[Per una cronaca a parole della presentazione dei lavori degli “apprendisti” della Bottega svoltasi il 5 aprile 2014, vedi qui. Per leggere i testi di Michela Fregona (e degli altri “apprendisti”), vedi qui].
di Daniela Russo (mattina) e Claudia Grendene (pomeriggio)
[Il fascicolo con tutti gli estratti può essere prelevato qui]
Sabato cinque aprile 2014, alle ore dieci circa, presso lo Spazio Melampo in via Carlo Tenca a Milano, sede della della Bottega di narrazione, sono stati presentati alcuni lavori degli “apprendisti” della seconda Bottega, della prima, e persino di quella in corso. Erano presenti gli autori, il padrone di casa Giulio Mozzi, amici e simpatizzanti dei coinvolti, un gruppo di editor e di agenti letterari e persino qualche curioso.
Ha aperto le danze Sara Loffredi, milanese, autrice del romanzo La felicità sta in un altro posto edito da Rizzoli, che nel 2011 ha frequentato la prima Bottega. Sara ha raccontato la sua esperienza, il percorso che l’ha condotta dal progetto alla realizzazione. La sua storia è stata sin dall’inizio sostenuta dai colleghi, cosa che non ultima l’ha aiutata ad arrivare fino in fondo. Una volta avviata la lavorazione de libro, anche la scelta della copertina e del titolo sono state tappe significative: era importante che il lettore non fosse mal guidato e comprendesse anche visivamente che La felicità sta in un altro posto non è un pesante romanzo storico (benché la storia cominci ai primi del Novecento), ma la storia di una donna e delle sue vicissitudini. Sara si è dichiarata da subito innamorata della sua protagonista, Caterina, per poi scoprire di lei anche gli aspetti criticabili, grazie all’occhio esterno del professor Mozzi: non senza dolore, ma con arricchimento sia proprio sia del suo personaggio, è passata dall’amore idealizzato all’amore giusto, quello che riconosce bellezza e limiti, e perciò costruisce in modo più saggio.
Di seguito è toccato al primo autore della seconda Bottega esser chiamato alla scrivania per esporre il suo lavoro e leggerne un estratto, rompendo il ghiaccio (in realtà il clima era molto mite…): così Giovanni Fiorina, classe 1980, ha conversato con Mozzi sul suo romanzo Masnago (c’è ancora indecisione sul titolo, ma si capiva che a Giovanni Masnago piace parecchio), romanzo di formazione di un giovane onesto e limpido in una provincia lombarda tra la pallacanestro e le imprese edili, le banche e le finanziarie non altrettanto limpide che il protagonista trova sul suo percorso. L’etica del romanzo è il valore aggiunto al suo essere la cronaca di una parte dell’Italia in anni molto vicini ai nostri (1999).
Al sereno Giovanni è succeduta la bellunese Michela Fregona, laureata in Lettere Antiche a Venezia, appassionata di tango, di Egitto, e brillante lettrice dell’estratto del romanzo Quello che verrà. Un affresco dell’insegnamento all’interno di un Centro territoriale permanente, dove s’incrociano i destini di persone dal percorso formativo “alternativo”. Gli adulti, insomma, cui Michela ha consacrato il suo impegno di vita, ammettendo di non sopportare i ragazzini. Dalla tesi di laurea in Sumerico alle lezioni impartite a studenti d’ogni sorta, il salto è stato notevole, ma creativo e fecondo per la penna di Michela, che ha scritto un romanzo più che scolastico, sociale, descrivendo un mondo dove tensioni e tendenze della postmodernità danno vita e senso a ciò che può sembrare tragico, difficile, e invece è pura vita. Michela frequenta la terza Bottega, all’interno della quale si sta dedicando alla stesura di un romanzo definito “egizio” dal Mozzi. Umorismo e capacità di intrattenere anche gli uditori più recalcitranti hanno reso divertente il momento della lettura della Fregona, particolarmente vivida nella lettura e appassionata.
Isabella Nenci, bioingegnere di Ferrara, lavora da anni nell’editoria scolastica scientifica ma, in questa occasione, ha ammesso di provare tutta l’emozione della sana botta di umiltà che di solito provano gli autori di fronte a lei, che nel campo editoriale è di casa. Con grande dolcezza, Isabella ha soprattutto messo l’accento sulla delicatezza di uno degli argomenti da lei affrontati, la malattia conosciuta col nome di “còrea [danza] di Huntington”, malattia della quale appunto soffre uno dei personaggi del suo romanzo corale Cosa credi di fare. E’ stato complicato infatti entrare nei meandri di un male che non la riguarda personalmente né riguarda persone a lei vicine: è quindi emerso il problema che un narratore accorto deve porsi rispetto a quella che possiamo definire la “tutela dei viventi”.
Dopo la lettura di Isabella, consistente in alcune pagine che si concentravano proprio sulla malattia di Piero, pittore intento a registrare il disfacimento progressivo del suo fisico a causa del morbo, si è passati ad un argomento decisamente diverso: il romanzo Sequela di Federica Pittaluga, laureata in comunicazione, dipendente di una casa editrice musicale. Federica si è impegnata in una poderosa ricostruzione di “usi e costumi” di un gruppo sociale ben radicato in Italia e sul quale, ha suggerito Mozzi, poco o niente, o forse proprio niente, è stato mai scritto in forma romanzesca: Comunione e Liberazione. Il romanzo si articola in tre parti, ciascuna incentrata sul destino di tre personaggi che compiono, rispetto a CL, un percorso diverso, di rifiuto o di accettazione della “sequela“.
L’affresco socio-culturale e umano di Federica ha ceduto il passo poi all’esposizione, da parte di Ivan Lorenzon, del suo romanzo assai romanzesco e dagli intrecci vertiginosi sui pirati del Mar dei Caraibi. Lorenzon, sceneggiatore e art director trevigiano, ha ben chiarito che le sue intenzioni erano quelle di parlare, attraverso i pirati, di amore, amicizia, e soprattutto di rapporti tra genitori e figli. Nell’aula si è respirato all’improvviso un clima stevensoniano che ha subito portato l’uditorio in terre lontane, nell’attesa della lettura di un estratto – da destinarsi dopo il pranzo.
Chi scrive infatti ha assistito solo alle presentazioni della mattinata, seguita da un pranzetto svoltosi nei celebri ristoranti frequentati suggeriti dal Mozzi: ristoranti in cui, a suo dire, si paga molto poco e si mangia molto male, ma ciò che è davvero da evitare è solo la frittata.
Mentre gli amici di Michela Fregona la festeggiavano al tavolo, chi scrive, che pur voleva condividere il suo momento, è capitata in un altro tavolo, perché così succede quando i convitati sono tanti. Il fortuito caso ha consentito un dialogo con una editor collaboratrice del gruppo Gems, Roberta Stabilini, che ha parlato in modo semplice e pratico delle logiche che la guidano alla preferenza di un testo su cui lavorare. La trama, la storia intrigante e ben congegnata, la ricchezza dell’intreccio, il fascino di un personaggio o di più personaggi sono le linee-guida delle sue scelte: meno interessata alla cosiddetta bella scrittura, l’editor ha sottolineato che di un’opera è importante anche aver presente il mercato cui può essere rivolta: dunque l’assenza di una storia forte pregiudica la possibilità di un riscontro. E’ importante anche per i lavoratori del campo editoriale trovarsi di fronte a qualcosa di originale, che costituisca appunto una novità, che esprima un punto di vista insolito, che incuriosisca, faccia innamorare e conquisti. In modo pacato e onesto, ha ammesso che di sbagli ne fanno tanti anche gli editor, perché, essendo umani, può capitare, ma che in realtà è molto raro imbattersi in un incompreso capolavoro (es.: di Gattopardi non ce n’è tanti in giro). La mattinata si è chiusa serenamente come è iniziata. Persino il capocameriere (non mi viene il termine tecnico), di solito più ritroso, si è aperto a una insolita cordialità.
* * *
Dopo il pranzo presso il ristorante che a qualcuno dei convitati ha ispirato un racconto il cui nucleo drammatico gira intorno alla storia di un cameriere bosniaco che si trasferisce a Milano e lavora in un locale che serve frittata di dubbia provenienza, si è aperto il pomeriggio con la lettura di Ivan Lorenzon sulle avventure del pirata Calico Jack, che ha avvinto l’uditorio lasciando tutti in attesa di sapere come finiranno le sue scorribande nei mari lontani.
E’ stata poi la volta di Bettina Todisco, udinese trasferita a Trieste, social media manager in un’azienda informatica. Mozzi ha introdotto il lavoro di Bettina Todisco illustrando la tradizione letteraria in cui si inserisce: i libri sulle dinamiche delle carriere in azienda. Il lavoro della Todisco vuole essere un omaggio a Libero Poverelli (al secolo Giorgio Voghera 1908-1999), il quale scrisse Come far carriera nelle grandi amministrazioni. La lettura brillante dell’estratto del Manuale per far carriera in azienda senza averne il merito ha raccontato a tutti come ha fatto carriera il dottor Mario Fumagalli, dottore senza laurea, uno tra gli altri personaggi dei quali la Todisco racconta con la dovuta ironia la grottesca ascesa nel mondo del lavoro.
Il pomeriggio, allo spazio Melampo, non hanno parlato soltanto gli autori. Il pomeriggio, Giulio Mozzi ha dato spazio anche agli addetti ai lavori del mondo editoriale, per esempio al direttore della narrativa delle edizioni San Paolo, Riccardo Ferrigato, che ha spiegato come la casa editrice stia investendo per allargare i propri interessi in questo settore, e alla rappresentante della Rizzoli, Benedetta Bolis, che ha illustrato le scelte editoriali della sua azienda interessata in particolare alle storie al femminile, ma ultimamente attenta anche alla ricerca di buoni gialli.
Maria Luigia Longo, di Stigliano ma trapiantata a Lecco, una giovane insegnante laureata in Lettere moderne, che ha alle spalle già qualche pubblicazione anche nell’ambito della poesia, ha presentato un romanzo familiare. In questa sua opera relazioni ambigue e segreti inconfessabili accompagnano la vita di Nico, alle prese con il ritorno nella sua terra d’origine, la Lucania, per gestire una difficile eredità non soltanto materiale. Personalità simpatica e scrittura notevole, la Longo ha letto una scena del suo romanzo che perfino l’incontentabile Mozzi ha definito particolarmente ben congegnata.
Sul far della sera, ultima ma non meno degna d’attenzione, la profondità di sguardo di Elena R. Marino, laureata in Lettere Classiche, con un curriculum notevole alle spalle, attualmente impegnata nel teatro con l’impresa Live Art snc a Trento. Elena Marino ha presentato due romanzi: Dopo che tutto è scomparso, ambientato in Canada, con le vicende di Thomas che si ritrova ad accudire a due ragazzini, fratello sorella momentaneamente abbandonati, in un crescendo di complicazioni come la fuga del ragazzo più grande alla ricerca del vero padre e la rincorsa di Thomas e della sorella più piccola per riacciuffarlo prima che sia troppo tardi; un secondo romanzo, su cui l’autrice sta lavorando, Fino in fondo, che tratta la storia di un giocatore patologico che vive nella percezione di uno stato di grazia tale da spingerlo in una catena di debiti e guai alla ricerca della grande vittoria ed arriva, invece, a toccare il fondo.
Il tempo delle storie, allo spazio Melampo, finisce verso sera lasciando in tutti emozioni e riflessioni, queste le mie: l’impegno di tante persone è più forte dei casi della vita. E’ così che nascono le storie della Bottega di narrazione, una squadra di persone che hanno voglia di raccontare storie, di farlo al meglio, di imparare con umiltà e determinazione la fatica dello scrivere. Un’altra sensazione, la convivenza nella stessa stanza per una giornata intera di autori ed editori, in dialogo libero tra loro. Un’occasione rara.
Ieri, sabato 5 aprile 2014, a Milano presso lo Spazio Melampo di via Carlo Tenca 7, sede della Bottega di narrazione, alcuni “apprendisti” hanno presentato il loro lavoro a un piccolo pubblico di professionisti dell’editoria. Giovanni Fiorina, Michela Fregona, Maria Luigia Longo, Ivan Lorenzon, Elena R. Marino, Isabella Nenci, Federica Pittaluga, Bettina Todisco e Clelia Tollot (quest’ultima non presente) hanno illustrata la loro opera in corso di lavorazione o conclusa; ne hanno letti estratti; eccetera.
Hanno partecipato all’incontro Valentina Balzarotti (Agenzia letteraria internazionale), Benedetta Bolis (Rizzoli), Riccardo Ferrigato (San Paolo), Marco Peano (Einaudi), Roberta Stabilini (Tea), Paolo Valentini (agenzia Walkabout). Come sempre, numerosi editori non presenti hanno chiesto di leggere i materiali: che riceveranno da lunedì.
Intanto, chi volesse darci un’occhiata, li può prelevare cliccando su quest’immagine:
Sabato 5 aprile 2014, dalle 10 alle 17, a Milano presso lo Spazio Melampo di via Carlo Tenca 7, alcuni “apprendisti” della prima, della seconda e perfino dell’attuale Bottega di narrazione presenteranno i loro lavori a un inclito pubblico di professionisti dell’editoria.
L’incontro sarà condotto da Giulio Mozzi.
Gli editori, agenti, consulenti editoriali, librai, distributori ecc. che volessero partecipare sono pregati di avvisare mandando due righe all’indirizzo della Bottega di narrazione.
L’immagine che identifica l’articolo viene da qui.
SCRIVERE BENE PER LAVORO, BUSINESS E CRESCITA PERSONALE
dal tweet al comunicato stampa, dal curriculum alla brochure come raggiungere i propri obiettivi con la scrittura
Lezioni, luogo, date, costi
Il corso si articola in tre moduli frequentabili indipendentemente; ogni partecipante può infatti decidere quale/i modulo/i seguire, in base alle proprie esigenze. I tre moduli – ognuno dei quali composto da lezioni nell’arco di una settimana – sono: “Comunicare al lavoro”, “Self marketing” e “Stendere testi complessi”.
