebrato in un saggio che porta come titolo il programmatico: Di alcune nozioni scadute.

Personalmente, sono diversi i motivi che possono spingermi a leggere o viceversa abbandonare un romanzo; su tutti, però, si staglia la certezza (o almeno una plausibile fiducia) sul fatto che quella che sto attraversando pagina dopo pagina è un’esperienza umana meritevole del mio tempo e della mia attenzione. Questa qualità filosofica della narrazione che tramite il particolare sa parlarci dell’universale sono soprattutto i personaggi a consegnarcela, e sono talmente efficienti nel farlo che – a dispetto della gabbia di funzione meramente testuale e «attanziale» che certa critica ha assegnato loro – pirandellicamente loro se ne infischiano; si ribellano non disdegnando, se del caso, di sfondare a suon di spallate la parete che divide realtà e finzione per andarsene a spasso per il mondo, talvolta più veri di una persona vera.

Così non fosse, Ernest Pinard, l’avvocato che allestì la sua requisitoria contro Madame Bovary per offesa contro la morale pubblica e la religione, mai avrebbe potuto tuonare contro Emma Roualt parlandone in sede d’accusa come se la poveretta fosse stata una creatura in carne e ossa (piccola indiscrezione pruriginosa: anni dopo, Flaubert apprenderà con gran gusto che il moralista e fustigatore Pinard era un autore di versi osceni); né mio figlio cinquenne avrebbe potuto informarsi con tanto zelo sul numero preciso di topi accasati a Orano: un’informazione per nulla necessaria a comprendere il proseguo della storia, ma già collocata da lui in un «altrove» rispetto al testo, in un mondo che in definitiva era già e per forza quello nostro, quello reale, nel quale di un’entità si possono benissimo acquisire elementi altri alla maniera in cui si lurka nei profili Facebook altrui, perché appunto detta entità esiste.

Sono quegli esseri di carta, proprio quegli individui «disossati» che anche a distanza di anni, o di decenni, ci rimangono conficcati nella memoria. De La peste di Camus, io mai potrò dimenticare la figura tragica e umanissima di Padre Paneloux, il quale dopo aver accolto l’epidemia come un necessario castigo divino, di fronte a un ragazzo morto («Questo qui, almeno, era innocente, lei lo sa bene!» gli grida addosso Rieux), si accorge di aver finalmente capito che cos’è la grazia: ed è una cosa che lui non ha, che non può avere – lui, un religioso, un ministro di Dio – una qualità dell’animo (della fede) nel suo caso disperatamente inattingibile.

Intendiamoci: leggo con grandissimo godimento le opere di Robbe-Grillet; mi procura un piacere sincero quella scrittura scopica, analitica, minuziosa e spietatamente letterale, e torno con regolarità a Istantanee, ossia il testo in cui queste scelte formali raggiungono la loro realizzazione più esatta e più pura. Allo stesso tempo, non posso dire di non capire Annie Ernaux quando ne Gli anni scrive: «Scoprivamo Butor, Robbe-Grillet, Sollers, Sarraute, desideravamo farci piacere il nuoveau roman ma non trovavamo abbastanza risorse che ci aiutassero a vivere.»

È quel che chiediamo a questa cosa meravigliosamente inutile che è la letteratura: risorse che ci aiutino a vivere. Il che non significa scorciatoie, non significa consolazioni a poco prezzo, ma il sentirci potenziati (per quanto anche dolorosamente, soprattutto perché dolorosamente dunque onestamente) in questa nostra il più delle volte incomprensibile esperienza di vita. Ecco: dovessi riassumere in una sola frase quel che faremo nelle otto lezioni del corso La costruzione del personaggio, direi: ci prenderemo cura della qualità umana dei nostri testi; che è poi tutto ciò che veramente occorre.

Essere abitati da una storia: Poco a me stesso di Alessandro Zaccuri

di Edoardo Zambelli

(dal retroBottega di settembre 2024 – per iscriverti, clicca qui)

«Non riesco più a ritrovare il quaderno nel quale per la prima volta, alla metà degli anni Novanta, ho provato a immaginare la storia di Evaristo Tirinnanzi. Già allora il personaggio si chiamava così, ed era il figlio che Giulia Beccaria aveva sì partorito a Milano il 7 marzo 1785, ma che nella mia ipotesi di racconto non aveva riconosciuto come legittimo».