Le lezioni saranno tenute da Lucia Tilde Ingrosso eGiuliano Pavone e si svolgeranno a Milano, allo Spazio Melampo in via Carlo Tenca 7 [mappa], a cinque minuti dalla Stazione Centrale e a due minuti dalla fermata della metro Repubblica.
Queste le date:
– Primo modulo: “Comunicare al lavoro: convincere e… vincere!”
martedì 13 maggio, mercoledì 14 maggio e giovedì 15 maggio;
– Secondo modulo:“Articolo, tesi, progetto, report: stendere testi complessi”
martedì 20 maggio, mercoledì 21 maggio e giovedì 22 maggio;
– Terzo modulo: “Self marketing: promuovi te stesso e il tuo talento”
martedì 27 maggio, mercoledì 28 maggio e giovedì 29 maggio
Orari: tutte le lezioni si tengono dalle 18.30 alle 20.30
Costi: 150 euro per ciascun modulo. Iscrivendosi subito a due moduli si ha diritto a uno sconto, pagando 250 anziché 300 euro; se ci si iscrive direttamente a tutti tre i moduli il prezzo finale sarà di 350 euro, invece di 450. I prezzi si intendono tutti comprensivi di iva. Per iscriversi e per avere maggiori informazioni scrivete alla Bottega di narrazione (bottega@laurana.it), oppure telefonate al numero 02/23002405.
Il corso
Oggi si parla sempre di meno e si scrive sempre di più. In passato parlavamo con colleghi e fornitori, ora mandiamo e-mail. Prima, se volevamo un finanziamento dalla banca, incontravamo il direttore, ora presentiamo un business plan. Fino a ieri, le amicizie si coltivavano in discoteche e pizzerie, ora nei social network. Prima, parlavamo a pochi. Adesso, scriviamo a molti.
Ma, se con la parlantina ce la siamo sempre cavata, con la comunicazione scritta come possiamo migliorare? La buona notizia è che a scrivere si impara, grazie anche al nostro corso “SCRIVERE BENE PER LAVORO, BUSINESS E CRESCITA PERSONALE”.
Un programma di lezioni divise in tre moduli distinti da seguire a vostro piacimento, in base alle vostre esigenze e richieste. Il corso vi permetterà di imparare a maneggiare al meglio la comunicazione scritta, così da essere in grado di gestire tutti i testi (e-mail, relazioni, schede prodotto, testi per il web, ecc.) che fanno parte oggi del mondo del lavoro, dipendente o autonomo, ma più in generale della vita di tutti giorni, fra obiettivi di crescita personale e gestione del tempo libero.
Obiettivo e struttura
“SCRIVERE BENE PER LAVORO, BUSINESS E CRESCITA PERSONALE” vuole insegnarvi a comunicare al meglio attraverso la scrittura in qualsiasi ambiente lavorativo e in tutte le situazioni quotidiane.
Avete buone idee ma non sapete come venderle? Dovete scrivere un comunicato stampa o preparare una presentazione in powerpoint? I nostri docenti, Lucia Tilde Ingrosso e Giuliano Pavone, vi spiegheranno come mettere in luce le vostre capacità in un curriculum, strutturare un progetto o un business plan, sviluppare lo stile giusto per il web e molto altro ancora. Si tratta quindi di un percorso adatto a tutti coloro che fanno parte del mondo del lavoro o che vi si stanno affacciando, e a chi vuole migliorare la propria posizione professionale e personale con la scrittura.
La proposta si articola in tre moduli che ogni partecipante potrà abbinare liberamente, scegliendo di seguirne solo uno, due, o tutti e tre.
I tre moduli in cui il corso è suddiviso sono:
– Comunicare al lavoro: convincere e… vincere!
Informare, affascinare, persuadere. Diffondere prodotti, eventi, idee e valori
Quando nell’ambito del proprio lavoro si è chiamati a elaborare un testo scritto, il primo obiettivo è la chiarezza. È un traguardo che va raggiunto attraverso l’applicazione di alcune regole generali di stile e la conoscenza dei linguaggi specifici di ciascun canale di comunicazione. Ma prima ancora che dal comesi scrive, la chiarezza dipende dal cosasi scrive, e perché. In altri termini, bisogna innanzitutto avere le idee chiare sui destinatari a cui ci si rivolge, sui propri obiettivi e sul mezzo migliore per raggiungerli.
Comunicare, però, non vuol dire solo informare, ma anche persuadere, emozionare. Clienti, possibili finanziatori, giornalisti, vanno convinti della bontà di una tesi o di un prodotto. Ecco perché anche nella normale comunicazione di lavoro possono tornare utili alcuni elementi di scrittura creativa.
Riassumere, rielaborare, presentare e spiegare informazioni numerose ed eterogenee
Costruire, assemblare, smontare e rimontare. La redazione di testi complessi è simile al lavoro di un meccanico che, con vari pezzi a disposizione, deve saper mettere a punto il congegno più efficiente e fluido. È un lavoro sulla struttura stessa del testo, valido per la stesura di un romanzo così come per la compilazione di una richiesta di finanziamento.
Alcune lezioni del giornalismo risultano utili in molti ambiti. Che si tratti di testi brevi o lunghi, generici o specialistici, la resa dell’insieme deve prevalere sul valore delle singole parti. Inoltre va sempre compiuto uno sforzo di sintesi (che non vuol dire necessariamente brevità) nei documenti estesi e, ancor più, nei loro testi riassuntivi.
– Self marketing: promuovi te stesso e il tuo talento
Migliorare la propria posizione personale e lavorativa attraverso la scrittura. Costruire e tutelare la propria immagine pubblica
Scriviamo per candidarci a un lavoro, contrattare condizioni economiche, far valere i nostri diritti, corteggiare un possibile partner, cogliere delle opportunità, presentarci al meglio. In una parola: promuoverci. È una partita di crescente importanza e complessità, che si gioca sempre più sul terreno della comunicazione scritta. I cambiamenti organizzativi e la diffusione dei social network hanno reso sempre più labile il confine fra la sfera lavorativa da un lato e quella ludica e privata dall’altro. Diventa quindi fondamentale saper curare la propria immagine a tutto tondo, cercando di ottenere il meglio su entrambi i fronti evitando interferenze e sovrapposizioni negative.
[Tag: social network, e-mail, blog, sito, curriculum e lettera di presentazione, lettera di protesta, messaggio personale]
I docenti
Lucia Tilde Ingrosso e Giuliano Pavone, entrambi giornalisti e scrittori, scrivono per vivere e vivono per scrivere. Uniti eternamente nella vita e occasionalmente anche nei progetti editoriali, tra i quali ricordiamo 101 cose da fare durante la gravidanza e prima di diventare genitori (Newton Compton). Attualmente Lucia lavora per “Millionaire” e pubblica romanzi da Feltrinelli e Piemme, mentre Giuliano è uscito con suoi titoli per Rizzoli, Newton Compton e Marsilio.
Le esperienze professionali li hanno portati ad acquisire competenze nella progettazione, nella formazione, nel marketing, nelle tecniche di ricerca del lavoro e nel linguaggio dei nuovi media.
[Che cosa trovate in questo articolo? Nell’ordine: il racconto As an old memoria di Mimmo De Musso, partecipante alla Bottega di narrazione; una cronaca del lavoro fatto su quel racconto, scritta sempre da Mimmo De Musso; e alla fine il racconto As an old memoria nella sua versione cosiddetta “originale”, ossia precedente al lavoro di Bottega. Buona lettura. giulio mozzi ]
As an old memoria
di Mimmo De Musso
Come/
Senza pensare a niente in particolare, spense lo stereo. Scese le scale che dalla sua camera portavano alla sala da pranzo. Sul pianerottolo si fermò e fissò il muro davanti a sé.
In sala da pranzo, guardò fuori dalla porta-finestra, verso le montagne. Le nuvole sembravano panna montata. Un pensiero banale. Andò in cucina.
Guardando nell’ingresso, Sergio vide una scarpa. Una gamba. Pensò che era strano: suo padre doveva essere in negozio; alle quattro del pomeriggio solitamente lo era.
Anche senza capire quello che il padre stava dicendo, notò il tono della sua voce, dolce e quasi da donna, un tono troppo compiaciuto e sottile per rivolgersi a un amico.
A diciassette anni Sergio non aveva mai detto “ti amo” a una ragazza. Quando lo sentì dire da suo padre, seguito dal nome di una donna che non era quello di sua madre, gli si rivoltò lo stomaco.
Si affacciò sulla soglia dell’ingresso. Il padre si accorse di lui, appoggiò la cornetta sullo sterno e farfugliò: “Sergio.”
Sergio tornò in camera e riaccese lo stereo.
As you are/
Sergio soffocò un rigurgito, assorto nel lavorio della digestione, e si massaggiò lo stomaco; si coprì la bocca con il pugno, e guardò il padre che, seduto al suo solito posto a tavola, giocherellava con la forchetta e gli avanzi accantonati ai margini del piatto, dando di tanto in tanto uno sguardo alla tv, che balenava nella sala da pranzo.
“Tu dimmi perché agli attori nani danno solo la parte degli gnomi di Natale”, disse il padre. Raschiò la forchetta sul piatto.
Sergio trasalì.
“Cosa?”
“Praticamente per tutto il resto dell’anno non lavorano.”
Sergio si voltò verso lo schermo.
“Elfi. Si chiamano elfi.”
“Sempre bassi sono”, disse il padre. Cercò il telecomando, lo prese e cambiò canale.
Carlo Conti disse: “La risposta potrebbe essere esatta, ma chissà”. Ammiccò: “Pubblicità.”
Sergio chiuse gli occhi e si massaggiò la radice del naso.
“L’aspirina è nell’armadietto, in sgabuzzino.”
“Mi sa che è la digestione che mi fa venire il mal di testa.”
“Tua madre sposta sempre le cose.”
Sergio soffocò un altro rigurgito.
“Mangi sempre troppo in fretta.”
Sergio sospirò.
“Tu non hai mangiato quasi niente”, disse.
Il padre lasciò la forchetta e batté una mano sul dorso dell’altra. Sergio guardò le nocche di suo padre farsi bianche mentre stringeva lentamente, ma forte, le dita dell’altra mano.
“Te la metti, la pomata?”, disse Sergio.
Il padre allentò la presa e distese tutt’e due le mani sulla tovaglia, osservandole.
“L’anno scorso non si sono crepate. Ormai non la uso più.”
“A me cominciano a creparsi.”
“E allora devi cominciare a usare la pomata.”
“Invecchio.”
“Eh. Frutto dell’esperienza dei pescatori norvegesi”, fece il padre. Sorrise. Tornò ad ammonticchiare i pezzi di carne ai bordi del piatto. Afferrò la bottiglia scura che era sul tavolo, la soppesò, e la inclinò per scrutarne il fondo. Si versò due dita di spumante: più schiuma che altro, che scendeva lentamente sul fondo del bicchiere. Aspettò che la schiuma dileguasse, con il bicchiere a mezz’aria; guardò il televisore e poi suo figlio.
“La gente si è divertita, no?”
“Quella che non è rimasta fino alla fine.”
“Hanno mangiato bene. Hanno bevuto tanto.”
Sergio si alzò, cauto, facendo una smorfia e tenendosi lo stomaco.
“Bevuto hanno bevuto.”
Camminò tra i piatti e i bicchieri in frantumi che erano sparsi sul pavimento, cercando di evitare le macchie di sugo, le verdure sfilacciate, i pezzi di carne che costellavano il parquet e che nessuno si era dato pena di raccogliere.
“Si sono divertiti”, disse il padre.
“Ma come cazzo fai a dire una cosa del genere?”
“Sei arrabbiato?”
“Hai le scarpe slacciate”, disse Sergio.
“Lascia stare le scarpe. È un periodo che non ce la faccio a fare nulla.” Il padre soppesò di nuovo la bottiglia, e la ripose subito sulla tavola. “Come ti va la vita?”
Sergio trattenne il respiro. Ripensò alla telefonata che aveva ricevuto due giorni prima. Sua madre che come quasi ogni domenica pomeriggio, sola in casa, si godeva gli unici venti, trenta minuti a settimana con suo figlio.
“Speriamo che il Milan vinca, stavolta. Così tuo padre non torna incaz-zato.”
“Quando crescerà?”
“Lascialo stare, poverino. Ha i suoi affanni.”
“Affanni.”
“Sei sempre così duro con lui.”
“Cazzi suoi.”
“Sembrano più i tuoi.”
“Può essere.”
“Sergio. Tuo padre sta male.”
Sergio aveva tossicchiato.
“Tumore. All’intestino. Gliel’hanno trovato un mese fa.”
Sergio aveva schioccato più volte la lingua; la bocca era diventata improvvisamente arida.
“Sono cinque anni che non vieni a casa.”
“Lavoro.”
“Viene anche Anna?”
“Non lo so.”
“Come sta?”
“Lavora.”
“Per lui sarebbe importante. Farla conoscere alla famiglia.”
“Anna non si sentirebbe a suo agio. E nemmeno io.”
“Dopodomani lui fa sessant’anni.”
Erano rimasti un po’ in silenzio.
“Lui lo sa?”, aveva detto Sergio.
“Eccome. È da due mesi che continua a dire che sta diventando troppo vecchio.”
“Mamma.”
“Non lo so se lo sa. A me l’ha detto il dottore. Tuo padre non mi ha detto nulla.”
“Lo sa o no?”
“Ti ho detto che non lo so.” Sergio aveva sentito il respiro di sua madre. “Credo di no. No.”
As you were/
Il giorno in cui Sergio era partito per Torino compiva diciotto anni. Il cielo si stava addensando di grigio, anche se le previsioni del tempo avevano mostrato il disegno di un sole pieno e giallo. Sergio aveva comunicato la decisione ai suoi il giorno prima: aveva già pensato a tutto, aveva trovato una stanza e un colloquio per un lavoro che non gli sembrava difficile da superare. Sua madre aveva cominciato subito a piangere. Suo padre gli aveva poggiato una mano sulla spalla e gliel’aveva stretta energicamente. Sergio si era irrigidito e aveva sentito la presa di quelle dita anche dopo che suo padre l’aveva allentata. Si era immaginato che le orme di quelle dita non se ne sarebbero mai andate, che quelle cinque fossette rimanessero impresse per sempre, le impronte digitali di suo padre per sempre riconoscibili, come marchi a fuoco.
Il giorno della partenza, sua madre non aveva avuto il cuore di vedere suo figlio andar via e così Sergio era stato accompagnato alla corriera solo dal padre. In macchina, durante il tragitto, Sergio aveva osservato il braccio del padre che sporgeva dal finestrino aperto e si sollevava ogni tanto per salutare qualcuno, la brillantina sui suoi capelli, i suoi occhi incollati alle donne che camminavano per strada. Aveva subito disprezzato quelle donne, e gli uomini che rispondevano al saluto di suo padre. E poi tutti quelli che abitavano in paese, e il paese stesso. Aveva pensato che se non se ne fosse andato, sarebbe diventato come suo padre.
Dopo averlo aiutato a caricare i bagagli, il padre gli aveva detto: “La vita va avanti.”
Sergio non aveva capito a quale vita si era riferito, e per tutto il viaggio aveva continuato a massaggiarsi la spalla con un senso di confusione e stanchezza.
Per cinque anni non era più tornato a casa. Aveva trovato lavoro come commesso in una grande libreria in centro, e in una festa aveva conosciuto Anna, amica di un amico. In un lasso di tempo che gli era sembrato fosse volato, si erano baciati, avevano fatto l’amore, aveva deciso di convivere, avevano continuato a fare l’amore, avevano aspettato un bambino, l’avevano perso, lui era stato licenziato e lei si era laureata. Sua madre aveva visto Anna una sola volta, in una foto che la ritraeva insieme a lui, fatta in una gita in montagna. Dopo averla ricevuta, sua madre aveva detto a Sergio che assomigliava sempre di più al padre.
Sergio le aveva parlato di tutto quello che era successo a lui e Anna durante le loro telefonate domenicali, ma aveva preteso che né lei né suo padre andassero a Torino per consolarli o chissà che, e che quello che era accaduto non dovesse riguardare altre persone oltre a lui e Anna.
Quando aveva saputo del tumore, Sergio si era guardato intorno, con il telefono appoggiato sullo sterno, in cerca di Anna, anche se sapeva che Anna era in studio. Ammirava Anna. Dopo che avevano perso il bambino, si era buttata anima e corpo nel lavoro, aveva continuato a seguire corsi di specializzazione, convegni sulle tecniche più avanzate di logopedia, e conservava quaderni di appunti in una cassetta sulla quale aveva messo un’etichetta con su scritto “Lavoro”. Lui continuava a mandare curriculum in giro, senza troppa convinzione. Lui lasciava le cose a metà, così gli diceva Anna. Era stata capace di annullare il dolore, concentrandosi sui suoi pazienti, che erano quasi tutti bambini. Sergio si era chiesto spesso se l’amore con cui lei lavorava era quello che era nato insieme al feto e che, una volta abortito, aveva continuato a crescere e chiedeva disperatamente di essere dedicato a qualcun altro, o se Anna aveva abortito quel sentimento insieme al bambino, l’aveva sepolto dentro se stessa o estinto del tutto, e quei bambini non erano altro che piccole pubblicazioni scientifiche viventi, esperimenti sui quali esercitare tutte le teorie imparate dai testi per arrivare al miglior risultato possibile.
Ancora con il telefono in mano, Sergio aveva pensato che non era una cosa bella non sapere se la propria compagna fosse piena d’amore, o totalmente priva.
Aveva guardato dalla finestra, e aveva seguito per un po’ i movimenti della gente in strada; guardando quelle persone si era chiesto se erano consapevoli di tutto quello che succedevo loro e aveva provato il desiderio di indagare a fondo le vite di tutti, di scoprire chi era stato appena licenziato, chi tradiva la propria moglie, chi aveva perso un bambino, chi aveva un tumore e non lo sapeva. Ma poi si era reso conto che in qualche modo aveva immaginato, anzi no, sperato che tutte quelle persone vivessero la stessa vita sua, di Anna, di suo padre e di sua madre.
Aveva sentito l’impulso di correre in strada e svelare a tutti le cose brutte che non sapevano di avere, e per un attimo il pensiero gli era sembrato piacevole, quasi un sollievo dalla confusione che provava in quel momento, ma subito dopo si era sentito cattivo, ingiustamente cattivo. Cos’aveva fatto di male quella gente?
As I Want You To Be/
“Come ti va la vita?”
“Mi va che sto qua con te. A questa festa”, disse Sergio.
“Dovevi venire a vedermi invecchiare.”
Il padre guardava un punto tra gli occhi di Sergio.
“Come sta Anna?”, disse.
“Lavora.”
Il padre distolse lo sguardo e scrutò ancora le sue mani.
“Sta bene”, disse Sergio.
“E tu?”
“Guarda che hai combinato.”
Il padre si alzò, lento, e sollevò cautamente dal pavimento un bicchiere rotto e un pezzo di vetro. Li avvicinò.
“Sei impazzito, papà. Hai detto delle cose orribili. Gli invitati erano terrorizzati.”
“Te lo ricordi Pasquale? Il meccanico?”
“Che c’entra, adesso?”
“Be’, un po’ di mesi fa mi si sfascia la Punto. Qualcosa al motore. Vado da Pasquale. Sai che ha l’officina un po’ fuori. Non so come ci arrivo, con la Punto in quello stato e tutto. Suono al cancello. Si apre e mi avvio con la macchina nel viale. Te la ricordi, l’officina di Pasquale, no? Apri il cancello, c’è il viale, che è tutto pietre e terra, e poi lo spiazzo, dove ci sono le macchine da riparare. Esco dalla macchina e mi guardo intorno. Non vedo Pasquale. Faccio per andare nell’officina, quando mi fermo. Non sono sicuro di averlo visto, ma l’ho visto.
Un leone. Lì, sdraiato a pancia in giù sul tetto di una macchina. Un leone, ti dico, con la criniera e tutto. Sta lì a fissarmi, ma sembra che non mi veda, e se mi vede comunque non gliene frega niente. Ma è un leone. Come quelli che si vedono in tv. Sto lì a guardarlo, impietrito. Insomma, che cosa avresti fatto tu? Saresti scappato, certo, ma non prima di essere rimasto lì come un cretino a chiederti se quello è un leone e se è davvero un leone a chiederti che cazzo ci fa lì, nell’officina di Pasquale.
In quel momento esce Pasquale. ‘Pasquale’, gli faccio. Non si dire altro. ‘Che bestia, eh?’, fa lui, e io capisco subito che per lui è normale. Il leone nella sua officina è completamente normale.
‘È un leone’, faccio io. ‘Certo che è un leone’, fa lui, ‘sta di guardia. È vecchiotto, però. Sai, me l’ha portato mio cognato. Non sapeva che farsene.’ Ah, se te l’ha portato tuo cognato, penso io. E penso anche ‘Quello è un leone, Cristo santo. Dovrebbe stare nella savana, a fare il re, a mangiarsi le gazzelle, a ruggire. A spaventare a morte le giraffe, o che cazzo ne so io.’ E invece se ne stava lì, nello spiazzo di Pasquale, con gli occhi spenti. Perché nessuno sa più che farsene. ‘Perché non fa nulla’?, penso io. ‘Perché non ruggisce, non si mangia quel coglione di Pasquale.’ ”
Il padre si asciugò un angolo della bocca con il dorso di una mano.
“I leoni”, riprese. “Non dovrebbero invecchiare.”
Sergio guardò fuori. Le montagne erano diventate più scure del cielo, e alcune stelle erano nascoste dietro il profilo. Il padre gettò sul pavimento il bicchiere e il coccio di vetro, si avvicinò alla porta finestra, la aprì e uscì sul balcone. Sergio lo seguì. Si strinse al collo il colletto della camicia. Cercò qualche luce, in tutta quell’oscurità, ma non ne trovò.
“Non sei abituato alle montagne, lassù, eh?”
“Vedo le Alpi tutti i giorni.”
“Abiterai in mezzo alla città. Non c’è buio, in città. Le Alpi non sono queste montagne. Ti ricordi quando ti portavo a caccia?”
Sergio ricordò la prima volta che aveva visto un cane riportare un uccello colpito. Ricordò quanta fatica aveva fatto a non scoppiare a piangere, quando il padre si era accorto che l’uccello non era morto e gli aveva spezzato il collo. Aveva poi pianto in macchina, tornando a casa con suo padre. Ricordò di essersi sentito debole e di essersi vergognato, perché suo padre aveva riso.
“Avevi sempre paura”, continuò il padre.
Sergio lo osservò curvarsi sulla ringhiera del balcone e guardare lo spazio scuro che si allargava davanti e sotto di loro. La luce che proveniva dall’interno illuminava la sua schiena e i capelli bianchi impomatati come sempre.
“Stai morendo, papà”, disse. “Hai un tumore.”
Sentì che stava per vomitare. Si controllò. Respirò a fondo.
Il padre non si mosse.
“Sai, la storia del leone non è finita”, disse il padre. “Vicino alla macchina dove s’era sdraiato c’era un cane. Un bel cane. Un furia. La cosa buffa era che il cane era legato. Così in forma, era lui che doveva fare la guardia, non il leone. Ho chiesto a Pasquale. Lui mi ha detto: ‘È troppo giovane. Poi mi scappa.’ Il cane era impazzito dalla rabbia. Tirava quella corda, e tirava, e tirava, e tirava.”
Il padre afferrò la ringhiera del balcone, guardò in basso, si sporse in avanti.
I fari di un’auto apparvero in lontananza, serpeggiando tra gli alberi; i due fasci di luce occhieggiarono a intermittenza tra la vegetazione nera, si inseguirono, sobbalzarono, non si raggiunsero mai, e sparirono nella notte.
Sergio guardò dritto nel buio che aveva inghiottito tutto; le montagne, il paese, il balcone, le stelle fisse, l’universo: tutto era presente, ma pesante, e imperscrutabile. Irraggiungibile, ormai.
As an old enemy.
* * *
Cronaca di una lavorazione
di Mimmo De Musso
Questo racconto è stato scritto nel febbraio del 2012 e originariamente si intitolava Un vecchio leone.
In questi due anni ha avuto una sua storia; appena finito è stato letto da Matteo B. Bianchi (il quale aveva già visto alcune cose mie), che aveva trovato una problematicità di “messa a fuoco” e di “vaghezza eccessiva”: non si capiva bene cosa fosse successo tra il protagonista e il padre. Inoltre, il monologo del padre sul leone era più sfilacciato di quello della versione, diciamo così, ultima.
Così ho sistemato questi aspetti, rendendoli più puntuali.
In seguito, ho inviato il racconto (diventato As an old memoria) alla rivista online Cadillac, che lo ha pubblicato nel suo quinto numero.
Dopo un paio di anni, ho deciso di inviarlo alla Bottega di narrazione insieme ad altri tre racconti, come parte di un progetto editoriale che puntava a diventare una raccolta di racconti.
Fortunatamente, il progetto è stato reputato degno di un lavoro in “Bottega” con Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.
E qui ha avuto la sua trasformazione più evidente e, pian piano, ha preso la forma che leggerete.
Per prima cosa, durante la primissima lezione della Bottega, Giulio ha letto davanti a tutti i “bottegai” l’attacco di due dei miei racconti, tra i quali, appunto, As an old memoria.
Ciò che è venuto fuori da quella veloce lettura è stata la complessiva ingenuità dei racconti, ingenuità che aveva il suo aspetto più evidente nel rischio di “macchiettismo” dei loro personaggi, un’eccessiva meridionalità folcloristica che annacquava l’efficacia della scrittura e delle storie.
Un paio di settimane dopo, in un incontro privato molto intenso, Giulio mi ha mostrato il suo lavoro fatto sulle prime tre pagine di As an old memoria. Per la prima volta in vita mia ho assistito a un lavoro di editing su di un testo, e in particolar modo su uno dei miei.
Frase per frase, Giulio mi ha spiegato come in pochi passaggi si possano descrivere situazioni e stati d’animo che prima erano resi in modo troppo “pesante”; un rapporto tra due protagonisti può essere molto più efficace se mostrato con poche battute di dialogo, invece che raccontato in una frase in terza persona lunga sei righe.
Infine, Michele, il padre di Sergio, è diventato semplicemente “il padre”.
Tre pagine in quattro ore: un’esperienza sfiancante e in qualche modo esaltante, messo com’ero a diretto contatto con i difetti della mia scrittura, ma anche con le sue potenzialità.
Riporto parte della mail che Giulio, dopo il nostro incontro, ha scritto a tutti i “bottegai” nella nostra mailing list:
“Abbiamo potuto notare alcune cose ricorrenti, a es.:
* la tendenza di Mimmo a fare degli «hysteron proteron» ossia a mettere l’effetto dopo la causa, ciò che viene dopo prima di ciò che viene prima, eccetera (esempio per spiegarsi: «Attraversò la strada dopo aver guardato a destra e a sinistra»). Non c’è niente di male se si fa qualche hysteron proteron qua e là; c’è qualcosa di male se in una pagina se ne trovano quattro o cinque (esercizio: cercàteli).
* una piccola difficoltà di Mimmo a posizionare esattamente i personaggi nella scena. A es., provate a domandarvi come si è mosso esattamente nella casa il giovane Sergio prima che il padre si accorga di lui.