Così scrive Alessandro Zaccuri nella nota finale al suo Poco a me stesso, romanzo pubblicato dall’editore Marsilio nel gennaio del 2022. L’Evaristo Tirinnanzi di cui si dice altri non è che Alessandro Manzoni. Non Manzoni come è stato, però, ma Manzoni come avrebbe potuto essere se sua madre, Giulia Beccaria, non l’avesse riconosciuto come figlio suo. Il romanzo – di cui, è bene dirlo, il Tirinnanzi non è protagonista – racconta dell’arrivo a palazzo Beccaria del barone di Cerclefleury, supposto discepolo di Anton Mesmer, e del trambusto che questo arrivo porta in chi il palazzo lo abita e lo frequenta. Della trama non serve dire altro, il romanzo (splendido) è lì, chi ha voglia può leggerlo e scoprirne segreti e meraviglie.

Quel che è interessante rilevare, tornando alla citazione in apertura, è la datazione – vaga, certo, ma comunque lontana – del primo manifestarsi del personaggio di Evaristo Tirinnanzi nell’immaginazione dell’autore: metà anni Novanta. Ciò vuol dire che dall’idea iniziale al romanzo compiuto sono passati almeno venticinque anni, anno più anno meno. Anni spesi a cercare di dar risposta a una domanda: se non avesse avuto la vita che avuto, chi sarebbe stato Alessandro Manzoni? La riposta dell’autore, fin dal principio, è: sarebbe stato Evaristo Tirinnanzi.

Un personaggio è sicuramente un buon punto di partenza. Anzi, è un punto di partenza, buono o no non importa. Quel che importa, invece, è che un personaggio non basta a fare un romanzo.

Più avanti nella nota, Zaccuri scrive:

«Per un quarto di secolo – mentre diventavo padre e i miei figli diventavano adulti, mentre mio padre moriva e io scrivevo altri libri – il Manzoni mancato, questa fragile creatura del Tirinnanzi, mi ha tenuto compagnia in maniera a volte discreta, a volte più insistente, suggerendomi trame assai differenti tra loro».

Riducendo la questione all’osso: l’autore, una volta scelta l’idea da cui partire – ammesso che un’idea si possa scegliere e non si venga invece scelti da quell’idea – ha avuto esigenza di cucirgli intorno una trama (una sequenza di fatti tra loro concatenati) e di trovare una lingua per dirla. È significativo quel «suggerendomi trame assai differenti tra loro». Da una stessa intuizione, difatti, possono discendere un numero enorme di varianti. Per dirne una, probabilmente la più ovvia, Zaccuri avrebbe potuto scegliere di raccontare l’intera vita del Tirinnanzi, dalla nascita alla morte. Una sorta di biografia immaginaria. Ha scelto invece una trama che il Tirinnanzi lo comprende, ma senza farne il centro del racconto. Una trama che molto somiglia a certi romanzi d’avventura, ricchi di colpi di scena, di segreti, di depistaggi, di improvvisi rivolgimenti. E ha scelto «una lingua italiana intenzionalmente attardata su un versante settecentesco», parlata non solo dai personaggi, ma anche dal narratore onniscente che dalla vicenda entra ed esce, la ferma e la fa ripartire quando gli è più comodo (e quando all’autore è più utile che lo faccia).

Per far sì quindi che un’affascinante seppur vaga suggestione iniziale potesse ad un certo punto diventare un romanzo, l’autore ha dovuto operare tutta una serie di scelte tecniche: ha dovuto trovare una trama, una lingua, un narratore, scegliere da quale punto di vista raccontare i fatti, deciderne i tempi, il tono, i protagonisti e le comparse, gli spazi, i silenzi. Qui il discorso esce da Zaccuri e diventa più generale. La tecnica è ciò che permette a un autore di trasformare quello che in principio è solo possibilità in materia testuale. Il che non significa che la suggestione perda di fascino, che la creatività ceda alla fredda applicazione di regole. Significa semplicemente disporre di una mappa (la tecnica) che renda possibile l’esplorazione della propria idea e di arrivare a destinazione (il testo). Il modo in cui si decide di usare la mappa determina la destinazione, e non è raro che si vada a finire in luoghi inaspettati, che ci si perda e che il tragitto per ritrovare la strada non si riveli poi essere la vera destinazione. Quello di Alessandro Zaccuri è solo un esempio, fra tantissimi, di cosa significhi essere abitati da una storia, e di come questa “infestazione” possa arrivare alla produzione di un testo.

Da un punto di vista strettamente didattico non è possibile fornire indicazioni precise su come procedere. Il percorso di un’idea nella testa dell’autore può essere tortuoso e lento, oppure semplice e senza inciampi, molto ha a che fare con la singola persona, con il modo in cui la sua immaginazione funziona. La testimonianza di Zaccuri è particolarmente affascinante proprio perché mostra da quanto lontano nel tempo possa arrivare una storia, e di quanto lavoro occorra per far sì che la storia trovi la sua forma più giusta. E ci mostra, anche, quanto l’atto creativo sia una mistura di magia e consapevolezza, richiamo di fantasmi e presenza concreta.