* qualche difficoltà a collocare con esattezza (nel tempo e nello spazio) le microsequenze di eventi. A es. all’inizio: «Mentre scendeva le scale che dalla sua camera portavano alla sala da pranzo, per un attimo Sergio si era fermato e aveva fissato il muro davanti a sé». Dove abbiamo osservato che se Sergio fissa il muro davanti a sé, ciò comporta che la scala abbia un pianerottolo, e quindi si può scrivere qualcosa del tipo: «Scese le scale che dalla sua camera portavano alla sala da pranzo. Sul pianerottolo, fissò il muro davanti a sé: così abbiamo qualcosa di più «visivo». (Anche: «Sul pianerottolo, prima di voltarsi, fissò» ecc.).
O anche, poco dopo: «Arrivato in sala, aveva guardato fuori dalla porta-finestra, verso le montagne, censurando un pensiero banale: le nuvole sembravano panna montata». Quando poche righe dopo si dice che in sala è acceso un abat-jour (Mimmo: ho controllato, hai ragione tu, è maschile), e quindi si ha penombra. In realtà Mimmo pensava a un’ora di un pomeriggio d’inverno, quindi con poca luce, e quindi come si fa a vedere delle nuvole che sembrano panna montata?, ecc.
* una certa tendenza a partire, di tanto in tanto, per la tangente. A es. quando (prima sezione): «Poi si era diretto nel cucinino. Sete. Voglia di succo di frutta. Voglia di finire presto il liceo. Voglia di cambiare città. Voglia di diventare qualcun altro. Credere in qualcosa», dove Mimmo tenta di dire tutto del personaggio (cioè di dire tutta la dinamica nella quale è preso) cavandosela con queste poche parole generiche. (Abbiamo semplicemente pensato di togliere).
Oppure, più vanti, tutto il capoverso: «Suo padre lasciò la forchetta e batté una mano sul dorso dell’altra. Sergio guardò le nocche di suo padre stringere lentamente, ma forte, le dita dell’altra mano, fino a farsi bianche; osservò le piccole rughe tra quei tendini, con un’attenzione che lo avrebbe sorpreso, giorni dopo, nella sua cucina di Torino, quando gli sarebbero tornati in mente così vividi quei leggeri solchi e, con un sentimento simile all’affetto, ma più vicino alla nostalgia, avrebbe ricordato come, ogni inverno, anni prima, gli raccomandava di spalmarci sopra una pomata frutto dell’esperienza dei pescatori norvegesi, se non si sbagliava, perché con il freddo si sarebbe arrossati, poi spaccati, e infine avrebbero sanguinato», che per Mimmo (l’ha detto lui) serviva solo a dire che Sergio sta a Torino. Troppa grazia! Senza contare che tutto quell’avanti-indietro nel tempo, in un racconto che già presenta svariati avanti e indietro di suo, fa solo confusione. (La cosa non è male in sé, sia chiaro; tutta la «Ricerca del tempo perduto» è fatta così; ma lì è appunto un fatto strutturale).
E forse altre cose che ora dimentico.
Abbiamo lavorato parecchio sul dialogo della seconda sezione; cercando di migliorare una caratteristica della prima parte (i due parlano senza dirsi niente; sono battute a vuoto), che dice bene com’è in quel momento la relazione tra i due; e cercando di inserire nel dialogo stesso la «svolta», ossia quel sentimento «simile all’affetto, ma più vicino alla nostalgia» che è accennato nel capoverso appena citato.
Abbiamo tolto qualche inavvertenza come:
– “La gente si è divertita”, disse, bevendo.
(Provate voi a parlare mentre bevete…).”
Già, provate voi a parlare mentre bevete.
A casa ho riguardato la seconda metà di As an old memoria (e ho dato un’occhiata agli altri racconti) ed è stato come scoprire un racconto nuovo.
Una volta fatti i compiti, ho caricato il racconto nella cartella di Dropbox sulla quale tutti noi “bottegai” condividiamo i progressi dei nostri lavori, per sottoporli a ulteriori letture e pareri.
E di pareri ne sono arrivati, a cominciare da quelli che riguardano la figura di Anna, che ha preso sensibilmente più corpo, per la necessità nata dal consiglio di Giulio di collegare As an old memoria a un altro racconto, intitolato Buon compleanno, Paola, in cui il protagonista maschile assomiglia moltissimo a Sergio e la protagonista femminile è, appunto, Anna.
Il mio dubbio espresso ai “bottegai” era se fosse giusto introdurre così significativamente questa figura che prima, in As an old memoria non esisteva proprio. Inserirla o no? In che misura? Se Anna sarebbe comparsa in un altro racconto, valeva la pena spenderci troppe righe o sarebbe stato meglio introdurla, semplicemente?
I consigli erano discordi: c’era chi diceva di dare solo un’idea di Anna, chi invece era d’accordo a descriverla più pesantemente. La mia conclusione è stata che Anna doveva essere introdotta, certo, ma in maniera abbastanza esauriente da renderla una figura finita anche prendendo singolarmente As an old memoria, senza dover per forza ricorrere all’altro racconto.
E così il racconto è diventato quello che è adesso. Non sappiamo ancora dove vivrà, se in una raccolta di racconti in cui sarà collegato a un solo altro racconto, o in una raccolta dove tutti i racconti verteranno sulla vita di un unico personaggio, Sergio. O chissà che altro.
Di sicuro non smetterà di cambiare e migliorare.
* * *
As an old memoria
(versione precedente alla lavorazione in Bottega)
di Mimmo De Musso
Come/
Senza pensare a niente in particolare, aveva spento lo stereo. Mentre scendeva le scale che dalla sua camera portavano alla sala da pranzo, per un attimo Sergio si era fermato e aveva fissato il muro davanti a sé.
Arrivato in sala, aveva guardato fuori dalla porta-finestra, verso le montagne, censurando un pensiero banale: le nuvole sembravano panna montata. Poi si era diretto nel cucinino. Sete. Voglia di succo di frutta. Voglia di finire presto il liceo. Voglia di cambiare città. Voglia di diventare qualcun altro. Credere in qualcosa.
In soggiorno era buio, tranne che per il bagliore di un abat-jour, che fioriva tra il divano e il mobiletto del telefono. Una scarpa. Una gamba.
Sergio si avvicinò curioso. Suo padre doveva essere a lavoro. Alle quattro del pomeriggio solitamente lo era.
Prima di capire quello che stava dicendo, aveva registrato il tono della sua voce (dolce e quasi da donna) con cui rispondeva a una voce che proveniva da chissà quale altra casa, un tono troppo compiaciuto e sottile per rivolgersi a un amico.
A diciassette anni Sergio non aveva mai detto “ti amo” a nessuna ragazza, ma sentirlo dire da suo padre, seguito dal nome di una donna che non fosse quello di sua madre era stato come se quel bulbo di luce in soggiorno diventasse un ammasso di creta, scivoloso e informe, e gli stesse invadendo piano lo stomaco.
Poi suo padre si era accorto di lui e aveva farfugliato qualcosa.
Sergio tornò in camera e riaccese lo stereo.
As you are/
Sergio soffocò un rigurgito e si massaggiò lo stomaco, assorto nel lavorio della digestione; si coprì la bocca con la mano chiusa a pugno, e guardò suo padre che, appoggiato con tutt’e due i gomiti all’altro capo del tavolo, giocherellava con la forchetta e gli avanzi accantonati ai margini del piatto, dando di tanto in tanto uno sguardo alla tv, che balenava azzurrognola.
“Tu dimmi perché agli attori nani danno solo la parte degli gnomi di Natale. Praticamente per tutto il resto dell’anno non lavorano”, disse suo padre più a se stesso che a Sergio. Raschiò la forchetta sulla ceramica del piatto.
Sergio trasalì allo stridìo.
“Cosa?”
“I nani. Nei film. Fanno sempre gli gnomi di Natale.”
Sergio si voltò verso lo schermo, registrando stancamente delle immagini.
“Elfi. Si chiamano elfi.”
Suo padre fece una smorfia. “Sempre bassi sono”, disse. Cercò il telecomando, lo prese e cambiò canale.
Carlo Conti disse: “La risposta potrebbe essere esatta, ma chissà”, ammiccando alla telecamera.
Sergio si massaggiò la radice del naso.
“C’è l’aspirina, di là”, gli disse suo padre, intercettando il gemito di suo figlio.
“Nello sgabuzzino?”
“No. No, non più. Tua madre ha spostato le medicine. Lì, vicino al. Vicino al frigo, mi sa.”
Sergio tenne a bada un altro rigurgito.
“Tanto non mi serve, l’aspirina. È la digestione che mi fa venire il mal di testa, mi sa.”
“Mangi troppo velocemente.”
“No, macchè.”
“Ti dico di sì. Ti dico di sì.”
“Tu non hai mangiato quasi niente.”
Sergio sospirò.
“Più tardi”, disse poi.
“Più tardi che?”, lo interruppe suo padre.
“Più tardi dovrei ripartire.”
Suo padre lasciò la forchetta e batté una mano sul dorso dell’altra. Sergio guardò le nocche di suo padre stringere lentamente, ma forte, le dita dell’altra mano, fino a farsi bianche; osservò le piccole rughe tra quei tendini, con un’attenzione che lo avrebbe sorpreso, giorni dopo, nella sua cucina di Torino, quando gli sarebbero tornati in mente così vividi quei leggeri solchi e, con un sentimento simile all’affetto, ma più vicino alla nostalgia, avrebbe ricordato come, ogni inverno, anni prima, gli raccomandava di spalmarci sopra una pomata frutto dell’esperienza dei pescatori norvegesi, se non si sbagliava, perché con il freddo si sarebbe arrossati, poi spaccati, e infine avrebbero sanguinato.
“Te la metti, la pomata?”, disse Sergio.
“Che pomata?”
“Le mani.”
Suo padre allentò la presa dalla sua stessa mano, e le distese tutt’e due sulla tovaglia, osservandole.
“No, l’anno scorso non si sono spaccate. Ormai non la uso più.”
“A me cominciano a spaccarsi.”
“E allora devi cominciare a usare la pomata.”
“Invecchio.”
“Eh”, fece suo padre. Sorrise. Tornò ad ammonticchiare i pezzi di carne ai bordi del piatto. Poi afferrò la bottiglia scura che era sul tavolo, la soppesò, e la inclinò per scrutare meglio il fondo. Si versò due dita di spumante, le ultime rimaste: più schiuma che altro, che rimase aggrappata al bordo del bicchiere. Suo padre aspettò che la schiuma di dileguasse, con il bicchiere a mezz’aria; guardò lo schermo del televisore e poi suo figlio.
“La gente si è divertita”, disse, bevendo.
“Cosa?”
“La festa. La gente si è divertita, no?”
“Quella che non è rimasta fino alla fine.”
“Hanno mangiato bene. Hanno bevuto tanto.”
Sergio diede un’occhiata in giro. La sala da pranzo era tutta decorata, ma gli addobbi, i palloncini e le stelle filanti erano adagiati confusamente sui mobili, sulle sedie ribaltate e sparse, sul pavimento; alcuni piatti e bicchieri, vicino ai quali si aprivano piccole pozze di liquido, erano sparsi dappertutto, certi sbreccati, altri in frantumi; resti di cibo costellavano le piastrelle di ceramica bianca, macchie di sugo, verdure sfilacciate, pezzi di carne; il grande festone azzurro e rosso era ancora attaccato alla parete, ma solo da un’estremità, mentre per il resto era come esausto di fare il suo lavoro e riprendeva fiato, mollemente ribellato al proprio dovere, sui braccioli e sulle sedute del divano. Quello che delle lettere dorate si riusciva a leggere tra le pieghe, recitava “BU EANNO MIC ELE”.
Sergio si alzò, piano, facendo una smorfia e tenendosi lo stomaco.
“Bevuto hanno bevuto”, disse, sollevandosi dalla sedia.
“Si sono divertiti.”
Michele guardò suo figlio con un sorriso, attendendo una risposta.
“Papà”, disse Sergio, alla fine, “ma come cazzo fai a dire una cosa del genere? Te l’ho già detto: si è divertita la gente che non è rimasta fino alla fine. Che ti devo dire? Che si sono divertiti tutti? Eh? Vuoi che ti dica questo?”
Michele continuò a sorridere.
“Sei arrabbiato?”, disse.
“Sono. Non lo so cosa sono.”
“Hai mangiato bene. Tua mamma ha cucinato bene. Hanno tutti mangiato bene.”
“Mamma starà tornando.”
Suo padre guardò istintivamente la porta di casa. Si alzò, appoggiandosi alla tavola, e dopo aver tra-scinato un po’ i piedi tra alcuni pezzi di vetro, si sedette su di un’altra sedia.
“Non ce la faccio, a stare in piedi. È un periodo che non ce la faccio a fare nulla.”
“Hai le scarpe slacciate”, disse Sergio.
“Lascia stare le scarpe”. Michele soppesò di nuovo la bottiglia, e la ripose subito sulla tavola. Sospirò. “Come va la testa?”
“Meglio.”
Michele si diede una veloce occhiata alle scarpe. Poi tornò su Sergio.
“Come ti va la vita?”
Sergio trattenne il respiro. Ripensò alla telefonata che aveva ricevuto due giorni prima. Sua madre che come quasi ogni domenica pomeriggio, sola in casa, si godeva gli unici venti, trenta minuti a settimana con suo figlio.
“Speriamo che il Milan vinca, stavolta”, aveva detto sua madre. “Così tuo padre non torna incazzato.”
“Si diverte ancora a guardare le partite. Quando crescerà?”
“Lascialo stare, poverino. Ha i suoi affanni.”
“Affanni.”
“Sei sempre così duro con lui.”
“Cazzi suoi.”
“Sembrano più i tuoi.”
“Può essere.”
“Sergio. Tuo padre sta male.”
Sergio aveva tossicchiato.
“Tumore. All’intestino. Il dottore non sa a cosa sia dovuto. Tuo padre è sempre stato fissato per l’alimentazione e cose così. Gliel’ha trovato un mesetto fa.”
Sergio aveva schioccato più volte la lingua che era diventata improvvisamente arida.
“Sono cinque anni che non scendi. Che non vieni a casa.”
“Lavoro.”
“Dopodomani lui fa sessant’anni”, aveva detto sua madre.
“Lui lo sa?”
“Eccome. È da due mesi che continua a dire che sta diventando troppo vecchio.”
“Lo sai a cosa mi riferisco.”
“Non lo so se lo sa. Ti ripeto che a me l’ha detto il dottore. Tuo padre non mi ha detto nulla.”
“Lo sa o no?”
“Ti ho detto che non lo so.” Sua madre respirò nel ricevitore. “Credo di no. No.”
As you were/
Doveva partire, andare lontano. Il ventinove giugno, il giorno del suo diciottesimo compleanno (il cielo si stava addensando di grigio, a dispetto delle previsioni della mattina stessa, che avevano mostrato un sole talmente ottimista da cozzare con il pur positivo oroscopo che Paolo Fox aveva letto per il Cancro, poco prima), Sergio aveva comunicato la decisione ai suoi. Dopo aver tenuto a bada con semplici parole lo sgomento seguito da crisi di pianto di sua madre, scosse via dalla spalla la mano che suo padre aveva pensato di battere, come un necessario attestato di noncurante complicità tra uomini.
Era un anno che tutto quello che suo padre aveva fatto e detto sembrava avere la consistenza di quel fiore di bitume luminescente che si era piantato nel suo petto. Quell’uomo sempre circondato da amici, che guardava il culo delle altre donne e riceveva in cambio pacche sulle spalle o semplici occhiatacce a seconda di chi aveva accanto, quell’uomo che tutti gli indicavano come unico giusto modello di adulto, quell’uomo altro non era che un disgustoso odore di brillantina, una patetica camicia mai sgualcita, una battuta volgarissima di una commedia pecoreccia.
Dalla corriera, Sergio aveva guardato il campanile della Cattedrale farsi sempre più lontano e decrepito, e mandò a farsi fottere il paese, suo padre, l’astrologia, le stelle fisse, l’universo tutto, e se stesso.
As I Want You To Be/
“Come ti va la vita?”
“Mi va che sto qua con te. A questa festa.”
“Faccio sessant’anni. Dovevi venire a vedermi invecchiare.”
“Dovevi proprio rovinare la festa, alla fine? Tutte quelle cose che hai detto. Hai dato di matto, papà. Hai detto quelle cose orribili. Sei diventato. Pazzo, papà. Pazzo, da un momento all’altro. Furioso. Ma che. Guarda che hai combinato”, disse Sergio, disegnando con il braccio un semicerchio davanti a sé.
Suo padre si alzò, con difficoltà, e rimase fermo, per un secondo, a fissare lo stanco festone, che ancora resisteva, attaccato alla parete per l’eroico lembo. Poi lo prese tra le mani, e lo lisciò con i palmi. Lo lesse.
“Te lo ricordi Pasquale? Il meccanico?”
Sergio annuì.
“Be’, un po’ di mesi fa, a Ferragosto, mi si sfascia la Punto. Una cosa al motore: le candele, forse. Pasquale è l’unico rimasto aperto. Lui sta sempre aperto, anche a Ferragosto, quando tutti sono al mare. Non ha altro, lui, una famiglia, niente, solo l’officina. Ci vado. Non c’è nessuno, qui in paese. Deserto, ti dico. Caldo. Sai che Pasquale ha l’officina un po’ fuori. Non so come ci arrivo, con la Punto in quello stato e tutto. Suono al cancello. Si apre e mi avvio con la macchina nel viale. Te la ricordi, l’officina di Pasquale, no? Apri il cancello, c’è il viale, che è tutto pietre e terra, e poi lo spiazzo, dove ci sono le macchine da riparare. Ci sei andato, no, sempre per la Punto? Pasquale sta sempre vicino a una macchina, o dentro l’officina. Be’, stavolta è dentro l’officina; il caldo, sai, e poi lì non c’e nessuno, oltre a me.
Esco dalla macchina e mi guardo intorno. Non vedo Pasquale. Faccio per andare nell’officina, quando mi fermo. Non sono sicuro di averlo visto, ma l’ho visto.
Un leone. Lì, sdraiato a pancia in giù sul tetto di una delle macchine da riparare. Un leone, ti dico, con la criniera e tutto. Sta lì a fissarmi, ma sembra che non mi veda, e se mi vede comunque non gliene frega nulla. Ma è un leone. Come quelli che si vedono in tv. Sto lì a guardarlo, impietrito. Insomma, che cosa avresti fatto tu? Saresti scappato, certo, ma non prima di essere rimasto lì come un cretino a chiederti se quello è un leone e se è davvero un leone a chiederti che cazzo ci fa lì, nell’officina di Pasquale, a Ferragosto, quando tutti sono al mare.
In quel momento esce Pasquale. ‘Pasquale’, gli faccio. ‘Che bestia, eh?’, fa lui, e io capisco subito che per lui è normale. Il leone e tutto. Completamente normale.
‘È un leone?’, faccio io. ‘Certo che è un leone’, fa lui, ‘sta di guardia. È vecchiotto, però. Sai, me l’ha portato mio cognato. Non sapeva che farsene.’ Ah, se te l’ha portato tuo cognato, penso io. E penso anche Quello è un leone, Cristo santo. Dovrebbe stare nella savana, a fare il re, a mangiarsi le gazzelle, a ruggire. A spaventare a morte le giraffe, o che cazzo ne so io. E invece se ne sta qui, nel parcheggio, con gli occhi spenti. Perché nessuno sa più che farsene. Perché non fa nulla?, penso io. Perché non ruggisce, non si mangia quel coglione di Pasquale.”
Michele si asciugò un angolo della bocca con il dorso di una mano.
“I leoni”, riprese. “Non dovrebbero invecchiare. Questo ho pensato stasera.”
Sergio guardò fuori. Le montagne erano diventate più scure del cielo, e le stelle vi si perdevano dietro il profilo. Michele si avvicinò alla porta finestra, la aprì e uscì sul balcone.
“Non sei abituato alle montagne, lassù, eh?”
“Vedo le Alpi tutti i giorni, papà.”
“Sì, ma non così. Abiterai in mezzo alla città. I palazzi, i rumori. Tutta quella gente. Le Alpi non sono queste montagne. Ti ricordi quando ti portavo a caccia?”
Sergio raggiunse suo padre. Cercò qualche luce, in tutta quell’oscurità, senza trovarne.
“Certo, che mi ricordo.”
Sergio emise un lungo, pesante sospiro.
“Stai morendo, papà”, disse, poi. “Hai il tumore. Me l’ha detto mamma. Sei vecchio.”
Michele guardò lo spazio scuro che si allargava davanti e sotto di lui.
“Ti sei vendicato. Ce l’hai fatta, alla fine”, disse.
Sergio sentì che stava per vomitare. Si controllò. Il buio era diventato materia viscida e compatta. Sentì il fiore di penombra, dopo sei anni, finalmente spegnersi.
“Sai, la storia del leone non è finita”, disse Michele. “Vicino alla macchina dove s’era sdraiato c’era un cane. Un bel cane. Un furia. La cosa buffa era che il cane era legato. Così in forma, era lui che doveva fare la guardia. Ho chiesto a Pasquale. Lui mi ha detto: ‘È troppo giovane. Poi mi scappa.’ Il cane era impazzito dalla rabbia. Tirava quella corda, e tirava, e tirava, e tirava.”
Michele afferrò la ringhiera del balcone, guardò in basso, si sporse in avanti.
I fari di un’auto apparvero in lontananza, serpeggiando tra gli alberi; i due fasci di luce occhieggiavano a intermittenza tra la vegetazione nera, si inseguirono, sobbalzarono, non si raggiunsero mai, e sparirono nella notte.
Sergio pensò ancora al buio. Al buio che a Torino mancava, ma che laggiù inghiottiva tutto; le montagne, il paese, il balcone, le stelle fisse, l’universo: tutto era presente, ma pesante, e imperscrutabile. Irraggiungibile, ormai.
Questa non è una recensione: è una semplice segnalazione. Manuela Merli scrisse buona parte del romanzo La stanza in più durante la prima Bottega di narrazione (2011). Non avendo trovato un editore, l’ha pubblicato da sé. Secondo me il romanzo merita attenzione e lettori. C’è anche, amabilmente economica, l’edizione digitale.
L’argomento del romanzo è facile a dirsi: in una qualunque famiglia, per ragioni che potete immaginare, a un certo punto arriva una badante. E la famiglia comincia a imparare che cosa significa vivere insieme a una persona che è una perfetta estranea, e tuttavia sta conficcata dentro l’intimità familiare; che vive nella tua stessa casa, mangia alla tua stessa tavola, dorme nella stanza accanto, e tuttavia è una lavoratrice dipendente e non una familiare (e tu non sei un suo familiare, ma il datore di lavoro); eccetera. Il racconto è scandito dal turnover delle badanti, a volte vorticoso.
Questo romanzo – che è palesemente ispirato all’esperienza di vita di Manuela Merli, ma è proprio un romanzo – non ha trovato un editore. Secondo me, lo meriterebbe.
Un genere di scrittura innovativo, o solo uno stratagemma letterario? Di autofiction si sente parlare ormai da molti anni, ma ancora oggi è difficile trovarne una definizione chiara.
La Bottega di narrazione 2012-2013 si è conclusa. Ieri, 13 ottobre 2013, i lavori dei ventuno “apprendisti” sono stati presentati difronte a un’eletta schiera di professionisti dell’editoria. Erano presenti gli agenti letterari Valentina Balzarotti (Agenzia letteraria internazionale), Alberto Ibba (Le pubblicazioni) e Loredana Rotundo; gli editori Bietti, Indiana Libri, Mondadori, Newton Compton, Rizzoli, San Paolo. Altri editori che hanno già dichiarato un interessamento riceveranno i materiali nelle prossime ore.
L’incontro è stato semplice e cordiale. Alcune opere, in stato più avanzato di composizione, sono state presentate nel dettaglio (con lettura di estratti); le altre sono state segnalate (ed è stata fornita una sintetica scheda).
Tutti i materiali sono a disposizione di chiunque voglia leggerli. Basta cliccare sulla mucca:
Nel fascicolo sono indicati anche i recapiti degli autori. Chiunque fosse interessato alle opere può prendere contatto direttamente con loro.
[La persona che qui si firma “quindici” sta frequentando la Bottega di narrazione. Questo è il terzo capitolo del suo romanzo in corso di scrittura Masnago].
Ha ormai smesso di piovere quando Elena parcheggia il motorino di fronte alla palestra di via Sottocosta, in mezzo a due macchine targate Bergamo.
Lasciato il freddo alle sue spalle dietro la porta a vetri dell’ingresso, si toglie i guanti e ascolta il rumore dei palloni sul parquet, sentendo crescere dentro di sé il nervosismo che la prende prima di ogni partita di Andrea. Oggi, poi, è seconda contro terza, e potrebbe già essere decisiva per andare alle finali nazionali.
Sale veloce i gradoni della tribuna e osserva la situazione, mentre si libera il viso dalla sciarpa. La stragrande maggioranza dei seggiolini è occupata da amici e genitori dei giocatori di Gallarate, già pronti ai loro soliti posti, mentre un gruppetto di facce sconosciute e bergamasche è seduto dietro la panchina ospite. La triade di osservatori di Varese, Milano e Treviso è posizionata al centro dell’ultima fila, con i loro taccuini aperti sulle ginocchia.
Elena li saluta sorridendo, così come fa con i signori Melis, i genitori di Marco, il playmaker della squadra, e con il papà di Stefano, il pivot. Quindi cerca lo sguardo di Andrea, ma lui, come durante ogni riscaldamento, è già concentrato e assente, gli occhi solo sulla palla e sull’anello, mentre infila un tiro dopo l’altro, da ogni posizione.
Luca è sotto il canestro che gli passa il pallone: l’unico in campo già in maglietta e pantaloncini, dopo l’ennesimo ciuffo di Andrea va in lunetta per provare un paio di tiri liberi che finiscono entrambi fuori.
Il prof. Zecchin è in piedi davanti alla panchina di Gallarate che li osserva, le mani giunte dietro la schiena. Allena nelle giovanili da più di vent’anni e non è mai andato alle finali nazionali, ma sente che quest’anno può essere la volta buona, come ripete a Elena dopo ogni lezione di educazione fisica, mentre le raccomanda di trattare bene Andrea, scherzando ma neanche troppo.
Dietro di lui, seduta in prima fila della tribuna con i piedi appoggiati alla balaustra, ecco l’Ale. Il giaccone buttato da una parte e lo zaino nero dell’Eastpack dall’altra, si guarda attorno annoiata mentre con una mano gioca con i suoi dreadlock.
Come ogni sabato, questa mattina a scuola non c’era, ma Elena sapeva l’avrebbe vista alla partita: Luca non parla d’altro da una settimana, e le ha fatto giurare che sarebbe venuta a vederlo.
– Come mai già qui? – le chiede Elena una volta in piedi accanto a lei.
L’Ale sposta il giaccone accanto allo zaino per farle spazio. Indossa una felpa nera, leggera, con il cappuccio, e Elena non capisce come faccia a non avere freddo.
– Dovevo vedere Sahid, ma sto coglione è in ritardo – risponde l’Ale, senza preoccuparsi di spiegarle chi sia, Sahid.
Non che a Elena interessi: le basta sentirsi coinvolta.
– Ma davvero Bergamo è così forte? Guarda che piccoli – dice l’Ale poco dopo.
– Finora hanno perso solo due volte contro Milano e all’andata con noi, e quasi ci battevano. Il play, poi, il numero dieci, Simone Catania, è proprio bravo, vedrai.
– Chi, quel tamarro con la cresta?
In effetti Catania si atteggia manco fosse Carlton Myers. Non fa altro che passarsi la palla tra le gambe e inventarsi tiri in controtempo uno più difficile dell’altro, anche se molti li segna.
– Vedrai che Luca appena può lo stende – dice l’Ale.
L’arbitro fischia i tre minuti all’inizio e il prof. Zecchin dà le marcature per la difesa, poi i titolari si sfilano la tuta e vanno verso il centro del campo, pronti per la palla a due.
Andrea fa dei piccoli saltelli sul posto, per sciogliere i muscoli, quindi si ferma e guarda fisso di fronte a sé, il suo viso che sorride solo per un attimo, quando vede Elena, prima di tornare serio e calmo come un lago senza vento.
Elena lo osserva nella sua maglietta bianco e rossa numero undici, e non può fare a meno di pensare che sia bellissimo, il suo ragazzo. E non è solo per l’altezza, le spalle larghe, le braccia e le mani lunghe, le gambe muscolose – tutte qualità che, oltre a rendere Andrea perfetto per un campo da basket, sono esattamente quelle che la fanno impazzire in un ragazzo –, ma soprattutto è per via di questa espressione, così umile e sicura allo stesso tempo, così adulta, che risalta ancor di più vicino agli altri giocatori, o troppo infantili o troppo arroganti, mentre si scambiano cinque improbabili, atteggiandosi a professionisti con le loro Air Jordan e le fascette NBA in testa.
Luca, intanto, va a salutare anche la panchina di Bergamo, che ricambia malvolentieri, poi torna a centrocampo e fa un occhiolino alle ragazze.
– Spaccagli il culo, amore! – gli grida l’Ale, coprendo l’applauso d’incoraggiamento che arriva dalla tribuna.
Elena è abituata a seguire le partite di Andrea in silenzio – i pugni stretti a ogni suo canestro, il respiro trattenuto quando subisce un fallo, la tensione che non scende nemmeno quando il suo ragazzo è in panchina –, concentrandosi solo su ciò che succede davvero in campo: come se ci fosse anche lei, in campo.
Con l’Ale, però, tutto questo è impossibile: già al primo attacco, quando Andrea segna da tre punti – il movimento di tiro fluido e veloce, la palla che entra nel canestro con un ciuffo perfetto –, l’Ale si alza in piedi urlando Sììì!
L’azione successiva Catania segna un bel canestro in entrata dopo aver battuto Marco con un palleggio incrociato e anticipato l’aiuto di Luca.
– Hai solo avuto fortuna! Riprovaci se hai il coraggio! – gli grida l’Ale, sporgendosi sulla balaustra.
Bastano queste scintille per far sì che i bergamaschi incomincino a fare il tifo anche loro, applaudendo e gridando a ogni azione, e presto anche il resto della tribuna, Elena compresa, si lascia trascinare, incitando i suoi e protestando con gli arbitri, manco fossero a Masnago per la Serie A la domenica pomeriggio.
In campo, intanto, la partita sembra mettersi bene. Dopo il primo canestro, Andrea ha fatto un assist a Stefano, poi ha dato un bel pallone a Francesco per un tiro comodo dai quattro metri. L’allenatore di Bergamo ha provato a cambiare difensore, mettendogli addosso uno più alto, ma Andrea l’ha battuto subito dal palleggio e ha schiacciato a due mani come se niente fosse. Bergamo si è allora messa a zona, per rallentare il ritmo e tenerlo lontano dal canestro, ma lui, dopo aver sbagliato un tiro da tre punti, ne ha infilati un paio dagli angoli che hanno portato Gallarate avanti di dieci.
In difesa, invece, è Luca a guidare tutti con il suo vocione che copre anche le urla dalle tribuna (-Il taglio! Il taglio! Occhio al cinque! Occhio al cinque!) e a picchiare come un fabbro sui raddoppi e a rimbalzo, senza sbagliare mai la posizione e senza scendere mai d’intensità, nonostante in attacco non veda un pallone.
E quando Andrea funziona da una parte e Luca dall’altra, allora anche per gli altri diventa tutto più semplice. Marco è attento a far girare la palla e a mettere pressione sul suo avversario; Francesco fa quello per cui è in campo, cioè difendere e punire i raddoppi su Andrea con il suo tiro da fuori; Stefano ha deciso che oggi ha voglia, dopo la schiacciata iniziale, e così i rimbalzi sono tutti suoi, e Vittorio e Daniele si sono fatti trovare pronti come primi cambi dalla panchina.
Anche il prof. Zecchin sembra soddisfatto: in piedi lungo la linea laterale con le braccia incrociate, ha lanciato finora solo un paio delle sue urlate. Una a Marco quando si è fatto battere dal palleggio alla prima azione (-Abbassa il culo, cazzo!), l’altra a Stefano dopo che si è lasciato prendere un rimbalzo in difesa (-Il taglia fuori! Sveglia!). Per il resto, ha guardato Andrea mettere un canestro dopo l’altro, in totale controllo, decidendo se segnare o far segnare: all’intervallo ha già segnato diciotto punti e Gallarate vince di otto.
– Sta arrivando Sahid, andiamo fuori – dice l’Ale mettendosi la giacca, dopo aver dato un’occhiata al cellulare.
Quando Elena, però, si ferma davanti all’ingresso della palestra, come tutte le altre persone, sotto la luce, l’Ale le fa cenno di seguirla fuori dal parcheggio.
La vecchia Volvo familiare di Luca è parcheggiata lungo Viale dei Tigli, lontano dai lampioni. Una volta in macchina l’Ale tira fuori dal pacchetto di sigarette una canna già pronta. Accende il motore per far partire il riscaldamento – il freddo che esce dalle loro bocche a ogni respiro –, ma tiene le luci spente e abbassa il volume del lettore cd. Gli Afterhours cantano Voglio una pelle splendida mentre la fiamma veloce dell’accendino le illumina per un attimo il viso.
– Vuoi?
Elena accetta, anche se non ne ha molta voglia: non le va di essere fatta alle partite di Andrea. Fa qualche tiro corto e veloce, poi, non sapendo cosa dire, osserva la sua immagine riflessa nello specchietto, sentendosi come sempre un po’ in soggezione quando rimane da sola con l’Ale. É un po’ come gli anni scorsi, quando nemmeno si conoscevano ed Elena la vedeva fumare da sola nel cortile del liceo, oppure in compagnia di gente molto più grande di lei, e si chiedeva se un giorno sarebbe stata anche lei, così: grande.
L’Ale fa un altro paio di tiri, in silenzio, prima di spegnere la canna nel posacenere e rimetterla nel pacchetto di sigarette.
– Eccolo – dice poco dopo, guardando nello specchietto retrovisore.
Elena non fa in tempo a voltarsi che si ritrova un ragazzo maghrebino sul sedile dietro, la portiera che si è richiusa più veloce di quanto si era aperta.
L’Ale sorride.
– Sahid, sei un coglione.
– Ti sei spaventata, eh? Chi è questa? – chiede Sahid guardando Elena. Ha i capelli corti, lucidi e neri, e due occhi grandi che non stanno fermi un attimo.
– Nessuna. Questa è nessuna – gli dice l’Ale girandosi verso di lui.
– Ciao nessuna – dice lui, sorridendo, prima di svaccarsi sul sedile e aprirsi la giacca.
Elena gli sorride, senza dire niente, mentre s’immagina cosa direbbe sua madre se la vedesse nella stessa macchina con un ragazzo di colore.
– Allora tu hai tutto? – chiede Sahid poco dopo.
L’Ale tira fuori dall’eastpack una palla avvolta nella carta stagnola e arrotolato dentro un sacchetto di plastica dell’Esselunga, e la lancia dietro a Sahid. Elena sente un odore leggero di marijuana uscire dallo zaino aperto accanto a lei, e una paura improvvisa le svuota lo stomaco: guarda fuori dal finestrino per controllare che non passi nessuno, ma Viale dei Tigli rimane buio e silenzioso. Si gira verso l’Ale che osserva Sahid aprire il sacchetto e mettere il naso contro la stagnola, ed entrambi sono così tranquilli e rilassati che anche Elena, piano, si calma.
L’Ale chiede a Sahid se vuole controllare oppure si fida.
– No, tu sempre brava. È quella dell’altra volta?
– Certo, vuoi provarla? – dice l’Ale, tirando fuori la canna spenta dal pacchetto di sigarette.
– Tranquilla, va bene così. Ecco qui.
Sahid le passa una mazzetta di banconote da centomila lire, alta e compatta, che l’Ale incomincia a contare veloce. Elena prova a starci dietro, ma quando arriva a nove le luci di una macchina che passa veloce dietro di loro la distraggono, facendole perdere il conto. Sa benissimo che se dovessero scoprirli finirebbe nei casini anche lei, ma rischio, pericolo, illegale, cazzata sono solo parole nella sua testa. Questa sensazione, invece, di fare qualcosa di nuovo, e vero, e raro, si fa sempre più forte dentro di lei, sostituendosi alla paura, e eccitandola.
– Ok, perfetto. Ciao Sahid.
– Ciao belle – risponde lui mentre dà un cinque all’Ale, prima di scendere dalla Volvo e scomparire da dove era venuto.
L’Ale si accende una sigaretta.
– Allora, ti sei divertita? Hai visto quanto è facile? Toh, contami un milione – le dice l’Ale mettendole in mano buona parte dei soldi.
Elena si mette a contare le banconote a una a una, provando uno strano piacere a tenere tra le dita quei soldi che fino a poco fa non c’erano e ora sono qui, domandandosi, nel frattempo, perché l’Ale l’abbia coinvolta – se perché voleva metterla alla prova, oppure perché voleva dimostrarle fiducia, o semplicemente per divertirsi. Qualunque sia la ragione, però, è più contenta di essere qui che non spaventata da come poteva andare. Anche perché è andata bene. E lei, si sarà comportata bene?
Quando ha finito, l’Ale si riprende le banconote e le mette in tasca.
– Questi sono di Luca. Mi sa che stasera offriamo noi – dice ridendo. Poi scende dalla macchina e torna verso la palestra, con Elena che la segue correndo.
Si risiedono ai loro posti che il secondo tempo è appena incominciato. Tutte e due con le giacche e le sciarpe ancora indosso, seguono il gioco in silenzio. E un po’ perché intontita dal fumo e dal freddo, un po’ perché Andrea segna subito altri due tiri da tre punti, portando Gallarate avanti 59-45, Elena proprio non riesce a concentrarsi sulla partita e si mette a riflettere su quanto accaduto poco prima.
Certo, in teoria dovrebbe essere arrabbiata con l’Ale. L’ha coinvolta in uno scambio di – quanto? – almeno mezzo chilo di marijuana senza dirle niente, sapendo benissimo che se fosse successo qualcosa sarebbe finita nei casini anche lei. Si stupisce però di non provare nient’altro che curiosità. Ma è una curiosità enorme, fortissima – vorrebbe sapere da dove viene l’erba, come funziona, chi è Sahid, come mai Luca non le ha mai detto niente e tanto altro ancora – e si deve sforzare per non fare domande. Perché comunque sente, se vuole superare l’esame a cui l’Ale l’ha sottoposta, che non deve chiedere niente.
In quel momento, Catania tenta una penetrazione al centro dell’area, saltando contro Luca che gli dà una manata in faccia, facendolo cadere pesante sul parquet. Mentre l’arbitro fischia a Luca un fallo intenzionale, l’Ale si alza di nuovo in piedi, all’improvviso sveglia, sporgendosi sulla balaustra.
– Bravo amore! Mandalo all’ospedale quel tamarro!
Dal lato bergamasco della tribuna un signore le urla di stare zitta.
L’Ale si gira guardandosi attorno, per capire chi ha parlato. Un tipo sulla cinquantina, ben piazzato, con i capelli bianchi tagliati a spazzola, alla marine, e un paio di occhialini da ragioniere si alza in piedi fissandola.
– Cazzo vuoi? – gli chiede l’Ale.
– Stai zitta, troia – le grida quello di nuovo.
Elena non fa in tempo a rendersi conto di ciò che succede che l’Ale è già scattata verso il marine. Quando se lo trova davanti – senza pensarci un attimo, la mano aperta che si muove veloce e decisa nell’aria – gli tira un ceffone in faccia, facendogli volare gli occhiali.
Il marine rimane per un secondo immobile, come incredulo, poi, quando l’Ale sta per partire con un altro schiaffo, la spinge via, facendola cadere sui gradini.
Appena la vede per terra, Luca scavalca la balaustra, nel pieno di un’azione di gioco.
– Mi ha preso a schiaffi! Avete visto? Mi ha preso a schiaffi! – dice il marine, girandosi verso gli altri spettatori che si stanno però allontanando per evitare guai, senza accorgersi così di Luca che lo prende alle spalle.
– Cazzo fai? Eh? Cazzo fai alla mia ragazza? – gli urla Luca nell’orecchio.
Anche Elena è corsa vicino all’Ale per aiutarla. Lei, però, si è già ripresa.
– Bastardo! Adesso ti ammazzo! – grida avvicinandosi di nuovo al marine, bloccato dalla presa di Luca.
Diversi giocatori sia di Gallarate che di Bergamo corrono in tribuna. Luca si prende un calcio sulla schiena da Catania, che subito dopo viene sollevato come un cuscino da Stefano e scaraventato sui gradini.
– Vieni che ti rompo il culo! – grida Stefano avvicinandosi al marine, ma il loro pivot lo spinge a due mani facendogli perdere l’equilibrio. Luca gli si avvicina per tirarlo su, ma Stefano si rialza da solo infuriato contro tutti e tutto. In un attimo la rissa diventa un mulinare indistinto di calci e spinte e pugni che coinvolge chiunque si trovi lungo le ultime due file della tribuna, con l’Ale che prova di continuo a colpire di nuovo il marine. Anche Elena si prende un paio di gomitate da qualcuno vicino a lei, poi si sente sollevata da dietro senza che possa fare niente: è Andrea, che la porta fuori dal delirio.
– Stai qui e non ti muovere – le ordina, prima di mettersi tra l’Ale e il marine, mentre Luca riesce in qualche modo a prendere la sua ragazza e a trascinarla accanto a Elena.
– Stai bene? – le chiede Elena.
– Certo! – ride l’Ale. Poi si accende una sigaretta e osserva la scena di fronte a lei, neanche fosse al cinema.
Il prof Zecchin, gli arbitri e l’allenatore di Bergamo sono corsi in mezzo ai giocatori e ai genitori, come la polizia in una rissa tra ultras. E anche senza manganelli e scudi, tra spintoni e minacce di squalifica riescono in qualche modo a riportare la calma.
Un signore con indosso una felpa della Lega Nord dice all’Ale che lì non si può fumare. L’Ale lo ignora, mentre il marine le si avvicina urlandole di dargli i documenti che vuole denunciarla per aggressione.
– Non rompere le palle che hai iniziato tu! – lo ferma Luca strattonandolo per il braccio.
Il marine si libera e gli risponde di farsi i cazzi suoi.
– Sono cazzi miei – dice Luca, tirando di nuovo il marine verso di sé.
Prima che la situazione degeneri un’altra volta, arriva il prof Zecchin e lo spinge via, con Luca che non oppone resistenza, nonostante sia trenta centimetri più alto del suo allenatore. Il prof. lo mette a sedere di forza in panchina, poi ordina a tutti gli altri di fare la stessa cosa – Immobili! –, quindi va a parlare con l’arbitro e con l’allenatore di Bergamo.
Elena e l’Ale sono tornate ai loro posti, così come gli altri spettatori, marine compreso, trascinato dalla moglie. Elena vede i loro sguardi sull’Ale, mentre lei è lì tranquilla che scrive un messaggio sul cellulare. Elena, invece, ha ancora in circolo l’adrenalina della rissa e fa fatica a rimanere ferma. Si è divertita, non aveva mai partecipato a niente di simile. Certo, se qualcuno si fosse fatto male probabilmente sarebbe diverso, ma così si è davvero divertita.
Dopo qualche minuto si avvicina il loro prof. Guarda Elena senza dire niente e si ferma davanti all’Ale, che lo osserva da seduta.
– Zanetti, devi andartene – le ordina.
L’Ale lo fissa per qualche secondo, prima di alzarsi, prendere il suo zaino e dirigersi verso l’uscita.
Elena la segue, dopo un attimo d’indecisione, mentre i quintetti tornano in campo per ricominciare a giocare.
Una volta in macchina, l’Ale ritira fuori la canna che ha iniziato all’intervallo.
– Avevi ragione, è stata proprio una bella partita – le dice ridendo mentre si guarda allo specchietto un segno che qualcuno le ha lasciato sulla guancia sinistra.
Tra il 2002 e il 2005 scrissi, per conto della rivista Stilos, un corso di scrittura e narrazione in 100 puntate. Le 100 puntate sono prelevabili qui.
Il testo delle 100 puntate, rielaborato e ristretto e allargato e corretto, è diventato anche un libro pubblicato da Terre di Mezzo: (non) Un corso di scrittura e narrazione, disponibile in carta e in digitale.
Qualche tempo fa, durante una chiacchierata con la classe seconda D del liceo “Galilei” di Trento, nell’ambito delle attività di Scuola d’autore, saltò fuori tra altre cose la questione del punto e virgola. La professoressa Laura Zambanini ha appuntata e trascritta tutta la chiacchierata, e me l’ha spedita. Pubblicai con il suo consenso, in vibrisse, la parte finale. Ora la riprendo qui. Grazie mille alla prof. Zambanini e alla classe..
Giordano: Quando si usa il punto e virgola?
GM: E’ quasi impossibile rispondere. Ma vi dico alcuni criteri che uso io.
In una frase lunga, o meglio un periodo che contiene diverse proposizioni (GM scrive alla lavagna):
La mamma va al mercato; il papà dorme
i due soggetti sono diversi e collocati in zone piuttosto distanti. Sento il bisogno di mettere qualcosa che separi per bene. Tuttavia:
La mamma va al mercato, invece il papà dorme.
Invece è un connettivo, che lega le due scene. Con il punto e virgola le stacco, con il connettivo voglio che siano connesse, per qualche ragione che si capirà dopo nella storia che sto raccontando.
La mamma è buona; il papà è cattivo.
La mamma è buona, ma il papà è cattivo.
La seconda frase diventa un po’ diversa. Posso chiedermi ora che effetto ancora diverso farebbe con un diverso segno d’interpunzione:
La mamma è buona. Il papà è cattivo.
Questo sembra l’inizio di una storia (Che magari potrebbe continuare: “La zia canta sempre. Il nonno beve troppo. Il bambino è bellissimo”); quello di prima era un giudizio.
Il criterio è: chiedersi qual è la possibilità che mi dà l’effetto più simile a quello che ho in mente.
La mamma è buona. Il papà, al contrario, è cattivo.
Questa è un’altra storia ancora.
I segni d’interpunzione vanno considerati alla stregua dei connettivi (“come”, “ma”, “però”, “mentre”…), perché producono senso. Quindi la scelta è legata alla scelta della sfumatura di significato che mi serve.
La mamma è buona; il papà è grasso.
Non sono opposizioni all’interno della stessa categoria, sono categorie diverse. Ma:
“La mamma è buona, il papà è grasso.” disse il cannibale a fine pasto.
Ecco, così possono essere ricondotte alla stessa categoria (= il buono o non buono da mangiare) e quindi non va il punto e virgola, ma la virgola.
Lucia è bella, Antonia è giovane.
Sono categorie diverse, ma siccome la bellezza appartiene più alla giovinezza che alla vecchiaia possono avere qualcosa in comune.
Stefano: E’ un modo garbato per dire che Antonia non è bella.
GM: Giusto. Naturalmente sto parlando dell’immaginario maschile sulle donne, che è sbagliato a prescindere. Ancor meglio:
Lucia è bella, Antonia è simpatica.
Per far capire questo le frasi devono arrivare una dietro l’altra velocemente. Quindi: una virgola, no punto, no punto e virgola.
Il segno di interpunzione giusto guida il lettore a cogliere anche ambiguità e sottintesi.
Dunque serve poco, a proposito dei segni di interpunzione, parlare come si fa di solito di pause lunghe e pause brevi: l’importante è capire che effetto produce, in questa o quella situazione, questo o quel segno. E si impara a capirlo per via di pratica. Soprattutto la pratica della lettura.
Una delle cose che faccio, per mestieree, è leggere cose scritte da sconosciuti per vedere se sono o meno da pubblicare. Quando leggo, cerco soprattutto di capire se l’autore raggiunge o no l’effetto che si proponeva; e questo dipende molto dalla punteggiatura. Il discorso vale anche per l’a capo. Anzi è ancora più evidente.
Lucia è bella, Gina no.
Lucia è bella.
Gina no.
Un segno di interpunzione può corrispondere a un gesto, o un cambio di voce. Se scrivo:
Gina, no.
allora Gina diventa bruttissima. Il potere di una virgola è pazzesco.
Io scrivo perché poi qualcuno leggerà e desidero che chi legge riceva esattamente quello che io intendevo dargli. Scrivere è produrre a distanza – di tempo, di spazio – lo stesso effetto che potrei produrre in una conversazione. (Le chat sono a metà strada tra lo scritto e il parlato) Colui che legge è il personaggio più importante di tutta la faccenda. Scrivere significa immaginarsi che reazione può avere l’altra persona Come faccio? C’è un solo sistema. Quando io leggo qualcosa e ho delle reazioni a ciò che leggo, devo cercare di capire a cosa ho reagito e perché e come, così posso immaginare che il lettore funzionerà come funziono io.
La pratica della lettura serve nella scrittura in quanto osservando io stesso che leggo posso immaginare come funziona il mio futuro lettore.
[Con questo pezzo cominciava il Corso di scrittura a puntate che pubblicai nella rivista in rete Nautilus nel lontanissimo 1996. Ero un principiante, siate clementi. Un’altra puntata del corso si può leggere qui. gm]
Questo corso non ha molte ambizioni. Se vi fa piacere scrivere o raccontare storie, se pensate che possa essere un’attività divertente, se credete di avere un minimo di predisposizione, se pensate che educare il vostro talento naturale possa esservi utile: allora state qui. Sennò cliccate quello che vi pare e cambiate pagina.
Questo corso non ha carattere professionale. Un talento naturale per raccontare storie ce l’ha chiunque. Il fatto è che quasi tutti, quando raccontiamo storie, lo facciamo d’istinto. Non siamo consapevoli di quello che facciamo mentre raccontiamo una storia. Spesso organizziamo le cose nel modo giusto, ma non sappiamo che stiamo organizzando le cose nel modo giusto. Avete mai raccontato una barzelletta? Se sì, sapete benissimo che la battuta che fa ridere dev’essere in fondo. La parola-chiave deve essere l’ultima. Non c’è rimedio. A costo di fare una frase contorta, non potete anticipare.
Il dottore: Nonnina, le avevo detto di non fare le scale…
Vecchietta: Fa presto a dire lei, sono due mesi che vado su per le grondaie.
Non posso dire: “sono due mesi che mi arrampico per le grondaie”, perché il verbo arrampicarsi anticiperebbe la battuta finale, depotenziandola. Queste, come si diceva, sono cose che tutti sanno istintivamente. Ma non tutti ne hanno consaspevolezza.
Quindi lo scopo di questo corso, per definizione interattivo, è di spingere le persone che scrivono o vogliono scrivere storie a diventare più consapevoli di quello che fanno quando scrivere storie. Tutto qui.
Inutile dire che per consapevolezza intendiamo: sia la conoscenza di un certo numero di cose (abilità), sia anche un atteggiamento; al limite uno stato d’animo. Molte persone ritengono che per scrivere occorra essere in uno stato d’animo eccitato. Ci si sente dire spesso: “Io scrivo quando sono triste, allegro, innamorato, piantato, preso nel gorgo della solitudine e dell’alcol ecc.”. Queste sono opinioni abbastanza false. Un buon lavoro di scrittura richiede tempo, applicazione, serenità o almeno lucidità. La consapevolezza non è uno stato alterato della coscienza: la consapevolezza è, se così si può dire, uno stato storico della coscienza. Un buon lavoro di scrittura è soprattutto un lavoro di riscrittura. Di solito le cose scritte “sull’onda dell’emozione” sono imprecise, sciatte e difficili da capire; oppure inutilmente barocche e fastidiose. E’ dell’emozione che dobbiamo parlare, senza dubbio: tuttavia siamo noi che dobbiamo parlare dell’emozione, e non l’emozione che deve parlare attraverso di noi. Facciamo uno schemino:
Urlo —————————————————————–Mania
L’emozione pura si esprime attraverso quello che possiamo chiamare l’urlo: comunque un’azione non verbale. Alla persona amata che torna da un lungo viaggio non facciamo tanti discorsi: gli (o le) saltiamo addosso. Difronte alla disgrazia si piange, si grida, si batte la testa sul muro. La felicità (dicono) fa dormire benissimo.
Dalla parte opposta della linea c’è la mania. La mania è la parola assolutamente controllata, senza nulla che sfugga. Ad esempio, le istruzioni per l’uso di Word 6.0 (con il quale è stato scritto questo testo) sono un libro maniacale di 973 pagine nel quale non c’è una sola parola o una sola virgola che non sia (secondo gli autori) funzionale allo scopo: descrivere il funzionamento di Word 6.0. Nessuna frase cordiale, nessun aiuto, nemmeno una battutina scherzosa.
La nostra linea quindi rappresenta la classica opposizione tra caldo e freddo. Ora non diremo che in medio stat virtus, ossia che la scrittura ideale è tiepida; diciamo invece che la scrittura è un continuo andivenire lungo questa linea: a tratti è bollente, a tratti freddissima (e nei cattivi romanzi per lunghi tratti è effettivamente tanto tiepida quanto insulsa).
Il caldo e il freddo, l’emozione e il controllo devono imparare a convivere e a diventare ciascuno una risorsa per l’altro. Ci sono testi freddissimi che emozionano molto (si dice ad esempio: “è agghiacciante”), così come ci sono testi molto caldi che (gli scrittori lo sanno) sono costruiti a tavolino più o meno come si costruisce una nave in bottiglia.
Questa era una specie di premessa o una presa di posizione (ma su questi argomenti si tornerà più che spesso); adesso cominciamo.
Si comincia dall’inizio, anzi dall’incipit
Si comincia dall’inizio, ovviamente. L’inizio di un racconto è forse la parte più importante del racconto stesso. Bisogna considerare le cose dal punto di vista di chi legge. Le prime frasi di un racconto (o di un romanzo) contengono una quantità di promesse; impostano un tono; rivelano le scelte linguistiche fondamentali. Sono quasi il DNA del racconto (o romanzo): in forma sintetica c’è tutto. Proviamo a leggere alcuni inizi (alcuni incipit, come tecnicamente si chiamano).
I miei mali sono cominciati tutti alcuni mesi dopo il mio ritorno dalla prigionia in Germania, quasi che la terra materna, dopo tanto e così crudele distacco, mi rigettasse. Io sono nato il 12 marzo 1919 ad Avignone, in Francia; ma sono italiano e di genitori italiani, padre piemontese e madre veneta, nata nella campagna fra Padova e Treviso, in luoghi assai belli, ella mi ha sempre detto, che io non conosco. Oggi che scrivo ho già compiuto trentasei anni e i miei mali sono arrivati a un punto tale che non posso fare a meno di denunciarli. Scrivo, stando a casa mia, a Candia, nel Canavese, in provincia di Torino. Questa casa è fuori del paese, verso il piccolo lago di Candia; ma un poco spostata a sinistra, tra pese e lago, verso la collina; è una casa di campagna con un poco di orto, la sua loggia di mattoni rossi, il fienile e la stalla abbandonati, dove vivono in disordine alcune galline, due galli e una famiglia di conigli, quasi selvatici. Io non curo la terra né gli animali da cortile, perché sono un operaio di una fabbrica in città; di una fabbrica grande più della stessa città.
(Paolo Volponi, Memoriale)
Quante cose apprendiamo da questo incipit? Innanzitutto le coordinate spaziotemporali: sappiamo dove siamo e che siamo nel primo dopoguerra. Poi apprendiamo una quantità di cose materiali sul personaggio narratore: l’età, la condizione sociale piuttosto bassa (i genitori sono andati a lavorare in Francia), l’origine contadina, la prigionia o il lavoro forzato in Germania ecc. Ma apprendiamo anche, e fin dalle primissime parole, molte cose sul carattere del personaggio. L’espressione “i miei mali”, così indeterminata e onnicomprensiva, ci fa pensare subito a un personaggio mentalmente turbato. Così anche la dichiarazione: “io non curo la terra perché sono un operaio”, con il suo carattere di decisione eccessivamente radicale, di esagerata adesione al ruolo sociale di operaio, rafforza l’impressione. La frase: “una fabbrica grande più della stessa città” ci fa capire che il personaggio vive la fabbrica come luogo mitico e magico, e che quindi il suo senso di realtà fa acqua.
Si parla subito di rapporto con la terra. La terra materna (che a rigore materna non è, essendo lui nato ad Avignone) ha “quasi rigettato” il personaggio. D’altra parte la madre è nata in “luoghi assai belli”; la casa e il luogo sono descritti con una lingua materiale e amorosa. Qui sentiamo che c’è un contrasto, tanto più che questa terra bella e amata è il personaggio, nella frase sulla fabbrica, a rigettarla violentemente. Capiamo che questo sarà un contenuto importante della storia.
La lingua è apparentemente calma, con frasi ampie; è, si vede bene, non una lingua “parlata” ma una lingua volutamente alta e nobile benché molto semplice. Il personaggio narratore intende presentarsi meglio che può, e pertanto adotta questa lingua ineccepibile; con questa lingua si mette in una posizione di forza.
Infine, l’intenzione del testo. Apprendiamo che non stiamo per leggere una “storia” pura e semplice, ma una denuncia (notiamo, en passant, che la “denuncia” può essere considerata un genere letterario a parte). Quindi, in certo senso, non siamo esattamente noi i destinatari del testo: il vero destinatario (o i veri destinatari) è (sono) la persona (le persone) che ha (hanno) causato i “mali” del personaggio. Una pubblica denuncia non è pubblica se nessuno la legge; il compito che il personaggio ci assegna è di far diventare pubblica la denuncia con il solo atto di leggerla. Quindi troveremo non solo narrazione, ma anche argomentazione: il personaggio cercherà di tirarci dalla sua parte. Quindi, questo è importantissimo, noi dovremo cercare di leggere il testo anche con gli occhi dei nemici del personaggio: solo così potremo scoprire come veramente sono andate le cose.
Riassumendo: in questo incipit, non solo veniamo informati su alcuni dati materiali di partenza; non solo ci viene detto qualcosa di essenziale sul carattere del personaggio; non solo ci vengono presentati due temi fondamentali (terra madre/matrigna; campagna/fabbrica); ma anche veniamo istruiti su come dobbiamo leggere la storia. Questo è un incipit potentissimo (e Memoriale, tra parentesi, è uno dei romanzi più belli del secolo; è pubblicato nei Tascabili Einaudi).
Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie.
(Hemingway, Addio alle armi)
Qui è tutto molto più indeterminato; non sappiamo ancora niente della vicenda, dell’esatta situazione eccetera. Tuttavia apprendiamo subito che, benché in prima persona, ci troviamo difronte a una storia “pura” (non una denuncia ecc.). Ma soprattutto veniamo immediatamente presi dal ritmo della prosa: pochissime virgole, molte “e”, un ritmo breve e veloce. Capiamo subito che il senso principale del personaggio narratore è la vista. E capiamo anche che, nonostante l’apparente estremo realismo visivo, siamo a due passi dalla visionarietà. L’ultima frase riprende alcuni elementi delle frasi precedenti e li fa, per così dire, girare vorticosamente; per poi ripresentarci l’immagine della “strada nuda e bianca”. Percepiamo subito la somiglianza tra questo procedimento e una struttura musicale (ad es. un crescendo nel quale si accumulano diversi strumenti a canone e per imitazione; che si interrompe di colpo lasciando il posto ad un accordo immobile, di note tenute). Quindi capiamo subito di aver che fare con un testo attentissimo ai valori ritmici e musicali, oltre che alla visibilità delle cose; in sostanza, un testo che sarà un esercizio di stile da cima a fondo (come in effetti è Addio alle armi, Oscar Mondadori). Quello che noi dobbiamo fare, come lettori, è lasciarci prendere e coinvolgere (Volponi, al contrario, mettendo in scena un personaggio narratore inattendibile ma che vuole convincerci di qualcosa, sollecita nel lettore un atteggiamento critico).
Gli altri esseri umani li trovai nella direzione opposta, in quanto non andai più all’odiato ginnasio, ma, ciò che fu la mia salvezza, a fare l’apprendista, cioè al mattino presto, contro ogni ragionevolezza, non andai più con il figlio del consigliere governativo lungo la Reichenhaller Strasse verso il centro della città, ma andai lungo la Rudolf-Biebl-Strasse verso la periferia con il garzone del fabbro che abitava nella casa accanto, e non passai più attraverso i giardini incolti e davanti alle artistiche ville per andare all’Alta scuola della borghesia e della piccola borghesia, ma passai davanti all’istituto dei ciechi e a quello dei sordomuti e sopra il terrapieno della ferrovia e attraverso i giardini al margine della città e accanto alle staccionate del campo sportivo vicino al manicomio di Lehen per andare all’Alta scuola dei reietti e dei poveri, all’Alta scuola dei pazzi e di quelli che sono dichiarati pazzi, nel quartiere di Scherzhauserfeld, in quello che è per antonomasia il quartiere degli orrori della città, fonte di quasi tutti i processi giudiziari di Salisburgo e nella cantina adibita a negozio di generi alimentari di Karl Podlaha, il quale era un essere umano distrutto e un sensibile temperamento viennese che sarebbe voluto diventare un musicista e invece era sempre rimasto un piccolo bottegaio.
(Thomas Bernhard, La cantina)
Anche questo incipit ci dice che del libro che leggeremo saranno importanti i valori ritmici e musicali, la sintassi, le virgole ecc.; anche qui abbiamo la precisa sensazione di aver che fare con una percezione alterata (ci viene anche detto: “contro ogni ragionevolezza”); solo che qui né ci viene chiesto (come nel primo esempio) di condividere o non condividere, né ci viene chiesto di lasciarci coinvolgere: questa lingua così strana ci rifiuta, è evidente. Mentre questa lingua ci invade noi sentiamo di doverci difendere. E’ innegabile un senso di disagio, o almeno di spiazzamento.
Abbiamo alcuni dati materiali: apprendiamo che il personaggio, figlio di famiglia borghese, pianta la scuola per andare a lavorare in un negozio di generi alimentari; e fa questo per odio e per irrisione verso la condizione borghese, senza tuttavia mostrare nessun sentimento positivo verso “gli altri esseri umani” che si incontrano “nella direzione opposta”. Quindi abbiamo la sensazione di un’estrema acutezza dello sguardo: non uno sguardo visivo, come quello di Hemingway, ma uno sguardo che vede l’essenza delle cose (uno sguardo ontologico?). Ci chiediamo quindi: ce la farà, il giovanottino borghese, ad affrontare la direzione opposta? E abbiamo subito la sensazione che possa farcela, così come abbiamo la sensazione che farcela o non farcela non abbia molta importanza, tanto sia la vita borghese sia la vita “nella direzione opposta” è orripilante. Con questo, abbiamo tutto il contenuto ideologico del libro. Non sappiamo molto sulla vicenda futura, ma nei libri di Bernhard la vicenda non è la sostanza.
Quattro incipit da proseguire
A questo punto, passiamo dalle parole ai fatti. Qui di seguito diamo quattro incipit (facili) di racconti. Invitiamo i lettori a tentare di proseguirne uno o due. La procedura più semplice è quella delle domande. Una volta letto l’incipit, domandiamoci: che informazioni mi dà questo incipit sull’ambiente, il tempo, l’ora del giorno, il numero dei personaggi, i loro caratteri, la situazione in corso ecc.? E poi domandiamoci: come è fatta la lingua di questo incipit, che tipo di frase adopera, che lessico, come mette le virgole, qual è il suo ritmo, è veloce o lenta ecc.? E infine domandiamoci: come si propone questo testo al lettore, quale atteggiamento provoca o richiede, a quale genere letterario appartiene, in quale modo va letto ecc.?
Una volta che avremo risposto (almeno approssimativamente) a queste domande, possiamo tornare all’incipit e, in tutta libertà, immaginare come prosegue la storia. Vi invitiamo a mandarci le vostre prosecuzioni. Le più interessanti (non è detto che saranno anche le più belle: un testo orribile può essere didatticamente interessante) saranno pubblicate e commentate nel prossimo Nautilus. (Comunque pubblicheremo tutti i testi ben fatti.)
1. NELL’UFFICIO POSTALE
L’uomo ringraziò.
– Si figuri, disse Rita. Non è niente.
– Non è così facile trovare una persona gentile, disse l’uomo.
– Sa, disse Rita, tante volte è la fatica.
– Mi rendo conto, disse l’uomo.
– Lei si immagina con quanti utenti abbiamo che fare ogni giorno, disse Rita.
– Mi immagino, disse l’uomo.
– Non sembra, disse Rita, ma è un lavoro faticoso.
L’uomo si voltò. Non c’era nessuno dietro di lui. L’ufficio era quasi deserto. Una signora anziana aveva ritirato la pensione, due sportelli più in là, e stava ricontando lentamente i soldi. Borbottava tra sé.
– Sa, disse Rita abbassando la voce.
L’uomo avvicinò il viso al divisorio trasparente.
– A volte, disse piano Rita annuendo verso la signora anziana, ci tocca fare anche le assistenti sociali.
– Mi immagino, disse l’uomo ridendo.
La signora anziana aveva finito di ricontare i suoi soldi. Cominciò a camminare verso la porta strascicando i piedi e borbottando. Entrò una ragazza con un fascio di raccomandate.
– La lascio al suo lavoro, disse l’uomo.
– A rivederla, disse Rita.
Nell’uscire l’uomo aspettò la signora anziana e le tenne aperta la porta. La signora non lo ringraziò nemmeno. Uscì sempre borbottando, il fascetto di banconote stretto in mano.
La ragazza posò il fascio di raccomandate sul ripiano dello sportello di Rita e cominciò a passargliele. Rita prese la prima raccomandata, la soppesò in mano, infilò il modulo grigio nell’affrancatrice, schiacciò 3.850 lire.
Fuori si sentì gridare.
2. LA CASA DI MICHELE
Michele abitava in una casa troppo grande per lui. La avevano abitata, in altri anni, sconosciuti parenti. Michele la aveva ereditata con tutto dentro, strapiena di mobili e cose. Volentieri aveva lasciato l’appartamento d’affitto per occuparla. All’inizio ne aveva usate solo poche stanze, cucina bagno camera da letto: come intimorito. Poi aveva cominciato ad esplorare. Tornava dall’ufficio alle cinque e mezza, sceglieva un mobile, lo apriva, lo svuotava, apriva tutte le scatole e scatolette, scuoteva i vestiti appesi, frugava le tasche. Trovò in un cassetto un album di fotografie in bianco e nero. Lo sfogliò e risfogliò. Poi staccò le fotografie e le appese tutte, con il nastro biadesivo, alla parete più libera del salotto. Così poteva vederle tutte insieme. Dalla parete nessuna faccia conosciuta lo guardava.
3. MORTE DI RICHESSE
Siete i benvenuti, signori. Speravo proprio che veniste. Ecco, entrate. Fate piano, per favore. Se volete togliervi i mantelli, prego. Un attimo, li porto di là. Ecco. Forse c’è qualcuno che non conoscete ma, chiedo scusa, preferisco non fare presentazioni. E’ meglio se non c’è rumore di sedie e di conversazione. Tutti siete qui per la stessa ragione, mi pare che questo basti. Ecco, da questa parte. Richesse è nella sua stanza ma non posso farvi entrare adesso, ci sono i medici. Credo che non staranno dentro a lungo. Hanno finito il loro lavoro e non servono più. Hanno fatto quello che potevano, credo. Ecco, sedete pure qui. D’altra parte Richesse aveva detto subito che non sarebbe servito. Ma voi sapete com’è fatto Richesse, ha voluto fare tutto come si conviene. Ha lasciato che lo visitassero, che lo palpassero, che lo auscultassero, che gli facessero tutto. Ha preso le medicine e ha fatto gli impacchi, come fosse stato davvero convinto che gli sarebbero serviti. L’ho perfino sentito dire a uno di loro che dopo gli impacchi si sentiva meglio. Naturalmente non è vero.
4. IL TELEFONO, LA TUA VOCE
Sei alla stazione di Bologna. Sei sola. Hai a tracolla da una parte la borsone con dentro tutto: i vestiti, la sveglia, i libri, i quaderni di appunti. Dall’altra parte hai la valigetta di pelle che ti fa da borsetta. Hai addosso il cappotto nero. Sull’intercity da Firenze c’era troppo caldo. Sei sudata sotto i vestiti. All’aperto sotto le pensiline è freddo. L’espresso per Venezia è tra ventidue minuti. Devi scendere a Monselice, tornare a casa. Di mercoledì. Sei scappata dall’appartamento in fretta. Dovrai trovare qualcosa per spiegare a casa. Hai storia moderna tra diciassette giorni. Se dirai che devi solo stare in pace forse non diranno niente. Devo solo stare in pace per studiare, non ci sono più lezioni. Prova a dirlo. Fai la faccia. Mamma, sono tornata a casa per studiare meglio. Devo solo stare in pace. Coccolami, preparami da mangiare, lasciami dormire. Passerò l’esame. Forse dovresti telefonare. Mancano ventuno minuti, puoi telefonare. Chi ne ha voglia. La scheda ce l’hai.